Grana per la Gran Bretagna: i discendenti degli schiavi chiedono il risarcimento

schiavitù-tuttacronacaE’ il Sunday Telegraph e riportare la notizia che una coalizione di Stati dei Caraibi, che annovera anche la Giamaica, sta iniziando una campagna e una battaglia legale contro la Gran Bretagna allo scopo di chiedere indennizzi per la tratta degli schiavi condotta fino al 1833 nell’Oceano Atlantico. La coalizione è pronta ad andare in tribunale e si è affidata allo studio legale di Londra Leigh Day. Il giornale spiega che lo studio, che ha già ottenuto dal governo del Regno Unito 20 milioni di sterline per i kenyani torturati dai britannici nella ribellione Mau Mau degli anni ’50,  stilerà nel mese di febbraio una prima lista di richieste, fra cui risarcimenti miliardari e una dichiarazione di scuse ufficiali, non solo al Regno Unito, ma anche a Francia e Olanda, altri due Paesi europei coinvolti nella tratta. Verene Shepherd, a capo del comitato giamaicano per le riparazioni, ha riferito: “I colonizzatori britannici hanno deturpato i Caraibi”. E ha aggiunto: “I loro discendenti devono ora pagare per quei danni”.

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“Bella esperienza vivere nel terrore, vero? …

schiavitù-tuttacronaca… In questo consiste essere uno schiavo.”

-Roy Batty- (Rutger Hauer, Blade Runner)

Schiava per 30 anni, Londra è sotto shock

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E’ stata segregata in casa per 30 anni. Solo oggi la donna è stata liberata da una coppia di 67enni che la teneva in stato di schiavitù impedendole ogni contatto col mondo esterno. La donna non sarebbe stata l’unica: in tutto le ‘schiave’, secondo quanto riporta il Mirror, sarebbero tre, una 69enne malese, una 57enne irlandese e una ragazza di 30 anni britannica.

 

L’Europa è ancora civile? Shock nel rapporto Crim

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Possiamo ancora definirci paesi civili in Europa? Leggendo il rapporto Crim,  l’organizzazione del Parlamento europeo per la lotta al crimine organizzato, alla corruzione ed al riciclaggio di denaro, qualche dubbio viene.

Traffico di esseri umani, Cybercrime, 3600 organizzazioni criminali e 880mila persone ridotte in schiavitù, questi sono solo alcuni dei dati allarmanti contenuti nel rapporto che l’organizzazione  sottoporrà al voto dell’Assemblea di Strasburgo. Nel rapporto viene anche monetizzato il guadagno di queste operazioni criminali e solo per il traffico di esseri umani c’è un utile superiore a 25 miliardi di euro all’anno, mentre si aggirerebbe tra i 18 e i 26 miliardi di euro il traffico di organi umani e di animali esotici.

Ma il dato più allarmante però è quello rilevante è quello relativo al Cybercrime con ben 290 miliardi di euro. E nel rapporto si denuncia che la crescente corruzione costituisce una “seria minaccia”, poiche’ solo nel settore pubblico sono stati registrati 20 milioni di casi, per un danno complessivo di 120 miliardi di euro all’anno.

Lo scandalo della schiavitù che ruota intorno a Qatar 2022

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Lo riporta un dettagliato report del Guardian che denuncia le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti gli operai nepalesi impegnati nella costruzione e nell’ampliamento delle  infrastrutture per i lavori di preparazione al Mondiale del 2022 in Qatar. Gli immigrati nepalesi sarebbero stati ridotti in schiavitù e in regime di clandestinità. Lavorerebbero con il passaporto confiscato e senza stipendio per paura che possano scappare. Spesso, sempre secondo il report sarebbero lasciati senz’acqua in pieno deserto a 50 gradi all’ombra.

Sono già 44 operai poco più che ventenni a essere morti tra il 4 giugno e l’8 agosto per problemi cardiaci e infortuni sul lavoro. I dati sarebbero stati forniti  dall’ambasciata nepalese di Doha dove si sono rifugiati almeno una trentina di immigrati che non vogliono finire come i loro connazionali. Un nepalese, che naturalmente ha chiesto l’anonimato, avrebbe anche affermato:

“Vorremmo andarcene, ma la società per la quale lavoriamo – cioè la Lusail Real Estate Company – non ce lo permette e se scappassimo, diventeremmo dei clandestini e la polizia potrebbe beccarci e rispedirci a casa in qualunque momento”. Un altro operaio, il 27enne Ram Kumar Mahara ha invece raccontato di essere costetto a lavorare a stomaco vuoto per 24 ore e a dormire in 12 in una stanza “quando mi sono lamentato, – ha detto sempre Mahara – il mio capo mi ha aggredito e mi ha buttato fuori dal campo, rifiutandosi di pagarmi, e ho dovuto supplicare gli altri operai di darmi un po’ di cibo”.

