I baci amari: arriva la cassa integrazione per i lavoratori Perugina

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La crisi è finita? La cassa integrazione resta e colpisce i lavoratori dei baci! Saranno 867 dipendenti a tempo pieno della Perugina Nestlé di San Sisto, a Perugia,a essere messi in cig almeno questo è quanto è stato deciso unilateralmente dall’azienda, ma la risposta dei sindacati è stata immediata:

“Siamo consapevoli della gravità della crisi in essere – riferiscono, in una nota congiunta, Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil e rsu – ma siamo altrettanto consapevoli che i suoi effetti sono amplificati oltremodo dalla mancata reazione, attraverso scelte industriali coraggiose ed investimenti, da parte del management italiano. Per questo non riteniamo accettabile scaricare in modo superficiale le conseguenze di questa situazione esclusivamente sul salario dei lavoratori, attraverso l’utilizzo di un ammortizzatore passivo e difensivo quale è la cassa integrazione”.

I sindacati e lavoratori propongono invece il contratto di solidarietà (applicato anche lo scorso anno) che al contrario presuppone un accordo su un piano industriale “che deve dare una prospettiva seria”.

“L’atteggiamento di Nestlé e la mancanza di un guida forte a livello di direzione azienda – concludono i sindacati – non offrono al momento queste garanzie”.

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Galbani lascia l’Italia? A Rischio 226 posti di lavoro

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La crisi è passata? Per Galbani sembra invece che l’Italia non dia le giuste prospettive per seguitare la produzione nel nostro PAese e così il gruppo  francese Lactalis della famiglia Besnier vuole chiudere due stabilimenti, l’impianto Galbani di Caravaggio (Bergamo) e quello Cademartori di Introbio (Lecco), specializzato nella produzione di Gorgonzola e Taleggio, situato vicino a delle grotte naturali di stagionatura. Il nuovo piano industriale prevede infatti di ridistribuire i volumi produttivi negli stabilimenti di Casale Cremasco (Cremona), Certosa di Pavia e Corteolona (Pavia), dove verrebbero ricollocati i lavoratori, con percorrenze medie superiori ai 50 km per il trasferimento. A rischio ci sarebbero quindi 226 posti di lavoro. I sindacati hanno indetto lo sciopero per il 7 febbraio. Ma c’è chi vede in questa ristrutturazione un progetto per abbandonare l’Italia e andare a produrre all’estero.

In una nota sindacale si legge:

”Il coordinamento unitario esprime un giudizio estremamente negativo in quanto tale decisione modifica sostanzialmente la strategia del gruppo francese, decidendo di intervenire in modo drastico sulla struttura Lactalis Galbani in Italia”.

  

Scontri a Milano tra Forconi e tifosi Ajax

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I manifestanti del Movimento dei Forconi tornano a piazza Loreto e hanno bloccato l’area. Nella mattinata poi gli scontri sono avvenuti con un gruppo di tifosi dell’Ajax che, scesi dal pullman hanno insultato i manifestanti, infuriati per  per essere rimasti per diversi minuti bloccati nel traffico. I tifosi hanno anche lanciato contro i Forconi lattine di birra, così che la reazione da parte dei manifestanti non è tardata ad arrivare. Sono volati calci, pugni e spintoni. La rissa è stata interrotta dalla forze dell’ordine che hanno diviso i due gruppi. I tifosi dell’Ajax sono risaliti sul pullman che è ripartito tra le urla dei manifestanti. I tifosi olandesi sono a Milano per la partita di Champions League con il Milan.

Insieme ai Forconi ci sono anche molti giovani e studenti, lavoratori, disoccupati. In testa al corteo un cartello con la scritta “Il vostro tempo da onorevoli è finito”. Le forze di Polizia presidiano la zona.

Ecco il video degli scontri:

Allarme tasse, è il Wall Street Journal a puntare il dito contro l’Italia

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Lo dice a chiare note il Wall Street Journal: “Le tasse in Italia distruggono la ripresa” e poi aggiunge ”Con una economia che stenta a ripartire ed una disoccupazione a livelli record, il peso delle tasse in Italia potrebbe distruggere le prospettive di ripresa”. Questo è quanto stamattina ha pubblicato in un editoriale dedicato al modello fiscale italian il Wall Street Journal. Il giornale Usa sottolinea che proprio “l’enorme peso delle tasse” su aziende e lavoratori è una delle principali cause per la scarsa crescita dell’Italia negli ultimi dieci anni, addirittura “la più bassa tra i 34 Paesi dell’area Ocse“.

Il quotidiano a stelle e strisce, spiega poi che “l’esborso per le pensioni di anzianità rappresenta circa il 13% del Pil, ossia un terzo più alto rispetto alla Germania e il doppio rispetto agli Usa, secondo i dati Ocse“. “L’assurdità è che un lavoratore italiano costa più di uno spagnolo, ma ha uno stipendio più basso”, dice al giornale Riccardo Illy. Secondo Paolo Manasse, professore di economia all’università di Bologna, il governo dovrebbe tagliare altri 30 miliardi di euro di tasse sul lavoro per essere in linea con la media Ocse. “L’Italia ha davanti a sé un compito spaventoso”, dice al Wsj Manasse.

Il carico fiscale totale per l’impresa nel nostro Paese si conferma il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti commerciali, e l’Italia scende di 7 posizioni rispetto all’anno scorso nella classifica mondiale del carico fiscale, posizionandosi al 138esimo posto, rispetto a 189 economie prese in esame.

Dove sta la ripresa? Con il contagocce?

Il salumificio Rigamonti compie un secolo…. 104 in mobilità

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Doveva essere l’anno dei festeggiamenti al salumificio Rigamonti, invece proprio quando compie un secolo, la ditta annuncia la procedura di mobilità per 104 lavoratori. Il salumificio era  uno delle eccellenze italiane della nostra gastronomia che qualche anno fa è finito però nelle mani dei brasiliani e ora arriva la stangata per 104 lavoratori. la proprietà di Rigamonti è di Jbs,  il maggior produttore di carni bovine al mondo, leader nella macellazione e nella lavorazione delle pelli, finito più volte nella tempesta per la deforestazione dell’Amazzonia e in Italia per  l’utilizzo di carne di zebù brasiliano in quelli che una volta erano prodotti tipici alpini.

