Vittorio Feltri: lo strozzinaggio del canone Rai

Canone-Rai-tuttacronacaPer la Corte Europea dei diritti dell’uomo il canone che la Rai impone ogni anno, e che equivale a una tassa sul possesso di una televisione, è illegittimo. Ora Vittorio Feltri, in un editoriale pubblicato sul Giornale, va oltre e lo definisce un atto di strozzinaggio. Nell’articolo, dal titolo “Il canone Rai e gli strozzini legalizzati”, il giornalista parla di quello che un tempo si chiamava abbonamento e che ammonta a 113,50 euro e spiega:

so che i servizi pubblici co­stano e da qualche parte i soldi per finanziarli bisogna farli sal­tare fuori. Ovvio, dalle nostre ta­sche, e così sia. Alcuni giorni fa, tuttavia, ap­prendo un particolare curioso: chi non ha sborsato la somma dovuta all’ente televisivo (che non è azzardato definire stata­le, anche se formalmente non lo è) entro il limite massimo del 31 gennaio, ha facoltà di rime­diare. Come? Semplice, sganciando oltre al ca­none base ( 113,50 euro, meglio riba­dirlo), una sovrattassa di 4,40 euro. Ma deve affrettarsi a farlo prima che finisca febbraio. In caso di altro ritar­do, la sovrattassa si raddoppia.

A questo punto, si entra nel vivo:
Raccontata così, la storia non scan­dalizza. Cosa vuoi che siano 4,40 eu­ro in più per un mesetto? Oppure 8,80 euro per due mesetti? Effettiva­mente, non sono cifre sbalorditive per chi abbia un reddito decente e una memoria poco efficiente, al pun­to da non ricordare che le scadenze vanno rispettate rigorosamente se non si vuole incorrere in sanzioni. Fin qui spero mi abbiate seguito. Ora però, analizzando nei dettagli la que­stione, vediamo che si tratta di stroz­zinaggio della più bell’acqua.
Ripetiamo ancora. L’importo nu­do e crudo richiesto da Viale Mazzini è di 113,50 euro. Se per qualche gior­no di ritardo nel saldo della mia pen­denza- facciamo pure 30 dì- sono co­stretto ad aggiungere, per punizio­ne, altri 4,40 euro, significa che la Rai mi impone un interesse annuo sul debito, perché di debito di tratta, grosso modo del 50 per cento. Infat­ti, se moltiplichiamo 4,40 euro per 12, arriviamo a 52,80 euro. Una som­ma stratosferica se si tiene conto del­l’entità dello scoperto, cioè 113,50 euro.
Se laRai,invece di essere un’azien­da pubblica, fosse una banca o una ditta privata, il titolare o il rappresen­tante legale filerebbe diritto in gale­ra per usura, reato gravissimo. Cono­sco già l’obiezione che qualcuno az­zarderà leggendo le presenti note: la sovrattassa di 4,40 euro non è l’inte­resse mensile su un prestito, bensì una sorta di mora, una sanzione pe­cuniaria. Ma stiamo scherzando? Giochiamo con le definizioni più o meno edulcorate, con gli eufemismi burocratici? Guardiamo alla sostan­za. Non ci piace il termine sovrattas­sa? Non ci piace neppure il sostanti­vo interesse? Usiamo un’altra paro­la: va bene Giacomina?
Non cambia nulla ai fini pratici. Perché 4,40 euro a fronte del ritardo di un mese nel versamento di 113,50 euro sono un’enormità che sconfina abbondantemente nello strozzinag­gio. Se io, caro lettore, ti presto poco più di 100 euro e dopo 30 giorni pre­tendo da te 4,40 euro d’interessi (che dopo un anno diventerebbero 52,80) sono un cravattaro, dato che esigo quasi il 50 per cento annuo del totale del credito.
La faccenda sembra più complica­ta di quanto non sia. Ed è per questo che nessuno ci bada, preferendo pa­gare e amen. Ma è la dimostrazione che lo Stato pratica sistemi criminali a danno dei cittadini, i quali invece, se devono riscuotere da esso del de­naro, campa cavallo. Non solo non incassano per anni e anni. Ma quan­do finalmente vengono in possesso di quanto spetta loro, si beccano ridi­coli interessi legali. Vano protestare. La legge che punisce l’usura è ugua­le per tutti, tranne che per la pubbli­ca amministrazione. Poi c’è chi ci fa la predica perché non siamo animati da amor di Patria.

Per vivere, nasconde il corpo della madre morta nel congelatore!

borgomanero,anziana,figlia,tuttacronaca

La crisi, la disoccupazione e una figlia “costretta” a nascondere il cadavere della madre morta, da circa 4 anni secondo una prima ipotesi formulata dal medico legale, nel congelatore per continuare a percepire le pensione. Il corpo dell’anziana era avvolto in un sacco della spazzatura ed è stato scoperto solo perché la figlia ha accusato un malore e ha chiamato il 118. I soccorritori non riuscendo a entrare nell’elegante palazzina di  Borgomanero, in provincia di Novara, hanno chiamato i vigili del fuoco. Sono stati quest’ultimi a fare la macabra scoperta. La donna soccorsa non è in condizioni gravi.

I nostri 7 giorni… andando di corsa!

7giorni-tuttacronacaDi corsa, in cerca di notizie diverse, interessanti, che diano un po’ di sollievo e magari strappino un sorriso. E sembra sempre più difficile perchè le “cose sbagliate” continuino ad accumularsi. Come ha detto Marco Travaglio: “L’intero cestino è marcio“. E non è chiaro se nel suo editoriale si riferisse solo a L’Aquila con il suo scandalo tangenti e il sindaco che si è dimesso o all’intero panorama politico. Del resto sempre più confuso. Abbiamo provato anche a catapultarci fuori dall’Italia, a provare a guardare il nostro Paese con uno sguardo diverso, da straniero, ed è difficile da capire quello che accade. Se non incomprensibile. Un segretario, Renzi, che sembra giocare al gatto e al topo con il premier, Letta, che è del suo stesso partito. Un ex senatore, ora decaduto, Berlusconi, che con una condanna da scontare mira ad essere eletto in Europa e ottenere quell’immunità. Un tribunale che, dopo anni, stabilisce che le elezioni per la Regione Piemonte vanno rifatte. Nulla di cui stupirsi del resto, per noi italiani, se la giustizia decide che la nostra legge elettorale è incostituzionale e quindi siamo governati in modo illegittimo ma il Capo dello Stato, che dagli “illegittimi” è stato eletto, dichiara il contrario. La certezza, ormai, è che non ci sono certezze, men che meno per il futuro. E non nel senso che vi dava Lorenzo il Magnifico. E’ proprio che non si vede futuro nè via d’uscita e questo perchè non si vede impegno al riguardo. Viene voglia di scappare? Correre lontano? Entrare nella schiera dei cervelli in fuga? Sì, certo. Via. Di corsa. Ma è un strada in discesa o… ?

7giorniE’ vero, non si vede futuro in Italia anche perchè mancano i punti di riferimento. Uno su tutti: la pensione diventa sempre più un’utopia. Se ne parla, si fanno supposizioni, ma alla fine sembra ormai l’oggetto del desiderio di tanti che non hanno altro a cui aggrapparsi. Anche a favore dei giovani che tentano invano di entrare nel mondo del lavoro. (Altra grande utopia del Belpaese) Mentre la disoccupazione cresce inesorabilmente (ma lo spread cala e Letta esulta, nonostante siano diverse le risposte che ci si aspetta da lui) si guarda all’estero quindi. Eppure… poi ci si spaventa per quell’ondata di gelo che stringe in una morsa mortale l’America ma ci si domanda pure come potremmo mai essere accolti noi italiani una volta varcati i confini nazionali. Perchè anche questa settimana è spuntato un altro, l’ennesimo, ristorante europeo che abbina l’italianità alla mafia. Si trova a Praga e si chiama Al Capone. Se questo è il biglietto da visita di una delle nostre eccellenze, la cucina, come potremmo venire apostrofati noi? Perdere la speranza e lasciare crollare il nostro umore così com’è crollata la palazzina a Matera? No! In fin dei conti ci sono anche segnali positivi che ci arrivano. Come il fatto che ora le voci a favore dei marò arrivano proprio dall’Unione Europea, che propone di fare quel passo che l’Italia non ha mai osato proporre. Per questo corriamo e andiamo avanti: perchè sappiamo che c’è sempre qualcosa che riesce a stupirci e a stamparci in volto un’espressione simile a quella di una bimba che vede per la prima volta il fratello gemello del papà. “Oibò!”, viene da esclamare. un po’ come quando la polizia conferma l’avvistamento di un ufo o un pilota di linea racconta il suo “incontro – quasi scontro – ravvicinato”. Continuiamo a muoverci perchè vogliamo continuare a stupirci, nella speranza di scoprire ricette nuove invece che riscaldare la solita, noiosa, minestra. In fin dei conti… a qualcosa bisogna pur credere e quindi tanto vale farlo nell’impossibile… tipo camminare sull’acqua!

GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK!