Il Comitato organizzativo del Mondiale dice di essere “profondamente preoccupato per le accuse che sono state mosse” e annuncia che le autorità governative “stanno già conducendo un’indagine al riguardo”, la compagnia nel mirino dell’inchiesta scarica la responsabilità su appaltatori e subappaltatori, sostenendo che prenderà “le accuse molto seriamente” e che adotterà “tutte le misure necessarie per punire coloro che verranno riconosciuti colpevoli di aver infranto la legge o i contratti di lavoro”.

Intanto in Brasile, si propone di far diventare prigione uno stadio dopo il Mondiale!

Altro che lavoro… in Italia è tornata la schiavitù?

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La crisi è tangibile, ma sembrerebbe che ci sia anche chi, approfittando della mancanza di lavoro, costringe i lavoratori a vere e proprie “condizioni estreme”. Turni di 12 ore al giorno, tutti i giorni e per dormire stanze grandi come sgabuzzini o nel peggiore dei casi su brandine all’aperto. Naturalmente paghe da fame, contratti fasulli e nessun diritto sono pane quotidiano per questi “lavoratori”.  Questa è l’altra faccia del turismo di massa? Questa è l’occasione di guadagno offerta ai giovani (e non giovani) italiani? La “zona d’ombra” è formata da quello staff che ogni anno viene richiesto in Riviera per un lavoro stagionale nel settore alberghiero. A denunciarlo è una ragazza siciliana di 33 anni, Lucia, che è stata cacciata dall’hotel dove lavorava dopo essersi ribellata per aver percepito a fronte di 15 ore di lavoro giornaliero meno di 800 euro di stipendio. Ma la storia di Lucia non è un fatto isolato, sono decine i giovani che hanno trovato la forza di ribellarsi e di chiedere aiuto a sindacati e associazioni (fra queste Rumori sinistri che si occupa di storie come quelle di Lucia). In un clima di assenza istituzionale, dove l’unico incentivo è stato quello di varare un incentivo che discrimina chi studia e favorisce chi non ha un diploma, ci sono i gruppi di volontari che si organizzano in portelli mobili e forniscono assistenza ai lavoratori.

in questo periodo estivo i racconti arrivano dalle località simbolo del turismo a basso budget e servizi standard:  Cesenatico, Rimini, Riccione, Cervia, Milano Marittima. Città che nel tempo hanno fatto del turismo la loro fortuna, uno speciale marchio di fabbrica romagnolo, noto, non solo in Italia, per le vacanze del divertimento a costo contenuto, accessibile a tutti. “Provate a pensare che dietro le facce sorridenti di chi vi accoglie in albergo spesso si nascondono giornate di lavoro massacrante, privo di qualsiasi diritto di base”. Marco ha 35 anni e nella voce un accento che tradisce la sua provenienza lombarda.

A Bellaria è arrivato a marzo, rispondendo a un annuncio di lavoro trovato online per receptionist in un albergo a tre stelle. Si è ritrovato invece a fare il muratore e l’idraulico, per più di 12 ore al giorno, tutta la settimana, senza giorno libero. “Ho ricostruito interi bagni, completamente da solo. Veri e propri lavori edilizi, fisicamente molto pesanti, senza trovare un centesimo in più in busta paga. Ma la cosa peggiore era la pressione psicologica, che viene fatta anche con piccoli gesti. Per esempio, il divieto di mangiare dei pasti normali: noi avevamo diritto solo agli scarti lasciati dai clienti del ristorante”.

Ora Marco, dopo aver raccontato la sua esperienza all’ispettorato del lavoro, è alla ricerca di un altro posto. “Ho visto lavoratori umiliati e impiegati completamente in nero. A volte costretti a dormire su brandine messe fuori in cortile. Ora me ne voglio andare e di sicuro non farò mai più una vacanza in albergo, sapendo che dietro c’è tutto questo”. Con Marco c’è Marta, emiliana di 22 anni arrivata in Riviera fresca di una laurea in Lingue. Anche lei preferisce non mostrarsi: “Da marzo, sono impiegata nella reception di un albergo. Le prime settimane ho lavorato in nero, poi mi hanno fatto un finto contratto di apprendistato, che prevedeva 4 ore al giorno. Ma in realtà lavoro molto di più, almeno 6 o 8 ore al giorno, per tutta la settimana, senza pause”. Sul cellulare una foto della stanza che le hanno dato per dormire. Un tugurio di un metro e mezzo per un metro, con un letto a castello e senza aria condizionata, che divide con un’altra lavoratrice.

