Le aziende in crisi sfilano a Roma: “la marcia dei 30mila”

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Dopo la marcia dei 40mila della Confidustria arriva quella dei 30mila nella Capitale che si prepara ad accogliere gli artigiani e commercianti di Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani. La sede scelta è il Cinema Capranica al centro di Roma a pochi passi da  Montecitorio. La manifestazione che alle 12 si sposterà in Piazza del Popolo ha per slogan “Senza l’impresa non c’è Italia. Riprendiamoci il futuro”. Organizzata come protesta contro il governo Letta, gli imprenditori hanno deciso di scendere in Piazza anche con un nuovo premier, per cercare di portare avanti quelli che da sempre sono i vincoli ceh impediscono la ripresa. Il presidente dell’Associazione artigiani Angelo Carrara ha dichiarato all’Eco di Bergamo: 

“La sburocratizzazione del Paese; poi bisogna dare un taglio netto a sprechi e sperperi che assorbono tante risorse e cancellare il finanziamento dei partiti; e quindi – ma è ovvio che non può essere un processo rapido – si dovranno abbassare le tasse. Al nuovo governo noi chiediamo un gesto importante: un segnale di fiducia dall’alto che consenta di ripartire con una visione strategica del futuro”.

Roma sull’orlo del fallimento? 10mila negozi chiusi!

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Forse la risposta a quella frase oggi contestata sui network di Marisela Federici  “Lavorassero un po’ di più questi che si lamentano tanto. Che si mettessero a lavorare”, arriva dai dati di Roma della Confesercenti.

“Oltre diecimila, stando ai conti della Confesercenti, sono i locali commerciali sfitti o invenduti a Roma, che mostrano senza esitazioni l’annoso danno derivato principalmente dalla crisi economica e dal crollo dei consumi. A questi si sono aggiunti dallo scorso febbraio – quando l’associazione contava già 845 attività commerciali in meno – altri 655 fallimenti, per un totale di 1.500 negozi chiusi rispetto ad agosto 2012. E non c’è distinzione tra centro e periferia”.

Nelle strade intorno a Piazza Farnese accade allora che i proprietari dei negozi li affittino a chi vuole dormirci.

E se orafi, corniciai e falegnami scompaiono, insieme a tante altre figure dell’artigianato, aumentano i numeri di bar e ristoranti:

“Persino i centri commerciali accusano il colpo, mentre le uniche attività che sembrano tener lontano la crisi sono i bar e i ristoranti. Sempre secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato, in nove anni gli esercizi di ristoro solo nel cuore della Capitale sono passati dai 48 del 2003 ai 153 del 2012. Bar e ristoranti gestiti sì, da italiani, ma che appartengono sempre più a stranieri, «Cinesi per lo più», osserva la Fipe-Confcommercio”.

Valter Giammaria, a capo della Confesercenti, spiega che tra le cause di questo andamento vi è “troppo fisco”:

“Quest’andamento è senz’altro destinato ad aumentare. Da una parte cambiano le abitudini dei romani, dall’altra, a causa anche dell’enorme imposizione fiscale, molti commercianti sono costretti a chiudere perché non riescono a pagare affitti di locazione, tasse e Imu”

In questa situazione dove è possibile trovare lavoro?

Anziana immobilizzata a letto sbranata da due cani: in manette la figlia

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Era immobilizzata a letto a causa di gravi patologie l’83enne Lidia Bider, morta sbranata dai cani, un rottweiler e un dalmata di razza spagnola, che “condividevano” la stanza con lei. E’ accaduto nella casa-canile di Carisio, nel Vercellese, dove la figlia e il compagno, ora arrestati dai carabinieri per maltrattamenti e abbandono di persona incapace, custodivano un centinaio di animali. A causare la tragedia, la grave situazione di abbandono e degrado in cui l’anziana era costretta a vivere. I due cani che hanno ucciso la donna, nella cui stanza venivano custoditi, venivano tenuti in pessime condizioni, così come gli altri animali, un centinaio in tutto. Assieme ai militare dell’Arma, sul posto sono intervenuti i medici del servizio veterinario dell’Asl di Vercelli e il sindaco di Carisio, Claudio Costanzo. Il magistrato ha disposto l’autopsia della vittima.