A dare l’annuncio che ha spiazzato tutti è stato Roberto Aparecido Colacrai, amministratore delegato della società: “Il deficit accumulato è pesante – ha spiegato ai sindacati – anche il 2013 si chiuderà con una perdita rilevante. La congiuntura economica negativa ha aggravato la situazione rendendo ineludibili interventi significativi sulla struttura”. Traduzione: bisogna tagliare sul costo del lavoro, di 263 dipendenti ne devono restare 159. I lavoratori hanno risposto con uno sciopero per la giornata di venerdì 15 e ora attendono la convocazione di un tavolo con la proprietà in provincia.

La preoccupazione è grande e non solo per il rischio licenziamento. In valle ci si domanda come possa la produzione andare avanti con numeri così ridotti. “La Jbs non ci ha mai presentato un piano industriale, non hanno mai ipotizzato una ristrutturazione – spiega Vittorio Boscacci, segretario della Flai Cgil di Sondrio –. Abbiamo paura che vogliano effettuare un taglio drastico per rendere la società più appetibile sul mercato e vendere ad un prezzo migliore”.

In questi anni il business non ha dato grandi soddisfazioni ai brasiliani. Hanno perso 20 milioni di euro in cinque anni, dopo aver investito 30 milioni per rilevare il brand. Al momento del loro arrivo nei tre stabilimenti valtellinesi veniva confezionato il 40% della bresaola consumata in Italia. Ora il fatturato è crollato. “Stiamo parlando di un gruppo che fa 70 mila tonnellate di prodotti – prosegue Boscacci –. Ma la bresaola è un prodotto di qualità: bisogna prestare attenzione alle diverse fasi di lavorazione, fare investimenti. Loro, invece, sono venuti qua solo per fare business alle spalle del marchio”.

La crisi del salumificio fa tremare anche le aziende dell’indotto. In Valtellina sono tante le piccole industrie e gli allevatori che lavorano per Rigamonti. La perdita di commesse importanti porterebbe inevitabilmente a un taglio del lavoro in appalto all’esterno. E’ una nuova mazzata per la zona che ha già vissuto il declino dell’edilizia prima e della metalmeccanica poi. La Riello è in trattativa per disfarsi dello stabilimento che produce caldaie a Morbegno. L’industria alimentare era l’unica che non aveva dato segni di cedimento. Poi è arrivata la chiusura dell’Acqua Frisia e ora queste 104 procedure di mobilità alla Rigamonti, da sempre uno dei pilastri su cui poggia l’economia da Sondrio in su. Bisogna fare molta attenzione, dicono gli amministratori locali, in questo modo la montagna si spopola.

Tensione a Roma: i lavoratori della Metro C sul piede di guerra

metro-roma-tuttacronacaLavoratori in sciopero e protesta sui Fori Imperiali. Cantieri della metro C chiusi oggi a Roma, mentre camion, betoniere e gru sono stati parcheggiati nella strada che collega piazza Venezia al Colosseo. In piazza sono scesi tanto i sindacati quanto le imprese affidatarie e i lavoratori della Metro C, tutti a chiedere al Campidoglio che vengano sbloccati 253 mln di euro. Non è la prima volta che accade: già ad agosto era stata organizzata una protesta simile, bloccando via dei Fori imperiali mandando in tilt il traffico del centro storico. “Entro l’11 novembre doveva essere sbloccata la prima tranche, di 166 milioni di euro, che sarebbe servita per pagare gli stipendi arretrati – spiega il portavoce delle imprese affidatarie Nicola Franco – Oggi è il 12 e non è arrivato nulla. Perchè? Com’è possibile che il Campidoglio non rispetti un accordo preso? Se fossi il sindaco mi sarei già dimesso…”.

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Un Halloween senza caffè!

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Niente bevanda nera per Halloween. Domani infatti scatta lo sciopero del caffè e per l’intera giornata non sarà possibile godersi un espresso al bar, al ristorante, ma neppure nelle mense. E’ stato indetta la protesta da parte dei sindacati di categoria Fisascat Cisl, Filcams Cgil e Uiltucs Uil per il mancato contratto nazionale che riguarda una platea tra i 700mila e un milione di addetti. «Sono oltre 300.000 i lavoratori di bar, ristoranti e mense aderenti alla Fipe Confcommercio e ad Angem che nelle scorse settimane hanno assistito all’abbandono dei tavoli negoziali ed alle richieste insostenibili avanzate dalle associazioni datoriali, tra cui l’abolizione degli scatti di anzianità, della quattordicesima mensilità ed il peggioramento delle tutele riguardanti l’istituto della malattia» dice la Fisascat.

 

Che vadano a lavorare! Il pensionato stanco di vedere i comunali fuori dagli uffici

pensionato-dipendenti-tuttacronacaUn pensionato non apprezza per nulla le scene a cui assiste quotidianamente e così ha inviato una segnalazione alla Procura di Udine, alla Corte dei conti e al Comune di Udine. Perchè questa decisione? L’uomo, abituato a incontrarsi la mattina con amici o ex colleghi in un bar del centro cittadino, è stanco di notare ogni giorno dipendenti comunali che, in orario di lavoro, passeggiano per strada, si fermano a parlare tra loro, a ridere, a fumare per strada, invece di svolgere le loro attività lavorative in ufficio. Così ha preso carta e penna per far sapere di essere “Disgustato dal fatto di notare che alcuni dipendenti del Comune di Udine si dedichino prevalentemente ai piaceri della vita varie volte al giorno in orario di lavoro”. E chiude “nella speranza che questo serva quanto meno a moralizzare un malcostume che non è solo un’erba che cresce nel Sud d’Italia ma anche nel laborioso Friuli”. In calce, anche la sua firma.

Gli 8 euro salveranno l’Italia?

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Ci sarà in media un aumento di 8 euro al mese nelle buste paga dei lavoratori per il 2014 e ci si domanda se, attendendo i 25 euro (ammesso che siano confermati) nel 2016 davvero questo, insieme alle poche misure per le industrie che hanno già messo sul piede di guerra Confindustria, possa dare la svolta di cui l’Italia ha bisogno per ricominciare a crescere. L’inversione di tendenza c’è stata e questo è un dato positivo, ma purtroppo la crisi economica italiana è profonda… Davvero gli 8 euro in busta paga salveranno l’Italia?

Emergenza Grecia: 1 milione lavorano senza stipendio.

