Renzi paga tutti: mille euro al mese a disoccupati e precari

renzi-poletti-tuttacronacaIl neo premier ne ha dato l’annuncio ieri: entro 15 giorni sarà pronto una proposta sul lavoro. Nel frattempo, tuttavia, serve pensare anche a chi il lavoro l’ha perso, non l’ha mai trovato oppure prosegue a balzelli come i collaboratori a progetto. L’intenzione del presidente del Consiglio è quella di estendere ai precari i sussidi per chi è senza lavoro. Il requisito è quello di aver lavorato almeno per tre mesi. Una simile manovra, stando a quanto sostiene il quotidiano Libero, costerà allo Stato 1,6 miliardi in più di oggi e quindi il conto arriverà a 8,8 miliardi di Euro. I fondi non dovrebbero rappresentare un problema in quanto sarebbero ricavati dai fondi per la cassa integrazione in deroga. Nel frattempo, il ministro del Lavoro Poletti è al lavoro sul piano da presentare entro quindici giorni. Spiega Libero:

Il programma del ministro si chiama Naspi. Un sussidio di disoccupazione universale, destinato a tutti coloro che perdono il posto. Tutti. Compresi i meno protetti tra i precari: i collaboratori a progetto, oggi fuori da quasi tutti i sostegni. Un assegno da 1000 euro per chi ha perso il posto di lavoro. E’ questa in sintesi la riforma che il governo si appresta a varare. 

Il piano, scrive Libero,  è stato messo a punto nei dettagli

dal politologo Stefano Sacchi e fatto proprio prima dalla segreteria del Pd, poi diventato base di discussione per il governo.  Secondo le previsioni del governo il piano assicurerà protezione anche a quel milione e 200 mila lavoratori, ora per diversi motivi totalmente senza rete, in caso di disoccupazione. 

L’estensione del sussidio

potrebbe essere finanziata con uno spostamento di risorse dalla Cig in deroga, che vale 2,5-3 miliardi annui. Il dossier sarà esaminato nei prossimi giorni anche da Giuliano Poletti. “Ne parlerò con il ministro”, conferma Filippo Taddei, responsabile economia del Pd. “È il piano più ragionevole di tutti, perché include anche gli atipici. E siamo fiduciosi che possa diventare il piano del governo”. Per ottenere il sussidio bisognerà aver lavorato tre mesi, non più necessari i due anni contributivi.

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“Abitare precario”: il fotoprogetto che racconta uno spaccato italiano

abitare-precario-tuttacronacaE’ stata la sociologa Carla Sedini, ricercatrice al Politecnico di Milano (design) ad avere l’idea di un fotoprogetto intitolato “Abitare precerio”, che mostra la vita di chi vive in affitto a Milano. “Una città attrattiva per molte persone provenienti dall’estero e da varie parti d’Italia, ma, come si sa, piuttosto costosa”, spiega. “La mancanza di una discreta disponibilità economica o di una posizione lavorativa stabile è un limite all’accesso al mutuo e spinge molti cittadini milanesi (d’origine o d’acquisizione) a vivere in affitto”, prosegue Sedini. “La motivazione economica non è l’unica, però, in grado di spiegare questa scelta. Precario non significa soltanto insicuro, instabile e problematico, ma anche momentaneo, provvisorio, transitorio. Abitare in affitto può significare dover affrontare diversi problemi, come quelli di convivenza, di relazione col padrone di casa o di costi mensili molto (troppo) elevati. Ma il ‘vivere temporaneo’ ha anche i suoi pregi. Per i protagonisti di questa ricerca foto-sociologica (condotta nel 2010-2011), vivere in affitto è possibilità di conoscere gente nuova e di avere la libertà di decidere del proprio futuro. Affitto e coabitazione sono quindi croce e delizia per chi si trova in questa condizione abitativa. Attraverso diversi ritratti fotografici entriamo non solo in casa, ma anche nel mondo di questa variegata popolazione urbana”.

