Nel 2017 mancheranno 13,721 miliardi di gettito fiscale!

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Brutte notizie nel futuro dell’Italia se non si cambia marcia, soprattutto c’è il rischio che nel 2017 possano mancare  13,721 miliardi di gettito fiscale, come oggi ha riferito la Corte dei Conti:

“la tendenza ad accelerare il gettito presente, anticipando quello futuro, pone in sostanza un problema di tenuta delle entrate a partire dai prossimi anni”. In particolare da acconti di imposta, imposte ad adesione volontaria e aumenti impositivi definiti ma differiti, dovrebbe arrivare nel triennio 2013-2016 un maggior gettito netto (saldo fra maggiori e minori entrate) dell’ordine di 4,2 miliardi, ma comportando “uno sgravio nel triennio successivo”. Sulla Legge di stabilità pesano “limiti” e “incertezze” su “entrambi gli obiettivi assegnati alla politica fiscale”, ovvero di “essere improntata al rispetto dei vincoli di finanza pubblica e, contemporaneamente, al servizio delle esigenze di crescita dell’economia”, afferma ancora la Corte dei Conti, che sottolinea che l’impostazione della legge è “non nuova” e “non sembra in grado di incidere in misura significativa sulle prospettive di crescita, né di garantire un solido e rassicurante profilo di rientro del disavanzo pubblico”. Secondo i magistrati contabili “i risultati che emergono dalle previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica per il prossimo triennio non sembrano privi di rischi e giustificano una riflessione sulle scelte finora assunte”. “La stessa osservanza delle regole europee in termini di miglioramento tendenziale dei saldi di bilancio non sembra assicurata”, viene ancora spiegato.

Arriva l’ennesima tassa! Metterà in ginocchio hi tech?

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Se ci sono settori che non conoscono ancora la crisi in Italia sono gli smartphone, tablet, computer portatili o fissi, ma ben presto anche l’hi tech potrebbe risentire della nuova tassa che sta per abbattersi sui dispositivi eletronici. Come se in Italia non ci fossero già abbastanza tributi da pagare allo Stato, ora arriva anche quello della Siae che sostiene che  che bisogna pagare “in cambio della possibilità di effettuare una copia personale di registrazioni, tutelate dal diritto d’autore”. Dunque per fare una copia di contenuti audio-video di cui siamo già legittimi proprietari. Per esempio per portare la compilation di Cd e Dvd su un secondo dispositivo personale come un lettore Mp3, smartphone o tablet. Naturalmente vale anche per un programma Tv, un cartone animato e un filmato (anche di YouTube) che riversiamo su un hard disk esterno. I più colpiti saranno i giovani che sono la fascia che maggiormente utilizza tali dispositivi e non sarà per nulla leggera:  5,20 euro per i nuovi smartphone e tablet che acquisteremo in futuro, fino a toccare 40 euro per i decoder con memoria interna da 400 GB.  Se l’imposta voluta dalla Siae per ottenere un ‘equo compenso’ entrasse in vigore gli introiti arriverebbero a 200 milioni di euro, considerati gli utenti dei device e le stime d’acquisto per il 2014. Una cifra esorbitante che tuttavia andrebbe a penalizzare mettendoli fuori mercato molti apparecchi.

Ecco perché non si investe in Italia… nuovi problemi e vecchi ostacoli!

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I problemi relativi all’investimento in Italia sono noti a tutti da anni, non è certo una novità la poca trasparenza, il sistema fiscale e i tempi della giustizia italiana che diventano ere geologiche, ma oggi cosa è cambiato? I problemi nuovi sono l’attesa, ormai diventato uno stallo, delle riforme che sarebbero dovute già avvenire e che invece, sono arenate tra una commissione e un voto incrociato. Ma a gravare ancora sugli investimenti sono anche i vecchi ostacoli, quelle procedure labirintiche necessarie per aprire un attività nel nostro Paese e quell’incertezza di veder respinta la richiesta per un cavillo e restare per mesi inattivi. Anche il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera partecipando a un  incontro dal titolo “Il fisco per lo sviluppo” organizzato a Milano da Assolombarda e Assonime ha ammesso “L’attuale sistema fiscale non contribuisce a rendere l’Italia un terreno appetibile per gli investitori esteri”. Al suo grido di innovazione si è unito anche quello del presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca che ha definito il nostro Paese come un “surfista che rallenta la sua corsa proprio mentre dietro di lui l’onda del debito s’ingigantisce sempre più. O l’Italia vara riforme vere e in tempi rapidi, anche in materia fiscale, o rischiamo di finire sott’acqua”.

Intanto dalle pagine del Corriere della Sera Alessandro Danovi, professore di economia e gestione delle imprese all’università di Bergamo, rilascia un’intervista piuttosto chiarificatrice “gli investitori esteri non investono perché siamo poco trasparenti”:

Professor Danovi, è questa la foto della realtà? 
«Un rischio Italia esiste, e negli stranieri è probabilmente percepito in misura più alta di quanto sia in realtà. È un dato di fatto con il quale bisogna fare i conti. Ciò che ci rimproverano sono la scarsa trasparenza e la poca affidabilità del nostro sistema amministrativo e burocratico in cui non si capisce chi decide e cosa, e la relatività del sistema giudiziario, in cui non c’è certezza sulle decisioni e sui loro tempi. Quando ci chiedono se una cosa si può fare o no, spesso non sappiamo cosa rispondere. Se vogliono costruire un supermercato, devo spiegargli che per avere l’autorizzazione non c’è un solo soggetto, ma ci sono il Comune, la Provincia, la Regione, l’Arpa, la Sovrintendenza ».
Dove ci sono soggetti a rischio corruzione. 
«Non abbiamo mai avuto casi di corruzione, altrimenti li avremmo denunciati, ma il rischio che qualcuno chieda la mazzetta esiste. Abbiamo avuto casi in cui, dopo aver convito gli stranieri che un investimento era vantaggioso, non siamo stati in grado di rispondere quando ci hanno chiesto i tempi».
Qualche esempio? 
«Seguivamo alcune multinazionali quotate a Parigi e a New York. Hanno tutte chiuso le filiali italiane e sono andate via, un paio per problemi di redditività, altre perché stentavano ad affermarsi a causa di una serie di problemi che rallentavano lo sviluppo. Alcuni soggetti residenti in Siria mi hanno fatto riferimento all’elevato rischio Paese».
Ma come, loro che hanno la guerra civile? 
«È quello che ho detto. Sa cosa mi hanno risposto? “La guerra in qualche modo la gestiamo”. Il fatto è che in un investimento si deve valutare anche il rischio dovuto non solo, per esempio, al pericolo di default di una nazione, come è avvenuto per l’Argentina, ma anche all’affidabilità di un Paese. Ci sono nazioni che non hanno una tradizione democratica in cui, però, sono identificabili con esattezza i soggetti che prendono decisioni. Gli investitori fanno fatica in Italia perché qui tutto è poco trasparente e perché non c’è stabilità di governo».
I siriani cosa volevano fare? 
«Investire su una grande azienda industriale, ma hanno rinunciato proprio perché ritenevano il rischio Paese italiano troppo alto».
E la corruzione? 
«Viene vista come un problema perché l’Italia ha fama di essere un Paese corrotto, anche se non corrottissimo. Mi è capitato di lavorare con soggetti provenienti da Stati arabi, in cui uno si aspetterebbe una certa opacità, i quali invece applicavano il modello delle multinazionali americane che vietano conflitti di interessi e applicano una gestione rigorosa e trasparente: questo impedisce di subire l’influenza di fattori che non siano economici».

Il buco nero di Mps diventa segreto di Stato

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Il ministro dell’economia  Fabrizio Saccomanni si è avvalso del diritto di  di espungere dal testo, inviato oltre due mesi fa, “informazioni considerate confidenziali”. Di fatto quindi il governo italiano impedisce agli uffici di Bruxelles, secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, ” di rendere nota la decisione con cui la Commissione europea ha imposto il 27 novembre scorso al Monte dei Paschi di Siena di restituire entro il 2014 tre dei quattro miliardi di prestito statale (i cosiddetti Monti bond) ottenuti un anno fa”. Il buco nero di Mps diventa quindi un segreto di Stato? Sicuramente il triangolo che lunedì scorso si è ritrovato intorno a un tavolo qualche ombra a riguardo la getta. Infatti un comunicato della Banca d’Italia ha reso noto l’incontro che si è svolto tra la Banca, la Vigilanza e il governo. Per la Banca erano infatti presenti Il governatore Ignazio Visco e il direttore generale Salvatore Rossi che hanno ricevuto  il presidente di Mps Alessandro Profumo con l’amministratore delegato Fabrizio Viola e il presidente della Fondazione Mps Antonella Mansi con il direttore generale Enrico Granata. La nota al termine dell’incontro naturalmente è stata rassicurante: “L’incontro si è svolto in un clima costruttivo, nella responsabile consapevolezza di tutte le parti che il Monte possa continuare a rappresentare una realtà bancaria importante nell’economia del Paese, a condizione di poter contare su un adeguato supporto patrimoniale e su un assetto azionario stabile”.

Ma come spiega Il Fatto Quotidiano, ciò a cui va fatta la massima attenzione è proprio ” un adeguato supporto patrimoniale”. La storia viene da lontano. Tutto comincia infatti nell’autunno del 2011 quando lo spread vola a quota 500 e nasce il governo Monti. A questo punto European banking authority ordina a  Mps una trasfusione di capitali freschi da 3,3 miliardi di euro. La banca senese è pesantemente esposta sui titoli di Stato italiani, la cui perdita di valore è misurata dall’impennata dello spread. E’ allarme, tanto che a rimetterci il posto è il direttore generale Antonio Vigni che viene sostituito con un uomo di fiducia della Banca d’Italia, Viola. Il presidente del Monte, Giuseppe Mussari, prima minaccia un ricorso alla Corte di giustizia europea contro la raccomandazione Eba, ma poco dopo si dimette. Il Pd non perde tempo e al suo posto arriva Alessandro Profumo. Che succede nel 2012? Per i vertici la crisi di Mps è una difficoltà fisiologica e si va avanti fino al 9 ottobre 2012, quando gli azionisti invocano l’azione di responsabilità contro Mussari e Profumo replica seccamente: “Non abbiamo elementi”.

Come scrive Il Fatto Quotidiano:

Il 9 ottobre Profumo non ha elementi, però il 10 ottobre Viola scova in fondo a una cassaforte in uso al suo predecessore Vigni l’ormai celebre mandate agreement, la prova che inchioderebbe Mussari, oggi a processo per ostacolo alle autorità di vigilanza. Nei giorni scorsi la dirigente della Consob Guglielmina Onofri ha testimoniato al tribunale di Siena che gli uomini di Viola avevano già trovato il 20 settembre – venti giorni prima – copia di contratto, con l’indicazione che l’originale si trovava in quella cassaforte. Elio Lannutti, presidente dell’associazione di risparmiatori Adusbef, ha denunciato Viola per falsa testimonianza.

Per capire tante stranezze va spiegato il mandate agreement. Nel 2009 Mussari sta andando con i conti in rosso sotto il peso della sciagurata acquisizione di Antonveneta, pagata 9 miliardi quando ne valeva forse la metà. Per rinviare i problemi convince Nomura e Deutsche Bank a ricontrattare operazioni che vedono Mps in forte perdita. Le due banche fanno il favore, ma a fronte della ricontrattazione con cui rinunciano ai guadagni di due operazioni (rispettivamente Alexandria e Santorini) ottengono una nuova complicata manovra su titoli di Stato (Btp a scadenza 2034) con cui si rifanno abbondantemente ma a lungo termine, consentendo a Mussari di nascondere per un po’ il buco del bilancio.

Gli ispettori di Consob e Bankitalia notano già a fine 2011 queste operazioni in pesante perdita, ma fare cattivi affari non è vietato. E al processo, incalzati dalle domande della difesa di Mussari, argomentano che senza il mandate agreement, il contratto che appunto lega le due operazioni (Btp 2034 e ristrutturazione Alexandria), l’operazione in Btp restava un’operazione in Btp, anche se somigliava terribilmente a un “derivato sintetico” con perdita automatica incorporata.

La distinzione è decisiva per capire la portata dell’affare di Stato. L’esistenza del mandate agreement viene rivelata dal Fatto il 22 gennaio 2013, con un articolo di Marco Lillo. Lo scandalo esplode e Mussari si dimette dall’Abi. Due giorni dopo a Siena si svolge un’infuocata assemblea degli azionisti, chiamati a un aumento di capitale da 4,1 miliardi al servizio della eventuale conversione dei Monti Bond. Infatti a dicembre 2012, prima dello scandalo, Profumo ha avuto dal governo Monti un prestito di quell’importo, perpetuo ma convertibile in azioni quando lo decida la banca. Trattandosi di un aiuto di Stato, la Commissione europea dà la necessaria approvazione, provvisoria in attesa di un piano di ritrutturazione della banca. All’assemblea del 25 gennaio, nonostante la fresca scoperta dei derivati nascosti di Mussari, Profumo non perde l’aplomb: “La necessaria richiesta del supporto pubblico si riconduce prevalentemente alla crisi del debito sovrano e solo in misura minore anche alle attività di verifica ancora in corso sulle operazioni Alexandria, Santorini e Nota Italia di cui tutti parlano”. Profumo ha dunque chiesto gli aiuti di Stato lamentando difficoltà esogene, come si dice in gergo, cioè non dovute alla gestione di Mussari ma alla crisi mondiale. Il commissario europeo alla Concorrenza, Joaquin Almunia, se ne ricorderà.