La Rai ricorda di pagare il canone… ma “scorda” le esenzioni!

rai_cavallo-tuttacronacaCi siamo, è gennaio, tra un po’ scadrà il tempo per pagare l’imposta sul possesso del televisore e si moltiplicano gli spot della Rai che invitano a pagare il canone. Peccato che in tali pubblicità non venga reclamizzata anche un’esezione introdotta a fine dicembre 2007 secondo la quale non sono tenuti a pagare gli anziani oltre i 75 anni con un reddito minimo.La scorperta, casuale, l’ha fatta un rodigino: “L’ho visto sul Televideo – spiega – e così mi sono informato. Io ho una madre e altre due zie ultraottantenni che hanno sempre ricevuto il bollettino e hanno pagato il canone in questi anni”. Il rodigino, così, si prepara a far valere i diritti delle anziane parenti. “Andrò dagli impiegati della Rai che sono presenti in città a chiedere il rimborso per gli anni passati e comunque a informarmi ancor meglio”. La Rai, a Rovigo, ogni terzo martedì del mese è presente in piazza Tien an men, nella sede dell’Auser alla cosiddetta ex casa dei gatti, per incontrare gli utenti e risolvere i problemi che hanno.L’uomo, però, lamenta come la Rai faccia nulla per far sapere che esiste questa opportunità. “Un anziano non guarda il Televideo e non naviga in internet. Quando fanno gli spot sul fatto che si debba pagare il canone, dovrebbero anche dire che esiste l’esenzione e di informarsi in materia”. A non dover pagare sono le persone oltre i 75 anni con un reddito familiare che non superi i 516,46 euro al mese, che con la tredicesima somma un tetto annuo di 6.713,98 euro. (L.G.)

Arriva la busta arancione… così ognuno saprà la sua pensione!

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Sembra che dopo tanti annunci, anche del passato, ormai manchino veramente poche settimane alla cosiddetta “busta arancione” che permetterà a ogni cittadino di sapere con quanto andrà in pensione. Ciascun lavoratore iscritto all’Inps conoscerà così il suo futuro previdenziale e potrà riflettere su come migliorarlo o che decisioni prendere. Il sistema della “busta arancione” è nato in Svezia alla metà degli anni ’90, subito dopo l’introduzione del sistema di calcolo contributivo, ma ora sembra che verrà introdotto anche nel nostro Paese. La primavera scorsa, in particolare, sulla scorta del via libera dell’allora ministro Elsa Fornero, i tecnici dell’Inps avevano messo a punto un servizio, ribattezzato SimPol (Simulazione pensione on line), che altro non era se non la versione elettronica della busta arancione. In pratica, i cittadini, muniti di pin, si sarebbero potuti collegare al sito dell’Istituto e seguendo le istruzioni via via indicate nelle maschere, avrebbero potuto non solo verificare lo stato del loro conto previdenziale — cosa che è già possibile attraverso l’estratto conto — ma determinare in via previsionale sia la data di pensionamento sia l’importo della pensione, sulla base dei contributi versati ma anche sulla scorta di ipotesi relative ai versamenti futuri e, dunque, al proseguimento dell’attività lavorativa. Naturalmente questa sarebbe stata solo una proiezione indicativa-orientativa, ma all’improvviso tutto si bloccò, come troppo spesso accade nella burocrazia italiana. A impedire il decollo furono i timori  sull’impatto dell’operazione in piena campagna elettorale, in primo luogo per quanto riguarda la copertura pensionistica delle fasce giovanili del lavoro precario. Ora, dopo le riserve iniziali sulla capacità degli italiani di avere a che fare con la matematica, anche l’attuale ministro del Welfare, Enrico Giovannini, ha annunciato che il 2014 sarà l’anno della busta arancione. Forse ci si riuscirà!

 

I renziani all’attacco dei pensionati… soprattutto se si chiamano Scalfari!

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Vendetta trasversale? Renzi e il suo gruppo all’attacco dei pensionati? In un articolo scritto da Franco Bechis su Libero e intitolato “La pugnalata dei renziani a Scalfari: vogliono tagliargli la pensione – Un emendamento alla legge di stabilità vuole impedire altri redditi per chi ha un vitalizio lordo da 150mila euro l’anno. Come fondatore di Repubblica, assai critico con Renzi…”:

“La firma è quella del capogruppo Pd alla Camera dei deputati, Roberto Speranza. Ma dietro la sua seguono decine di altri deputati, e spiccano i bei nomi del gruppo più legato a Matteo Renzi: da Matteo Richetti a Sandra Bonafè a Maria Elena Boschi. Grazie a quelle firme – apposte sotto a un emendamento alla legge di stabilità – il Partito democratico ha lanciato la sua personale caccia ai pensionati più facoltosi di Italia. Tutti, pubblici e privati.

Chiedendo che nessuno che sia andato in pensione con il vecchio sistema retributivo possa percepire redditi di qualunque natura di altro tipo se la sua pensione lorda supera i 150 mila euro annui. Da lì in su bisognerà scegliere fra altri tipi di emolumenti e la pensione, perché gli istituti di previdenza sono comunque tenuti a scalare i redditi extra dall’importo pensionistico fino ad assorbirlo del tutto.

Fra i redditi che farebbero scattare la tagliola sono stati inseriti sia quelli tradizionali da lavoro dipendente (qualsiasi sia la forma in cui vengono percepiti), che quelli di lavoro autonomo. Secondo la norma ideata dal Pd rischia di perdere la pensione ad esempio chi percepisca diritti di autore o redditi da collaborazione varia. Se a uno scrittore riesce un libro di successo, è probabile che d’ora in avanti debba rinunciare alla sua pensione tradizionale, a meno che l’importo percepito non sia assai contenuto.

Non dovrebbero essere tantissimi i pensionati a più di 150 mila euro lordi l’anno che rischiano l’improvvisa tagliola del Pd. E siccome la norma proposta sembra avere avuto l’imprimatur del nuovo segretario Pd, Matteo Renzi (che sull’attacco alle pensioni alte aveva impostato buona parte della sua campagna per le primarie), si è scatenata una sorta di caccia alle vittime predestinate. C’è qualche preda in particolare per cui è stata immaginata questa norma? Ufficialmente nessuno lo ammette, ma in privato non manca una rosa di nomi delle possibili vittime.

E fra tutti il più gettonato sembra essere quello di Eugenio Scalfari, fondatore ed editorialista di Repubblica. Lui è sicuramente in pensione da giornalista, e con il metodo retributivo l’emolumento non deve essere così basso. Oltretutto viene cumulato con il vitalizio da circa 40 mila euro lordi annui che Scalfari ha come ex parlamentare.

A quanto ammonti tutto ciò, non è noto, anche se per l’anno 2005 grazie a Vincenzo Visco il reddito di Scalfari come quello di tutti gli italiani è finito online per una notte: come redditi da lavoro dipendente (dove c’erano le pensioni) dichiarava in tutto 418.585 euro.

Il fondatore di Repubblica sarebbe certamente vittima della norma Pd che piace tanto a Renzi, e potrebbero nascergli problemi sia per il contratto da editorialista con Repubblica che per eventuali diritti di autore percepiti con i libri.

Chiacchiera per chiacchiera, la tagliola sulla pensione di Scalfari viene raccontata nel gruppo Pd come una sorta di vendetta di Renzi e buona parte del partito per l’eccesso di ostilità mostrato nei confronti del cambio generazionale nel primo partito della sinistra.

Poco più di un mese fa Scalfari aveva scritto parole molto taglienti sul nuovo segretario del Pd: «Il talento glielo riconosco ed è anche simpatico quando si ha l’occasione di incontrarlo, ma non credo che lo voterò alle primarie del Pd per la semplice ragione che, avendo promesso tutto, la sua eventuale riuscita politica rappresenta un’imprevedibile avventura e in politica le avventure possono giovare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresenta».

Ora la risposta assai più dura del segretario affiancato da mezzo partito: portare via la pensione a Scalfari.

E chissà se l’idea non sia stata suggerita proprio dall’interno di Repubblica, dove da Ezio Mauro in giù l’appoggio a Renzi è quasi monolitico.

Certo per Scalfari dovere lavorare gratis non sarà incentivo a super-produzioni extra (dalle interviste al Papa in poi…) Naturalmente la legge varrebbe anche per altri pensionati più che noti.

Quelli ricchissimi e in testa alle classifiche, grazie alle famose norme sulla previdenza telefonica come Mario Sentinelli (il pensionato più ricco di Italia) e i vari Mauro Gambaro, Alberto De Petris, Gianfranco Fanelli e Vito Gamberale (anche loro dovrebbero rinunciare alla pensione o parte di essa per percepire altri emolumenti). Ma finirebbero nella tagliola anche altri personaggi di primo piano, e in particolare gli ex di Bankitalia.

Verrebbero tagliati i diritti di autore anche all’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi(appena festeggiato per il suo 93° compleanno) e l’ex direttore generale, Lamberto Dini. Ne sarebbe vittima perfino l’attuale ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che dovrebbe esercitare gratis il suo mandato. Identico rischio anche per l’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, che però al momento percepisce uno stipendio da banchiere centrale interamente dichiarato (e generosamente tassato) all’estero.