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Insegnanti precari con mille euro in meno in busta paga. Male anche i professionisti

insegnanti-precari-tuttacronacaPessime notizie sotto l’albero per gli insegnanti precari: non verranno più pagate le ferie maturate, come è sempre avvenuto fino ad adesso. Sono circa mille euro in meno quelli che molti insegnanti che a dicembre si aspettavano di vedersele pagate almeno per l’anno scolastico appena passato hanno trovato in busta paga. Come riporta il Messaggero:

Quella delle ferie dei precari è una questione che si trascina da tempo. «È l’ennesima ingiustizia per i supplenti», sostiene Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, uno dei sindacati della scuola. Tutto nasce dalla legge sulla Spending review varata dal governo Monti, nel 2012, che ha previsto la non monetizzazione delle ferie maturate per il personale del pubblico impiego.
Quella legge però non dava indicazioni specifiche per i precari del settore scuola, perciò è stato necessario aggiungere una precisazione con la successiva legge di stabilità. E la precisazione è la seguente: per il personale della scuola le ferie possono essere monetizzate, però dal conto delle ferie maturate bisogna sottrarre i giorni in cui l’attività didattica è stata sospesa, cioè le vacanze di Natale, di Pasqua e una parte di giugno.
Per i docenti di ruolo gli effetti di questa norma sono nulli: per loro le vacanze arrivano regolarmente con la chiusura estiva delle scuole, e le mensilità di retribuzione restano sempre dodici più tredicesima. Diverso è il caso dei precari con contratto a dieci mesi. Per loro il rapporto di lavoro si interrompe ogni anno a luglio e agosto per poi riprendersi a settembre. Questo diverso meccanismo di calcolo delle ferie si traduce dunque in un taglio consistente dello stipendio. E quel taglio si fa sentire tutto a dicembre, il mese in cui veniva normalmente erogato il pagamento delle ferie maturate l’anno prima. Gli interessati però contestano il principio introdotto dalla nuova legge.

E i problemi non sono solo dei precari della scuola ma anche dei professionisti, il cui reddito cala. Come sottolinea il Sole 24 Ore:

Non si arresta la caduta dei redditi dei professionisti. Dal 2008 al 2012 i lavoratori autonomi denunciano un un ulteriore calo dei redditi: il dato medio è ora sceso a 31.324 euro, in flessione di quasi il 10 per cento. Questa è la fotografia contenuta nel terzo rapporto Adepp sulla previdenza privata. E i dati delle singole casse previdenziali- raccolti dal Sole 24 Ore -aggiungono altri dettagli. A soffrire di più sono le professioni giuridiche e tecniche: i notai hanno visto “sparire” il 45 per cento dei propri redditi reali a partire dal 2007. La crisi colpisce di più le categorie “deboli”: donne e giovani. Per Andrea Camporese, presidente di Adepp, servono “strategie per anticipare l’ingresso dei giovani”. Intanto da gennaio le regioni potranno aprire i bandi di finanziamento europeo per i professionisti.
Ecco alcuni esempi: I notai nel 2007 avevano un reddito medio di 195.794 euro, mentre nel 2012 era di 107.400 (- 45%), gli architetti da 30.260 a 20.535 (- 32,1%), gli ingegneri da 44.864 a 33.299 (-25,8%), gli avvocati da 57.215 a 47.402 (-17,2%).