Il 6 febbraio Mps comunica di aver calcolato in 730 milioni la perdita su Alexandria e Santorini. All’assemblea degli azionisti del 29 aprile successivo torna in ballo l’azione di responsabilità contro Mussari, e Profumo sfodera un argomento opposto rispetto a tre mesi prima: “La rilevazione operata a fini Eba a fine settembre 2011 ha evidenziato per la Banca una riserva AFS negativa per 3,2 miliardi circa (di cui 1,2 miliardi imputabili all’operazione Nomura e 870 milioni imputabili all’operazione Deutsche Bank), costringendo la Banca a ricorrere a onerose azioni di rafforzamento patrimoniale”. Dunque le operazioni di Mussari hanno lasciato in eredità un buco patrimoniale di 2,07 miliardi, che Profumo fino a quel giorno aveva ascritto alla “crisi del debito sovrano”.

Qui parte l’attacco di Almunia. A luglio 2013 scrive a Saccomanni (fino a due mesi prima direttore generale della Banca d’Italia) minacciando l’Italia di una procedura d’infrazione sugli aiuti di Stato a Mps. Ai primi di settembre, a Cernobbio, scopre le carte. Prima dichiara che l’aumento di capitale da un miliardo prospettato da Profumo è insufficiente. Poi concorda con Saccomanni che l’aumento dovrà essere da tre miliardi, finalizzati alla rapida restituzione del 74 per cento dei Monti Bond. Strano. Profumo lavora su un rafforzamento patrimoniale da 5,1 miliardi (4,1 di Monti Bond più un miliardo di aumento di capitale). Almunia invece impone di restituire 3 miliardi di Monti Bond, e, siccome un decimo dell’aumento di capitale da 3 miliardi va in spese, la banca ci deve mettere 300 milioni suoi, mentre svanisce anche il miliardo di maggior patrimonio che Profumo voleva chiedere al mercato. Risultato: il di cui sopra “adeguato supporto patrimoniale” scende da 5,1 a non più di 3,8 miliardi, e per Mps non è una bella notizia.

Le ragioni del castigo inflitto da Almunia a Mps – compreso il ridimensionamento da terza banca italiana a banca regionale – sono scritte nel documento che il governo italiano non vuole rendere pubblico. All’assemblea del 28 dicembre scorso l’azionista Giuseppe Bivona, rappresentante del Codacons, ha sostenuto, logica e Trattato europeo alla mano, che Almunia, imponendone la restituzione, ha di fatto bocciato gli aiuti di Stato ai sensi dell’articolo 108 del trattato europeo, secondo il quale una mazzata simile è ammessa se “tale aiuto e` attuato in modo abusivo”. Ma attenzione: la scelta di rimborsare i Monti Bond, indebolendo la banca e ribaltando una decisione di pochi mesi prima, è tutta italiana. Per Almunia andava bene anche la conversione in azioni dei Monti Bond, che avrebbe nazionalizzato il Monte quasi azzerando gli azionisti attuali, a cominciare dalla Fondazione. Per Bruxelles basta che gli azionisti non risolvano i loro problemi con i soldi di Pantalone. Perché dunque gridare in coro “tutto ma non la nazionalizzazione!”, visto che i soldi dei contribuenti erano stati già versati senza rimpianti un anno fa? Forse per evitare che un giorno emergano altre sorprese che – trattandosi di banca controllata dallo Stato – gravino sui conti pubblici. Qui si può solo formulare un’ipotesi, visto che il documento ufficiale è segretato nell’evidente imbarazzo di banca, vigilanza e governo.

Per tutto il 2012 Profumo e Viola, in sintonia con Bankitalia e Consob, non hanno visto i perniciosi derivati del presidente dell’Abi in carica, continuando a battezzarli come operazioni in Btp. Così anche dopo la scoperta del mandate agreement Mps ha continuato a contabilizzare quelle operazioni esattamente come le contabilizzava Mussari, che è sotto processo per ostacolo alla vigilanza ma non per falso in bilancio. Lo ha confermato Viola il 28 dicembre scorso: “In data 10 dicembre 2013, la Consob ha di fatto confermato il trattamento contabile applicato dalla banca, che risulta conforme ai principi contabili IAS/IFRS ed è stato concordato con i revisori esterni Kpmg sino al 2010 e Ernst & Young dal 2011”. È quel “di fatto” a segnalare una continuità quantomeno sospetta. Infatti, a dimostrazione di una situazione confusa, la stessa Consob ordina a Mps anche di allegare al bilancio i cosiddetti prospetti pro-forma, che mostrano il bilancio come sarebbe se quelle operazioni in Btp fossero considerate derivati: con miliardi di euro che vanno e vengono da una partita all’altra. Adesso l’unico obiettivo del triangolo Mps-Bankitalia-governo è portare a casa al più presto l’aumento di capitale da 3 miliardi: eviterebbe le insidie della nazionalizzazione e coprirebbe tutto, prima che dal nuovo esame europeo di fine anno (in gergo asset quality review) emerga un nuovo fabbisogno di capitale. O che dal documento secretato di Almunia i mitici mercati scoprano qualche scomoda verità.

Fiat Chrysler Automobiles: la sede legale sarà in Olanda

Fiat Chrysler Automobiles-tuttacronacaIl nuovo gruppo nato dalla fusione delle case automobilistiche di Torino e Detroit si chiamerà Fiat Chrysler Automobiles e avrà sede legale in Olanda e sede fiscale in Gran Bretagna. Le azioni ordinarie dell’azienda saranno quotate a New York e a Milano. E’ stata la stessa azienda a renderlo noto con una nota ufficiale: “La nascita di Fiat Chrysler Automobiles segna l’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia”, è stato il primo commento del presidente John Elkann. Marchionne esulta: “Oggi è una delle giornate più importanti della mia carriera in Fiat e Chrysler. Possiamo dire di essere riusciti a creare basi solide per un costruttore di auto globale con un bagaglio di esperienze e di competenze allo stesso livello della migliore concorrenza”. Dall’azienda intanto è arrivata la rassicurazione che la nuova fisionomia del gruppo non avrà ricadute negative sull’occupazione. “Tutte le attività che confluiranno in Fiat Chrysler Automobiles “proseguiranno la propria missione, compresi naturalmente gli impianti produttivi in Italia e nel resto del mondo, e non ci sarà nessun impatto sui livelli occupazionali”.

Metà ricchezza italiana in mano al 10% delle famiglie: rapporto Bankitalia

soldi-italiani-tuttacronacaE’ l’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie a rendere noto che la ricchezza è sempre più concentrata, con il 10% delle famiglie più ricche possiede che il 46,6% della ricchezza netta totale (45,7% nel 2010). La quota di famiglie con ricchezza negativa è invece aumentata al 4,1% dal 2,8% del 2010. La concentrazione della ricchezza è pari al 64%.Secondo ‘L’indagine sui bilanci delle famiglie italiane nel 2012’ della Banca d’Italia, che ha tenuto costante la soglia del 2010, la povertà pseudo-assoluta è aumentata di circa 2 punti percentuali passando dal 14 al 16%. Per quel che riguarda la quota di individui relativamente poveri, è risultata pari al 14,1%, in linea con il 2010 (14,4%) e due punti percentuali superiore al 2008, con punte del 24,7% nel Mezzogiorno e di oltre il 30% tra i nati all’estero. La soglia di povertà individuale è scesa nel 2012 a 7.678 euro netti all’anno (da 8.260 euro del 2010) mentre per gli individui che vivono una famiglia di tre persone adulte tale soglia è pari a 15.356 euro netti annui. Il rapporto sottoliena inoltre come, tra il 2010 e il 2012, la situazione economica delle famiglie è peggiorata in modo sensibile. Il peggioramento riflette un calo, in due anni, del reddito familiare del 7,3% in termini nominali e della ricchezza media del 6,9 per cento. Tra il 2010 e il 2012, inoltre, il deterioramento delle condizioni economiche è stato più accentuato per i lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti mentre i pensionati hanno migliorato relativamente la loro posizione.

Aereo, quanto mi costi! I prezzi aumentati del 13,8% in un anno

prezzo-volo-tuttacronacaE’ l’Istat a rivelare che, nell’ultimo anno, i biglietti aerei sono diventati notevolmente più salati, con un aumento del costo di viaggio del 13.8% su base annua contro il +4.2% del 2012. Ad aumentare sono stati soprattutto i voli europei, +22,3%. L’Istituto spiega che il rialzo è dovuto principalmente agli incrementi nei prezzi dei voli low cost. Per di più, la dinamica dei prezzi dei voli risulta in controtendenza perfino all’interno del suo stesso settore, visto che i trasporti nella media del 2013 sono saliti di appena l’1,1%, dopo l’accelerazione registrata nel 2012. Ma se benzina e diesel sono diventati molto più economici nel corso dell’anno, non possono dipendere da loro gli aumenti segnalati. Il trasporto aereo nel suo complesso ha quindi visto nel 2013 crescere le tratte internazionali (+14,9%), riscaldate più che dalle rotte intercontinentali (+3,3%), da quelle del Vecchio Continente, schizzate di oltre il 20% (dal 2,5% del 2012), su cui i low cost, precisa l’Istat, pesano per circa il 50%. Al contrario i voli nazionali nella media del 2013 hanno registrato un dimezzamento, anche se i rincari sono proseguiti (a +8,6% da +17,4%). Ripercorrendo l’andamento dei prezzi dei voli durante l’anno risulta come l’impennata si sia verificata con il sopraggiungere dell’estate per poi smorzarsi alla fine del 2013. Ma se volare ora risulta notevolmente più caro, sono diminuti i costi dei biglietti per i traghetti, che dopo i rialzi record del 2011 hanno visto i prezzi addirittura calare (-2,8%). Anche i treni si sono limitati a un aumento quasi in linea con il tasso d’inflazione generale (+1,3%). Un pò più alti si sono tenuti i taxi (+3,4%) e gli autobus (+3,0%). Tuttavia nell’ultimo scorcio dell’anno il caro-voli si è attenuato, dopo avere toccato i picchi in estate, a causa sia delle vacanze sia del rapporto con un periodo del 2012 di ribassi, almeno per i voli europei.

Fisco: si va verso l’accordo con la Svizzera

fabrizio_saccomanni-tuttacronacaE’ il ministro dellEconomia Fabrizio Saccomanni a rendere noto che l”accordo a cui l’Italia lavora con la Svizzera per la tassazione dei capitali esportati illegalmente verso l’estero è “vicino” e i colloqui con il governo elvetico sono andati “bene”. Il ministro, che si trova a Davos, dove si tiene il World Economic Forum, ha spiegato tuttavia di non poter ancora “dare una data precisa”.

Privatizzazioni, si riparte dalle Poste, almeno 40%

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Lo Stato a pezzi o vende i pezzi? Per il momento, nelle mire del ministro dell’Economia,  Fabrizio Saccomanni, ci sono le privatizzazioni delle Poste Italiane. E’ stato lo stesso ministro a confermarlo  a margine del World Economic Forum di Davos, affermando che al Cdm di domani «ci sarà il decreto privatizzazioni: si comincia con il 40% di Poste. Poi vediamo», ha detto Saccomanni. «L’Italia non rischia la deflazione ed è in una situazione completamente diversa da quella del Giappone», ha aggiunto il ministro, che alla domanda se l’Italia rischi uno scenario deflazionistico e debba ispirarsi al modello Abenomics risponde con un laconico: «direi di no».

Quelle tasse non pagate che avrebbero coperto tre manovre finanziarie!

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Quelle tasse non pagate che avrebbero coperto tre manovre finanziarie! Se solo gli italiani avrebbero pagato le tasse su 51,9 miliardi di euro, forse si sarebbe potuto dare nuovo respiro all’intera nazione. Molti, quasi 5 miliardi, sono stati evasi di Iva, ma la vera evasione viene da fatture e scontrini irregolari emesse da quasi una attività commerciale su 3, molti poi non emettono proprio né fattura, né scontrino. I controlli incrociati e le privazioni di privacy a cui i cittadini italiani sono sempre più soggetti ancora non hanno dato gli esiti sperati. Il dato abnorme di quasi 52 miliardi sottratti a tassazione è dato dalla somma di redditi e ricavi non dichiarati e costi non deducibili scoperti dalla Gdf sul fronte dell’evasione internazionale, dell’evasione totale e di fenomeni evasivi come le frodi carosello, i reati tributari e la piccola evasione. Nello specifico, i finanzieri hanno scoperto 15,1 miliardi sul fronte dell’evasione fiscale internazionale: soldi che nella maggior parte dei casi riguardano i cosiddetti «trasferimenti di comodo», ossia il trasferimento della residenza di persone o società in paradisi fiscali, e l’individuazione di organizzazioni o società con sede all’estero ma che svolgono in Italia attività soggetta a tassazione. Dal canto loro, gli 8.315 evasori totali – un numero pressochè identico a quello del 2012, quando ne furono scoperti 8.617, segno che si tratta di un fenomeno tutt’altro che in calo – hanno nascosto al Fisco redditi per 16,1 miliardi, mentre i ricavi non contabilizzati e i costi non deducibili riferibili ad altri fenomeni evasivi – dalle frodi carosello ai reati tributari fino alla piccola evasione – ammontano a 20,7 miliardi. Non va meglio sul fronte degli scontrini: sia nel 2012 sia nel 2013 le irregolarità accertate dai finanzieri sono state il 32% del totale dei controlli. Questi ultimi sono stati quattrocentomila l’anno scorso e 447mila due anni fa, effettuati sia nelle operazioni ‘ad alto impattò, come quella che prese di mira Cortina o Capri, sia nei controlli quotidiani. Significa che un’attività commerciale su tre, che sia un negozio, un bar, un ristorante, un albergo, o non ha fatto scontrini e ricevute o le ha fatte in maniera irregolare. Sul fronte del lavoro nero, i finanzieri hanno invece scoperto 14.200 soggetti che prestavano la loro opera al di fuori di ogni regola e 13.385 che aveva contratti di lavoro irregolari. Non è un caso dunque che l’anno appena passato ha visto aumentare le persone denunciate per frodi e reati fiscali: 12.726 nel 2013 (di cui 202 arrestate), 11.769 nel 2012. La maggior parte di queste persone (5.776 violazioni) ha utilizzato o emesso fatture false. Sono inoltre 2.903 i soggetti che hanno omesso di presentare la dichiarazione dei redditi mentre 1.976 hanno distrutto o occultato la contabilità e 534 non hanno versato l’Iva. Dall’analisi dei numeri della Guardia di Finanza emerge un altro aspetto interessante: alle frontiere italiane sono stati intercettati 298 milioni tra contanti e titoli. Soldi bloccati sia in uscita dal nostro paese che in entrata. Di questi, 258 sono stati sequestrati, con un incremento di ben il 140% rispetto alla valuta sequestrata nel 2012. Il dato positivo, se così si può definire, è che 4,2 miliardi sono stati recuperati a tassazione, dopo l’adesione integrale da parte dei contribuenti disonesti ai verbali di contestazione. E un altro miliardo e 400 milioni tra beni mobili e immobili, valuta e conti correnti – su un totale di 4,6 per i quali è stata avanzata la proposta di sequestro – sono stati requisiti ai responsabili di frodi fiscali. Magra consolazione, visto che complessivamente si tratta di 5,6 miliardi, un decimo dell’importo che gli italiani hanno nascosto.