La ciliegina sulla torta: Stop a pensione + stipendio e fondo per il debito

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La ciliegina sulla torta potrebbe arrivare da un emendamento del Pd a firma Castricone-Ginefra che trduce un proposta di legge  del presidente della Commissione Bilancio Francesco Boccia per bloccare coloro che pur essendo andati in pensione usufruiscono di uno stipendio e superino i 50mila euro. In questo caso la pensione sarà “congelata” e convergerà dentro al fondo di ammortamento del debito pubblico.

L’emendamento prevede il divieto ai

‘soggetti che percepiscono redditi da lavoro dipendente o autonomo o connessi con prestazioni di tipo professionale di percepire alcun trattamento pensionistico o indennitario avente natura periodica”.

La sospensione del cumulo stipendio-pensione vale secondo il testo

”per la durata di vigenza dei contratti di lavoro; fino al completamento della prestazione a loro richiesta sulla base di contratti di lavoro autonomo o di collaborazione di qualsiasi natura; per la durata dell’incarico di membro di organi di direzione o di controllo di società di persone, di capitali o cooperative a loro attribuito”.

Le somme che sarebbero dovute essere liquidate durante il periodo di sospensione dei trattamenti, sostiene l’emendamento, ”se poste a carico dell’Inps o di un’amministrazione statale sono conferiti al fondo di ammortamento del debito pubblico”; negli altri casi sono acquisite nel bilancio degli enti erogatori nei casi non ricompresi.

Ma chi ha la consulenza con privati, non c’è il rischio che la somma dovuta per la prestazione  venga erogata in modo poco trasparente? Non c’è forse il rischio che tale emendamento diventi un boomerang contro la lotta all’evasione?

Decaduto ma in volo nei sondaggi: Berlusconi fa tremare la sinistra

berlusconi-sondaggi-tuttacronacaHa regalato una seconda vita a Forza Italia, è stato condannato, è decaduto, il suo partito è passato all’opposizione. In tutto questo, concordano i sondaggisti, “Berlusconi può vincere le prossime elezioni”, ossia le europee di maggio. A guardare con soddisfazione alle cifre è Renato Brunetto, capogruppo alla Camera: “Forza Italia con la grande coalizione di centrodestra, è data da tutti i sondaggi nettamente vincente. La vittoria del popolo di Berlusconi, dei moderati, dei liberali, dei riformisti, sarà in grado di ridare speranza al Paese. Caro Alfano, perché continuare a fare la stampella disprezzata di un governo di sinistra che non ti vuole e non ti ascolta?”. Le larghe intese sono finite e Letta sembrerebbe avere sì voti ma non abbastanza per andare lontano, senza contare che Renzi lo pressa da vicino. Come spiega il Giornale: Tutto sembra portare al voto anticipato. Eventualità che terrorizza la sinistra, in particolar modo il Partito democratico. A impensierirli è il risultato che potrebbe ottenere la rinata Forza Italia. “Occhio al Cavaliere – andava in giro a dire il sindaco di Firenze nei giorni scorsi – ha sette vite come i gatti”. All’indomani della decadenza, in una intervista al Corriere della Sera, Massimo D’Alema ricordava che Berlusconi “ha sempre saputo risollevarsi con successo”. “Non credo che scompaia dalla vita politica italiana per la sua decadenza – è il ragionamento dell’ex diesse -penso sia un giudizio politico superficiale”. Il problema è che il peggior incubo degli ex alleati sembra essere una quasi-certezza per i sondaggisti e questo perchè, ha spiegato il presidente di Tecnè Carlo Buttaroni a il Fatto Quotidiano,“più sale la conflittualità, più l’opinione pubblica sente la necessità di identificarsi. La vicenda della decadenza, seppur negativa, ha rafforzato l’identità di Forza Italia e Berlusconi”.  Sempre il Giornale, riporta i numeri che Berlusconi si troverebbe ora sul tavolo. “Secondo Ispo, Forza Italia sarebbe già passata dal 16 al 20,3%. Il tutto nel giro di pochi giorni. Secondo le intenzioni di voto dell’istituto Ixè elaborate per Agorà, la decadenza ha fatto guadagnare a Forza Italia 3,3 punti mentre il Pd e il Movimento 5 Stelle registrano un calo di circa mezzo punto percentuale. Secondo il presidente di Ixè Roberto Weber, quella dei forzisti è una “impennata emotiva”, mentre contemporaneamente si assiste alla “sparizione del centro”. L’impennata di Berlusconi si registra, ininterrottamente, dalla caduta di Mario Monti. Sul finire del 2012 l’allora segretario Angelino Alfano aveva letteralmente affondanto i consensi del Pdl facendoli precipitare intorno al 15%. Tornato in campo il Cavaliere gli sono bastati un paio di mesi per riportare il partito sopra il 21%, mentre il Pd di Pier Luigi Bersani arretrava dal 32,5 al 25,4%. Se i sondaggi degli ultimi giorni, che danno appunto Forza Italia al 20,3%, saranno confermati, Berlusconi ha sei mesi di tempo per preparare la corsa alle europee e consolidare la propria fiducia che, stando al report di Ixè, è già crescita del 6%. D’altra parte, secondo Weber la popolarità del Cavaliere è anche dovuta dal fatto che “tutti i fantasmi che agita da tempo, i giudici e la sinistra, sono diventati realtà”. A questo punto non resta che vedere se alle prossime elezioni Forza Italia si presenterà in coalizione con il Nuovo centrodestra che, ad oggi, è dato intorno al 3,5%. “L’insieme di Forza Italia e Ncd – ha spiegato al Fatto Quotidiano Renato Mannheimer – sembra avere più voti di quelli che aveva il Pdl”.

Anche le badanti perdono il lavoro in Italia!

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Spendiamo circa 10 miliardi di euro l’anno per le circa 800mila badanti, ma nel 2013 vi è stata un inversione di marcia e 8 famiglie su 10 ci hanno rinunciato in tutto o in parte.   E nel deserto dell’assistenza pubblica, sempre più risicata a causa della crisi economica, per pagare la badante il 75% riduce qualità e quantità dei cibi e il 45% deve chiedere aiuto ai figli. Spesso nemmeno tutti questi sacrifici sono sufficienti: nel corso dell’ultimo anno il 55% degli over 75 ha dovuto ridimensionare l’aiuto dell’assistente familiare, il 25 % vi ha dovuto rinunciare del tutto.

Così gli 800mila anziani non autosufficienti sono a rischio assistenza, almeno secondo quanto rivelano i dati della prima indagine italiana sulle badanti e pensionati, presentati durante il Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG), a Torino dal 27 al 30 novembre, che mette anche in luce come le badanti siano una presenza apprezzata e indispensabile ma un anziano su tre teme che possano commettere errori nelle terapie. Una paura fondata, perché solo il 14% di loro ha avuto percorsi adeguati di formazione sanitaria e il 77% è di nazionalità straniera.

Decadenza sì, ma con buonuscita e vitalizi. Quanto incassa Berlusconi?

berlusconi-buonuscita-tuttacronacaCacciato dal Senato a seguito di una condanna definitiva superiore ai quattro anni. Eppure a Silvio Berlusconi, a livello di buonuscita e vitalizi, non è andata poi così male. Poco importa aver commesso reati la cui gravità non permetta di sedere nel Parlamento italiano: i soldi che spettano a chi lascia l’aula di Palazzo Madama o Montecitorio vengono comunque versati. Il leader di Forza Italia avrà perso lo scranno, ma di certo non può lamentarsi del trattamento economico. Come spiega PolisBlog:

167.200 euro di buonuscita, tanto per cominciare, e poi a partire dal prossimo dicembre una pensione di circa 8mila euro (lordi) al mese. La buonuscita viene calcolata moltiplicando l’80% dell’ultima indennità parlamentare lorda percepita per il numero di anni di mandato parlamentare ricoperto. Il Cavaliere di anni di mandato ne ha fatti 19 (alla faccia dell’uomo prestato alla politica), per cui vanno calcolati per 20 (le frazioni di anno valgono come fossero intere) i 4/5 dei 10.450 euro lordi percepiti ogni mese.

Nel day after della decadenza va però detto che Silvio Berlusconi, l’uomo più ricco d’Italia, ha quantomeno sempre avuto il buon gusto di versare quanto ricevuto dal suo mandato di parlamentare in beneficenza. Ed è altamente prevedibile che decida di fare la stessa cosa anche con i soldi che riceverà dallo Stato. Anche se i tempi grigi che lo attendono potrebbero fargli pensare che forse sia meglio metterli sotto al materasso. Non si sa mai.

Fassina: “Impegno alla Camera sull’indicizzazione delle pensioni”

fassina-pensioni-tuttacronacaE’ il viceministro all’economia, Stefano Fassina, ad aver riferito nella replica sulla manovra in Senato che le modifiche sull’indicizzazione delle pensioni arriveranno nel passaggio del ddl stabilità alla Camera. “Non siamo riusciti a intervenire per migliorare le indicizzazioni delle pensioni. È un impegno che il governo conferma e che cercheremo di portare avanti alla camera”, ha riferito Fassina.