Preoccupazione e inquietudine: ritratto dell’Italia in tempo di crisi

crisi-italia-tuttacronacaIl Censis, che ha rilevato  nel suo Rapporto annuale come una famiglia su quattro faccia fatica a pagare tasse o bollette mentre il 70% si trova in difficoltà se deve affrontare una spesa imprevista, parla di “fragilità” per “una larga parte del Paese”. L’incertezza “ha preso il sopravvento” sulle famiglie assumendo “la forma della preoccupazione e dell’inquietudine”. Il Censis ha sottolineato anche che il 50% delle famiglie teme di non riuscire a mantenere il proprio tenore di vita e il 52% delle famiglie sente di avere difficoltà a preservare i propri risparmi. “Una larga parte del Paese scopre un’intima fragilità: più del 70% delle famiglie – si legge nel Rapporto – si sentirebbe in difficoltà se dovesse affrontare spese impreviste di una certa portata, come quelle mediche, il 24% ha qualche difficoltà a pagare tasse e tributi” e il 23% le bollette.  Ma non solo, il Rapporto evidenza ancora come non solo sei milioni di persone vivono nella precarietà, ma anche il il 14% dei lavoratori teme di perdere il posto. “Il 2013 si chiude con la sensazione di una dilagante incertezza sul futuro del lavoro”, senza contare che sono 4,3 milioni le persone che non trovano un’occupazione. C’è un’area di “disagio”, di instabilità lavorativa e sottoccupazione che interessa il 25,9% dei lavoratori: una platea di 3,5 milioni di persone ha contratti a termine, occasionali, sono collaboratori o finte partite Iva. Ci sono poi 4,4 milioni di italiani che non riescono a trovare un’occupazione “pure desiderandola”. Per il Censis “2,7 milioni sono quelli che cercano attivamente un lavoro ma non riescono a trovarlo, un universo che dallo scoppio della crisi è quasi raddoppiato (+82% tra il 2007 e il 2012)”. Ci sono poi 1,6 milioni di italiani che, “pur disponibili a lavorare, hanno rinunciato a cercare attivamente un impiego perché convinti di non trovarlo”. La mancanza di fiducia nella possibilità di crearsi un futuro in patria, inoltre, porta all’aumento dell’esodo di italiani all’estero: nell’ultimo decennio il numero di chi ha trasferito la residenza è più che raddoppiato, da 50.000 a 106.000. Ma è stato soprattutto nel 2012 che l’incremento ha visto un boom: +28,8% tra il 2011 e il 2012. Sono soprattutto giovani: il 54,1% ha meno di 35 anni. Ma tra chi non lascia l’Italia si registra un altro dato: emergono infatti nel mondo dell’imprenditoria di soggetti nuovi che si sono rimboccati le maniche mettendosi in proprio. È il caso delle donne e degli immigrati. Le imprese “rosa” nell’ultimo anno sono aumentate di 5.000 unità e la variazione è di +0,3% rispetto al complessivo +0,1%. I tratti dell’imprenditoria femminile sono: “Capacità di resistenza ma anche di innovazione, di adattamento difensivo, di rilancio e cambiamento”. E anche gli immigrati, “di fronte alle difficoltà di trovare un lavoro dipendente, costretti a lavorare per rimanere in Italia, si assumono il rischio di aprire nuove imprese”. Nel 2012 – riferisce il Censis – sono 379.584 gli imprenditori nati all’estero che lavorano in Italia, con una crescita del 16,5% tra il 2009 e il 2012 e del 4,4% nel solo ultimo anno. “Tutto questo – fa notare il Censis nel Rapporto annuale – mentre le imprese gestite dai nostri connazionali diminuiscono del 4,4% nei quattro anni considerati e dell’1,8% nel solo ultimo anno”.