Il rischio maggiore per l’Europa viene dall’Italia: parlano da Goldman Sachs

goldman_sachs_tuttacronacaJan Hatzius, capo economista della Goldman Sachs, in un’intervista all’edizione domenicale della ‘Frankfurter Allgemeine Zeitung’ (Faz), ha affermato che i Paesi in crisi dell’Europa meridionale stanno facendo progressi, ma i rischi maggiori per l’Ue potrebbero venire dall’Italia. Da qui il titolo apparso a tutta pagina: “Il rischio maggiore per l’Europa viene dall’Italia”. Il manager ha spiegato che la maggior parte dei Paesi europeiin crisi si trova nella fase centrale di un doloroso processo di adattamento, precisando che “i progressi ci sono, ma sono lenti”. “La Spagna è sulla buona strada e vedo progressi anche in Grecia”, spiega Hatzius, mentre “i rischi maggiori per l’Eurozona vengono a mio avviso da un altro Paese, dall’Italia”. Quando si tratta di spiegarne le ragioni, Hatzius riconosce che l’Italia ha “migliorato la sua situazione di bilancio, ma non è ancora abbastanza competitiva”. “L’Italia ha una storia politica particolare”, precisail capo economista di Goldman Sachs, con il risultato che “uno non sa mai come possono evolvere laggiù le costellazioni di governo”. Aggiunge quindi che, sulla base di questa situazione, “può verificarsi un contraccolpo tale nella lotta contro la crisi da farci di nuovo temere per il futuro dell’euro”. “Non è quello che mi attendo”, relativizza subito Hatzius, “ma purtroppo non si può escludere del tutto un’evoluzione del genere”.

Gli Agnelli proprietari di Chrysler: raggiunto l’accordo con Veba

Fiat-Chrysler-tuttacronacaSergio Marchionne e il fondo Veba hanno raggiunto l’intesa: il fondo otterrà 3,65 miliardi di dollari per cedere a Torino il 41,5 per cento della Chrysler, accordo che rende gli Agnelli i proprietari dell’intera casa automobilistica di Detroit. Marchionne commenta: “Un accordo importante di quelli che rimarranno nei libri di storia”.  Come spiega Repubblica, l’accordo prevede che Fiat paghi 1,75 miliardi di dollari cash. Altri 1,9 miliardi di dollari arriveranno sotto forma di un dividendo straordinario Chrysler istituito con l’accordo. Torino rinuncia alla sua quota di quel dividendo, pari a 1,1 miliardi mentre i restanti 800 milioni spettano a Veba come secondo socio della casa di Detroit. Fiat non avrà bisogno dunque di varare alcun aumento di capitale per arrivare al 100 per cento di Chrysler. A questo punto è ovviamente inutile la prevista quotazione in Borsa di Chrysler. Inizialmente le banche avevano ipotizzato un prezzo di 4,2 miliardi di dollari mentre il fondo assistenziale del sindacato ne aveva chiesti 5. Fiat spende tra azioni e cash un totale di 2,9 miliardi di dollari ai quali si aggiungono gli 800 di cash pagati dall’inizio dell’alleanza. In tutto il Lingotto spende meno di 4 miliardi per ottenere il 100 per cento di un’azienda che nel 98 i tedeschi di Daimler avevano pagato 36 miliardi di dollari. John Elkann ha mostrato una grande soddisfazione: “Aspetto questo giorno sin dal primo momento, sin da quando nel 2009 siamo stati scelti per contribuire alla ricostruzione di Chrysler”, ha commentato il presidente di Fiat. “Il lavoro, l’impegno e i risultati raggiunti da Chrysler negli ultimi quattro anni e mezzo sono qualcosa di eccezionale”. Marchionne ha inoltre sottolineato che l’acquisto “ci permetterà di realizzare pienamente la nostra visione di creare un costruttore di auto globale con un bagaglio di esperienze, punti di vista e competenze unico al mondo”. E ancora: “Nella vita di ogni grande organizzazione e delle sue persone ci sono momenti importanti, che finiscono nei libri di storia. L’accordo appena raggiunto con Veba è senza dubbio uno di questi momenti per Fiat e per Chrysler. Sarò per sempre grato al team di leadership per il sostegno e per il loro incessante impegno nel realizzare il progetto di integrazione che oggi assume la sua forma definitiva”.

Quel 2% che potrebbe anche essere incostituzionale…

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Sembra un gran pasticcio! E’ appena nata ma già solleva molti dubbi la legge per il finanziamento ai partiti attraverso il 2 per mille dell’Irpef. Troppi i dubbi, infatti se viene espressa la preferenza c’è il rischio di incostituzionalità in quanto verrebbe meno la segretezza del voto politico, se invece si lascia non espressa allora vanno direttamente allo Stato.

 Come afferma Panorama:

La nuova normativa recepisce, di fatto, i dubbi sollevati a novembre dal procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, secondo il quale tutte le leggi a partire dal 1997 avevano risvolti incostituzionali in quanto reintroducevano il finanziamento pubblico dei partiti in difformità con quanto proclamato dai cittadini con il referendum dell’aprile 1993.

Difficoltà a pagare i debiti per le imprese, poco meglio le famiglie

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Alla fine il sistema sembra che sia al colasso e le imprese italiane hanno difficoltà a pagare i debiti verso le banche. Molti li hanno contratti in tempi non sospetti, cioè in tempi in cui non si immaginava la crisi che stava per travolgere il nostro Paese. Così quasi un terzo delle aziende presenta “una copertura degli interessi a livelli vulnerabili”. Lo scrive il Fmi, rilevando il rischio rappresentato dal rapporto fra interessi e utile operativo e una leva finanziaria “fra le più alte nell’Eurozona” dovuta alla bassa capitalizzazione.

Le famiglie italiane, nonostante il calo dei redditi, hanno un debito basso e i loro rischi sono mitigati dal considerevole patrimonio netto. Lo scrive il Fmi, secondo cui tuttavia chi ha bassi redditi e i giovani hanno una quota sempre più bassa della ricchezza. Fa da cuscinetto la casa: un calo sensibile dei prezzi aumenterebbe i rischi.

Cade a picco il gettito Iva…

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Era prevedibile ed è accaduto nei primi dieci mesi del 2013 il gettito Iva è caduto a picco facendo segnare un -3,9% equivalente a -3421 milioni di euro. L’andamento riflette la riduzione del gettito derivante dalla componente relativa agli scambi interni -0,9% e del prelievo sulle importazioni -19,7%. In lieve calo anche le entrate tributarie erariali registrate nei primi dieci mesi del 2013 che ammontano a 321.734 milioni di euro (-848 milioni di euro, pari a -0,3% rispetto allo stesso periodo del 2012).

Cambia la stabilità: cuneo fiscale, Cig e pensioni

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La legge di Stabilità sarà oggetto di modifica in particolare per quanto riguarda cuneo fiscale, pensioni e Cig. Lo annuncia il relatore al provvedimento, Maino Marchi, spiegando che, tra gli altri capitoli, si punterà a intervenire sul patto di stabilità, sull’assetto idrogeologico, ma anche sulla sicurezza e la scuola. Sulle pensioni, nel dettaglio, l’obiettivo è indicizzarle fino a duemila euro, ma tutto “dipenderà dalle risorse”.

Siamo poveri!

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Siamo poveri. Questa è la fotografia dell’Italia che non riesce a stare al passo dell’Europa e, anche se fosse vera la ripresa, non si arriverebbe in tempo per ridare il benessere che abbiamo perduto durante la crisi economica e le scelte politiche che da troppo tempo hanno ridotto  gli italiani in povertà. Siamo secondi solo alla Grecia e il divario non è poi così abissale visto che nella Penisola si contano, secondo i dati del Eurostat relativi al 2012, circa 18,2 milioni di italiani, il che equivale a una percentuale di poveri che sfiora il 29,9% della popolazione mentre la Grecia si attesta al 34,6%. Nel 2012 nel nostro Paese  il 14,5 per cento della popolazione era seriamente privata dei beni materiali, e il 10,3 per cento viveva in una famiglia dove c’era poco lavoro.

Ci sono altri Paesi della zona euro che seguono a ruota Italia e Grecia in quanto a difficoltà economica e disoccupazione. In Spagna è il 28,2% della popolazione ad essere a rischio povertà, in Portogallo il 25,3%, a Cipro il 27,1%, in Estonia il 23,4%. E mentre scende parecchio la difficoltà in Francia, dove il rischio povertà si concretizza per il 19,1% dei cittadini, in Germania si attesta sul 19,6 per cento e in Olanda il 15 per cento.  Per trovare dati peggiori dell’Italia e della Grecia, bisogna andare ai Paesi fuori della zona euro: al top per rischio povertà la Bulgaria, dove rischia una persona su due (49,3%) , la Romania (41,7%) e la Lettonia (36,5%).  Nel complesso dell’Unione europea c’erano lo scorso anno il 24,8% della popolazione era a rischio, ovvero 24,5 milioni di persone a rischio.

Camera al lavoro: tra i temi trattati pensioni e mini-Imu

commissione-bilancio-tuttacronacaLa commissione Bilancio della Camera è al lavoro da oggi per rimodellare il testo della legge di Stabilità arrivato in Senato. Con tutta probabilità si tratterà anche il tema delle modifiche al decreto Imu appena varato dal Governo, ma non solo. Serve infatti concentrarsi sulla nascita di un fondo taglia-cuneo che venga finanziato con i risparmi della spending review e, in parte, con le risorse recuperate dalla lotta all’evasione, senza dimenticare quelle collegate all’eventuale decollo della web tax. Ma la commissione dovrà anche discutere sulle pensioni, come chiede il Pd, al fine di rendere più soft il blocco dell’indicizzazione sugli assegni al minimo. E ancora, come da richiesta del Nuovo centrodestra, prendere in considerazione di alzare la soglia da 90mila 100-120mila euro sopra la quale far scattare il contributo di solidarietà sui trattamenti più elevati. Per quanto riguarda l’Imu, spiega il Sole 24 Ore che “Con tutta probabilità la questione rimborsi per evitare il pagamento della mini-quota della seconda rata prevista nei Comuni che nel 2012 e 2013 hanno ritoccato le aliquote d’imposta sarà affrontata proprio durante l’esame della “stabilità” a Montecitorio. Anche perché il decreto varato la scorsa settimana potrebbe avere tempi di conversione in legge lunghi e comunque tali da non consentire di rendere operativi i ritocchi prima della data del 16 gennaio 2014 fissata per il pagamento della mini-Imu.” Ma la commissione Bilancio non si limiterà solo a questi temi, visto che altri nodi dovranno essere sciolti. Spiega ancora il quotidiano: “A cominciare da quelli sull’intervento da far scattare sulle concessioni balneari, e complessivamente sulle spiagge, e sulle procedure accelerate per favorire la costruzione di stadi da parte dei privati ma senza il rischio di speculazioni edilizie. La Camera si dovrà pronunciare anche sull’introduzione della cosiddetta web tax, lanciata nelle scorse settimane dal presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, Francesco Boccia (Pd).”

“E’ l’ultima goccia!”, gli imprenditori scendono a Roma con le bare

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Imprenditori, commercianti e artigiani sono scesi in piazza a Roma per l'”Ultimatum day”, la giornata di mobilitazione delle piccole imprese per protestare contro il prelievo fiscale “arrivato al 65,7%”. A Montecitorio, quelli che si definiscono “sopravvissuti alla strage di Stato, vittime delle tasse e di Equitalia”, hanno riempito la piazza di bare. “Oggi è la giornata per dire basta”, ha spiegato Giuseppe Graziani, presidente di Cobas Imprese.