Precario oggi, povero domani: il rapporto dell’Ocse

agenzie-lavoro-tuttacronacaE’ l’Ocse a sostenere che i poveri di domani potrebbero essere i giovani precari di oggi, questo a causa del metodo contributivo e dell’assenza di pensioni sociali. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ritiene infatti che “L’adeguatezza dei redditi pensionistici potrà essere un problema” per le generazioni future, e “i lavoratori con carriere intermittenti, lavori precari e mal retribuiti sono più vulnerabili al rischio di povertà durante la vecchiaia”. Lo si legge nel rapporto ‘Pensions at a Glance 2013′. Sempre secondo l’Ocse, i contributi previdenziali in Italia sono al top dell’area dei Paesi aderenti all’organizzazione. I contributi previdenziali in Italia infatti nel 2012 sono al 33% del totale lordo della retribuzione, complessivamente pari al 9% del Pil e al 21,1% del totale delle tasse. La media Ocse è del 19,6%, pari al 5,2% del Pil e al 15,8% del totale delle tasse. “Lavorare più a lungo potrebbe aiutare a compensare parte delle riduzioni”, si legge nel rapporto, “ma, in generale, ogni anno di contributi produce benefici inferiori rispetto al periodo precedente tali riforme”, sebbene “la maggior parte dei paesi abbia protetto dai tagli i redditi piu’ bassi”. Ma, al contrario, i salari che vengono percepiti nel nostro Paese sono al di sotto della media Ocse. In media in Italia nel 2012 un lavoratore percepisce 28.900 euro, pari a 38.100 dolari, al di sotto dei 42.700 dollari medi dell’Ocse, sui quali pesano i 94.900 dollari degli svizzeri, i 91 mila dollari dei norvegesi, i 76.400 dollari degli australiani, i 59 mila dollari dei tedeschi e i 58.300 dollari degli inglesi, superiore ai 47.600 dollari degli statunitensi. Ai livelli più bassi i messicani con 7.300 dollari e i 12.500 dollari degli ungheresi.

Ritirato l’emendamento sulle pensioni!

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Nessun contributo di solidarietà se non quello già previsto in precedenza. La commissione bilancio del Senato fa marcia indietro con l’annuncio del presidente della commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini (Ncd). L’emendamento prevedeva, tra l’altro, la rivalutazione fino a 4 volte il trattamento minimo Inps, e il prelievo di solidarietà del 5% sugli assegni d’oro oltre i 90mila euro annui a salire.

Cosa non si fa per una pensione da 1300 euro!

pensione-padre-tuttacronacaHa 40 anni, è originario di Roma ma risiede a Subiaco Giampiero Di Tullio. E ora sarà processato con giudizio immediato. Questo perchè, alla morte del padre, ne ha preso il corpo e l’ha infilato in una breccia nel muro del salotto che poi ha ricoporto. Mentre il corpo dell’anziano era così celato, lui ha continuato a intascare la sua pensione da 1300 euro tutti i mesi. L’uomo ha scampato l’accusa di omicidio volontario perché le perizie hanno stabilito che il padre 85enne, Domenico, è morto per cause naturali. Resta però l’imputazione per soppressione di cadavere e quei 30mila euro sottratti all’Inps che in caso di condanna dovrà rendere.

Così il Messaggero racconta la scoperta

La villetta dei Di Tullio immersa in un uliveto alle porte di Subiaco si era trasformata nella casa degli orrori una mattina di agosto del 2011. Giampiero, al risveglio, aveva trovato il padre morto nel letto. E per lui è stato come precipitare in un tunnel, perché suo padre, il suo unico amico e confidente, se ne era andato per sempre, e poi perché non avrebbe avuto più un soldo in tasca. Così dopo una giornata di smarrimento ha pensato alla terribile soluzione: murare il cadavere in casa e continuare ad andare alla Posta a intascare le mensilità. Ad aprile di quest’anno l’orrida scoperta lo ha fatto finire in carcere. Durante un controllo in cerca di droga i carabinieri di Tivoli e di Subiaco invece di trovare eroina o cocaina avevano trovato, a sorpresa, quel corpo mummificato. Messo alle strette era stato lo stesso Di Tullio a confessare: «Non aprite quella porta, mio padre sta male…O meglio è morto».

Non c’è tranquillità e tremano i pensionati dopo le parole dell’Inps!

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Non c’è tranquillità nei conti economici dell’Inps e stavolta a dirlo è il presidente Antonio Mastrapasqua che  conferma le sofferenze dell’Istituto di previdenza dopo l’accorpamento con Inpdap e Enpals. L’accorpamento con Inpdap ed Enpals ha proseguito Mastrapasqua, «ha creato uno squilibrio di bilancio». La perdita dell’Inps è imputabile essenzialmente, riassume ancora il presidente Inps, «al deficit ex Inpdap, alla forte contrazione dei contributi per blocco del turnover del pubblico impiego e al continuo aumento delle uscite per prestazioni istituzionali». Una preoccupazione, ha spiegato nel corso di una audizione alla commissione bicamerale di controllo, di cui ha fatto partecipe il governo in una lettera. «Ho scritto sia al ministro Saccomanni che al ministro Giovannini, come fatto con l’esecutivo precedente, invitandolo a fare una riflessione su questo punto essendo il bilancio Inps ormai un bilancio unico ed essendo il disavanzo patrimoniale ed economico una cosa che, vista dall’esterno, nel mondo della previdenza, può dare segnali di non totale tranquillità», ha spiegato alla Commissione parlamentare di controllo sugli enti di previdenza.

Di qui la necessità di rivedere le norme che hanno regolato l’accorpamento dell’Inps con Inpdap ed Enpals. Per Mastrapasqua occorre dunque abbandonare la pratica delle anticipazioni, «di trasferimenti statali non completamente rispondenti ai fabbisogni», e ripristinare una copertura strutturale da parte dello Stato per il pagamento delle pensioni pubbliche. Senza questo intervento normativo si potrebbero «innescare rischi di sotto finanziamento dei disavanzi previdenziali e di progressivo aggravamento delle passività».

Così lo spiega Il Sole 24 Ore:
Ecco perché «sarebbe auspicabile che fosse approfondita e valutata nelle sedi competenti l’opportunità di eventuali interventi normativi, tesi a garantire l’efficiente ed efficace implementazione della più grande operazione di razionalizzazione del sistema previdenziale pubblico», dice Mastrapasqua, ricordando come all’origine del deficit ex Inpdap vi sia stata la soppressione, con la Finanziaria 2008, della norma in vigore dal 1996 che prevedeva l’apporto dello Stato a favore della gestione ex Inpdap, per garantire il pagamento dei trattamenti pensionistici statali. A fronte di questo, infatti, l’Inpdap ha fatto ricorso all’avanzo di amministrazione per la coperture del relativo deficit finanziario e soprattutto, alle anticipazioni di bilancio. Il rischio, senza un intervento dello Stato, è un «aumento delle passività».

A 70 anni se non si va in pensione si offende l’università: ministro vs prof

università-carrozza-tuttacronacaIl ministro all’Istruzione Maria Chiara Carrozza è stata intervistata da Sergio Nava durante la trasmissione Giovani Talenti, su Radio 24. Ai microfoni il ministro ha puntato il dito contro i docenti che, passati i settant’anni, rimangono in ruolo, offendendo tanto i giovani che la stessa università. “A 70 anni i professori universitari, se fossero generosi e onesti, dovrebbero andare in pensione e offrirsi di fare gratuitamente seminari, seguire laureandi od offrire le proprie biblioteche all’università.” E ancora: “Sono sempre stata per un pensionamento rapido, magari non uguale per tutti, non si può tenere il posto e pretendere di rimanere, solo perchè è un diritto. Prima di tutto bisogna pensare ai propri doveri. In un momento di sacrifici per tutti, a maggior ragione li devono fare le persone che hanno settant’anni e che hanno avuto tanto in questo mondo.” Il ministro ha inoltre criticato il blocco del turnover negli atenei: “Abbiamo pensato di risparmiare bloccando il turnover anni, il che significa la morte nell’università e nella ricerca. Risparmiare sul turnover significa chiudere le porte a ciò che è fondamentale per l’università: il ricambio generazionale.” La Carrozza ha anche sottolineato tre punti d’azione per contrastare la fuga dei cervelli, tra quelli avviati nei primi mesi di governo. Il primo è l’aver portato il turnover al 50% nel 2014, il secondo l’aver reperito dei fondi da mettere su un programma per giovani ricercatori e terzo c’è la volontà di premiare gli atenei dove siano giovani ricercatori ad esssere i responsabili dei progetti di ricerca.”

Dopo anni di lavoro… 20 giorni di pensione, poi richiamati in servizio!

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Neppure un fervido sceneggiatore sarebbe stato in grado di inserire un colpo di scena degno della migliore tradizione della commedia all’italiana. peccato che non siamo in un film e che non sia un ciak di un scena, ma che in gioco ci siamo le vite delle persone: 8 professori del Veneto. Gli insegnanti, tutti con almeno 40 anni di servizio e tutti docenti congedati a inizio ottobre, quando iniziavano a godere la loro nuova vita da pensionati, hanno ricevuto una telefonata. La provincia spiega che si è sbagliata, c’è stato un errore e quindi la cessazione dal servizio deve considerarsi annullata. Certo si può ricorrere, ma intanto bisogna tornare a lavoro.