Non arrabbiarti! E altre regole d’oro per un colloquio di successo

stress-colloquio-lavoro-tuttacronacaSi chiama stressed interview ed è la nuova tattica utilizzata dai recruiter, ossia da chi conduce un colloquio di lavoro e lo valuta, per sondare il livello di stress del candidato. Chi si presenta in cerca di lavoro si troverà quindi di fronte a domande poste con un atteggiamento che potrebbe sembrare scortese, ma che in realtà è una strategia per testare il livello di resistenza allo stress e valutare come i candidati potrebbero reagire in situazioni particolarmente ostili sul luogo di lavoro. A rivelare la tendenza è stata un’indagine-test condotta dal Servizio Placement dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Il 21% delle aziende ricorre alla stressed interview, in alternativa o insieme alla classica prova individuale o di gruppo su un caso aziendale (32%), un test di personalità (26%), un test di logica (21%), o il colloquio in una lingua straniera (21%). Ancora dall’indagine, come riassume La Stampa, vengono presi in considerazione i tre momenti salienti della candidatura: curriculum vitae, lettera di presentazione e colloquio. Avete dimenticato di inserire l’autorizzazione ai dati personali? Attenzione, è più importante che scrivere il percorso di studio e gli esami sostenuti: lo dice il 71% delle aziende contro il 51% che ritiene invece non debba mancare nel curriculum iter di studio ed esami. Tirate fuori dal cassetto le autorizzazioni linguistiche: sono significative per il 63% delle aziende. Inoltre un cv, per riuscire a farsi notare, deve segnalare anche esperienze extracurriculari (77%), un periodo di studio o lavoro all’estero (77%) e un voto di laurea superiore a 105: è considerato un elemento importante. E ancora vengono apprezzati flessibilità, problem solving e competenze comunicativo-relazionali. Anche la lettera di presentazione non va sottovalutata: oltre la metà delle aziende ha dichiarato di leggerla sempre. Caratteristiche apprezzate: sinteticità, matching tra le vostre competenze e quelle richieste, conoscenza dell’azienda. Altre “regole base” per un colloquio efficace? Mostrarsi interessati a conoscere l’azienda (l’86% lo valuta positivamente), a mettersi in gioco e imparare (piace al 77% delle aziende). Ci sono, inoltre, degli errori da evitare assolutamente: non conoscere l’azienda, rispondere a monosillabi e vestirsi trasandati ed essere pronti a rispondere a tre domande: ’quali sono i suoi punti di forza e di debolezza’, ’perché si è candidato per la nostra azienda’ e ’mi parli del suo percorso universitario’.

Precario oggi, povero domani: il rapporto dell’Ocse

agenzie-lavoro-tuttacronacaE’ l’Ocse a sostenere che i poveri di domani potrebbero essere i giovani precari di oggi, questo a causa del metodo contributivo e dell’assenza di pensioni sociali. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ritiene infatti che “L’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema” per le generazioni future, e “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”. Lo si legge nel rapporto ‘Pensions at a Glance 2013′. Sempre secondo l’Ocse, i contributi previdenziali in Italia sono al top dell’area dei Paesi aderenti all’organizzazione. I contributi previdenziali in Italia infatti nel 2012 sono al 33% del totale lordo della retribuzione, complessivamente pari al 9% del Pil e al 21,1% del totale delle tasse. La media Ocse è del 19,6%, pari al 5,2% del Pil e al 15,8% del totale delle tasse. “Lavorare più a lungo potrebbe aiutare a compensare parte delle riduzioni”, si legge nel rapporto, “ma, in generale, ogni anno di contributi produce benefici inferiori rispetto al periodo precedente tali riforme”, sebbene “la maggior parte dei paesi abbia protetto dai tagli i redditi piu’ bassi”. Ma, al contrario, i salari che vengono percepiti nel nostro Paese sono al di sotto della media Ocse. In media in Italia nel 2012 un lavoratore percepisce 28.900 euro, pari a 38.100 dolari, al di sotto dei 42.700 dollari medi dell’Ocse, sui quali pesano i 94.900 dollari degli svizzeri, i 91 mila dollari dei norvegesi, i 76.400 dollari degli australiani, i 59 mila dollari dei tedeschi e i 58.300 dollari degli inglesi, superiore ai 47.600 dollari degli statunitensi. Ai livelli più bassi i messicani con 7.300 dollari e i 12.500 dollari degli ungheresi.

Nuova fiducia all’orizzonte? Brunetta tuona contro i precari della P.A.