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“Rimettere l’Imu!” lo chiede la Camusso

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“L’unica cosa seria sarebbe rimettere l’Imu. Che serietà ha un Paese che in pochi anni toglie e mette l’Imu 6 volte?”, così Susanna Camusso, segretaria della Cgil che tuona sulle ultime vicende del governo e della patrimoniale, ormai diventata una soap opera. La preoccupazione arriva dalle copertura per la prima rata dell’imposta, varato dal governo in concomitanza con lo sblocco dei rimborsi della Pa alle imprese creditrici.

A ciò si aggiunge l’allarme dei Caf, secondo i quali il calcolo della seconda tranche dell’imposta richiede più tempo e la scadenza proposta dal governo per il 16 gennaio porterà con sé inevitabili errori: da quello della poca chiarezza nel pagamento della seconda rata, e degli errori e contenziosi, a quello che alla fine i contribuenti si ritrovino a pagare di più, dal momento che, denuncia la Cgia, mancherebbero le coperture per l’abolizione della prima rata, e quindi scatterebbero le “clausole di salvaguardia”. Tradotto: se non si trovano i soldi scattano aumenti sulle accise di benzina e diesel, sugli alcolici, sulle slot machine e sulle sigarette elettroniche. Sul piede di guerra anche i sindaci. I contribuenti dei Comuni che hanno alzato l’aliquota oltre lo 0,4% di base ne dovranno pagare una parte. Lo Stato dovrebbe garantire la copertura al 60%. Il resto toccherà pagarlo ai residenti di città come Milano e Napoli. Un passo avanti rispetto al 50% iniziale, ma non abbastanza, secondo Pisapia.

I Caf, poi, temono errori nel pagamento della seconda rata. La scadenza è il 16 gennaio, e c’è il rischio di un ingorgo fiscale (insieme finiranno i saldi Imu e Tares e gli acconti Iuc e Tari) per un totale, in media, di 223 euro in un mese. I Caf, attraverso Unimpresa, avvertono: “L’approvazione del decreto legge che cancella, solo parzialmente, il versamento di dicembre sulle abitazioni principali, è arrivata troppo a ridosso delle scadenze. Ma soprattutto la confusione generata dalla norma che consente ai Comuni di far pagare la quota di imposta relativa all’eventuale aumento stabilito nel 2012 e nel 2013 rispetto all’aliquota ordinaria rende estremamente probabili errori nella determinazione degli importi da pagare entro il 16 gennaio. Con l’elevatissimo rischio di dare il via a un enorme contenzioso tra contribuenti e amministrazioni locali”.

Ecco tutte le norme della Stabilità che possono riguardare i pensionati

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Senato della Repubblica XVII LEGISLATURA
N. 1120 Senato della Repubblica
Attesto che il Senato della Repubblica, il 27 novembre 2013,
ha approvato il seguente disegno di legge, d’iniziativa del Governo:

Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2014)
ARTICOLO 1
COMMI:

A) RIMBORSO DEI TAGLI 2011 e 2012 SULLE PENSIONI SUPERIORI AI 90 MILA EURO LORDI L’ANNO PER EFFETTO DELLA SENTENZA n. 116 DELLA CORTE COSTITUZIONALE

180. Al fine di rimborsare le somme versate all’entrata del bilancio dello Stato ai sensi dell’articolo 18 del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, in attuazione della sentenza della Corte costituzionale n. 116 del 5 giugno 2013, è istituito un apposito fondo nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, con una dotazione di 20 milioni di euro per l’anno 2014 e 60 milioni di euro per l’anno 2015.

B) ULTERIORE BLOCCO DELLA PEREQUAZIONE PER IL TRIENNIO 2014-2016:

322. Per il triennio 2014-2016 la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’articolo 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta:

a) nella misura del 100 per cento per i trattamenti pensionistici complessivamente pari o inferiori a tre volte il trattamento minimo INPS. Per le pensioni di importo superiore a tre volte il predetto trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante sulla base di quanto previsto dalla presente lettera, l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato;

b) nella misura del 90 per cento per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a tre volte il trattamento minimo INPS e pari o inferiori a quattro volte il trattamento minimo INPS con riferimento all’importo complessivo dei trattamenti medesimi. Per le pensioni di importo superiore a quattro volte il predetto trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante sulla base di quanto previsto dalla presente lettera, l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato;

c) nella misura del 75 per cento per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a quattro volte il trattamento minimo INPS e pari o inferiori a cinque volte il trattamento minimo INPS con riferimento all’importo complessivo dei trattamenti medesimi. Per le pensioni di importo superiore a cinque volte il predetto trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della quota di rivalutazione automatica spettante sulla base di quanto previsto dalla presente lettera, l’aumento di rivalutazione è comunque attribuito fino a concorrenza del predetto limite maggiorato;

d) nella misura del 50 per cento per i trattamenti pensionistici complessivamente superiori a cinque volte il trattamento minimo INPS con riferimento all’importo complessivo dei trattamenti medesimi e, per il solo anno 2014, non è riconosciuta con riferimento alle fasce di importo superiori a sei volte il trattamento minimo INPS. Al comma 236 dell’articolo 1 della legge 24 dicembre 2012, n. 228, il primo periodo è soppresso e, al secondo periodo, le parole: «Per le medesime finalità» sono soppresse.

C) ULTERIORE NUOVO TAGLIO DELLE PENSIONI SUPERIORI A 14 VOLTE IL TRATTAMENTO MINIMO L’ANNO PER IL TRIENNIO 2014-2016

325. A decorrere dal 1º gennaio 2014 e per un periodo di tre anni, sugli importi dei trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie complessivamente superiori a quattordici volte il trattamento minimo INPS, è dovuto un contributo di solidarietà a favore delle gestioni previdenziali obbligatorie, pari al 6 per cento della parte eccedente il predetto importo lordo annuo fino all’importo lordo annuo di venti volte il trattamento minimo INPS, nonché pari al 12 per cento per la parte eccedente l’importo lordo annuo di venti volte il trattamento minimo INPS e al 18 per cento per la parte eccedente l’importo lordo annuo di trenta volte il trattamento minimo INPS. Ai fini dell’applicazione della predetta trattenuta è preso a riferimento il trattamento pensionistico complessivo lordo per l’anno considerato. L’INPS, sulla base dei dati che risultano dal casellario centrale dei pensionati, istituito con decreto del Presidente della Repubblica 31 dicembre 1971, n. 1388, è tenuto a fornire a tutti gli enti interessati i necessari elementi per l’effettuazione della trattenuta del contributo di solidarietà, secondo modalità proporzionali ai trattamenti erogati. Le somme trattenute vengono acquisite dalle competenti gestioni previdenziali obbligatorie, anche al fine di concorrere al finanziamento degli interventi di cui al comma 126 del presente articolo.

126. Con effetto sulle pensioni decorrenti dall’anno 2014 il contingente numerico di cui all’articolo 9 del decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 22 aprile 2013, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 123 del 28 maggio 2013, attuativo delle disposizioni di cui all’articolo 1, commi 231 e 233, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, con riferimento alla tipologia di lavoratori relativa alla lettera b) del medesimo comma 231 dell’articolo 1 della citata legge n. 228 del 2012 è incrementato di 6.000 unità. Conseguentemente all’articolo 1 della legge 24 dicembre 2012, n. 228, sono apportate le seguenti modifiche:
a) al comma 234, le parole: «134 milioni di euro per l’anno 2014, di 135 milioni di euro per l’anno 2015, di 107 milioni di euro per l’anno 2016, di 46 milioni di euro per l’anno 2017, di 30 milioni di euro per l’anno 2018, di 28 milioni di euro per l’anno 2019 e di 10 milioni di euro per l’anno 2020» sono sostituite dalle seguenti: «183 milioni di euro per l’anno 2014, di 197 milioni di euro per l’anno 2015, di 158 milioni di euro per l’anno 2016, di 77 milioni di euro per l’anno 2017, di 53 milioni di euro per l’anno 2018, di 51 milioni di euro per l’anno 2019 e di 18 milioni di euro per l’anno 2020»;
b) al comma 235, le parole: «1.133 milioni di euro per l’anno 2014, a 1.946 milioni di euro per l’anno 2015, a 2.510 milioni di euro per l’anno 2016, a 2.347 milioni di euro per l’anno 2017, a 1.529 milioni di euro per l’anno 2018, a 595 milioni di euro per l’anno 2019 e a 45 milioni di euro per l’anno 2020» sono sostituite dalle seguenti: «1.182 milioni di euro per l’anno 2014, a 2.008 milioni di euro per l’anno 2015, a 2.561 milioni di euro per l’anno 2016, a 2.378 milioni di euro per l’anno 2017, a 1.552 milioni di euro per l’anno 2018, a 618 milioni di euro per l’anno 2019 e a 53 milioni di euro per l’anno 2020».

D) NON PIU’ DOVUTO IL CONTRIBUTO DI SOLIDARIETA’ SULLE PENSIONI SUPERIORI AI 300 MILA EURO ANNUI

400. Le disposizioni di cui all’articolo 2, comma 2, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, continuano ad applicarsi, in quanto compatibili, dal 1º gennaio 2014 al 31 dicembre 2016. Ai fini della verifica del superamento del limite di 300.000 euro rilevano anche i trattamenti pensionistici di cui al comma 325, fermo restando che su tali trattamenti il contributo di solidarietà di cui al primo periodo non è dovuto.

F) VARIE

323. Con effetto dal 1º gennaio 2014 e con riferimento ai soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento a decorrere dalla predetta data:
a) all’articolo 12, comma 7, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, le parole: «90.000 euro» sono sostituite dalle seguenti: «50.000 euro», le parole: «150.000 euro» sono sostituite dalle seguenti: «100.000 euro» e le parole: «60.000 euro» sono sostituite dalle seguenti: «50.000 euro»;
b) all’articolo 3 del decreto-legge 28 marzo 1997, n. 79, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 1997, n. 140, e successive modificazioni, al comma 2, primo periodo, le parole: «decorsi sei mesi» sono sostituite dalle seguenti: «decorsi dodici mesi».

324. Resta ferma l’applicazione della disciplina vigente prima della data di entrata in vigore della presente legge per i soggetti che hanno maturato i relativi requisiti entro il 31 dicembre 2013.

326. L’ultimo periodo dell’articolo 1, comma 763, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, si interpreta nel senso che gli atti e le deliberazioni in materia previdenziale adottati dagli enti di cui al medesimo comma 763 ed approvati dai Ministeri vigilanti prima della data di entrata in vigore della legge 27 dicembre 2006, n. 296, si intendono legittimi ed efficaci a condizione che siano finalizzati ad assicurare l’equilibrio finanziario di lungo termine.

528. Per l’anno 2014, per i lavoratori autonomi, titolari di posizione fiscale ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, iscritti alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, che non risultino iscritti ad altre gestioni di previdenza obbligatoria né pensionati, l’aliquota contributiva, di cui all’articolo 1, comma 79, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, è del 27 per cento. Conseguentemente, l’autorizzazione di spesa relativa al Fondo per interventi strutturali di politica economica di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307, è ridotta di 40 milioni di euro per l’anno 2014.

L’unica stabilità che versa quanto tolto negli anni precedenti in base alla sentenza di Cassazione e applica un nuovo taglio che ha le stesse modalità di incostituzionalità già sollevate in precedenza. L’ennesimo aggravio al bilancio dello stato che dovrà ancora una volta restituire tra qualche anno le somme sottratte a coloro che hanno acquisito un diritto a fronte dei contributi versati?

La strage dei lavoratori!

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Se il lavoro in Italia andava già male, ora va anche peggio. Questa è la fotografia fatta dall’Istat. La ripresa c’è, ma ancora non si è vista, il lavoro invece scompare.  Oltre 3 milioni di disoccupati, quasi 2 milioni di ‘scoraggiati’ (che non cercano più lavoro perché sicuri di non trovarlo), e soprattutto, oltre 4 giovani su 10 senza un impiego. Questo è l’ennesimo nuovo record negativo del nostro Paese.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a ottobre balza al 41,2%. Si tratta di un record storico assoluto, il valore più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia di quelle trimestrali, primo trimestre 1977. Per la classe di età 18-29 anni il tasso di disoccupazione si attesta al 28% (+5,2 punti su base annua), con un numero di disoccupati che giunge a 1 milione 68 mila (+17,2%, pari a 157.000 unità). I disoccupati tra 15 e 24 anni sono 663 mila, in aumento dell’1,4% nell’ultimo mese (+9 mila) e del 5,5% rispetto a dodici mesi prima (+35 mila). E la loro incidenza sulla popolazione in questa fascia di età è pari all’11,0%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,6 punti su base annua. Il tasso di disoccupazione risulta invece in rialzo di 0,7 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 4,8 punti nel confronto tendenziale.

La disoccupazione a ottobre a fatto segnare il 12,5% e resta ai massimi,  da settembre, dove il dato era identico. E questo è il livello più alto che si sia  mai segnato  dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, primo trimestre 1977. Su base annua l’aumento è di 1,2 punti. Il numero di disoccupati a ottobre, è pari a 3 milioni 189 mila, sostanzialmente invariato rispetto al mese precedente ma in aumento del 9,9% su base annua (+287 mila). Terzo trimestre a 11,3% Il tasso di disoccupazione nel terzo trimestre è pari all’11,3%, in crescita di 1,5 punti percentuali su base annua, comunica l’Istat (dati grezzi), spiegando che a livello trimestrale e in base a confronti annui si tratta del tasso più alto dal terzo trimestre 1977, ovvero dall’inizio delle serie storiche. E nel Mezzogiorno il tasso è al 18,5%.