Così uno degli otto docenti ex pensionati racconta al Corriere della Sera quanto accaduto:

«A dire il vero la cessazione di servizio partiva dal primo settembre – continua l’insegnante – ma quella telefonata mi ha cambiato la vita: nonostante il ritardo ero comunque felice di dar seguito alle passioni che avevo dovuto mettere in secondo piano. Ho terminato la mia ultima lezione e ho salutato tutti». Venti giorni dopo però il contrordine: «Prof, c’è stato un errore. Deve tornare a scuola». L’avviso è perentorio: «si comunica che la cessazione di servizio è da considerarsi annullata». 

In realtà quella del docente, e degli altri è una vicenda che inizia nel 2011, quando entra a regime la Fornero e la pensione si allontana. Poi però era arrivata quella che sembrava essere una svolta. Sembrava, appunto. Ancora il Corriere:

L’odissea del prof ha inizio nel 2011, quando il docente, classe 1952, conti alla mano, matura il diritto alla pensione per l’anno successivo. Ma la legge Fornero blocca tutto posticipando di cinque anni la «porta » per il pensionamento. «Sul punto è stata portata avanti una class action – precisa il prof – ma non sappiamo ancora quale potrà essere l’esito dell’azione legale contro il ministero». Nel frattempo, tutti i docenti «bloccati» tornano in cattedra. Poi all’inizio dello scorso settembre la svolta. Il telefono della scuola che squilla, la normativa a pennello e l’agognato pensionamento. Per legge «se ci sono esuberi in una classe di concorso e avendo acquisito i quarant’anni di lavoro, questi esuberi possono andare in pensione».

Scivolo d’oro per i militari, molti di loro in pensione a 50 anni! La Fornero non vale

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Lo scivolo d’oro dei militari, preparato da Monti e portato avanti dal Governo Letta, perché le forze armate in Italia, andranno in pensione con 10 anni di anticipo e retribuiti quasi a pieno all’ 85% dell’ultimo stipendio.  Quindi chi avrà compiuto 50 anni avrà lo scivolo pensato dall’ex ministro e ammiraglio Di Paola.Chi andrà in pensione potrà fare anche altri lavori, senza alcuna penalizzazione, quindi senza essere assunti in nero, ma anzi tranquillamente, alla luce del sole. Usufruiranno della pensione e di un eventuale stipendio. Naturalmente sono anche pronte le consulenze nelle Forze Armate o in aziende collegate a esse.

Nessuno se ne sarebbe accorto se a un vecchio ufficiale ormai in pensione ma ancora addentro alle segrete cose non si fosse rivoltato lo stomaco e avesse rivelato tutto a un giornalista del Corriere della Sera, Goffredo Buccini.

“In un Paese di esodati e precari possiamo portare avanti uno scandalo del genere?  è uno scivolo d’oro, come diavolo si fa a spiegarlo alla gente?”.

Spiega Goffredo Buccini:

“La riforma delle riforme, lanciata con lo slogan ”meno generali, più tecnologia”, con l’obiettivo di ridurre gli organici di 35 mila uomini in 12 anni, sta tutta qui, atti del governo 32 e 33, decreti attuativi della legge 244 del 2012 voluta da Giampaolo Di Paola, allora ministro del governo Monti dopo una carriera da ammiraglio approdata sullo scranno di capo di Stato maggiore della Difesa. I provvedimenti del governo Letta recepiscono il lavoro dell’esecutivo precedente, Mario Mauro assorbe la visione del predecessore con le stellette”.

Spiega ancora Goffredo Buccini:

“Quest’anno in un bilancio di circa 14 miliardi per la “funzione difesa” (la “funzione sicurezza” con i carabinieri è a parte) i costi del personale gravano per il 67 per cento, il 10 per cento va all’addestramento (pericolosamente scarso) e il 23 agli investimenti; il mantra di Di Paola è 50, 25 e 25. Ovvero meno uomini, armi migliori e usate meglio”.

Ma, avverte Buccini, il trucco c’è

“e s’intravede. Molto resta a carico della spesa pubblica e quindi delle nostre tasche, tramite tre canali: il passaggio del personale ad altro ministero, il prepensionamento e, soprattutto, l’«esenzione dal servizio», comma sesto dell’articolo 2209, il punto più controverso nella disciplina del periodo transitorio: dai 50 anni in poi (dieci anni prima del congedo) si può entrare in un magico limbo, lo «scivolo d’oro» appunto, grazie al quale si conserva l’ottantacinque per cento dello stipendio senza lavorare più nemmeno un solo giorno, con tanto di pensione piena; non è esclusa neppure la facoltà di fare altri lavori (il reddito non si cumula). Questo bonus decennale per le forze armate in (libera) uscita verrà inserito nel codice dell’ordinamento militare a meno che Camera e Senato non si mettano di traverso in modo plateale (è solo previsto un loro parere) spingendo il governo a ripensarci”.

La norma scandalo era già passata all’esame del Senato e stava per superare, nell’ignoranza, nel silenzio o nella complicità dei parlamentari, anche lo scoglio della Camera.

Quando si parla di sprechi dei militari:

“si pensa ai circoli (storica la querelle su quello degli ufficiali a palazzo Barberini, a Roma) o agli stabilimenti balneari (tutta roba che ormai è affidata in buona parte a privati). E certo fa sorridere la battaglia a suon di finanziamenti di Fregene nord contro Fregene sud, scolpita nel rapporto Monti di due anni or sono, un milione di qua, duecentomila euro di là alle rispettive spiagge con cabine riservate alle stellette.

“Fanno mugugnare noialtri gli alberghi camuffati da centri di addestramento dove soggiornare da Dobbiaco ad Alghero per una trentina d’euro a persona; l’«ausiliaria» che ancora consente un 24 per cento in più di pensione garantita per un molto improbabile richiamo in servizio nei cinque anni successivi al congedo (dovesse scapparci una guerra…); già nel 2006 la senatrice Silvana Pisa, Sinistra democratica, rilevava persino le spese di «rifacimento letti» negli appartamenti di generali e ammiragli al top della carriera, parte di un esborso di tre milioni e mezzo l’anno per la pulizia dei loro 44 alloggi di servizio e rappresentanza”.

Effetto crisi: sempre più italiane al lavoro

donne-lavorano-tuttacronacaE’ il Wall Street Journal a parlarci di come sta cambiando il panorama lavorativo in Italia dove, anche a causa della crisi economica che fa perdere il lavoro a molti uomini, sono sempre di più le donne che riescono a trovare un lavoro e mantengono così la famiglia. Il fenomeno, conosciuto come “mancession”, mostra come non solo più donne riescano a mantenere il proprio posto, ma decine di migliaia di donne si stanno riaffacciando al mondo del lavoro. Tra gli esempi offerti dal WSJ, la storia della 30enne Anna Durante, che aveva lasciato il lavoro alla nascita della sua primogenita ma che quando il marito è stato licenziato da un laboratorio di parrucchieri ha ripreso in mano il titolo di studio da infermiera e ora lavora per una cooperativa che assiste disabili a Casoria, vicino Napoli, mentre il marito è tutt’ora disoccupato. “Per le mie figlie sono sia mamma sia papà. Faccio tutto”, ha spiegato al giornale. Non è l’unico esempio, sono decine di migliaia i casi di donne che riprendono i posti abbandonati anni fa. La crisi, almeno in Italia, sta contribuendo ad alzare la media impiegatizia delle donne, un dato al momento tra i più bassi di tutto l’Occidente. E la cosa, ovviamente, avrà riflessi anche sul lungo periodo. In Italia, soprattutto al sud, si fa spesso i conti con l’influenza culturale che vuole le donne destinate a prendersi cura della casa e della prole mentre gli uomini sono dediti al mantenimento della famiglia. Ma la crisi ha ribaltato i ruoli in molti casi. Come spiega la 35enne napoletana Isabella Esposito, madre di due bambini: “All’inizio era come se il mondo si fosse capovolto. Mio marito perse il suo lavoro da guardia giurata ed io sono tornata a lavorare in un salone di bellezza. Non avevo alcuna alternativa”. In Italia la percentuale di donne lavoratrici è del 50 per cento, contro una media europea rilevata da Eurostat del 62 per cento. Tale percentuale in Svezia è del 76,8 mentre in Germania è del 71,5 per cento. Ma le donne devono fare i conti con la maternità, anche a causa di questa mentalità che contribuisce ad impedire l’emancipazione femminile: il nove per cento è stato licenziato solo perché aspettava un bambino mentre fino al 2012, da quando è diventata illegale, venivano fatte firmare delle dimensioni in bianco. Le donne italiane poi godono di una scarsa attenzione da parte dei mariti o dei compagni per quanto riguarda il lavoro casalingo. Mediamente la differenza nell’impegno da parte dei due sessi è di 3,7 ore maggiore per le donne, contro una media calcolata dall’Ocse di 2,3 ore. Sempre l’Ocse ci propone un altro dato che parla della percentuale di bambini sotto i tre anni che frequentano l’asilo nido. In Italia sono il 24 per cento contro una media del 33%. Ma quello che viene a modificarsi nel mondo del lavoro, come spiega un’economista della Banca d’Italia, Magda Bianco, è che le donne stanno guadagnando sempre più potere. I settori maggiormente in espansione sono quelli legati al servizio civile, alla sanità ed ai servizi alla famiglia, ovvero quelli che hanno resistito maggiormente alla crisi, mentre sono in calo i servizi di pulizia. Già il governo Monti aveva incoraggiato l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro attraverso voucher che garantissero alle madri un contributo mensile per il sostegno dei figli anziché il congedo parentale. oltre ad aumentare l’età pensionabile per le donne, passato dai 62 del 2012 ai 66 del 2018, fatto che ha portato ad un’aumento della domanda d’impiego da parte delle over 50. Non va poi dimenticato che sono sempre più le donne che cercano un impegno full time mentre sono un terzo le donne lavoratrici che fanno solo mezza giornata, ritenuto un compromesso tra impiego e famiglia. Il desiderio di un impegno full time deriva spesso anche dalle difficoltà economiche familiari, come spiega il caso della 39enne romana Fabrizia Mancini, madre di tre figli, che due anni fa è tornata a lavorare part time nell’agenzia pubblicitaria dov’era impiegata prima della nascita del terzo figlio. Oggi però deve fare tutta la giornata perché il marito non riceve più lo stipendio dalla sua azienda, ora in crisi. E sarà appunto la crisi a salvare le donne anche in luoghi di comando. E’ stato sempre il governo Monti a introdurre una norma che impone che un terzo dei consigli delle aziende pubbliche sia composto da donne, con una scadenza fissata nel 2015. Molto resta ancora da fare, ma si tratta di un importante primo passo.