Edilizia, commercio e turismo in ginocchio

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L’associazione dei costruttori Ance ha sottolineato che, per le costruzioni, “il 2012 è stato l’anno peggiore” e “la recessione è stata la più lunga nella storia del Paese”. Un rapporto fa notare che, dall’inizio della crisi, i posti di lavoro persi sono 446mila, che salgono a 669mila con i settori collegati, mentre sono 11.177 le imprese fallite. Il rapporto spiega inoltre che gli investimenti non sono mai stati così bassi e ora, nel 2013, si rileva un calo complessivo del 29%, mentre le imprese delle costruzioni che da inizio crisi hanno chiuso i battenti rappresentano il 23% dei fallimenti registrati in tutti i settori economici. Ma se “muore l’edilizia, muore la filiera” e infatti, nel 2012, le consegne di cemento sono diminuite del 22,6% ed il fatturato del legno del 19%. E i pronostici sono anche peggiori, visto che, in assenza di politiche per il settore, si parla del “tramonto dell’intero tessuto industriale dell’edilizia” nel 2014. Per il 2013 ci si aspetta un ulteriore calo degli investimenti pari al 5,6%, nonostante l’effetto positivo degli interventi del governo su incentivi fiscali e debiti della P.a. Riguardo il 2014, invece, due sono gli scenari possibili: senza politiche per il settore gli investimenti continueranno a calare del 4,3%, e vorrà dire che in sette anni le costruzioni avranno perso investimenti per 59,3 miliardi, il 32,1%. Quello che l’associazione dei costruttori auspica, al contrario, è che vengano attuate proposte che riguardano: revisione Imu, messa a regime degli incentivi fiscali per ristrutturazioni e ecobonus, riattivazione del circuito del credito. In questo caso, gli investimenti potrebbero tornare a crescere, dell’1,6%. L’Ance sostiene quindi che sia possibile mettere in campo una “manovra di rilancio” nei prossimi 5 anni senza sforare il limite del 3% di deficit e riducendo addirittura il rapporto debito/Pil”. Al riguardo, valutano che, spendendo 5 miliardi in infrastrutture nel 2014, aumenterebbe il Pil dello 0,33% e produrrebbe 44.500 posti di lavoro.
Ma un grido d’allarme lo lancia anche Confesercenti, che dichiara ci siano “134 negozi chiusi al giorno”, tra commercio e turismo e che mancano all’appello “224.000 titolari e tantissimi collaboratori”. Il presidente Confesercenti, Marco Venturi ha spiegato che si tratta di “Un’ecatombe: ogni giorno chiudono 5 negozi di ortofrutta, 4 macellerie, 42 di abbigliamento, 43 ristoranti, 40 pubblici esercizi”. Ha quindi sottolineato: “No all’aumento dell’Iva e no alla Tares”

Saldi prima del 6 luglio, il divieto è superato con un sms?

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La crisi si fa sentire e soprattutto in alcuni settori commerciali che sono stati messi a dura prova si cerca di vendere con ogni mezzo. Dopo che dall’8 giugno è scaduta la deroga che permetteva ai commercianti di iniziare le offerte nel mese che precede il vero periodo di saldi, il settore si organizza e alcuni sembrerebbe che abbiano deciso di superare il divieto attraverso un sms. E’ bandita la parola SALDI e sostituita da “VENDITE PRIVATE” per i clienti.

Eppure lo stop alla deroga era stato deciso dalle associazioni di categoria che rappresentano i commercianti che avevano optato per avere un unico periodo in cui offrire la merce in saldo piuttosto che avere una deregulation. Lo stesso Giancarlo Morghen, direttore di Confesercenti Lombardia, ha affermato che “i commercianti che non vogliono la deregulation e nemmeno fare regali alla grande distribuzione sono in aumento. Il motivo? Non sono stupidi: hanno capito che i saldi, il 40 per cento del fatturato annuo, hanno ancora un grande potere evocativo. Se li contaminiamo con altre offerte, si perde tutta la loro forza”.

Perchè quindi inviare sms in un periodo in cui i saldi sono ancora vietati e fare “una vendita privata”?