Ma quello che più preoccupa è che è in calo anche il numero dei precari. Il lavoro atipico infatti secondo l’Istat subisce un nuovo calo, il terzo consecutivo. Nel terzo trimestre del 2013, infatti, il numero di dipendenti a tempo determinato e di collaboratori scende a 2 milioni 624 mila, in calo di 253 mila unità (-8,8% su anno). Si tratta di una diminuzione ancora più forte rispetto a quella registrata per i dipendenti a tempo indeterminato (-1,3%).

Il numero degli scoraggiati, coloro che non cercano lavoro perchè ritengono di non trovarlo, nel terzo trimestre del 2013 sale a 1 milione 901 mila. Lo rileva l’Istat, spiegando come non si era mai registrato un livello così elevato. Inoltre il numero di occupati è fermo a  22 milioni 358 mila a ottobre, mentre cala dell’1,8% su base annua, ovvero si contano 408 mila persone in meno a lavoro.

Stretta sulla Cig! La Stabilità leva il sussidio a chi ne ha già beneficiato

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Stretta sulla Cassa Integrazione. La Stabilità taglia il trattamento di mobilità in deroga che sarà concesso per una durata massima di 7 mesi (10 al Sud) a coloro che hanno beneficiato del sussidio per meno di 3 anni e per una durata di 5 mesi (8 al Sud) per chi ha già beneficiato dell’ammortizzatore per più di 3 anni. Per il 2015 e il 2016  non potrà essere concesso a coloro che ne hanno già beneficiato per 3 anni (anche non continuativi).

 

Precario oggi, povero domani: il rapporto dell’Ocse

agenzie-lavoro-tuttacronacaE’ l’Ocse a sostenere che i poveri di domani potrebbero essere i giovani precari di oggi, questo a causa del metodo contributivo e dell’assenza di pensioni sociali. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ritiene infatti che “L’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema” per le generazioni future, e “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”. Lo si legge nel rapporto ‘Pensions at a Glance 2013′. Sempre secondo l’Ocse, i contributi previdenziali in Italia sono al top dell’area dei Paesi aderenti all’organizzazione. I contributi previdenziali in Italia infatti nel 2012 sono al 33% del totale lordo della retribuzione, complessivamente pari al 9% del Pil e al 21,1% del totale delle tasse. La media Ocse è del 19,6%, pari al 5,2% del Pil e al 15,8% del totale delle tasse. “Lavorare più a lungo potrebbe aiutare a compensare parte delle riduzioni”, si legge nel rapporto, “ma, in generale, ogni anno di contributi produce benefici inferiori rispetto al periodo precedente tali riforme”, sebbene “la maggior parte dei paesi abbia protetto dai tagli i redditi piu’ bassi”. Ma, al contrario, i salari che vengono percepiti nel nostro Paese sono al di sotto della media Ocse. In media in Italia nel 2012 un lavoratore percepisce 28.900 euro, pari a 38.100 dolari, al di sotto dei 42.700 dollari medi dell’Ocse, sui quali pesano i 94.900 dollari degli svizzeri, i 91 mila dollari dei norvegesi, i 76.400 dollari degli australiani, i 59 mila dollari dei tedeschi e i 58.300 dollari degli inglesi, superiore ai 47.600 dollari degli statunitensi. Ai livelli più bassi i messicani con 7.300 dollari e i 12.500 dollari degli ungheresi.

Via la Trise e arriva la Iuc!!! Cambia di nuovo il nome dell’imposta sulla casa

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Forse l’intesa c’è sull’imposta per la casa, ma non si chiamerà più Trise bensì Iuc: imposta unica comunale. Così vengono stanziati 500 milioni di euro in più in favore dei comuni a destinare alle detrazioni per le famiglie con redditi bassi. L’intesa sarà sintetizzata in un emendamento dei relatori al ddl stabilità. Il Governo per non perdere tempo poi porrà la fiducia come già era stato ampiamente ipotizzato. Dario Franceschini, ministro per i Rapporti con il parlamento e per il Coordinamento dell’attività di Governo, ha affermato: “Rispetteremo totalmente il lavoro del Parlamento ponendola sul testo che la Commissione bilancio sta ultimando. La fiducia è però necessaria non soltanto per garantire i tempi di approvazione ma anche per verificare politicamente, con chiarezza e senza ambiguità, nel luogo proprio e sull’atto piu importante, il rapporto fiduciario tra governo e maggioranza parlamentare”. Di fatto, si tratterà del primo test per il centrodestra reduce dal divorzio di Alfano e Berlusconi: una conta vera a propria in Aula dei lealisti al governo Letta e di chi invece resta sulla linea del ri-fondatore di Forza Italia, i cui toni verso il governo – e il Quirinale – si sono sempre più inaspriti.

Secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Giovanni Legnini, il voto di fiducia potrebbe arrivare già domani. “Il governo è convinto che la Commissione Bilancio del Senato possa chiudere nella notte” i lavori sul ddl, consentendo all’esecutivo di andare in aula, “porre la fiducia domani mattina e andare al voto domani sera” al Senato.

 

Allarme degli 007 sulle startup e sul crowdfunding!

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E’ l’intelligence italiana, con gli 007 ha lanciare l’allarme sul fenomeno delle  startup e  del crowdfunding, lo stesso sistema che ha portato Obama a diventare il Presidente degli Usa con una raccolta fondi “dal basso”

La preoccupazione dell’intelligence riguarda, da un lato, il fatto che gli startup-manager italiani preferiscano rivolgersi all’estero per sviluppare i loro progetti. Dall’altro, il rischio che le piattaforme nazionali di finanziamento online, in un sistema normativo ancora incerto dove il liberismo del mercato internauta prevale sulle regole, possano prestare il fianco a azioni di spionaggio straniero.

Scrive Alberto Custodero su Repubblica:

Il crowdfunding ha permesso a molte persone, in tutto il mondo, di realizzare un sogno. Si va su Internet, su una piattaforma specializzata, e si lancia il proprio progetto, indicando la cifra necessaria per realizzarlo. E un termine. Se entro il termine indicato si raggiunge (o si supera) la cifra, si parte: e si realizza così lo startup dell’impresa. Secondo gli analisti dei servizi segreti, nel panorama nazionale, le startup risultano particolarmente attive nell’ambito web (49%), e dell’informationand comunication tecnology (22%). Mentre il 4,8 % si concentra su consumer products e circa il 3,6% su eletronics&machinery.Meno rilevante in termini numerici risulta il settore delle cleantechnologies (1,2%) e quello delle biotech life sciences (0,6%). Il rimanente 18% opera in altri settori di attività, soprattutto nel terziario. In tale quadro — segnalano con preoccupazione gli 007 — assume rilievo il fatto che «si registri la tendenza di una parte degli imprenditori (11%) ad avviare tali iniziative all’estero, nonostante i finanziamenti agevolati offerti da numerosi istituti di credito per di tali imprese». Le nazioni estere preferite dagli startupper nazionali sono Usa, Israele, Gran Bretagna e Germania. E sono preferite all’Italia perché là è più facile ottenere finanziamenti con le modalità crowdfunding, ci sono minori oneri burocratici, la cultura d’impresa è più orientata ad accogliere aziende attive, in particolare nell’ambito della digital economy.

«Tale fenomeno, se si estende — osservano gli analisti dell’intelligence — comporta perdite di opportunità in termini competitivi per il nostro Paese, connesse all’allocazione di know how e capitale intellettuale in stati esteri connotati da un più attrattivo ambiente di investimento »

Il nostro paese è in grado di dare una prospettiva? Se si uccidono le start up e il crowdfunding cosa resterà alle nuove generazioni, lacrime, sudore e sangue? Chi può oggi, in Italia mettere mano con competenza e snellire le procedure burocratiche e garantire il reperimento dei fondi necessari?

Stabilità forse, insicurezza certa! Troppi tagli alla polizia

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Stavolta non è scandalismo o catastrofismo è Alessandro Pansa,  il capo della Polizia, ha dichiarare  “Non possiamo offrire lo stesso servizio di sicurezza al cittadino che offrivamo qualche anno fa, con 15 mila poliziotti, 15 mila carabinieri e migliaia di finanzieri in meno”. Il numero uno del Dipartimento sicurezza del ministero dell’Interno in un intervista a La Repubblica ha affermato:  “Ogni tanto qualcuno mi chiede di aumentare il livello dei controlli in alcune città o in alcune parti del Paese. Voglio essere chiaro con tutti: oggi non siamo in grado di accrescere la sicurezza in nessuna parte del territorio”. Se nel passato si era gridato ai tagli, sicuramente non si era mai arrivati a questo punto e sempre secondo il racconto di Repubblica, Pansa, che oltre ad essere il capo della Polizia è anche il numero uno dell’Arma dei carabinieri e della Guardia di finanza, ha anche aggiunto: “Non è più pensabile – ha spiegato – ragionare come se sul territorio siano schierati 110 mila uomini. Dal 2014 ce ne saranno solo 94 mila”. Pansa ha espresso anche la preoccupazione che i tagli possano penalizzare il comparto della sicurezza a favore di quello della Difesa, impegnato da anni nelle “pattuglie miste” e in compiti di presidio di obiettivi a rischio nelle città. “Bisogna chiarire – ha dichiarato – chi ha la legittimità dell’uso della forza nell’ambito della sicurezza”. “Perché – ha detto in polemica con la Difesa – se spostiamo l’asse verso il sistema militare, creiamo qualche scompenso anche rispetto ai principi costituzionali”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il segretario dell’Anfp Enzo Letizia: “Il taglio delle risorse, in un momento di crisi economica, comporta un aumento della criminalità perché mancano uomini e mezzi”.

I dati non sono per nulla positivi: nel nostro paese sono in aumento furti e rapine. A Bari i delitti sono aumentati del 2,2%, negli ultimi otto mesi del 50% gli omicidi, del 16% i furti, del 70% le rapine in abitazione. A Roma crescita dei delitti del 3,2%, con un incremento tra gennaio e agosto del 43% degli omicidi volontari, del 4,3% dei furti in generale e dell’8,7% dei furti negli esercizi commerciali. Il record negativo spetta a Firenze, in testa alla classifica per l’aumento dei delitti nel 2012 (9,2%) rispetto al 2011. E poi ancora: a Cagliari da gennaio ad agosto sono aumentati del 28% i furti in abitazione, a Napoli crescono dell’11,4% le violenze sessuali e del 18,6% le rapine.

La stabilità di Letta raccoglie critiche nel mondo? “si rischia il cimitero”

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Secondo il Wall Street Journal la stabilità di Letta rischia  di portare l’Italia a una stabilità simile a quella del cimitero. Almeno questa è l’ipotesi ventilata dall’articolo in cui si legge anche che L’Italia “ha fatto più progressi di ogni altro nel ripianare il proprio bilancio” ha bisogno di riforme, che l’attuale governo non riesce a portare avanti perché “appare paralizzato”.

Il Paese si trova di fronte a tre scenari: il primo è quello di un governo “senza catene” in grado di lanciare le riforme; il secondo è che il successo di Matteo Renzi alle primarie del Pd costringa il governo Letta “ad accettare nuove elezioni per arrivare ad un governo di maggioranza” che possa agire con maggiore autonomia; il terzo è che Renzi non riesca a “soppiantare” Letta, che ha “il sostegno parlamentare del proprio partito e del capo dello Stato Giorgio Napolitano“, e che i due vengano trascinati “nella loro amara rivalità” portando a un nuovo stallo politico che ostacoli le riforme”. In questo quadro, scrive il Wsj, “non sorprende che molti italiani temano che la stabilità che offre Letta si scopra essere quella di un cimitero”.

Meno di una settimana fa, il Wall Street Journal aveva duramente criticato l’enorme pressione fiscale italiana a causa della quale la fatidica ripresa diventa una chimera irragiungibile. L’Italia si distingue in Europa per la sua dipendenza dalle tasse sul lavoro, pagate da imprese e dipendenti, per finanziare il sistema pensionistico, scriveva il quotidiano a stelle e strisce, spiegando che “l’esborso per le pensioni di anzianità rappresenta circa il 13% del Pil, ossia un terzo più alto rispetto alla Germania e il doppio rispetto agli Usa, secondo i dati Ocse”. “L’assurdità è che un lavoratore italiano costa più di uno spagnolo ma ha uno stipendio più basso”.

Ecco la fotografia del nostro Paese all’estero? L’Italia è una tomba?

 

L’Imu cambia nome e aumenta! Ecco a voi la Tasi

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L’Imu non si pagherà più, la promessa del centrodestra è mantenuta! E’ infatti in arrivo la Tasi, cioè un Imu che costa di più. Domani mattina, 26 novembre si discuterà l’emendamento che riguarda la Tasi ovvero la  la“service tax” che sostituirà l’Imu. Che differenza c’è tra le due tasse? Che la Tasi costerà di più! Rimane infatti l’impianto di fondo, cioè che saranno i Comuni a stabilire l’aliquota e queste modifiche istituirebbero un fondo comunale di circa 350-400 milioni l’anno. Saranno previste delle detrazioni per i carichi familiari, come era già previsto nel 2012 con una detrazione di 50 euro a figlio.

Come spiega Blitz Quotidiano:

A questo si affiancherebbe un altro miliardo, già stanziato nella legge di stabilità, per la detrazione sulla prima casa. In questo modo chi non ha pagato l’Imu nel 2012, rimarrebbe esente anche nel 2014. Lo slittamento dell’approvazione del provvedimento da parte della commissione Bilancio a lunedì pomeriggio (oggi 25 novembre), costringerà il governo a porre la fiducia in Aula. Qui, infatti, la legge di stabilità arriverà martedì mattina, con l’obbligo di approvarla entro la giornata, prima cioè del voto del Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi. E sarà proprio quel voto di fiducia a sancire il passaggio all’opposizione di Forza Italia che in commissione nel week-end a quasi sempre votato contro il Governo.