Attenzione alla pensione: l’Inps è in grado di chiedervi indietro un centesimo!

emilio-casali-tuttacronacaIl Resto del Carlino riporta una notizia che ha dell’incredibile: l’85enne Emilio Casali, pensionato titolare dell’omonima boutique in viale Dante a Riccione, ha ricevuto una raccomandata dall’Inps con tanto di bollettino allegato. L’agenzia chiede che sia restituito quello 0.01 euro di pensione percepita in più del dovuto dal 1 gennaio 1996 al 31 dicembre 2000. Come riporta la lettera, la richiesta di restituzione è motivata con il fatto che in quei cinque anni “sono state corrisposte quote di pensione non spettanti, in quanto l’ammontare dei redditi personali è superiore ai limiti previsti dalla legge”. Ora il pensionato ha tempo fino al 14 novembre per “saldare il debito”. Ha raccontato l’uomo: “Non volevo credere ai miei occhi. Non riuscivo a capire, mi sembrava assurdo. E poi quella cifra, 0,01 euro percepiti in cinque anni. Per un attimo ho pensato che ci fosse dietro dell’altro”. Ma l’Inps si è anche premurato di sottolineare che c’è “la possibilità di rateizzare il rimborso”. Sempre nella missiva, si legge che “nel caso volesse impugnare il provvedimento, potrà presentare un ricorso esclusivamente online, entro 90 giorni dalla comunicazione”. E ancora, in assenza della risposta, a tre mesi dalla presentazione del ricorso amministrativo “potrà proporre un’azione giudiziaria da notificare direttamente all’Inps”. Claudio Casali,  il figlio, non riesce a capacitarsene: “Al momento non paghiamo, stiamo a vedere cosa succederà dopo la scadenza, ossia il 14 novembre, poi decideremo il da farsi, magari sceglieremo di rateizzare l’importo. Se incorriamo negli interessi di mora vedremo come faranno a calcolarli”. E continua: “Quello che è successo a mio padre è un’assurdità. Mi chiedo se l’Italia può essere considerata un Paese con un futuro, se spende 5 euro per la raccomandata, più i soldi della carta e quelli per l’impostazione della pratica che ha impegnato i dipendenti. Euro che si aggiungo a quelli che spenderemo per recarci in posta e per pagare le tasse del bollettino. Tutto questo per incassare un centesimo! Per assurdo se l’Inps volesse proprio incassare questa poderosa cifra avrebbe potuto farlo trattenendola dall’erogazione della stessa pensione”.

Pensioni agli immigrati… per gli italiani c’è tempo!

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Perché non dare la pensione agli immigrati che tornano nei loro Paesi d’origine? Questa è la proposta del ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge che spera anche di combattere in questo modo il lavoro nero.

“Se un migrante quando torna nel suo Paese sa che può usufruire della pensione, non ha interesse a lavorare in nero, quindi è anche un modo per combattere l’illegalità”.

E poi la Kyenge ha aggiunto ”Con l’Inps e con il ministero degli Esteri stiamo studiando la possibilità di recuperare, da parte degli immigrati che tornano nel loro Paese d’origine, i contributi versati per la pensione”, ha detto Kyenge.

Secondo il ministro dell’Integrazione questi accordi porterebbero vantaggi anche per l’Italia: “Consentirebbero vantaggi non al solo al migrante, di uscire dall’invisibilità, ma anche allo Stato italiano che beneficerebbe dei contributi versati dai lavoratori stranieri”.

In Italia, secondo la Fondazione Moressa, ci sono 2,3 milioni di lavoratori immigrati (il 10,1% del totale degli occupati), che dichiarano al fisco redditi per 43,6 miliardi di euro (pari al 5,4% del totale dichiarato) e pagano di Irpef 6,5 miliardi di euro (pari al 4,3% del totale dell’imposta netta).

E mentre la legge Fornero inchioda gli italiani, c’è la possibilità per i migranti di tornare al loro paese con la pensione.

I nostri 7 giorni: giochi di contrasti

7giorni-tuttacronacaPer fortuna c’è la Nazionale. Che ci ricorda una storia comune e ci vede schierati tutti sulla stessa metà del campo. Per fortuna ci sono gli undici di Prandelli a farci gioire tutti all’unisono. Per il resto? Divisione. E’ stata una settimana all’insegna dei fronti opposti questa. E se per placare quelli all’interno del Pdl serve che Berlusconi dica “basta parlare con la stampa”, per placare quelli di un’intera nazione, almeno per 90 minuti, c’è bisogno di ricordarsi il significato di  far squadra per non soccombere (magari anche con l’aiuto di un pizzico di fortuna!) Per il resto c’è chi s’indigna e chi s’indigna con gli indignati. E’ il caso di Torino, dove chi lotta contro il razzismo reagisce con violenza contro chi predica la bontà della legge Bossi-Fini. Perchè questa settimana è stata anche quella delle tante parole sull’immigrazione, della richiesta dell’abrogazione del reato di immigrazione clandestina e delle tante bare da riempire, del dramma dei morti di Lampedusa a cui si somma quello dei bambini morti e di quelli che una famiglia non l’hanno più. Ma sono stati anche i giorni in cui coloro che hanno permesso l’aumento dell’Iva non rinunciano al finanziamento pubblico dei partiti e vengono attaccatti in parlamento dai chi, tra le fila avversarie, li chiama “ladri”. E ancora, i sette giorni in cui è arrivato il secco no a Stamina e i manifestanti si sono riuniti in una veglia ed hanno crocefisso uno dei loro. Perchè se si può non ascoltare, è più difficile non vedere. Quello che non possono fare le parole, può fare un’immagine così evocativa. E scontri ci sono stati, e sono tutt’ora accesi, tra chi rifiuta i funerali al boia nazista Priebke e chi afferma che Che Guevara è stato peggio di lui. Ma per capire bene la frattura che si sta creando, forse basterebbe solo un nome: quello di Ignazio Marino. Perchè se ci possono essere fazioni e convinzioni, il primo cittadino di Roma che “litiga” con i vigili, con le stesse persone che giorno dopo giorno lo scortavano a suon di pedalate, qualcosa sembra essersi rotto nel profondo. Non è più una società spezzata, ma una stessa identità. Quel che manca, in questo gioco di contrasti in bianco e nero, è una scia di colore che possa creare un ponte, di dialogo.

contrasti-tuttacronacaE se quel primo tocco di colore fosse proprio l’azzurro? Perchè è vero che quando gli undici sono in campo i cuori battono all’unisono… ma fuori? Fuori c’è un altro genere di “unione”: quella del parlare delle Balotellate. Perchè forse Prandelli non può immaginare un’Italia senza di lui… ma lui non è scindibile dai suoi colpi di testa, che spesso si rivelano alquanto irritanti quando non incomprensibile. Come il rifiuto di essere preso a simbolo dell’anticamorra o lo scatto d’ira che gli fa dare una manata a una telecamera che lo disturba. Ma siamo uniti anche quando c’è l’indignazione di mezzo: quando vogliono toccare quel poco che ancora abbiamo, come quella pensione che è un diritto acquisito, o quando eliminano qualcosa che fa parte della nostra cultura, come lo studio della Storia dell’arte a scuola. Poi però, per i presentatori della Rai non mancano e anche per l’Alitalia si trovano soluzioni. Come se non ci fossero già abbastanza lacune da colmare, con l’Ocse ci ha relegato a maglia nera… Ma anche quella che sorge a sentire che la tragedia della diga del Vajont poteva essere evitata e che la frana fu in realtà pilotata. E scoprirlo proprio quest’anno, a 50 anni di distanza da quel dolore che nessuna quantità d’acqua riuscirà a sommergere. Per fortuna, però, ancora dentro di noi riusciamo a ritrovarli quei colori, capita quando ridiamo di cuore davanti a un video che ritrae due husky che gattonano mentre seguono un bebè oppure le infinite manovre per uscire da un parcheggio. E quando sorridiamo di tenerezza nel vedere dei cuccioli (fossero anche enormi come quelli d’ippopotamo) che prendono il latte dal biberon. Perchè anche tra rabbia e riso c’è contrasto. Un attrito che crea scintille. E quello che c’è da ricordare, allora, è che in mezzo a tutto questo bianco e nero, c’è sempre il movimento, la danza, la vita…

GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK!