“Il lavoro gravemente sfruttato nel turismo ha origini lontanissime, ma oggi il fenomeno è peggiorato, ce ne accorgiamo dalle voci di chi arriva da noi”, spiega Manila Ricci di Rumori sinistri, che giovedì sera, sul lungomare di Rimini, ha organizzato uno sportello mobile per accogliere e informare stagionali alle prese con condizioni di lavoro insostenibili. “Raccogliamo sempre maggiori denunce – aggiunge la Ricci – di violenza fisica e psicologica”. Colpa anche della crisi. “Di certo la povertà ti spinge ad accettare anche condizioni di lavoro pesantissime, in una sorta di ricatto.  Una delle problematiche che ultimamente incontriamo in maniera sempre più frequente è quella legata all’alloggio del lavoratore. E quando parliamo di alloggi non parliamo delle stesse camere riservate ai turisti, ma di spazi angusti ricavate in zone di deposito del materiale alimentare, o scantinati. Un modo per calpestare il diritto alla salute e a vivere in luoghi sani”, conclude.

Si può ancora parlare di lavoro in Italia? Storie di ordinaria follia o drammatica realtà? Forse ai dati Istat che vengono forniti bisognerebbe anche aggiungere le situazioni estreme, ma i numeri non sono in grado di raccontare l’umiliazione e la sottrazione dei diritti… i dati ci raccontano che questi ragazzi sono occupati. Forse è ora di mettere la voce sfruttamento? O schiavitù? Possiamo parlare di ius soli quando non riusciamo a  garantire i diritti ai nostri giovani? Vogliamo mettere in “schiavitù” anche le nuove generazioni degli stranieri? Vogliamo strappare un occasione di futuro anche ai migranti che già hanno un passato di sofferenza relegandoli ai lavori in nero e sottopagati?

Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile

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Stando alle stime dell’Onu, sono 57 milioni i bambini che non vanno a scuola e, tra questi, moltissimi lavorano per una paga misera quando non vivono in condizioni di schiavitù. L’Organizzazione internazionale del Lavoro parla si 15.5 milioni di bambine utilizzate per il lavoro domestico, che fanno le sguattere in famiglie che spesso le maltrattano all’insaputa dei famigliari. Terres des Hommes parla di 4mila bambine-schiave, di un’età comprese tra i 6 e i 13 anni, nella sola regione di Cusco. Provengono dalle campagne e sono nate in famiglie che sperano di ricavare un reddito mandandole in città a fare le domestiche. Ma così facendo le bimbe, spesso, smettono di avere contatti con i genitori e smarriscono per sempre la propria identità, il loro cognome, il legame con il villaggio di origine. Ci sono centri in cui si ascoltano le storie di queste ragazze, come nel Yanapanakusun, a Cusco: “La loro dignità viene continuamente umiliata, con maltrattamenti, vessazioni e privazione di cibo. Non sono rari gli episodi di violenza e abusi, anche sessuale, ma le bambine e le ragazze che lavorano come domestiche sono quasi sempreinvisibili alla società, in quanto confinate nelle case, spesso senza più alcun contatto con la famiglia d’origine”. L’associazione che lo gestisce spiega che, da loro, possono frequentare una scuola serale e contribuiscono a sensibilizzare le famiglie delle zone rurali affinché non cedano alla tentazione di impiegare le loro figlie come domestiche. Anche Papa Francesco, oggi, ha lanciato un appello contro il “deprecabile fenomeno in costante aumento specialmente nei Paesi poveri” e ha auspicato ”vivamente” ”provvedimenti ancor piu’ efficaci” della comunita’ internazionale. ”Tutti i bambini devono poter giocare, studiare, pregare e crescere nelle proprie famiglie, e questo in un contesto armonico, di amore e serenita”’, ha aggiunto. ”Questa gente invece di farli giocare li fa schiavi, e’ una piaga questa”, ha detto ancora il Pontefice, secondo il quale per i bambini crescere serenamente ”e’ un loro diritto e un nostro dovere”. ”Guai a chi soffoca in loro lo slancio gioioso della speranza!”, ha concluso.