Saldo seconda rata, gli aumenti, le aliquote. In ogni caso la rata Imu di dicembre (prime case di lusso, seconde case, affitti) riguarderà circa 30 milioni di immobili, in molti caso con importi maggiorati perché le delibere locali fanno lievitare il conto fino al25% in più rispetto ai valori del 2012. Nei capoluoghi di provincia l’aliquota ordinaria è arrivata all’1% di media grazie anche agli ultimi rincari deliberati la scorsa settimana da 17 Comuni. A Trieste, per esempio, un trilocale affittato a canone libero, quest’anno pagherà 993 euro (di cui 539 di saldo) contro i 909 euro del 2012. Per un box auto, un proprietario di Prato verserà 294 euro contro i 233 del 2012. Dal momento che l’acconto Imu è stato pagato con riferimento alle vecchie aliquote, il risultato è che i rincari si fanno sentire proprio in sede di saldo.

Però rallegriamoci che non la chiameremo più Imu!

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Benzina salva e Imu tolta? Legnini assicura “niente aumenti!”

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“Non ci sarà alcun aumento della benzina. Il dl Imu sarà all’esame del Cdm che discuterà di questa ipotesi, che si atteggia come clausola di salvaguardia differita nel tempo. Ci sarà quindi tutto il tempo” per non farla scattare. Lo dice il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanni Legnini a Sky Tg24.

Quale sarà la copertura dell’Imu?

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Si blinda la stabilità e si cercano coperture per la seconda rata dell’Imu… da dove verranno?

Fra le coperture allo studio dell’esecutivo, secondo una bozza del dl di cui ha dato notizia l’agenzia Ansa, per la cancellazione della seconda rata Imu c’è l’aumento al 128% per il 2013 (al 127% nel 2014) dell’acconto Ires per banche e assicurazioni, oltre all’aumento delle accise su carburanti a partire dal 2015. Nel testo si trova anche l’acconto sull’imposta del risparmio amministrato.

Per quanto riguarda gli acconti dell’imposta sull’Ires, si legge nella bozza, è aumentato dal 100 al 101% per le società. Sul fronte del risparmio amministrato, “i soggetti che applicano l’imposta sostitutiva sono tenuti, entro il 16 dicembre di ciascun anno, al versamento di un importo, a titolo di acconto, pari al 100% dell’ammontare complessivo dei versamenti dovuti nei primi undici mesi del medesimo anno”. Per quanto riguarda gli aumenti delle accise su benzina e gasoli, mirano a “determinare maggiori entrate nette non inferiori pari a 1.505 milioni di euro per l’anno 2015 ed a 42,2 milioni di euro per l’anno 2016”.

Il decreto prevede anche una norma interpretativa sugli acconti di Irpef e Ires

nel caso in cui i contribuenti scelgano di fare il calcolo previsionale. Viene stabilito che l’importo versato non può essere inferiore al 100% dell’imposta che risulterà dovuta con la dichiarazione dei redditi: questo si traduce in un mini-beneficio (ma evita una sorta di prestito forzoso visto che si tratta di un pagamento d’acconto fatto su previsioni di guadagni reali) per le società che ora devono versare il 101% se scelgono il calcolo dell’acconto automatico.

L’emendamento che prende tempo… L’Italia tra proroghe e svendite

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Una proroga di un anno della possibilità per i Comuni di utilizzare Equitalia per la riscossione dei tributi locali: è quanto prevede un emendamento alla Legge di Stabilità che sarà presentato a breve in commissione al Senato. Lo riferisce il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanni Legnini.

Eni vende! 2,94 miliardi per la cessione delle quote di Severenergia alla Russia

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Severenergia è Russa! Eni ha ceduto il 60% di Arctic Russia, che detiene il 49% di Severenergia, a Yamal Development, per 2,4 dollari.

“Con questa vendita, si legge in una nota del gruppo, Eni monetizza l’investimento, giunto ad un elevato livello di maturità, nell‘upstream siberiano russo,coerentemente con gli obiettivi di creazione di valore per i propri azionisti. Eni manterrà una presenza significativa e forti relazioni con la Russia, sia in termini commerciali che strategici”.

Eni è il maggiore acquirente di gas da Gazprom e uno dei maggiori acquirenti di greggio da Rosneft. Ha inoltre una joint venture con Rosneft per l’esplorazione congiunta di promettenti asset esplorativi nel Mar Nero e nel Mare di Barents, ed è partner di Gazprom nel progetto South Stream che, una volta completato, trasporterà 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, contribuendo a migliorare la sicurezza energetica europea.

Di male in peggio, aumenta il numero delle famiglie in difficoltà

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2013: di male in peggio. Se nel 2012 infatti si era registrato un aumento dell 55,8% di famiglie che avevano peggiorato la loro situazione economica, nel 2013 non solo non migliora, ma anzi peggiora il dato, attestandosi sul 58,6% . “Il calo è generalizzato sul territorio, ma maggiore al Nord”, si legge nel rapporto dell’Istat.

In Indesit salta tutto e si va in mobilità

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Sembrava raggiunto l’accordo tra  Indesit Company e le parti sociali e invece nonostante  il sacrificio chiesto ai lavoratori  che avrebbero dovuto rinunciare a parte dello stipendio per attivare le misure straordinarie previste, e continuare a lavorare tutti, alla fine invece è saltata anche quest’ultima speranza.

Il braccio di ferro che va avanti dalla scorsa primavera ieri sembrava sulla buona strada: solo la Fiom non aveva sciolto le sue riserve, ma poi nella nottata le posizioni si sono irrigidite, e non è più stato possibile trovare un accordo. Anzi la Indesit ha risposto aprendo la procedura della mobilità, che è l’anticamera dei licenziamenti individuali. “Non ci sono altre soluzioni per chi ha cuore il bene della Indesit – spiega l’amministratore delegato del gruppo di elettrodomestici Marco Milani – ma abbiamo a cuore anche tutte le persone che per l’azienda lavorano, e siccome una soluzione alternativa ai licenziamenti esiste, mi auguro che presto si possa trovare un  accordo con tutte le parti sociali”.

Dalla richiesta della mobilità, passeranno 75 giorni prima che si passi alla fase successiva e ieri anche le parti sociali, tornavano a essere possibiliste. “ Bisogna recuperare il buonsenso e lavorare affinché venga riaperto il confronto su Indesit” ha detto il segretario nazionale della Fim Cisl, Anna Trovò. “Nella trattativa – ha aggiunto – importanti novità sulle quali l’azienda si era resa disponibile a trattare” a partire da missioni produttive esclusive e specializzate sulle produzioni di gamma alta per gli stabilimenti italiani e contratti di solidarietà. Un accordo condiviso che confermi le fabbriche italiane e gli organici mantenendo i livelli occupazionali rimane per la Fim “un obiettivo alla portata delle parti” nonostante l’interruzione del negoziato e l’apertura della procedura di mobilità per 1400 lavoratori da parte della Indesit sia “un atto di rottura unilaterale pesante per il suo significato ed esplosivo per i suoi effetti se dovesse essere portato a termine”.

Allarme tasse, è il Wall Street Journal a puntare il dito contro l’Italia

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Lo dice a chiare note il Wall Street Journal: “Le tasse in Italia distruggono la ripresa” e poi aggiunge ”Con una economia che stenta a ripartire ed una disoccupazione a livelli record, il peso delle tasse in Italia potrebbe distruggere le prospettive di ripresa”. Questo è quanto stamattina ha pubblicato in un editoriale dedicato al modello fiscale italian il Wall Street Journal. Il giornale Usa sottolinea che proprio “l’enorme peso delle tasse” su aziende e lavoratori è una delle principali cause per la scarsa crescita dell’Italia negli ultimi dieci anni, addirittura “la più bassa tra i 34 Paesi dell’area Ocse“.

Il quotidiano a stelle e strisce, spiega poi che “l’esborso per le pensioni di anzianità rappresenta circa il 13% del Pil, ossia un terzo più alto rispetto alla Germania e il doppio rispetto agli Usa, secondo i dati Ocse“. “L’assurdità è che un lavoratore italiano costa più di uno spagnolo, ma ha uno stipendio più basso”, dice al giornale Riccardo Illy. Secondo Paolo Manasse, professore di economia all’università di Bologna, il governo dovrebbe tagliare altri 30 miliardi di euro di tasse sul lavoro per essere in linea con la media Ocse. “L’Italia ha davanti a sé un compito spaventoso”, dice al Wsj Manasse.

Il carico fiscale totale per l’impresa nel nostro Paese si conferma il più alto d’Europa, pari al 65,8% dei profitti commerciali, e l’Italia scende di 7 posizioni rispetto all’anno scorso nella classifica mondiale del carico fiscale, posizionandosi al 138esimo posto, rispetto a 189 economie prese in esame.

Dove sta la ripresa? Con il contagocce?

C’è spending review e spending review!

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Spending review è un termine ormai entrato nel linguaggio quotidiano. Ma c’è  spending review e  spending review! Carlo Cottarelli per l’Italia spera di tagliare 32 miliardi di euro in tre anni. Nessun ulteriore sacrificio per gli italiani, assicura il Premier Enrico Letta, niente tagli «con la falce» ma «solo dove necessari». Si premierà chi taglia questa la tecnica che verrà utilizzata e quindi gli enti più virtuosi saranno quelli in grado di fare più spending review. La scure si abbatte però anche su sanità e scuola e a farne le spese saranno gli insegnanti di sostegno. Chi ha bisogno di aiuto sarà lasciato a se stesso?  E negli ospedali? Chi ha bisogno di un posto letto dovrà cambiare regione? Chi potrà si pagherà un’assicurazione sanitaria per garantirsi il diritto alla salute che lo stato non riesce a sostenere?

Capitolo a parte sugli statali con il governo che ha come obiettivo quello di aumentarne la mobilità. Il denaro risparmiato grazie a una spesa più responsabile, servirà a ridurre le imposte, ad investire produttivamente ed a ridurre il debito. Mentre il governo studia come triplicare l’obiettivo di risparmio previsto dalla Legge di Stabilità, Confesercenti denuncia la situazione opprimente dei pensionati italiani. Quattromila euro di tasse l’anno. Sembra proprio che ormai si sia arrivati al torsolo!

La vergogna europea? Pensionato italiano paga 4000 euro, il tedesco 39

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E’ Confesercenti a rilevare la discriminazione in Europa tra i cittadini pensionati. Un’anomalia che grava sugli “over” italiani a cui le tasse non calano con l’avanzare dell’età a differenza di quello che accade invece in molti altri paesi europei come a esempio la Germania. Pesa soprattutto l’eccesso di prelievo che scaturisce dalla combinazione fra Irpef e addizionali regionale e comunale; sia perché, diversamente da quanto avviene nel resto d’Europa, il carico fiscale sulle pensioni e’ superiore a quello che grava sui redditi da lavoro dipendente di analogo ammontare.

Detrazioni inique: 1840 euro per i dipendenti, 1725 per i pensionati sotto i 75 anni In particolare, spiega Confesercenti, emergono due significative differenze particolarità tutte italiane: l’importo delle detrazioni d’imposta riconosciute ai pensionati (1.725 euro al di sotto dei 75 anni e a 1.783 euro oltre 75 anni è inferiore a quello previsto a favore dei redditi da lavoro dipendente (1.840 euro); nel nostro Paese non vi è traccia dei trattamenti impositivi agevolati che sono riconosciuti nella quasi generalita’ dei paesi europei.

Qual e’ il peso della penalizzazione per i pensionati italiani? Lo possiamo verificare confrontando innanzitutto quanto paga rispetto ai suoi “colleghi” europei. A questo fine, sono stati individuati due livelli di pensione entro i quali si collocano i due terzi dei 16,5 milioni dei pensionati italiani: quelli corrispondenti a 1,5 volte ed a 3 volte il trattamento minimo Inps (pari, nel 2013, a 9.661 euro e, rispettivamente, a 19.322 euro). Abbiamo poi assunto che il pensionato di riferimento abbia un’eta’ compresa fra i 65 e i 75 anni e non abbia carichi di famiglia. Infine, per determinare l’importo del prelievo regionale e comunale, si è ipotizzato che il pensionato sia residente a Roma. Il confronto praticamente non esiste per la pensione pari a 1,5 volte il trattamento minimo: solo il pensionato italiano paga le imposte (che decurtano di oltre il 9% la sua pensione), mentre altrove non si subisce alcun prelievo, a motivo dell’operare di specifici trattamenti agevolativi.

Ma non meno dirompente e’ il risultato che emerge nel caso del trattamento pari a tre volte il minimo: il pensionato italiano è soggetto ad un prelievo doppio rispetto a quello spagnolo, triplo rispetto a quello inglese, quadruplo rispetto a quello francese e, infine, incommensurabilmente superiore a quello tedesco. Il divario emerge ancor più nettamente rispetto a una pensione pari a tre volte il minimo: si va dagli oltre 4 mila euro sopportati dal pensionato italiano ai 39 a carico del pensionato tedesco.

Ma se il sistema italiano è iniquo non si può dire che l’Europa abbatta le discriminazioni anzi con una sentenza dell’ottobre 2013 della corte di Strasburgo si è deciso che “In caso di difficoltà finanziarie, che impediscono per di più il rispetto di obblighi internazionali, uno Stato può imporre alcuni tagli alle pensioni di una determinata categoria di persone.”