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Aria di guerra e neppure “fredda” spira nei palazzi del potere dove gli scontri tra Pdl ed esecutivo ormai sono nell’agenda. Ora Brunetta ha contestato il decreto per stabilizzare i precari della Pubblica Amministrazione, questa è la nuova arma che potrebbe portare a porre la fiducia in Parlamento. Dario Franceschini frena e dice che ci sarà un confronto nelle prossime ore e una nuova riunione tra i gruppi parlamentari nella prossima conferenza dei capigruppo che sarà convocata nel pomeriggio.

Ma è nella maggioranza che si è aperta una frattura. Brunetta ha sottolineato infatti che “ci sono norme nel decreto che contrastano con la legge di stabilità”. Per il capogruppo pdl “se un decreto non viene convertito, non è un problema. Non è la prima volta che accade”.

Come spiega l’Huffinghton Post:

Di fronte all’obiezione degli altri partiti di maggioranza per cui il provvedimento interessa 10 mila persone, il presidente dei deputati pdl ha sottolineato che “c’è anche l’interesse del paese ad avere una pubblica amministrazione efficiente”.
La posizione del pdl entra in rotta di collisione anche con i tentativi di trovare un’intesa tra le altre forze politiche.

I gruppi trattano infatti per sbloccare la situazione. Il capogruppo m5s Alessio Villarosa ha spiegato che se si troverà un accordo su 12 emendamenti 5 stelle (ne mancano 2 da accogliere), i deputati interromperanno l’ostruzionismo in aula.
Se invece non si troverà un’intesa, la presidente laura boldrini convocherà una nuova capigruppo nelle prossime ore per decidere come proseguire i lavori.

La Boldrini sottolinea che “non c’è una opposizione pregiudiziale al provvedimento, ma solo su questioni di merito”.
Per questo, ha spiegato, “c’e da augurarsi che l’esame si concluda in modo normale e senza ricorrere alla ‘tagliola’”.

La discriminazione degli over 40 sul posto di lavoro

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I giovani non trovano lavoro, gli over 40 che lo possiedono (e sono già fortunati rispetto ai loro coetanei) sono discriminati. Lo rivela uno studio della Sda Bocconi. Ma la discriminazione da cosa nasce? Non ha nessuna base scientifica, ma è solo frutto di pregiudizio. Mentre i mass media si occupano di disoccupazione giovanile, di precari, di lavori sottopagati e di esodati, lontano dai riflettori gli over 40 ogni giorno vengono emarginati e discriminati. Secondo lo studio  dell’Osservatorio Diversity Management Lab dell’Università Bocconi citato da  Il Giornale. Le aziende:

“tendono a valorizzare molto po­co i loro dipendenti che hanno superato quella soglia. Anzi, spesso li discriminano. Al netto degli scatti di carriera automatici, per esempio, i balzi in avanti, a parità di inquadra­mento, sono molto più frequen­ti tra chi non supera i 38 anni. I dipendenti fino a quell’età rice­vono anche, in media, valuta­zioni di 14 punti percentuali su­periori rispetto a quelle degli over 45. Superati i 40, invece, la parabola è discendente. L’uffi­cio del personale li considera quasi come un peso, restare co­sì a lungo nella stessa realtà im­prenditoriale, invecchiare den­tro lo stesso ufficio è una nota di demerito. È finita l’epoca in cui si raccontava orgogliosi di aver vissuto«una vita al servizio del­l’azienda »: oggi, complice un mondo del lavoro sempre più flessibile e dinamico, si tende a pensare che chi resta vita natu­ral durante nello stesso posto lo fa perché non ha ricevuto offer­te migliori.