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Gli indios brasiliani rivogliono la loro terra: Occupy Mato Grosso

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E’ la volta di “Occupy Mato Grosso”: i popoli originari del Brasile rivendicano la terra che era stata dei loro antenati con archi e frecce. Centinaio di indios brasiliani, tutti di etnia Terena hanno occupato la “Esperança”, un’enorme fazenda di 12mila ettari ad Aquitana, nello stato del Mato Grosso, proprietà di un politico locale. La zona occupata, non lontana dai confini di Bolivia e Paraguay, in pieno Pantanal, è una delle più grandi produttrici di soia dell’intero Brasile e da sempre i nativi hanno stabilito un forte legame. Motivo per il quale in questi ultimi giorni le tensioni sono davvero forti.  Ma “Esperança” non è la prima fazenda ad essere stata occupata, la settimana scorsa, infatti, era stata presa di mira, nella stessa regione,  un’altra fazenda a Sidrolândia. In quell’occasione, difendendosi salle accuse affermando di essere stati aggrediti con archi e frecce, durante gli scontri i poliziotti hanno ucciso uno dei manifestanti e feriti altri otto nel tentativo di disperdere gli “occupanti”. Per quel che riguarda la Fazenda Esperança “la situazione continua a rimanere tesa”, spiega Moraes, portavoce della Polizia stessa. Secondo il Cimi, il Consiglio indigenista missionario, uno studio della Fondazione nazionale dell’Indio (Funai) avrebbe dimostrato e riconosciuto che 33 mila ettari di tutta questa regione sono “terra indigena tradizionale”, aggiungendo che sarebbe imminente l’ampliamento della riserva Taunay/Ipeg in grado di accogliere circa seimila indios.  occupy-mato-grosso

Quella macchia nella storia brasiliana che tutti vogliono coprire

 

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The Guardian si occupa di quello che i giornali brasiliani si ostinano a ignorare: il Rapporto Figueiredo, che la stessa Commissione per la Verità brasiliana, relativa ai tempi della dittatura, ha definito “uno dei documenti più importanti prodotti dal governo brasiliano nell’ultimo secolo”.. Creduto perduto in un incendio, è rimasto celato per quasi 40 anni ma ora è riemerso da quel passato così oscuro. E’ stato l’avvocato per i diritti umani Marcelo Zelic a scovarlo, nel Museo Indiano di Rio de Janeiro e ne ha scorse le 7mila pagine in cui sono segnati i nomi e numeri dello sterminio delle popolazioni indigene per opera delle dittuature e degli interessi economici. Una testimonianza unica sull’attività criminale dell’agenzia governativa SPI, oggi FUNAI, all’epoca strumento di spietata repressione di quelle stesse popolazioni che, teoricamente, avrebbe dovuto tutelare e proteggere. Lo si trova dichiarato nel documento: c’era “una favolosa eredità indiana ed è ben gestita. Non hanno bisogno di un centesimo d’assistenza governativa per vivere ricchi e in salute nelle loro vaste proprietà”. Peccato che quelle stesse terre siano state strappate loro. Ma tra le pagine si spiega anche come avvenne lo sterminio: parla di torture, violenza, schiavitù, diffusione di vaiolo e zucchero mescolata a stricnina. E se ancora non era risolutivo, restava il bombardamento dei villaggi per mezzo della dinamite. La filiale locale di Survival International, che si occupa della protezione dei nativi, trae la sua origine proprio da questo rapporto: contiene i nomi e i crimini, ma ancora si attende venga fatta giustizia.

Gli schiavi nati nel proprio mondo…

…che non si domandano nulla, inconsapevoli dell’approvazione, da parte della propria generazione, di un atteggiamento alla “è così che va il mondo”, derubati di una cultura della penna, nati in una penna che perde l’inchiostro, ma che si ricarica con la razzia dei beni effimeri e la preghiera per il superfluo attraverso la fede dettata dai signori feudali. “Prendere o lasciare”, “mangia questa minestra o salta dalla finestra”, “ti ho messo al mondo e dal mondo posso toglierti”, “sarò io a giudicare”. Nessun istinto di fuga, solo un gran trascinarsi gli uni sugli altri dentro una sovrappopolata cisterna, stesi nell’attesa di mangiare più di quel che occorre, e desiderosi di averne di più perché non si sa mai se risuccederà. Procreare, mangiare, aspettare, lamentarsi, pregare.

From “Diaries” by Kurt Cobain
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148 anni ma finalmente… STOP alla SCHIAVITU’!

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Sono serviti 148 anni, ma finalmente anche il Mississippi mette al bando la schiavitu’: secondo quanto riportato dai media statunitensi, ancora non era successo a causa di una svista storica. Fino al 7 febbraio 2013, lo stato del Sud non aveva mai presentato la documentazione necessaria per ratificare il Tredicesimo emendamento della Costituzione americana che fu adottato nel 1865 appunto per abolire la schiavitu’.

CLAMOROSO BLOOPERS PER SPIELBERG E IL SUO LINCOLN!

Steven Spielberg non conosce la storia e sbaglia. Nel film Lincoln, nominato a 12 premi Oscar, viene enunciato che i parlamentari del Connecticut, ben 150 anni fa, si opposero all’abolizione della schiavitù. Nella realtà invece votarono a favore del celebre 13/o emendamento che abolì la schiavitù.

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Lasciarono morire un operaio sotto al sole, condannati imprenditori agricoli

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