Il vecchio continente non è un paese per anziani, manovra sulle pensioni!

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Si era detto, poi erano arrivate le smentite e ora invece arrivano le conferme. Non solo l’Italia, ma l’intero vecchio continente non è più un paese per gli anziani. Coloro che hanno maturato un diritto acquisito con tanti anni di duro lavoro avranno alla fine solo uno schiaffo in faccia da chi avrebbe deciso di affrontare le difficoltà economiche solo e unicamente falcidiando la classe sociale più fragile: i pensionati. In nome del populismo e della discriminazione tra cittadini disoccupati, in mobilità, esodati e pensionati, saranno proprio questi ultimi a pagare per gli errori passati dei governi. Non importa se le pensioni siano di platino, d’oro, d’argento o di latta, è il concetto di pensionato che si vuole colpire. Gli anni di contributi pagati cancellati dall’ottica che ora bisogna pensare ai giovani, ai ceti in difficoltà, ai disoccupati… ma invece di creare nuove possibilità di lavoro sembrerebbe che si voglia raschiare il barile annullando un diritto consolidato negli anni.

Scrive Bernardo De Sol su Libero:

È un attacco concentrico e qualche effetto (taglio) lo avrà. La manovra a tenaglia sulle pensioni iniziata nell’ultimo anno con il non adeguamento dei trattamenti all’inflazione per quelli superiori a soglie modeste (fino a 3.000 euro lordi), è solo un primo bossolo tracciante di una strategia ben più sottile e diffusa. Giusto lunedì l’aula di Palazzo Madama comincerà l’esame del disegno di legge sulla Stabilità per il 2014 predisposto dal governo di Enrico Letta. E la deindicizzazione delle pensioni è proprio annidata tra gli articoli.Male proposte – anche fantasiose – sono ben più corpose. «In materia pensionistica», sintetizza Pier Luigi Franz sottile studioso di norme e lacciuoli normativi, «ci si trova di fronte ad un delirio di proposte ed emendamenti in cui il qualunquismo e il pressappochismo la fanno da padrone con lo scopo solo di catturare voti in vista di future elezioni».

Franz parla di una sorta «di tiro al bersaglio da parte dei senatori di tutti i gruppi politici che hanno fatto a gara per chi l’ha sparata più grossa con l’unico obiettivo di colpire e addirittura anche con effetto retroattivo i vitalizi di maggiore importo, impropriamente ritenuti “d’oro” anche a fronte di versamenti di contributi previdenziali per oltre 40 anni, e di bloccare per altri anni la rivalutazione Istat delle pensioni ». (…)

Nella sventurata ipotesi che il Senato – nonostante il parere di non ammissibilità – dovesse approvare alcuni di questi bizzarri emendamenti la quasi totalità delle pensioni di professionisti, dirigenti, manager e quadri (anche non iscritti all’Inps ma ad altre casse previdenziali) non verrebbe rivalutata neppure nel 2014 dopo il blocco biennale imposto dal governo Monti, ma addirittura potrebbe subire un nuovo pesante taglio per finanziare gli esodati, nonostante la Consulta con sentenza n. 116 di quest’anno abbia già bocciato proprio la decurtazione dei vitalizi superiori ai 90mila euro decisa del governo Berlusconi nell’estate 2011 e poi confermata dal governo Monti. Provvedimenti errati e incostituzionali che già quest’anno (e il prossimo costeranno) alle casse dello Stato un aggravio milionario per la restituzione di quanto furbescamente sottratto. (…)

L’idea è di far pagare un’aliquota aggiuntiva dello 0,1% per le pensioni che vanno da 1 fino a 6 volte il minimo;0,5% per quelle che superano dalle 6 alle 11 volte le pensioni minime; 10% per i pensionati che superano il minimo di oltre 15-20 volte; 15% per chi è al di sopra delle minime di 20-25 volte e così procedendo fino ad arrivare alla sforbiciata del 32% per le pensioni al di sopra di 50 volte il minimo. L’emendamento pentastellato farà forse da cavallo di Troia per rivoluzionare il pianeta pensionistico (oltre 160 miliardi di spesa l’anno), visto che il 5% appena dei pensionati (quelli con trattamenti di platino) si mangia la metà di quel che spende lo Stato per il sistema previdenziale, 45 miliardi. Ma c’è dell’altro e sempre in ambito giuridico, ma questa volta europeo. La raffica – che potrebbe falciare tutti (pensionati d’oro o di stagno, dipendenti pubblici con il ricco retributivo e lavoratori privati con il ben più parco contributivo) arriva dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che lo scorso 8 ottobre ha stabilito il principio secondo cui «in caso di difficoltà finanziarie, che impediscono per di più il rispetto di obblighi internazionali, uno Stato può imporre alcuni tagli alle pensioni di una determinata categoria di persone». (…)

Che resta dunque da fare agli anziani? Migrare? Cercare lavoro in rete? Trovare un paese in cui poter continuare a percepire la propria pensione al sicuro? Il bivio per i pensionati sembra segnato o emigrare o lavorare!

L’acqua non è uguale per tutti!

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Si chiama tariffa sociale dell’acqua in realtà pone una discriminante tra cittadini, ma fa parte del quadro di populismo che ormai aleggia in Italia e sta facendo lentamente sprofondare il nostro Paese a livelli di Terzo Mondo. Si sta lentamente andando verso quella spaccatura sociale che sussiste nei Paesi più arretrati: i ricchi e i poveri in lotta perenne fra loro. Tutto questo genera povertà, perché non si riesce  a convogliare energie nella produzione, ma solo nella lotta alla sopravvivenza. Non c’è da rallegrarsi quindi se l’acqua costerà di meno ai redditi più bassi e di più a quelli più elevati, perché la tariffa “sociale” è l’ennesimo passo verso il baratro. Colpire la classe media, quella che davvero s’impoverirà fino a diventare povera e gravare ulteriormente sullo Stato. Chi ora è benestante diventerà un competitors dei più poveri, una moltitudine in più alla ricerca di diritti che la classe ricca, che pagherà anche l’acqua di più, ma nessuno potrà scalfire il predominio e la razzia. Levata la classe media di un paese, si schiacciano anche di più i poveri. E’ una vittoria? Eppure sembra uno dei provvedimenti migliori del governo Letta. La decisione di staccare l’acqua aa un cittadino moroso non sarà più nelle mani dell’azienda che eroga il servizio, ma dello stato.

Spiega il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando:

“Non si può lasciare all’azienda la facoltà di decidere del distacco dell’acqua. Bisogna garantire procedure vista la specificità del bene acqua, che è un bene fondamentale per la vita umana”.

Anche perché aggiunge Orlando, con  l’applicazione delle tariffe basate sul principio di copertura dei costi le tariffe sono aumentate e di conseguenza sono aumentati anche i morosi.

La strada che prende il governo, invece, è diversa. Con la norma in questione “l’Autorità per l’energia elettrica ed il gas al fine di garantire l’accesso universale all’acqua assicura agli utenti domestici a basso reddito del servizio idrico integrato l’accesso a condizioni agevolate alla quantità di acqua necessaria per il soddisfacimento dei bisogni fondamentali”. La sostenibilità dell’intervento e la copertura dei costi viene garantita dalla “previsione di un’apposita componente tariffaria” per le “utenze non agevolate del servizio idrico integrato”.

Come si può far pagare di più un servizio solo per il reddito? Acqua è di tutti, ma a quale prezzo?

Condacons e i dati drammatici sul 2014

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I dati sono drammatici e la Confcommercio diffonde il calo dei  consumi previsti anche nel 2014. Se le previsioni saranno confermate si tratterebbe del terzo anno di fila in cui si registra un segno negativo e una contrazione della spesa. Secondo le stime la flessione  sarà pari ad un -0,2%. La Condacons lancia l’allarme perché il calo è solo l’ultimo in ordine di tempo e viene dopo i crolli del 2013 (-2,4%) e del 2012 (-4,2%). Persino i consumi alimentari scendono ormai ininterrottamente dal 2007, con percentuali da Terzo Mondo:  -3% nel 2012, -1,8% nel 2011, -0,7% nel 2010, -3,1% nel 2009, -3,3% nel 2008, -1,4% nel 2007 (dati in quantità). Per l’associazione di consumatori un terzo delle famiglie italiane vive orami come nel dopoguerra, ossia alla ricerca di soldi per poter acquistare il cibo ed arrivare a fine mese. Ecco perché la priorità della legge di stabilità dovrebbe essere quella di occuparsi di questi nuovi poveri,  concentrando la riduzione delle tasse sui ceto medio bassi.

 

BOCCIATA L’ITALIA: la stabilità è instabile!

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Ormai l’instabilità italiana è sotto gli occhi di tutti anche dell’Ue che oggi ha bocciato gli obiettivi poti in essere dal Patto di Stabilità, ex finanziaria, proposti dal governo Letta e per la prima volta al vaglio della Commissione Ue.  “C’è un rischio che la bozza del piano di bilancio per il 2014 non rispetti le regole del Patto di stabilità e crescita – sottolinea la Commissione -. In particolare, l’obiettivo di riduzione del debito nel 2014 non è rispettato”. L’Italia non potrà quindi chiedere alla Commissione Ue di fare uso della “clausola sugli investimenti” del Patto di stabilità, perché non rispetta la condizione del debito pubblico in discesa a un ritmo soddisfacente. «La Commissione europea – dice il vicepresidente Olli Rehn – conta molto sugli impegni presi dal governo italiano, in particolare sulla spending review portata avanti da Carlo Cottarelli». Nuovo colpo di scena… sulle vite degli italiani!

Il boom economico c’è… sono i fallimenti!

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Chi ha detto che in Italia non c’è il boom economico? Il boom c’è eccome, è quello dei fallimenti. I dati Cerved visionati dall’Ansa mostrano un nuovo record: nei primi nove mesi dell’anno sono stati 9.902, in aumento del 12% rispetto al 2012, mentre la crescita del solo terzo trimestre è del 9%. Secondo la banca dati della società specializzata nell’analisi delle imprese e nella valutazione del rischio di credito, i fallimenti sono al livello «massimo osservato da più di un decennio nel periodo gennaio-settembre». La crescita dei default riguarda tutte le forme giuridiche, con tassi di crescita a due cifre: +12% per le società di capitale, +10% per le società di persone e +11% per le altre forme giuridiche. E tutti i settori: a cedere maggiormente sono le industrie dei servizi (con un aumento dei fallimenti del 14%), seguite dalla manifattura: +11%, che inverte il trend positivo del 2012. Continua l’aumento del fenomeno anche nelle costruzioni (+9,7%), il settore che sta pagando il dazio più pesante alla crisi. L’aumento dei fallimenti è un fenomeno diffuso anche dal punto di vista geografico: la Lombardia accusa di gran lunga il numero assoluto maggiore di fallimenti (2.250 nei primi nove mesi) con un aumento del 13%. Peggiore il trend di Emilia Romagna e Veneto (+19% per entrambe le Regioni) e del Lazio (+15%). Male anche il Sud, frenano i default Liguria (-11%) e Umbria (-18%).

Inoltre nel terzo trimestre del 2013 hanno avviato procedure di liquidazione volontaria circa 14mila aziende ‘in bonis’, cioè imprese senza precedenti procedure concorsuali, il 5,3% in più rispetto allo stesso periodo 2012. Sono dati Cerved analizzati dall’ANSA, secondo i quali nei primi nove mesi dell’anno le liquidazioni superano quota 50mila, aumentando del 5,2% rispetto al 2012 e toccando, come per i fallimenti, un record assoluto in oltre un decennio. È un fenomeno causato dalla crisi ma anche sostenuto dalla dalla nuova legislazione che, secondo alcuni osservatori delle dinamiche d’impresa, rischia di favorire chi chiude per non pagare i creditori. Ad aumentare sono state soprattutto le liquidazioni delle cosiddette ‘scatole vuotè (+75%), società che non hanno depositato alcun bilancio nell’ultimo triennio, mentre sono diminuite dello 0,9% le liquidazioni tra le società di persone. Continuano ad aumentare, ma a ritmi inferiori rispetto all’anno precedente (2,2% contro 18,5%), le liquidazioni tra le ‘vere’ società di capitale, quelle con almeno un bilancio valido nelle ultime tre annualità: anche in questo caso, secondo i dati della società specializzata nell’analisi delle imprese e nella valutazione del rischio di credito, il numero di liquidazioni dei primi nove mesi dell’anno (quasi 25mila) ha comunque toccato il massimo dall’inizio della crisi.

I dati parlano di un incubo ben diverso da quello scenario di ripresa auspicato dall’esecutivo, è come se in Italia la realtà schiacciasse ogni giorno le prospettive future di crescita e sembrano alla fine stridere gli annunci ottimistici che invece vengono lanciati quotidianamente dalle diverse forze politiche sicuramente ingabbiate in una situazione economica difficile e in rapporti con l’Europa che di giorno in giorno si fanno più tesi.

Dove sta il futuro?