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Emergenza in Grecia per quel milione di cittadini costretti a lavorare senza stipendio per non perdere il posto di lavoro. Questo è l’ennesimo dramma che si sta vivendo nella nazione ellenica a seguito della crisi economica che ha portato il Paese a far registrare un picco record del 27,6% di disoccupati nel mese di maggio. A rivelare la tragica novità è stato   l’Ispettorato del lavoro dell’Ika (il maggiore istituto di previdenza sociale greco), secondo cui nel settore privato, su un totale di 1.800.000 dipendenti, solo 700mila ricevono lo stipendio, pur ridotto. Gli altri lavorano solo per non perdere il posto nella speranza poi di ricominciare a guadagnare se ci dovesse essere una ripresa.

Ika non precisa però se le aziende ritardano solo i pagamenti o invece non si sta affatto pagando il lavoratore. I ritardi nel pagamento degli stipendi vanno da un minimo di tre ad un massimo di 12 mesi, ma ci sono anche lavoratori che ormai temono di non essere mai più pagati e che il governo non farà nulla per difendere i loro diritti.

Dai dati dell’Ika risulta inoltre che quest’anno un milione di lavoratori greci si sono visti rifiutare dalle aziende il pagamento delle ferie e che, nonostante le norme in vigore e le multe che ogni tanto vengono inflitte ai datori di lavoro disonesti, i reclami da parte dei dipendenti sono piuttosto rari perché temono di essere licenziati e perché alle compagnie costa molto meno pagare le multe che gli stipendi degli impiegati.

L’odissea della Metro C: riapriranno i cantieri a Roma?

metroc-roma-riapertura-tuttacronacaIl sindaco di Roma Ignazio Marino ha annunciato che, durante una runione, Roma metropolitane e Metro C hanno stabilito “i contenuti di una possibile intesa sul programma dei lavori della Metro C e sul superamento delle attuali criticità che hanno portato alla chiusura dei cantieri”. Il primo cittadino ha inoltre spiegato come “Metro C si è dichiarata disponibile a riaprire il cantiere se entro il prossimo 10 settembre si dovesse pervenire all’intesa: per questo il 4 settembre ci sarà una riunione al ministero delle infrastrutture con tutto i finanziatori dell’opera”. Sempre in merito all’intesa, Marino ha anche riferito, al termine della giunta capitolina tenutasi ieri che “I tempi di consegna, ovvero con passeggeri che possono scendere alla stazione, che probilmente verranno indicati nella riunione del 4 settembre e che possiamo già informalmente annunciare, saranno: per la fermata Lodi nel settembre 2014 e San Giovanni nell’inverno del 2015”. E ha aggiunto: “Stiamo finalmente arrivando in quel territorio che auspicavamo: chiarezza di tempi, di costi, di programmi per i cittadini e per Roma”. Anche Alemanno si è espresso al riguardo: “E’ sicuramente una buona notizia il fatto che stia terminando il braccio di ferro tra Consorzio Metro C e amministrazione comunale. Ma questo non può nascondere il fatto che nulla di significativo sia stato aggiunto a quanto già stabilito nelle basi contrattuali dell’affidamento dei lavori”. Ha quindi tenuto a sottolineare che “I tempi di consegna sono all’incirca quelli previsti, gli impegni e le penalità che il consorzio sta ribadendo sono sostanzialmente quelli che erano già stati assunti e che qualsiasi general contractor deve firmare al momento di definire l’appalto. Quindi, nonostante le enfatiche dichiarazioni del sindaco Marino, tanto rumore per nulla”.

Ripresa? Aziende “in ferie” si trasferiscono all’estero. Scoppia il caso DOMETIC

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Ripresa? Sarà, ma per il momento assistiamo solo a fabbriche che approfittano del periodo di ferie per trasferire i macchinari e la produzione all’estero. Dopo il caso della Firem ora, lo stesso fenomeno, con le stesse modalità stava per avvenire alla Dometic di Forlì. Quante saranno ancora le aziende, che a insaputa dei loro lavoratori, cercano di lasciare il nostro paese in cerca di condizioni migliori e di meno tasse sul lavoro? Che ampiezza sta assumendo il fenomeno? La Cgil è furiosa: “Non è possibile che nella nostra Regione e nel nostro paese i lavoratori e le lavoratrici finiscano la loro giornata di lavoro, o inizino il loro periodo di ferie, con il rischio che la mattina dopo, o alla ripresa, non ci sia più la fabbrica. Questo è quanto è accaduto alla Firem e quanto stava accadendo alla Dometic di Forlì”,

Il sindacato emiliano non usa mezzi toni e torna a tuonare  a due giorni dal tentato blitz notturno di alcuni dirigenti della multinazionale svedese che hanno cercato di svuotare i magazzini nottetempo, ma sono stati interrotti da alcuni lavoratori (in ferie) che hanno chiamato le forze dell’ordine.

“Solo il presidio dei lavoratori ha impedito che il tentativo della Dometic andasse a buon fine”, sottolinea Antonio Mattioli, responsabile Politiche contrattuali Cgil Emilia-Romagna. “E’ indecente, inaccettabile, che il lavoro continui ad essere trattato in questo modo e che queste azioni possano restare impunite. Per qualcuno forse questo rappresenta il nuovo modello di sviluppo (scappo,guadagno, metto in ginocchio centinaia di famiglie e faccio quello che voglio senza assumermi nessuna responsabilità etica e sociale), ma il resto del territorio, del paese, non può stare alla finestra a guardare: dalle associazioni d’impresa alle istituzioni”.

“La Dometic”, è l’appello della Cgil, “deve restare a produrre a Forlì, garantire i livelli occupazionali, spiegare al territorio le ragioni di questo atto irresponsabile. Quanto sta accadendo mette a rischio, soprattutto in questa situazione di crisi, la tenuta sociale, alimentando una tensione i cui effetti sono imprevedibili. Per queste ragioni vanno isolati, da tutta la rappresentanza sociale e istituzionale, questi soggetti e vanno immediatamente prese iniziative atte ad impedire il saccheggio del nostro territorio”.

Anche il pd alza la voce “Quanto avvenuto allo stabilimento della Dometic di Forlì, nella notte tra venerdì e sabato, così come denunciato dalle organizzazioni sindacali Fim-Fiom-Uil, è di inaudita gravità”. Questo il pensiero di Thomas Casadei, consigliere regionale del Pd e capogruppo in commissione lavoro, cultura, formazione. “Si tratta infatti di un gesto che non ha precedenti e che aggrava  una situazione già estremamente critica, dopo che in sede di interlocuzione tra azienda e lavoratori, si era convenuto di non procedere ad atti unilaterali fino all’incontro fissato per il 5 settembre. Il fatto che i dirigenti della multinazionale svedese si siano presentati nel cuore della notte nello stabilimento chiuso per ferie – prosegue il comunicato dell’esponente politico romagnolo – evidenzia un comportamento aziendale di totale mancanza di rispetto delle regole più elementari”.