La discriminazione, fa notare lo studio della Sda Bocconi, non si fonda su dati scientifici: non che ci fosse bisogno di un test per capirlo, ma su un cam­pion­e di mille lavoratori non so­no state rilevate significative dif­ferenze di efficienza tra 30enni e 45enni. Non c’è nessun decli­no cognitivo prima dei 60 anni, e in ogni caso questo non si ma­nifesta con forme significative prima dei 74. Tradotto: chi ha qualche capello grigio possie­de energia da vendere, e un ba­gaglio prezioso di esperienza da impiegare – magari trasmet­tendola ai nuovi arrivati”.

Insomma lo studio impietoso della Bocconi dimostra che un dipendente fedele all’azienda a poco a poco non diventa un simbolo, ma solo un peso. Non più una discriminazione sulla razza o sul sesso (che in alcune parti del nostro territorio continuano a esserci) ma soprattutto sull’età in nome di quel “giovanilismo” di cui ci si è fin troppo riempiti la bocca:

“lo confer­ma anche Giuseppe Zaffarano, presidente dell’associazione la­voro over 40: «C’è molta sfidu­cia nei confronti dei datori di la­voro,e delusione per prospetti­ve di carriera non realizzate. La sensazione dominante è la pau­ra per il futuro: in un momento in cui sono tante le aziende che vengono comprate da gruppi esteri, anche chi è assunto te­me delocalizzazioni. E già dai 45 anni in poi gli uffici del perso­nale, specie in questi tempi di magra, guardano al dipenden­te o­ver 45 come a un futuro pre­pensionato, uno da far “scivola­re“ fuori»”.

Tempi duri per la Repubblica basata sul lavoro tra disoccupazione e discriminazione, sembra proprio che il caposaldo della Costituzione italiana stia pian piano cedendo il passo.

La protesta dei precari della scuola: c’è anche chi resta in mutande

precari-scuola-protesta-mutande-tuttacronacaIl Ministero dell’Istruzione “disattende le promesse” e i precari della scuola tornano a manifestare. Ma non è solo questo il motivo. Le diverse centinaia di docenti abilitati la scorsa estate attraverso i “Tirocini Formativi Attivi” che oggi si sono riuniti a Roma hanno manifestato anche contro lo sbarramento alla stabilizzazione lavorativa deciso dall’amministrazione statale. A darne notizia l’Anief, associazione nata per iniziativa di insegnanti e ricercatori per difendere i diritti del personale docente, e Ata, precario e di ruolo, che sostiene la protesta.  I docenti chiedono che sia dato un maggiore peso specifico al titolo conseguito. Questo sia ai fini delle supplenze che per avviare i presupposti per la loro progressiva assunzione a titolo definitivo. Nata per tutelare i diritti dei precari della scuola, l’Anief  ritiene che sia ingiusto negare a più di 20 mila nuovi docenti l’immediata spendibilità lavorativa del titolo conseguito. Nel pomeriggio, come riporta il Messaggero,  il sindacato presenterà in audizione ai componenti della Commissione Cultura della Camera una serie di emendamenti al Decreto 104/13, già approvato lo scorso 9 settembre dal Consiglio dei Ministri. Tra le modifiche figura anche una revisione degli articoli che riguardano le graduatorie a esaurimento: in particolare, l’Anief chiederà formalmente alla Commissione di unificare la quarta fascia delle graduatorie dei precari con la terza fascia. Con il conseguente inserimento dei docenti inseriti nelle graduatorie di merito, dei docenti iscritti ai corsi di Scienze della Formazione a partire dall’anno scolastico 2008-2009, con riserva se non ancora laureati e dei docenti abilitati con il Tfa ordinario. Ma non solo, l’Anief chiederà anche alla Commissione di cancellare l’invarianza finanziaria da disporre con un nuovo contratto che bloccherà la ricostruzione di carriera ai 26.264 docenti di materie curricolari, ai 13.400 Ata e ai 26.684 docenti di sostegno che verranno assunti nei prossimi tre anni su posti vacanti in organico di diritto.

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Arriva il “salva precari” per i precari della P.A., sindacati scettici.