La riforma Fornero rinvia la pensione alla madre con la figlia malata

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Ancora tre anni e poi avrebbe potuto mettersi in pensione e accudire a tempo pieno la figlia, Sara, di 30 anni che da 12 in gravi condizioni di salute a causa di un tumore al cervello. Ma Silvana Righetto non potrà andare in pensione come aveva preventivato perché con la riforma previdenziale la sua pensione è slittata. Ora ci potrebbe andare fra 9 anni. Sicuramente Righetto che gestisce un’edicola insieme al marito a via Cirdi a Quinto di Treviso non è l’unica non è l’unica persona a cui la legge Fornero ha stravolto la vita, ma il suo caso è diventato emblematico proprio per l’esigenza della donna di occuparsi della figlia. La Usl di Treviso infatti garantisce solo 8 ore di assistenza a settimana, poi ono gli amici a dare una mano, ma la figlia continua a peggiorare e ha sempre più bisogno di assistenza. Così il marito lancia un appello: «A mia moglie basterebbe poter andare in pensione nel giro di qualche anno, ovviamente con un importo calcolato sui contributi versati – è l’appello lanciato da Flavio – sarà più basso di quello che potrebbe avere dopo, ma l’importante è riuscire a stare con Sara».

Ma per ora con la riforma pensionistica in corso non lo prevede. E nel frattempo il governo è caduto così le ipotesi che erano al vaglio, se tutto va bene, saranno rimodulate e ripresentate l’anno prossimo. Intanto la vita delle persone passa nell’immobilismo più totale.

Quei contributi figurativi che riducono le pensioni

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Si chiamano contributi figurativi e minano l’assegno pensionistico. Cosa sono? Ad esempio le assenze per donare il sangue o anche per svolgere un servizio sociale. Come racconta il Sole 24 Ore:

A scoprire in prima persona gli effetti delle nuove regole sono state decine di donatori volontari del sangue, che nelle scorse settimane hanno avviato i conteggi per accedere alla pensione anticipata, verificando che i giorni non lavorati perché dedicati alla donazione non vengono calcolati. Già con un parere dell’ottobre 2012, la gestione ex Inpdap, aveva precisato che la presenza di contribuzione utile ai fini del diritto al trattamento di quiescenza relativa ad assenza diverse da quelle previste dalla norma, poiché non costituisce prestazione effettiva di lavoro, comporta l’applicazione delle riduzioni percentuali.Tale interpretazione, in linea con il tenore letterale della norma, comporta oggettive difficoltà applicative, soprattutto nel pubblico impiego, dove non sempre risulta possibile avere una situazione storica di tutte le tipologie di assenze effettuate dal lavoratore nel corso dell’intera vita lavorativa.

Per queste persone quindi i contributi non verrebbero conteggiati e non sarebbe quindi consentito di andare in pensione anticipata entro il 2017 senza la decurtazione dell’assegno. I dubbi sono sorti e con loro le polemiche tanto che l’Inps ha richiesto ed è in attesa del parere di due ministeri. Questo è l’ennesimo nodo “opaco” della riforma Fornero che prevede decurtazioni per chi accede alla pensione anticipata (cioè prima dei 62 anni) con elevata anzianità contributiva. Decurtazioni che non valgono per chi matura i requisiti contributivi entro il 2017, a patto che l’anzianità contributiva sia determinata da prestazione effettiva di lavoro.

E i donatori di sangue sembra che abbiano invece fatto assenze ingiustificate? Speriamo che si arrivi presto a un chiarimento!

Cameriera uccisa a Rimini, è giallo in una pensione

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Sarebbe dovuta ripartire ieri sera per la Romania, invece Florentina Ciobanu, 33 anni, è stata rinvenuta senza vita con un coltello piantato all’altezza del cuore, nella pensioncina di Rivabella, a un passo da Rimini. La titolare dell’albergo, che era andata a prenderla per accompagnarla alla stazione dei bus, l’ha trovata morta in cucina. Dopo l’ispezione nella pensione da parte delle forze dell’ordine, sono state anche interrogati i figli della proprietaria.  In particolare, la polizia ha sequestrato lo scooter del giovane e chiuso, temporaneamente, il suo bar. Gli inquirenti stanno verificando i suoi movimenti nella mattinata di ieri. Secondo alcune testimonianze, alle 5,30, Marco (che vive nell’albergo Scilla con la madre) ha aperto il suo bar a Rivazzurra, dalla parte opposta di Rimini, a una decina di chilometri di distanza dalla pensione. Molte le commissioni da fare in mattinata. Tra queste anche il biglietto del pullman per la Romania da portare a Florentina. Poco dopo le 12, mentre si trovava al lavoro nel bar, è stato avvertito della morte della ragazza da una telefonata fattagli da un amico. In serata sono stati rintracciati altri amici di Florentina, tutti interrogati per ore. Forse in quel giro di amicizie c’è qualcuno che sa, o che sospetta, e potrebbe far virare le indagini nella giusta direzione.  

 

Shock in Spagna, ex psicologo militare uccide la figlia di 12 anni

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Non si conoscono ancora le motivazioni che possono aver spinto uno  psichiatra militare da poco andato in pensione a uccidere nella sua abitazione, a Cadice, in Spagna, la figlia di 12 anni. Dopo il gesto il militare si è tolto la vita. Al momento dell’omicidio-suicidio in casa c’era anche la moglie del militare, madre della bimba. La donna, in stato di shock, non è ancora stata interrogata dalla polizia. L’allarme è stato dato da alcuni vicini che avevano sentito gli spari.

 

Il fax va in pensione, la pubblica amministrazione da oggi passa all’e-mail

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La pubblica amministrazione manda in pensione il fax. L’emendamento che era fallito alla Camera, è invece passato al Senato. Vittoria per la Lega e il Pd che lo avevano presentato per facilitare le comunicazioni all’interno della P.A. e abbreviare i tempi per migliorare efficacia ed efficenza.

Si toglie la vita un giornalista di TV Sorrisi e Canzoni in pensione

suicidio-giornalista-tuttacronacaSi è tolto la vita sparandosi con una Beretta calibro 22 il giornalista in pensione Carlo Rombai. Il 75enne aveva ricoperto il ruolo di redattore di TV Sorrisi e Canzoni a Milano per oltre 30 anni. Ad allertare i vicini di casa sono stati il colpo dell’arma e le urla della badante, dopo che Rombai aveva compiuto il gesto estremo nella sua abitazione di Sestri Levante. Nel carrugio sestrese sono giunti i personale del 118 e i carabinieri, ma la morte è stata istantanea. S’ignorano le cause che possono aver condotto Rombai a togliersi la vita.

Attacco alla Corte Costituzionale? Trema l’Italia

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Se mezzo milione di italiani trema ( ma neppure più di tanto essendo quelli con un reddito superiore ai 90 mila euro) chi invece dovrebbe tremare è l’intero popolo italiano. La Corte Costituzionale si è pronunciata infatti sul “contributo di solidarietà” applicato sugli stipendi pubblici sopra 90 mila euro e poi quello sulle pensioni dello stesso livello e ha dichiarato l’incostituzionalità del prelievo. Ora un fronte compatto che va da Fratelli d’Italia alla sinistra vuole che la Corte Costituzionale ritorni a pronunciarsi su questa sentenza, adducendo che la Consulta si è pronunciata su richiesta di magistrati in genere “interessati” direttamente al problema.

Sarebbe una disparità tra cittadini e quindi  tacciabile di incostituzionalità  se a un magistrato a causa della sua professione  si vietasse  far valere i suoi diritti reagendo  a un’eventuale ingiustizia di cui si sente vittima. Tale motivazione a non accettare  la  sentenza si  presenta come  una palese  diseguaglianza tra cittadini. Inoltre,  un tale comportamento  si potrebbe configurare  anche come   un tentativo di  vera  e propria pressione  sulla Corte Costituzionale, chiedendo a un organo indipendente dal potere politico di  farsi  condizionare dallo stesso,  tornando di nuovo su un punto su cui ha  già deliberato. 

Il vero problema è che lo Stato, bloccando Iva e Imu, ha un gettito ridotto nelle casse  per cui sta pensando di operare un prelievo su tutti coloro che dichiarano un reddito sopra quota 90 mila euro. Senza distinzioni,ma soprattutto senza verificare le evasioni fiscali che sono ingentissime!

Ancora tasse quindi anche sugli imprenditori che dovrebbero assumere i giovani? Ancora tasse sugli italiani per contrarre di più i consumi?  Un’ ideologia che mette i “poveri”  contro la “classe media” solo per destabilizzare il potere della Corte Costituzionale? Quando la Corte non sarà più libera di tutelare la Carta Costituzionale a chi si rivolgeranno i poveri che spesso sono i più lesi?