A giudizio di Casadei, “questo comportamento, che si aggiunge alla decisione unilaterale di trasferire la produzione in Cina, non può che essere stigmatizzata, anche perché si è appreso che è la seconda volta che ciò accade mentre ufficialmente l’azienda è chiusa per ferie. Perciò benissimo hanno fatto i sindacati a non far passare sotto silenzio questi comportamenti scorretti e a richiedere nuovamente un tavolo di confronto in sede istituzionale”. In un simile contesto, chiosa l’esponente del Pd, “sarebbe auspicabile che si levasse qualche presa di posizione anche da parte dei rappresentanti del mondo imprenditoriale, in particolare di ‘Una sola voce per l’economià che in maniera abbastanza sorprendente interviene quasi quotidianamente su questioni prettamente politico-istituzionali e resta in silenzio su ambiti e problematiche che attengono, nello specifico, il settore economico”.

Ma le istituzioni sono in bilico, bloccate dalla sentenza Mediaset, loro forse per primi a rischio di “trasferimento” ad altra mansione!

Vanno a lavoro, ma la loro azienda è stata trasferita in Polonia

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Come ogni giorno i quasi 40 dipendenti della Firem azienda che produce resistenze elettriche a Formigine, nel Modenese si sarebbero dovuti recati a lavoro, ma con loro grande sorpresa l’azienda è stata svuotata. Nei giorni scorsi l’impresa aveva chiuso per ferie, e per i titolari, la chiusura estiva è stata l’occasione per trasferire tutto in uno stabilimento in Polonia.   Una quindicina di lavoratori della Firem, non appena hanno saputo che si stava svuotando la fabbrica, si sono riuniti in presidio permanente dalla tarda serata di ieri. Nella notte hanno anche impedito che un ultimo camion carico di materiale lasciasse lo stabilimento. Un tavolo di confronto con la proprietà, attraverso la mediazione di Comune di Formigine e Provincia, sarà avviato tra martedì e mercoledì. «Pur in un periodo di forti difficoltà economiche – si legge in una nota del Comune – comportamenti come quelli tenuti dai titolari dell’azienda Firem sono censurabili sia nei modi sia nei tempi. Siamo vicini ai lavoratori e alle loro famiglie, disponibili insieme alle altre istituzioni e alle organizzazioni sindacali, ad avviare un confronto serio e costruttivo».

Operai costretti a indossare il pannolone: non fanno pausa

lavoranoconpannolini-honduras-tuttacronacaAlcuni operai di una sartoria dell’Honduras, costretti a lavorare anche dieci ore al giorno senza neanche un permesso per andare in bagno, sono obbligati a portere il pannolone durante il turno: questo per essere produttivi al massimo. La denuncia era stata fatta mesi fa, ma non sono stati presi provvedimenti. Il segretario generale della Confederazione dei lavoratori dell’Honduras (CGT) ha indicato che la fabbrica conta circa 4000 dipendenti. E non è il primo caso. Era il maggio 2007 quando un gruppo di cassieri di una catena di supermercati in Cile raccontava di aver usato pannolini usa e getta perché senza permesso di andare alla toilette. La holdin cilena Cencosud , proprietaria degli stores, aveva respinto l’accusa. Un episodio analogo era stato riferito anche da un gruppo di autisti della società si trasporti Transantiago, sempre in Cile, nel 2010.

A mezzogiorno si chiude? Ultimatum degli operai della Metro C di Roma

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“Nel pieno della disperazione” i lavoratori della Metro C annunciano la chiusura dei cantieri utili per la realizzazione della terza linea di metropolitana della Capitale. Sono in questi minuti in corso le ultime trattative per sbloccare la situazione e scongiurare lo stop dei lavori: «Finora non è arrivata alcuna comunicazione – aggiungono i lavoratori -. Dopo le parole di ieri del sindaco Marino ci aspettavamo una buona notizia ma niente. Qui siamo nel pieno della disperazione».

 

Altro che lavoro… in Italia è tornata la schiavitù?

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La crisi è tangibile, ma sembrerebbe che ci sia anche chi, approfittando della mancanza di lavoro, costringe i lavoratori a vere e proprie “condizioni estreme”. Turni di 12 ore al giorno, tutti i giorni e per dormire stanze grandi come sgabuzzini o nel peggiore dei casi su brandine all’aperto. Naturalmente paghe da fame, contratti fasulli e nessun diritto sono pane quotidiano per questi “lavoratori”.  Questa è l’altra faccia del turismo di massa? Questa è l’occasione di guadagno offerta ai giovani (e non giovani) italiani? La “zona d’ombra” è formata da quello staff che ogni anno viene richiesto in Riviera per un lavoro stagionale nel settore alberghiero. A denunciarlo è una ragazza siciliana di 33 anni, Lucia, che è stata cacciata dall’hotel dove lavorava dopo essersi ribellata per aver percepito a fronte di 15 ore di lavoro giornaliero meno di 800 euro di stipendio. Ma la storia di Lucia non è un fatto isolato, sono decine i giovani che hanno trovato la forza di ribellarsi e di chiedere aiuto a sindacati e associazioni (fra queste Rumori sinistri che si occupa di storie come quelle di Lucia). In un clima di assenza istituzionale, dove l’unico incentivo è stato quello di varare un incentivo che discrimina chi studia e favorisce chi non ha un diploma, ci sono i gruppi di volontari che si organizzano in portelli mobili e forniscono assistenza ai lavoratori.

in questo periodo estivo i racconti arrivano dalle località simbolo del turismo a basso budget e servizi standard:  Cesenatico, Rimini, Riccione, Cervia, Milano Marittima. Città che nel tempo hanno fatto del turismo la loro fortuna, uno speciale marchio di fabbrica romagnolo, noto, non solo in Italia, per le vacanze del divertimento a costo contenuto, accessibile a tutti. “Provate a pensare che dietro le facce sorridenti di chi vi accoglie in albergo spesso si nascondono giornate di lavoro massacrante, privo di qualsiasi diritto di base”. Marco ha 35 anni e nella voce un accento che tradisce la sua provenienza lombarda.