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I precari della P.A. saranno salvi, “ma” verranno stabilizzati solo chi tra il 2008 e il 2013 ha lavorato almeno tre anni con contratti di collaborazione, i vecchi co. co. co., o i contratti a progetto. Ed è su quel “ma” che i sindacati sono scettici. Cgil, Cisl e Uil chiedono che il governo fissi le tappe per un percorso di stabilizzazione per tutti i precari della Pubblica Amministrazione: niente soluzioni “a macchia di leopardo che ne includano una parte e ne lascino a casa un’altra”, ammonisce il segretario generale della Uil-PA, Benedetto Attili. Altrimenti, dice il segretario generale della Fp-Cgil Rossana Dettori, “risponderemo in maniera dura, con la mobilitazione a settembre, che valuteremo insieme con Cisl e Uil”.

DISOCCUPAZIONE… NO COMMENT!

disoccupazione

Sale, s’impenna e dilaga. Con essa sale la rabbia, la disperazione e l’umiliazione dei giovani e meno giovani in lotta gli uni contro gli altri per un posto di lavoro che non c’è e se c’è è precario e mal retribuito. Si tocca il record e si pensa “può solo diminuire” invece cresce ancora. Siamo al 11,7% pari a 3 mln di disoccupati. Ma tutti si preoccupano dello spread e giocano con la vita delle persone!

 

Oggi a Roma: giovani e precari in cerca di futuro.

E’ stata la voglia di stare insieme, nel tentativo quasi disperato, non solo  di far sentire la propria voce, ma anche di allontanare  l’ansia e la paura che sembrano più forti e insidiose quando si sta da soli. E così, nonostante   quel disperato 14 novembre, con il ricordo  dei caschi integrali  e delle cariche della polizia, oggi la gente a Roma, è tornata a riunirsi e a manifestare.  Tanti i motivi e un solo comune denominatore: riprendersi la vita! Questo è quello che  a chiare note ha detto il corteo, non autorizzato, di precari  e  studenti delle scuole medie, che si è mosso da Piramide per arrivare in centro. Questo è anche il leit motiv del cortei dei Cobas,  che si battono per i docenti “precari” che,       nel limbo infinito in cui si consuma la loro vita, non possono  investire in nessun futuro, anche perché, forse, quel futuro, è già diventato  passato. Dalla Sapienza, invece, si sono mossi gli universitari, che,  arrivati  sulla soglia  del mondo del lavoro, si  sono accorti che qualcuno ha sbarrato le porte, senza aspettarli. Per questo, tutti ce l’hanno con l’austerità e col Governo che di volta in volta li chiama bamboccioni, sfigati e choosy. Tutti  i cortei dovrebbero convergere   in Centro, attorno a Piazza Venezia, ma poi ci ripensano  e si fermano a Piazza Vittorio: di lì dovrebbe passare il 4° corteo, quello dell’estrema destra di Casapound. E così in un momento di raptus e di improvviso transfert, quelli di Destra, di sicuro perché più tangibili e  a portata di mano, diventano, in questo mite pomeriggio autunnale, il nemico da combattere e contro il quale sfogare odio e disperazione. Anche quelli di Casapound, di sicuro, stanno pensando la stessa cosa. Ma lo scontro non ci sarà. ll 4° corteo viene deviato. Ora è in Prati, a Piazza Mazzini e di lì grida le sue invettive contro  i tagli alla scuola e alla sanità, contro le banche e la plutocrazia. Discorsi quasi identici a quelli fatti da chi  li sta  ancora aspettando all’Esquilino…Le fonti ufficiali domani diranno che la giornata si è svolta senza incidenti e che  tutti hanno dimostrato un grande senso civico.  Ma nessuno si preoccuperà di sapere quanta rabbia e quanto malessere ci siano stati nel cuore di tutti i partecipanti.

20% del personale della Sanità e degli Enti locali è precario

Proroga per tutti?

 

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