Un’indicazione viene dal numero uno di Federdistribuzione Giovanni Cobolli Gigli, boccia la decisione: “La situazione è disastrosa, i magazzini sono pieni di merce. Avevamo bisogno di una spinta e cosa fanno? Bloccano le promozioni. Con il risultato che aumentano i furbi a danno dei consumatori, divisi tra la serie A, informata da email e sms sulle offerte nascoste, e la serie B. Atteggiamento miope. E pasticcio lombardo. È arrivato il momento di rivedere le regole. In tutta Italia”.

Poi, a ben vedere, basta andare in internet, dove ogni giorno si può usufruire di migliaia di offerte… Che senso a quindi continuare a vietarle se poi basta un sms che ci ricorda: “Gentile cliente, la informiamo che a partire dal 20 giugno nella nostra boutique si terrà una vendita privata con uno sconto speciale sulle nostre collezioni. La aspettiamo”.

Forse la deregulation è già iniziata, bisogna solo prenderne atto?

Gli italiani lavorano 162 giorni per pagare le tasse: parola di Confesercenti

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Arriverà il 12 giugno il “Tax Freedom Day”, ossia il giorno in cui, terminato di pagare le tasse, s’inizia ufficialmente a guadagnare. Un netto peggioramento se si considera che nel 1990 scattava a maggio, come sottolinea la Confesercenti che spiega come sia “impressionante l’avanzata delle tasse locali, frutto del federalismo. Comparando il nostro peso fiscale con gli altri Paesi emerge l’insostenibilità di quello italiano”. Arrivati a questo punto, allora, “l’abbassamento della pressione fiscale è più che mai una priorità”. “Le risorse – ribadisce – vanno trovate tagliando la spesa pubblica. Gli sprechi, le spese inutili, i troppi livelli istituzionali producono uno sperpero enorme di denaro pubblico. Si può cominciare a risparmiare molto con il rigore ed una coraggiosa riforma. È strumentale ogni tentativo di prendere tempo: bisogna cominciare subito per favorire la ripresa”. E’ stato lo stesso Governo a riconoscere questa situazione, come sottolinea uno studio ancora di Confesercenti. Nel recente Documento di economia e finanza si legge infatti che “il nostro è il paese delle tasse, delle troppe tasse. Abbiamo appena segnato il record della pressione fiscale, con il 44% del 2012, e già siamo pronti a superarlo di slancio con l’ulteriore aumento atteso per il 2013 (44,4%). E il futuro, sempre stando alle valutazioni ufficiali, non promette nulla di buono: le previsioni ‘tendenziali’ (quelle che diventeranno realtà se non si farà nulla) ci dicono che la ‘maledizione’ del 44% ci accompagnerà (decimo più, decimo meno) almeno fino al 2017.” Indubbiamente le tasse sono una risorsa per lo Stato, che però dovrebbe contraccambiare con i servizi pubblici, quali legge e ordine pubblico, istruzione, salute e manutenzione delle infrastrutture. Tutti campi in cui in Italia si tende a ricorrere a nuovi tagli. Se ci deve essere quindi una corrispondenza fra tasse e servizi, non si riesce quindi a comprendere la realtà italiana: “al primo posto in Europa nel ‘total tax rate’ (somma delle imposte sul lavoro, sui redditi d’impresa e sui consumi), con un 68,3% che ci vede quasi doppiare i livelli di Spagna e Regno Unito e ci colloca bel oltre quello della Germania (46,8%); ai più alti livelli europei quanto a numero di ore necessarie per adempiere agli obblighi fiscali (269): 2,5 volte il Regno Unito, il doppio dei paesi nordici (Svezia, Olanda e Danimarca) e della Francia, un terzo in più rispetto al Germania; in coda, fra i paesi Ocse, nella graduatoria di efficienza della Pubblica Amministrazione, con un valore (0,4) pari a un quarto di quello misurato per la Germania e il Regno Unito”. Confesercenti sottolinea anche come nella “vorace crescita della tassazione, un ruolo nuovo e certamente non secondario è stato rivestito dalla finanza locale. All’ombra del federalismo, si sono registrate abnormi impennate del prelievo. Per fronteggiarle, il cittadino medio ha dovuto impegnare una quota crescente dei frutti del proprio lavoro. Se nel 1990 le imposte locali assorbivano l’equivalente di meno di 8 giorni di lavoro annuale, nel 2002 l’impegno risultava triplicato e nel 2013 finirà per toccare i 26 giorni: una crescita, insomma, di quasi il 250% in poco più di venti anni”.

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