A Bellaria è arrivato a marzo, rispondendo a un annuncio di lavoro trovato online per receptionist in un albergo a tre stelle. Si è ritrovato invece a fare il muratore e l’idraulico, per più di 12 ore al giorno, tutta la settimana, senza giorno libero. “Ho ricostruito interi bagni, completamente da solo. Veri e propri lavori edilizi, fisicamente molto pesanti, senza trovare un centesimo in più in busta paga. Ma la cosa peggiore era la pressione psicologica, che viene fatta anche con piccoli gesti. Per esempio, il divieto di mangiare dei pasti normali: noi avevamo diritto solo agli scarti lasciati dai clienti del ristorante”.

Ora Marco, dopo aver raccontato la sua esperienza all’ispettorato del lavoro, è alla ricerca di un altro posto. “Ho visto lavoratori umiliati e impiegati completamente in nero. A volte costretti a dormire su brandine messe fuori in cortile. Ora me ne voglio andare e di sicuro non farò mai più una vacanza in albergo, sapendo che dietro c’è tutto questo”. Con Marco c’è Marta, emiliana di 22 anni arrivata in Riviera fresca di una laurea in Lingue. Anche lei preferisce non mostrarsi: “Da marzo, sono impiegata nella reception di un albergo. Le prime settimane ho lavorato in nero, poi mi hanno fatto un finto contratto di apprendistato, che prevedeva 4 ore al giorno. Ma in realtà lavoro molto di più, almeno 6 o 8 ore al giorno, per tutta la settimana, senza pause”. Sul cellulare una foto della stanza che le hanno dato per dormire. Un tugurio di un metro e mezzo per un metro, con un letto a castello e senza aria condizionata, che divide con un’altra lavoratrice.

“Il lavoro gravemente sfruttato nel turismo ha origini lontanissime, ma oggi il fenomeno è peggiorato, ce ne accorgiamo dalle voci di chi arriva da noi”, spiega Manila Ricci di Rumori sinistri, che giovedì sera, sul lungomare di Rimini, ha organizzato uno sportello mobile per accogliere e informare stagionali alle prese con condizioni di lavoro insostenibili. “Raccogliamo sempre maggiori denunce – aggiunge la Ricci – di violenza fisica e psicologica”. Colpa anche della crisi. “Di certo la povertà ti spinge ad accettare anche condizioni di lavoro pesantissime, in una sorta di ricatto.  Una delle problematiche che ultimamente incontriamo in maniera sempre più frequente è quella legata all’alloggio del lavoratore. E quando parliamo di alloggi non parliamo delle stesse camere riservate ai turisti, ma di spazi angusti ricavate in zone di deposito del materiale alimentare, o scantinati. Un modo per calpestare il diritto alla salute e a vivere in luoghi sani”, conclude.

Si può ancora parlare di lavoro in Italia? Storie di ordinaria follia o drammatica realtà? Forse ai dati Istat che vengono forniti bisognerebbe anche aggiungere le situazioni estreme, ma i numeri non sono in grado di raccontare l’umiliazione e la sottrazione dei diritti… i dati ci raccontano che questi ragazzi sono occupati. Forse è ora di mettere la voce sfruttamento? O schiavitù? Possiamo parlare di ius soli quando non riusciamo a  garantire i diritti ai nostri giovani? Vogliamo mettere in “schiavitù” anche le nuove generazioni degli stranieri? Vogliamo strappare un occasione di futuro anche ai migranti che già hanno un passato di sofferenza relegandoli ai lavori in nero e sottopagati?

Prove anticipate della chiusura dei Fori Imperiali? No, solo manifestazione

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Qualche romano avrà pensato a un’anticipazione della chiusura dei Fori Romani invece stamattina la strada è stata chiusa dopo che gru, camion e betoniere hanno occupato l’arteria che porta dal Colosseo a Piazza Venezia. La protesta iniziata questa mattina alle 7, con i lavoratori della Metro C che già ieri in una lettera avevano annunciato lo stop dei cantieri dal prossimo 9 agosto a causa del mancato pagamento da parte del comune di Roma, in poco tempo ha richiesto la chiusura dei Fori Imperiali e il relativo caos intorno alla zona interessata dalla protesta. I dimostranti hanno puntato il dito contro il Campidoglio:   «Il Comune non paga  e alcuni di noi non prendono lo stipendio da circa 3/4 mesi. Così non si può andare avanti. Nonostante tutto noi abbiamo continuato a lavorare nei cantieri della Metro C». La manifestazione si è poi spostata proprio sotto il Comune dove in centinaia, con caschi gialli e pettorine arancioni, si sono riuniti sotto l’entrata del Palazzo Senatorio per chiedere al Comune di Roma di «onorare il pagamento previsto dal contratto». Una delegazione dei lavoratori è salita in Campidoglio.

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Il sindaco Ignazio Marino al termine dell’incontro di stamani in Comune  con i lavoratori della Metro C ha detto: «Pur comprendendo le difficoltà che il Consorzio Metro C sconta da circa due anni, nella definizione di un contenzioso molto rilevante economicamente e complesso dal punto di vista giuridico, reiteriamo la richiesta – già avanzata ieri – di soprassedere alla decisione di sospendere i lavori fino al 30 settembre 2013. Ci aspettiamo un gesto di responsabilità. Entro tale data, ovvero il 30 Settembre – aggiunge Marino – ci impegniamo a definire la posizione dell’amministrazione di Roma Capitale, e di tutte le altre istituzioni coinvolte, in merito all’accordo transattivo del settembre 2011, mai formalmente sottoscritto da tutti gli enti finanziatori dell’opera».

Niente hamburgers né patatine fritte in sciopero i lavoratori dei fast food

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Paghe troppo basse che non consentono di poter permettersi una famiglia o, a volte, neppure di andare a lavoro in metropolitana, questo spinge i lavoratori delle grandi catene di junk food a iniziare lo sciopero privando i loro abituali consumatori di hamburger e patatine fritte.

”Molti di loro vivono in povertà, non si possono permettere di mantenere una famiglia, o nemmeno di prendere la metropolitana per andare al lavoro”, ha detto Jonathan Westin, direttore della organizzazione “Fast Food Forward”, che ha gia’ raccolto 120.000 firme nell’ambito di una petizione lanciata online per l’aumento delle paghe minime e che ad aprile scorso organizzò il primo sciopero a New York e Chicago. In primavera i lavoratori di Mc Donald’s e di altre catene di fast food, come Taco Bell, insieme ai commessi dei negozi di abbigliamento intimo di “Victoria Secret” avevano incrociato le braccia chiedendo l’aumento.