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Dove sta il futuro? Forse non è più nel nuovo continente, come non è in Europa, bisogna andare a cercarlo in Asia, dove nelle università si studia 10 ore al giorno 7 giorni su 7 e si passa la notte a parlare con i compagni di corso delle lezioni svolte durante il giorno. La storia la racconta il padre di un ragazzo di 20 anni, sulle pagine de La Repubblica, confessando che il master di suo figlio, studente 20enne del Politecnico di Torino, in Cina, gli ha aperto gli occhi: ” …è partito per Shanghai il 28 luglio 2012 ed è tornato a casa un anno dopo”. Al ritorno, il ragazzo ha raccontato una nuova esperienza che non è la storia solita di chi ha svolto un anno all’estero, ma è “l’entusiasmo di costruire qualcosa senza demordere, la soddisfazione di aver imparato una lingua ostica, la prospettiva di una laurea cinese, la speranza di forgiarsi un futuro vivendo dove il futuro si plasma ogni giorno”. Il ragazzo torna insieme a una ragazza che per due settimane rimane a Torino e viene affascinata dalla bellezza architettonica e artistica della città, ma anche da quell’Italia senza slanci tanto da chiedere “ma qui ci sono i giovani?” Dove sono i giovani in una città come Torino? E dove sono quelli di Milano? Dove quelli di Roma? Dove quelli di Napoli o Palermo? Dove è lo slancio? Dove è quella forza propulsiva? Dove è, al di là dell’età anagrafica, quelle menti che sanno vedere con gli occhi del futuro? Dove è la determinazione di costruire il nuovo? L’Italia è quel Paese dove si riflette, si garantisce, si programma, si pensa, si annuncia, si propone, si osserva… poi si ricomincia a parlare, a commentare, a sensibilizzare, intanto la vita delle generazioni passa inesorabilmente, i giovani diventano anziani ancor prima di essere adulti, la bellezza di un’arte antica fossilizza le menti e lo sguardo si rivolge al passato. Si piange sul latte versato e si continua a versare. “Dove stanno i giovani?” chiede la ragazza cinese a Torino e il padre dello studente del Politecnico non sa rispondere, annuisce e ripensa a quel fervore nelle strade di Shanghai. “Lì è tangibile il futuro come opportunità, non come problema”.

In arrivo 75 mln di euro di rimborso Irpef per chi ha perso il lavoro

rimborsi-natale-tuttacronacaAnnuncio “natalizio” dell’Agenzia delle Entrate che ha spiegato che sono in arrivo 75 milioni di euro di rimborsi Irpef per chi ha perso il lavoro ma, in base ad alcune novità introdotte, hanno potuto comunque presentare il modello 730 entro settembre. Sono quindi state attuate rapidamente le nuove norme relative ai rimborsi con il 730. La nota spiega che a essere coinvolti saranno i contribuenti che “ non avendo più un datore di lavoro e vantando un credito fiscale, hanno usufruito dell’opportunità offerta dal Decreto del Fare (art. 51-bis del Dl n. 69/2013) di presentare il modello 730 Situazioni particolari (Sp) lo scorso settembre’’. L’Agenzia spiega ancora che i contribuenti che hanno comunicato il proprio codice Iban riceveranno, a partire dal 15 dicembre, i rimborsi direttamente sul proprio conto corrente. Per tutti gli altri contribuenti, a partire dal 21 dicembre, saranno invece disponibili presso gli uffici postali i rimborsi in contanti. I contribuenti che non hanno più un posto di lavoro, inoltre, a partire dal 2014 potranno presentare la dichiarazione 730 non soltanto nel caso di somme a credito, ma anche nel caso di importi a debito.

Dichiarazioni dei redditi: i dipendenti guadagnano più dei padroni

stipendi-tuttacronacaIl ministero dell’Economia ha diffuso di dati del dipartimento Finanze che mostrano come le persone che godono di un reddito da lavoro dipendente prevalente, ossia oltre 20.1 milioni, dichiarano un reddito medio di 20.680 euro. Un valore che è superiore, anche se di poco, a quello degli imprenditori. I soggetti con reddito d’impresa prevalente sono circa 1,5 milioni (89% di coloro che dichiarano reddito d’impresa), per un valore medio di 20.469 euro. E’ quanto emerge dalle statistiche sulle dichiarazioni Irpef 2012 in base al reddito prevalente. I lavoratori dipendenti, quindi, dichiarano al fisco redditi maggiori rispetto agli imprenditori. Dai dati diffusi emerge inoltre che un italiano su tre ottiene il suo reddito prevalente dalla pensione. Ma questa è la media dei redditi di tutti i lavoratori dipendenti, mentre il discoso è diverso se si analizzano i dati raffrontando le dichiarazioni dei dipendenti “privati” con quelle dei loro diretti datori di lavoro, comparto per comparto. Nei dati del ministero dell’Economia sono stati distinti i dipendenti che hanno come sostituto d’imposta una persona fisica (9,6% del totale) da quelli con sostituti d’imposta rappresentati da società o enti (90,4 % del totale). Non sono stati considerati i soggetti che lavorano per un ente pubblico che svolge soltanto attività istituzionale. I dipendenti che hanno come sostituto d’imposta una persona fisica con reddito da attività economica dichiarano un reddito medio da lavoro dipendente di 10.647 euro, mentre i corrispondenti datori di lavoro (circa 575.000 soggetti) dichiarano un reddito medio di 20.469 euro. Maggiore è invece lo scostamento nell’industria e nelle costruzioni. “Molto più accentuato – evidenzia infatti il dossier – è il divario tra il reddito medio del lavoratore e il reddito del datore nel caso di sostituti d’imposta società pari rispettivamente a 21.674 euro e 132.183 euro, in particolare il settore dell’industria è quello con il maggior scostamento”.

L’accordo con la Svizzera ci sarebbe: 12% e perdita di anonimato!

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Sembra che l’accordo ci possa essere per i conti in Svizzera per i quali potrebbe essere richiesto un prelievo del 12% e la perdita dell’anonimato. Così si metterebbe fine alla “fuga” di denaro oltre confine. Questa operazione potrebbe portare nelle casse del fisco 5 miliardi il primo anno e circa 300 milioni ogni anno quando l’accordo sarà a regime… ma forse per l’epoca i presunti evasori avranno sicuramente trovato una nuova via. L’aliquota del 12% sembra tuttavia un bel regalo visto che in Austria o in gran Bretagna le sanzioni sono ben più elevate. Ci sarebbe poi la clausola di perdere l’anonimato e non solo per chi effettivamente avesse il conto intestato, ma anche per chi l’espatrio di denaro all’estero lo ha reso possibile, quindi in prima linea ci sarebbero anche i commercialisti.

Come giustificare però un prelievo così basso agli occhi di chi è sempre stato onesto?

“L’agenzia delle Entrate e il governo sono nella fase finale di preparazione delle misure per il rientro dei capitali –scrive Federico Fubini su Repubblica -, ma non sarà uno scudo fiscale: non è prevista tutela dell’anonimato degli italiani che fino ad ora hanno nascosto i loro soldi in Svizzera. Formalmente non sarà neppure un condono, ma una sanzione (ridotta) dopo una ‘dichiarazione volontaria’ di chi fino ad oggi ha tenuto dei fondi in un paese che tutela il segreto bancario. Di certo però, come le varie misure di scudo, anche questa è destinata a sollevare problemi di equità: in cambio delle informazioni su se stessi e coloro che aiutano gli italiani ad evadere all’estero, chi ha evitato di pagare le tasse finora se la caverà con multe relativamente basse. (…) Marco Cerrato, un avvocato tributarista socio dello studio milanese Maisto e Associati, si aspetta soprattutto ‘trasparenza’: i funzionari del fisco, prevede, ‘vorranno conoscere i meccanismi della fuoriuscita di capitali e i fiduciari che hanno organizzato le strutture off-shore’. È una modalità del diritto civile simile a quella dei collaboratori di giustizia, con sconti sulle sanzioni per chi implica altre persone. Per chi ottiene gli sconti, si tratterà di pagare le imposte sui redditi da capitale degli ultimi quattro/dieci anni (secondo le posizioni) più una sanzione del 9% del patrimonio fiscalmente rimpatriato. È probabile che il prelievo finale sarà appunto del 12%, con fluttuazioni fra il 10% e il 15% in base ai singoli casi. Nell’ultimo scudo di Giulio Tremonti era stato fra il 5% e il 7%. Negli accordi appena conclusi dalla Svizzera con Gran Bretagna, Austria e Germania invece il prelievo fluttua fra il 15 e il 25% del capitale detenuto all’estero, benché in quel caso il contribuente resti anonimo e non c’è quella che di fatto è la delazione al fisco del consulente che lo ha fatto evadere”.

No all’aumento di capitale per Alitalia! Air France non sottoscrive ed è bufera!

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“I rappresentanti del gruppo Air France-Klm nel Consiglio di amministrazione dell’Alitalia hanno apprezzato le modifiche al piano industriale, ma non le hanno ritenute sufficienti, soprattutto sul fronte della ristrutturazione del debito” con queste parole Alitalia continua a volare nella bufera. Dopo tante indiscrezioni ora è arrivata la nota ufficiale  nella quale Air France si dice indisponibile a sottoscrive l’aumento di capitale di Alitalia, anche se resterà partner del vettore italiano. Ieri, in tarda serata, Alitalia aveva approvato un nuovo piano industriale della compagnia, prorogando l’aumento di capitale al 27 novembre. Ora serve un nuovo socio industriale, si deve quindi ricominciare a cercare un nuovo partner e soprattutto limitare gli esuberi che potrebbero avere una ripercussione pesante, proprio a tale riguardo il  vicepresidente Salvatore Mancuso si era limitato a dire “sono stati tenuti in grande considerazione i lavoratori e le loro famiglie”. Ma nel comunicato finale c’è scritto: “Il piano industriale si basa sulla ricerca di una accresciuta efficienza nella gestione delle attività e su un miglioramento della capacità di competere sul mercato anche attraverso una severa riduzione dei costi”. In particolare il nuovo piano prevede la riduzione del numero di aerei a medio raggio con il mantenimento di ore volate rispetto al 2013 grazie ad un miglior utilizzo della flotta. “Saranno aumentati – si legge ancora – i voli internazionali e intercontinentali”.

Moody’s e quell’Italia disoccupata, ma… in ripresa!

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Sempre più disoccupazione, ma in ripresa! Questo il quadro impietoso dell’agenzia di rating Moody’s per il 2014. Moody’s si aspetta un ritorno della crescita in Italia dopo due anni di recessione, in un clima globale ”meno incerto”. L’agenzia vede per l’Italia un Pil 2013 fra -2 e -1% (tre mesi fa era fra -2,5% e -1,5%) e fra zero e +1% nel 2014 (era -0,5% e +0,5%).

Continua però la crescita della disoccupazione, prevista fra il 12 e 13% nel 2014.

Crescita senza occupazione, la produzione che non produce posti di lavoro: questa è la “ripresa” economica nell’Eurozona al tempo del capitalismo finanziario.

La ripresa che non ci sarà e la crisi del commercio!

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«Il 2014 non sarà certo l’anno di una ripresa sostanziale», il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio,  nel suo intervento nella giornata di mobilitazione nazionale per la legalità, ha parlato di abusivismo, contraffazione e della crisi che per le imprese continua a farsi sentire ancora molto forte. «Non sarà l’anno della ripresa — ha aggiunto Sangalli — anche per gli effetti di una legge di stabilità, che se non verrà corretta in parlamento, lascerà di fatto irrisolti i problemi strutturali della nostra economia, e soprattutto non avvierà quella stagione di riforme che auspichiamo da tempo». Poi l’intervento di Sangalli si è occupato di legalità: «Sette esercizi su 100 sono abusivi — ha spiegato — nei mercati ambulanti del Mezzogiorno si arriva a un abusivo su tre. Siamo in una situazione di allarme rosso e chiediamo, dunque, tolleranza zero contro ogni forma di illegalità».

Come spiega il Corriere della Sera:

Confcommercio ha realizzato infatti un’indagine su dati Istat e Censis che ha analizzato i riflessi economici dei mercati irregolari. Si tratta di «stime per difetto», ha fatto sapere l’associazione secondo cui a causa dell’illegalità rischiano di sparire 43.000 negozi regolari all’anno, insieme a 79.000 lavoratori. Lo studio, presentato dal direttore Ufficio Studi Confcommercio, Mariano Bella, evidenzia inoltre che il fatturato sottratto al commercio al dettaglio legale nel 2013 dovrebbe attestarsi a 8,8 miliardi di euro, pari al 4,9% del fatturato regolare. Il dato dell’illegalità nel commercio, ha spiegato Bella, «è molto superiore al Sud e nelle Isole rispetto al resto del paese». Riguardo al settore turistico, bar e ristoranti, nel 2013, il fatturato abusivo nel 2013 dovrebbe attestarsi a circa 5,2 miliardi, il 10% del volume d’affari del settore ( con rischio sopravvivenza per 27.000 imprese e 106.000 occupati regolari).

«Tanti imprenditori — ha aggiunto Sangalli — abituati da sempre a rimboccarsi le maniche hanno, lasciatemelo dire, incredibilmente ancora fiducia. Non chiedono allo Stato di lavorare per loro ma si meritano, e noi lo chiediamo a gran voce, una vita decisamente più facile, meno onerosa e più sicura nell’esercizio delle loro attività».

La risposta del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, a Roma per l’inaugurazione dell’anno di studi 2013/2014 della Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza non si è fatta attendere: «Dopo una grave e prolungata crisi l’attività economica dell’Italia si sta stabilizzando e il paese si sta avviando ad una graduale ripresa. Nel 2014 — ha aggiunto — la dinamica del prodotto è stimata pari all’1,1%. A partire dal 2015 la crescita del Pil si porterebbe sui livelli vicini al 2%». Per quanto riguarda la legge di Stabilità il ministro è stato chiaro. «Non abbiamo a disposizione soluzioni semplici per reperire ulteriori risorse e concedere sgravi fiscali più ampi — ha detto —. Ora spetta al parlamento approvare la legge apportando quei miglioramenti considerati necessari nel rispetto dei saldi. L’elevato numero emendamenti non ci spaventa».

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