Il problema dei lavoratori delle grandi catene di fast food è molto sentito in questo periodo in Usa, dopo che lo stesso presidente Barack Obama, aveva richiamato l’attenzione sui salari bassi e aveva lanciato la battaglia. I lavoratori che stanno mettendo in atto gli scioperi in molte grandi città come New York, Chicago, St. Louis, Detroit, Milwaukee, Kansas City, rivendicano un salario minimo a 15 dollari l’ora e il diritto di creare sindacati di settore, senza il rischio di venire licenziati.

Ambasciator non porta pena? Nel Regno Unito lo linciano!

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La Stampa parla del fatto che: “La Commissione Ue ha deciso ieri di portare la Gran Bretagna davanti alla Corte di giustizia europea per applicare un sistema sociale ”discriminatorio” nei confronti dei cittadini Ue non britannici residenti sul suo territorio, privandoli di una serie di benefici a cui avrebbero invece diritto in base alle norme Ue. Londra, che ha da tempo intrapreso una ‘guerra’ contro quello che ha definito ‘turismo del welfare’, non ha, secondo i calcoli di Bruxelles, dato i benefici sociali a 28mila persone tra il 2009 e il 2011.” Nessuna sorpresa: c’è un regolamento approvato all’unanimità da tutti i 27 stati membri dell’Unione europea, quindi va rispettato. Non si possono fare eccezioni e non sarebbe corretto: se un governo non rispetta le regole, danneggiando lavoratori legali e le loro famiglie, bisogna prendere provvedimenti. Tanto più che, qualora siano i suoi cittadini ad andare all’estero, non viene loro negato lo stesso diritto. Ragionamento lineare. Ma il governo britannico si trova anche a che fare con l’Ukip, il partito indipendentista anti Bruxelles, e sono in molti a valutare la possibilità di uscire dall’Europa. L’ondata euroscettica sta dilangando nel Regno Unito, è un dato di fatto, però resta un dato incontrovertibile: 28mila lavoratori apparentemente discriminati. Fatto che ha portato la Commissione europea a prendere posizione. Dopo di che, è stato un portavoce inglese, Jonathan Todd, ex giornalista, ad illustrarla al pubblico inglese. Come riporta Marco Zatterin: “Con coraggio ci ha messo la faccia, è andato davanti alle camere della Bbc a illustrare cosa stava succedendo. Con grande calma. Sapeva a cosa stava andando incontro.” Forse però non s’aspettava che la reazione di tutti gli euroscettici sarebbe stata così violenta: mail e sms gli hanno scagliato addosso tutta l’insoddisfazione, la rabbia, l’odio e la maleducazione vigenti. Il germe della rete, quello che ti fa perdere ogni traccia d’umanità perchè “sei celato da uno schermo” torna a colpire. E, al solito, si mira al bersaglio più facile, il più visibile, quello che non è altro che un portavoce, mentre le decisioni sono state prese altrove. Ecco tre delle mail ricevute, a cui non servono altri commenti.

La prima riporta:

Sir, lei è davvero così fuori dal mondo nella sua torre d’avorio?

Nel nostro paese abbiamo attacchi terroristici, disoccupazione, un sistema previdenziale che crolla, gente che vive in mezzo alla strada, scuole stracolme, anziani che muoiono di freddo…

Lei, come cittadino britannico, deve anteporre gli interessi dei suoi concittadini.

Lei è ovviamente fuori di testa e ha perso il contatto con la gente qualunque.

Quando il Regno Unito deciderà di abbandonare lo stato comunista dell’Europa, la gente come lei non sarà più in grado di decidere come noi nel Regno Unito possiamo vivere. Non sarà mai abbastanza presto..

Lei, signore, è un peso per tutte le libertà per le quali i nostri antenati hanno combattuto.

Io, come altri, sono disgustato dal suo comportamento.

Dovrebbe impiccarsi per la vergogna.

MS XXXXX

Ps. Con le sue stupide azioni, lesi sta piantando gli ultimi chiodi nella bara dell’Ue. Per questo, dovrei ringraziarla.

Una seconda mail rincara la dose:

Trovo oltraggioso assistere a un comportamento così palesemente da traditore di un cosiddetto britannico. Io so che lei non avrà onta delle sue decisioni perché la fedeltà e l’empatia sono estranee al suo distorto modo di ragionare. Ricordi che quando si avvicinerà ai suoi anni del tramonto, che verranno per lei come per tutti noi, e la sua stagione sarà finita, lei sarà ricordato soltanto come un traditore. Si goda la vita che le resta, io spero davvero che lei si ammali.

Le auguro una cattiva salute e una mente disturbata dai tormenti.

Kieron XXXX

(Un patriota che ama il suo paese e la sua gente)

Una terza mail, inoltre riporta:

Sir,

ho appena visto al sua intervista alla BBC sugli attuali problemi fra Ue e Regno Unito sui benefici ai lavoratori stranieri 

Posso darle un consiglio? Quando sei in un buco, è meglio non scavare.

Con degli idioti come lei, l’Ukip sarà al potere dopo le prossime elezioni.

Non ha pensato che nel concedere un’intervista avrebbe causato irritazione ovunque nel paese?

Lei, Sir, è un traditore del suo paese, dovrebbe essere arrestato per tradimento.  

Questo paese è sull’orlo della catastrofe e il crollo economico e tutto che voi pazzi volete fare e dare a tutti il MIO DENARO.  

Se fossimo nella seconda guerra mondiale le sarebbe messo al muro e fucilato per quello che ha fatto.

La prego, Signore, di restare a Bruxelles e non tornare mai nel Regno Unito.

Prima l’Ukip andrà al potere e prima ci porterà fuori dalla fogna puzzolente in cui a lei piace vivere.

yours

A XXXXXX

chelmsford

Gli italiani lavorano 162 giorni per pagare le tasse: parola di Confesercenti

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Arriverà il 12 giugno il “Tax Freedom Day”, ossia il giorno in cui, terminato di pagare le tasse, s’inizia ufficialmente a guadagnare. Un netto peggioramento se si considera che nel 1990 scattava a maggio, come sottolinea la Confesercenti che spiega come sia “impressionante l’avanzata delle tasse locali, frutto del federalismo. Comparando il nostro peso fiscale con gli altri Paesi emerge l’insostenibilità di quello italiano”. Arrivati a questo punto, allora, “l’abbassamento della pressione fiscale è più che mai una priorità”. “Le risorse – ribadisce – vanno trovate tagliando la spesa pubblica. Gli sprechi, le spese inutili, i troppi livelli istituzionali producono uno sperpero enorme di denaro pubblico. Si può cominciare a risparmiare molto con il rigore ed una coraggiosa riforma. È strumentale ogni tentativo di prendere tempo: bisogna cominciare subito per favorire la ripresa”. E’ stato lo stesso Governo a riconoscere questa situazione, come sottolinea uno studio ancora di Confesercenti. Nel recente Documento di economia e finanza si legge infatti che “il nostro è il paese delle tasse, delle troppe tasse. Abbiamo appena segnato il record della pressione fiscale, con il 44% del 2012, e già siamo pronti a superarlo di slancio con l’ulteriore aumento atteso per il 2013 (44,4%). E il futuro, sempre stando alle valutazioni ufficiali, non promette nulla di buono: le previsioni ‘tendenziali’ (quelle che diventeranno realtà se non si farà nulla) ci dicono che la ‘maledizione’ del 44% ci accompagnerà (decimo più, decimo meno) almeno fino al 2017.” Indubbiamente le tasse sono una risorsa per lo Stato, che però dovrebbe contraccambiare con i servizi pubblici, quali legge e ordine pubblico, istruzione, salute e manutenzione delle infrastrutture. Tutti campi in cui in Italia si tende a ricorrere a nuovi tagli. Se ci deve essere quindi una corrispondenza fra tasse e servizi, non si riesce quindi a comprendere la realtà italiana: “al primo posto in Europa nel ‘total tax rate’ (somma delle imposte sul lavoro, sui redditi d’impresa e sui consumi), con un 68,3% che ci vede quasi doppiare i livelli di Spagna e Regno Unito e ci colloca bel oltre quello della Germania (46,8%); ai più alti livelli europei quanto a numero di ore necessarie per adempiere agli obblighi fiscali (269): 2,5 volte il Regno Unito, il doppio dei paesi nordici (Svezia, Olanda e Danimarca) e della Francia, un terzo in più rispetto al Germania; in coda, fra i paesi Ocse, nella graduatoria di efficienza della Pubblica Amministrazione, con un valore (0,4) pari a un quarto di quello misurato per la Germania e il Regno Unito”. Confesercenti sottolinea anche come nella “vorace crescita della tassazione, un ruolo nuovo e certamente non secondario è stato rivestito dalla finanza locale. All’ombra del federalismo, si sono registrate abnormi impennate del prelievo. Per fronteggiarle, il cittadino medio ha dovuto impegnare una quota crescente dei frutti del proprio lavoro. Se nel 1990 le imposte locali assorbivano l’equivalente di meno di 8 giorni di lavoro annuale, nel 2002 l’impegno risultava triplicato e nel 2013 finirà per toccare i 26 giorni: una crescita, insomma, di quasi il 250% in poco più di venti anni”.

Quanto ci odiano i cugini svizzeri? Odio razziale contro gli italiani!

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Elezioni in vista a Lugano  e i partiti affilano le armi per strappare qualche voto in più. Naturalmeente cosa c’è di meglio di una bella battaglia tra i poveri italiani e gli svizzeri più emarginati? Una provocazione che vuole innalzare il grado di intolleranza, una discriminazione razziale a uso e consumo del potere politico. Ma se davvero temono per la disoccupazione degli svizzeri, loro che da anni hanno amministrato Lugano perchè non hanno fatto nulla per arginare il fenomeno? Solo durante le elezioni torna di moda l’italiano transfrontaliero? L’Eldorado elvetico tira le cuoia e vuole attribuire la crisi dell’occupazione al lavoratore straniero costretto a farsi chilometri per andare a lavorare oltre il confine?

“Siamo in mutande”. Dalla Svizzera parte la nuova campagna anti italiana, che fa il paio con quelle già promosse in passato dalla Lega dei Ticinesi e dall’Udc, il partito elvetico di ultradestra. Ed è proprio l’Udc ad aver firmato i nuovi manifesti che ritraggono lavoratori svizzeri di ieri e di oggi, mettendo in luce il peggioramento delle condizioni di vita, dalla sicurezza al futuro per i giovani, passando per il lavoro. Proprio su questo punto l’Udc attacca gli “oltre 8000 lavoratori frontalieri impiegati nel terziario”, quasi a sottolineare che il lavoro nel settore dei servizi dovrebbe essere una prerogativa degli svizzeri, lasciando ai frontalieri italiani le mansioni meno gratificanti.

Dopo la morte del controverso e carismatico leader della Lega dei ticinesi Giuliano Bignasca è facile pensare che l’Udc voglia approfittarne per riprendersi una fetta di quel largo consenso che i leghisti elvetici avevano costruito alle ultime elezioni proprio sugli attacchi ai lavoratori frontalieri italiani, fino a diventare il primo partito del cantone.

“I nostri lavoratori – recita lo slogan pubblicato sotto la foto dello svizzero in mutande – sono messi sotto pressione dagli accordi bilaterali, soprattutto nel settore terziario. Sempre più sostituiti da lavoratori frontalieri, i nostri disoccupati tendono inesorabilmente ad aumentare.  È necessario mettere un freno a questa tendenza. L’iniziativa Udc contro l’immigrazione di massa è la soluzione”.

L’invettiva xenofoba dell’Udc non si ferma sul piano del lavoro, ma continua su quello della sicurezza, attaccando l’accordo di Schengen, colpevole di aver “permesso la libera circolazione dei criminali” e di aver portato quindi una situazione di insicurezza all’interno della confederazione, sottolineando che: “I criminali stranieri devono immediatamente lasciare il nostro Paese”.

Se anche questo è lavoro… accordo in Spagna Marchionne-Rajoy

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La trasferta degli operai italiani a Madrid, nel paese in cui Marchionne scommette sul rilancio del marchio. Un accordo da mezzo miliardo di euro e 1.200 posti di lavoro tra la capitale e Valladolid entro il 2016, come il Lingotto ha garantito al premier spagnolo, Mariano Rajoy. Ma in caso di “riduzione di produttività”, c’è libertà di licenziare. L’ad di Fiat pare aver rotto completamente i rapporti con la politica italiana e ora cerca all’estero il rilancio dell’azienda. Come sempre utilizza i suoi metodi più da ricatto sociale che da imprenditore che voglia davvero avviare uno sviluppo e una progettualità aziendale in Europa. Il baricentro Fiat è spostato negli Usa e si cerca solo manovalanza da sfruttare in Eurozona, in quei paesi in cui la disoccupazione è elevata e la crisi ha messo in ginocchio intere famiglie. Ma anche questo è lavoro o piuttosto una forma di schiavitù mascherata da flessibilità? Chi tutelerà i lavoratori ora che anche i sindacati si sono venduti al potere?

Pause massimo di 90 secondi, lavoratori senza diritti in autogrill

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90 secondi è la pausa massima che si possono concedere i lavoratori di MyChef del turno di notte all’area di servizio dell’autostrada A14, PioppaOvest, alle porte di Bologna. Lo staff è costretto a indossare una cintura elettronica con un microchip, che monitora il loro lavoro. “Non si tratta di un vero e proprio braccialetto elettronico come scrivono, ma di un dispositivo agganciato alla cintura, con un sistema gps integrato. Ce l’hanno solo quelli del turno di notte. Hanno detto loro che serve per garantire la sicurezza, dato che con il taglio del personale qui sono rimasti solo in due a lavorare dopo mezzanotte” è quanto dichiara un dipendente. Ma c’è anche chi ipotizza che ”Se non ti senti bene e non ti muovi, vengono a soccorrerti”. La maggior parte invece ritiene che sia un monitoraggio sul lavoro, vedere quanto si produce nel turno di notte e chi si permette pause molto lunghe a causa della diminuzione dei clienti e non si cura magari di riempire gli scaffali o pulire i banconi del bar. Insomma un vero e proprio campanello d’allarme che indichi al datore di lavoro il rendimento effettivo dell’impiegato!

Sui cassintegrati le banche ci guadagnano!

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Più cassintegrati ci sono, più le banche guadagnano. Quanto? Difficile dirlo con precisione perché ogni istituto di credito fissa il proprio tasso d’interesse sugli anticipi concessi ai cassintegrati e garantiti dal denaro degli ammortizzatori sociali che lo Stato tarda a versare ai lavoratori. Nel caso di banca Intesa, ad esempio, la cosiddetta ”anticipazione sociale” costa 35 euro su un importo prestato di 1.500 euro per una durata di sette mesi ad un tasso annuale effettivo globale del 4,03 per cento. Per Mps, invece, il riferimento sul tasso è l’Euribor a tre mesi, che naviga attorno allo 0,30%, ma nella realtà poi il saggio applicato si decide al momento dell’istruttoria della pratica. In Unicredit, invece, in filiale, non si riesce a spuntare nemmeno un foglietto illustrativo del prodotto ”anticipazione sociale”. In ogni caso una cosa è certa: se si è in assenza di fido, allora scattano interessi che possono variare fra il 14 e il 22 per cento a seconda dell’istituto di credito. Per fortuna che l’anticipazione, come spiega il dettaglio informativo alla clientela di Intesa, prevede l’apertura di ”conto corrente e un’apertura di credito” per sostenere il lavoratore ”in Cassa integrazione guadagni straordinaria o in Cassa integrazione Straordinaria Guadagni in Deroga quale anticipo delle somme che l’Inps verserà a titolo di integrazione salariale straordinaria”.

Un prodotto bancario, insomma, studiato nei dettagli cogliendo l’opportunità dei ritardi di pagamento dello Stato. Del resto la vicenda dell’anticipazione sociale è storia vecchia. Dell’accordo fra l’Associazione bancaria Italiana, Confindustria e i sindacati sulla questione c’è già traccia nel 2009 quando le parti, ”alla luce della situazione economica in atto nel Paese” ritengono ”opportuna la convergenza delle azioni ed il rafforzamento della collaborazione tra gli attori sociali” per dare una mano ai lavoratori ”in attesa del pagamento diretto da parte dell’Inps”. Da allora l’intesa è stata periodicamente rinnovata. E “le banche coinvolte anticipano, per un massimo di sette mesi, un’indennità non superiore ai 900 euro mensili”, come spiega una nota dell’Abi che ha rinnovato fino al 2013 l’intesa siglata con Confindustria e i sindacati.

Del resto i lavoratori spesso non possono permettersi lunghi tempi di pagamento come i quattro mesi di coda provocati dal ministro del Welfare uscente, Elsa Fornero, con i ritardi nel via libera, appena arrivato, alla copertura di 200 milioni per i versamenti 2012 e 2013 della Cassa in deroga (cifra, tra l’altro, secondo i sindacati, inferiore ai 380 milioni necessari). Senza contare che le attese possono anche essere più lunghe: ”Per la cassa straordinaria i tempi di erogazione possono arrivare anche a sei mesi perché tutto è centralizzato – spiegano dall’Osservatorio della Cisl su cassa integrazione e politiche del lavoro – Per quella in deroga, invece, le tempistiche possono variare da regione a regione a seconda della procedura burocratica decisa dall’ente”. Accade così che Regioni come la Calabria lascino a secco i cassintegrati anche per sei mesi, con le tensioni sociali che ne derivano.

E così, l’anticipazione sociale, nata a supporto dei lavoratori, si sta trasformando in un piccolo business bancario.

Depressione sul lavoro!

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Un’europarlamentare irlandese ha sollevato il caso della depressione da lavoro! Pare che in questo periodo di crisi a stare male non sono solo i disoccupati, ma anche gli occupati. I dati sono impressionanti. Sembra che questi lavoratori depressi siano circa  33 milioni di cittadini comunitari e che gravino sulle casse pubbliche per circa 110 miliardi l’anno. I lavoratori affetti da depressione sono quindi un problema grave che va affrontato alla stregua dei disoccupati. All’origine del fenomeno ci sarebbero condizioni lavorative estenuanti. Infatti, sul lavoro si registra più pressione, più carico , più concorrenza, più instabilità. Questi fattori hanno compotato 36 mila  giorni di lavoro persi per accertata depressione del lavoratore. Come curare i lavoratori? Secondo la parlamentare irlandese che ha sollevato il problema, Marian Harkin, le legislazioni nazionali dovrebbero occuparsi di prevenzione, screening e diagnosi della depressione. In definitiva il sistema è al collasso chi è disoccupato è sull’orlo di una crisi di nervi e chi è occupato è in depressione… A quando l’estinzione del genere umano?

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