Il Governo, per bocca del Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche sociali Carlo Dell’Aringa, ha assicurato l’intenzione di ribattere il punto…  Per farlo senza franare di nuovo sulla Consulta, però, occorre evitare di riservare le tagliole a una sola categoria (l’articolo 53 della Costituzione spiega che tutti i cittadini devono pagare le tasse in base alla propria «capacità contributiva», a prescindere dall’origine del reddito), e Dell’Aringa ha indicato nel «prelievo fiscale» la via più universale e quindi a prova di esame costituzionale.

Un escamotage per innalzare le tasse a tutta la popolazione italiana? O un’operazione che parte da lontano, che nasconde però qualche subdolo attacco alla Corte e alla giustizia italiana?

A innescare il ragionamento di Dell’Aringa è stata un’interpellanza del Pd, ma anche dal Pdl il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, “mente” economica del partito, si dice interessato alla questione: «Aspettiamo che il Governo faccia proposte, vediamo se ne avrà il coraggio: certo è che la sentenza della Consulta grida vendetta».

Sembra che la vendetta  ricadrà su tutti gli italiani a prescindere dal reddito! Un imprenditore colpito da un’ulteriore prelievo, licenzierà i propri dipendenti, così come  allo stesso modo si avrà una ripercussione sui consumi a causa della riduzione del reddito disponibile.

Colpendo i “ricchi” chi ci rimette non sono anche  i poveri?

80enne muore mentre cerca d’inseguire i suoi rapinatori

anziano-derubato

Aveva appena ritirato all’ufficio postale i mille euro della sua pensione Sebastiano Caniglia, di 80 anni, quando due o tre rapinatori gli hanno sottratto il portafoglio dopo averlo  aggredito e preso a pugni e calci. Mentre i malviventi si allontanavano con il bottino, portando con sè anche le buste della spesa dell’uomo, il pensionato si è messo al loro inseguimento accasciandosi al suolo dopo un centinaio di metri, battendo la testa a terra. L’uomo è stato soccorso da una ambulanza del 118 ma è morto durante il trasporto in ospedale. Il fatto è accaduto a Lentini, in provincia di Siracusa.

Rai sorda agli appelli di Pd e Pdl: perché chiudere “la storia siamo noi”?

la storia siamo noi-tuttacronaca

Vendette private? Costi troppo alti? La Rai parla solo di termine del contratto con Minoli… Pd e Pdl chiedono spiegazioni, ma sembra che hai piani alti c’è chi vuole invece portare la tv di Stato verso una tv d’intrattenimento spicciolo e certi programmi non trovano spazio in un palinsesto sempre più volto a fare concorrenza alla tv commerciale e sempre meno servizio pubblico.

Luigi Gubitosi, il direttore generale Rai, spiega in questi termini la decisione della Rai: ”La Storia siamo noi non chiude. Termina semplicemente il contratto con Giovanni Minoli che era andato già in pensione tre anni fa ed aveva avuto un contratto triennale per i 150 anni dell’Unità d’Italia che scade il 31 maggio. Il format della Storia siamo noi è della Rai, era stato ideato da Renato Parascandolo, poi gestito da Minoli per una fase che adesso si chiude”, ha aggiunto Gubitosi, che non esclude collaborazioni future con lo stesso Minoli. Termine molto elegante per dare un ben servito?

Il Pd e il Pdl si mobilitano. Michele Anzaldi e Andrea Marcucci, parlamentari del Pd, hanno immediatamente protestato ”Secondo quanto riportato sulla stampa – spiegano i parlamentari – la direzione generale della Rai ritiene un’esperienza finita la trasmissione condotta da piu’ di dieci anni da Gianni Minoli. Non c’è stata, però, nessuna comunicazione ufficiale e nessuna trasparenza. E’ difficile pensare che la tv pubblica, pagata con i soldi dei contribuenti, possa cancellare dalla sera alla mattina un appuntamento cosi’ caratterizzante per il servizio pubblico, popolare tra i telespettatori ben oltre gli appassionati del racconto della storia in televisione, senza che ci sia la dovuta chiarezza. L’azienda renda pubbliche le motivazioni alla base di una scelta del genere in modo da poter verificare tutte le opzioni. Prima di arrivare alla chiusura possono essere valutate altre strade, come la riduzione dei costi o l’utilizzo di risorse interne, tenendo comunque conto che la quota maggioritaria di finanziamento della Rai è il canone. ‘La storia siamo noi’ rappresenta un patrimonio del servizio pubblico, merita perlomeno una riflessione approfondita prima di arrivare all’esclusione dai palinsesti”.

“Sono incomprensibili le ragioni per le quali la Rai ha deciso di cancellare, dopo ben 12 anni, una delle sue trasmissioni piu’ importanti e autorevoli, ‘La storia siamo noi’ di Gianni Minoli”, avevano invece dichiarato in una nota stampa congiunta le deputate del Pdl, Mariastella Gelmini e Stefania Prestigiacomo. “Si tratta infatti di un programma di cultura e storia, di grande interesse e qualita’ che ha ricevuto negli anni innumerevoli premi e riconoscimenti a livello internazionale per la meticolosa e approfondita ricostruzione dei fatti trattati, programma realizzato peraltro a costi bassissimi, che risponde pienamente agli obiettivi, alla missione e al ruolo del servizio pubblico. Abbiamo presentato, insieme ai parlamentari Dario Nardella e Paolo Gentiloni, un’interrogazione al governo per conoscere i motivi di tale decisione che riteniamo essere una grave perdita per la Rai e i suoi telespettatori e per chiedere, dunque, che ‘La storia siamo noi’ non sia eliminata dal palinsesto”.

 

Ha un tumore… LICENZIATO!

Oliviero Biancato-tuttacronaca

L’Italia non è un Paese per i giovani, per donne, per gli anziani, per gli stranieri, per gli onesti, per i disoccupati, per i cassa integrati, per gli esodati, per… i malati!

Nonostante nella nostra Carta si dichiari che l’Italia è un Paese fondato sul lavoro, è proprio questo diritto che è stato negato a Oliviero Biancato, elettricista 52enne di Marcon che si è visto recapitare una lettera dalla sua ditta di Mestre, nella quale aveva lavorato fino al 29 aprile perchè:

«Ha esaurito i giorni di malattia concessi in tre anni (sono 274, ndr) per potersi curare – spiega – è stato operato a giugno scorso, poi ha cominciato una prima fase di tre cicli di chemioterapia che non sono andati bene». La trafila è lunga. Dentro e fuori dall’ospedale. Anche perché serve tempo per riprendersi dalle sedute. Per rimettersi in forze. «Tra novembre e dicembre siamo stati nel limbo perché non si capiva che terapie dover seguire. A metà febbraio c’è stato un nuovo ricovero, perché la malattia è ripresa», racconta la moglie. Il countdown quindi è scattato di nuovo. Inesorabile. Poi la decisione inaspettata dell’azienda: il licenziamento. «Il 24 maggio mio marito dovrà sottoporsi al sesto ciclo di chemio – racconta la donna – se la tac fosse andata bene lui aveva tutta l’intenzione di tornare al lavoro. Invece è stato convocato dai dirigenti della ditta perché volevano parlare con lui. Non ce l’aspettavamo».

Cosa gli viene prospettata a Oliviero Biancato? Una pensione d’invalidità. Ma come spiega la moglie «Non è una questione economica, ma di avere almeno il diritto di ammalarsi. Pensi che mio marito voleva rientrare al lavoro e lasciar perdere le terapie. Non vuole neanche pensare di andare in pensione anticipata, ne soffrirebbe troppo nelle sue condizioni. Se per curarsi si perde il posto, allora uno per che cosa lotta a fare».

E pensare che di lotte Oliviero ne ha fatte molte… l’ultima quando incurante della sua malattia, quasi un anno fa, si gettò nelle acque del Marzenego per salvare una donna che si era gettata dal cavalcavia di San Giuliano e ancora la moglie ricorda: Mio marito è stato la sola persona a muoversi, e ce n’erano altre sul cavalcavia. Non so in che Paese viviamo»

Non lo sa nessun cittadino onesto in che Paese vive… sicuramente dove si viene tartassati di tasse, accusati di razzismo, di violenza, dove la stampa deve seguire pedissequamente le linee guida del governo e dove i fondi per una pluralità di informazione vengono tagliati ( che poi i fondi per l’editoria dovevano essere rivisti sicuramente non vi erano dubbi, ma non falcidiati). Dove il diritto alla malattia non c’è più e dove la pensione è un mero faro in lontananza le cui modalità cambiano in continuazione lasciando nell’incertezza milioni di cittadini… in che Paese viviamo? Ma soprattutto che Paese vorremmo?

In pensione da oggi! Ma resta al suo posto il guardiano del Giglio

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Uno sguardo a Venezia… attraverso “La chiave” di Tinto Brass

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Può un film erotico raccontare una città raccontandoci “l’intimità” delle calli, la “riservatezza” dei vicoli e la sensualità dell’acqua che attraversa i canali? Sì, se al lavoro c’è Tinto Brass. Un veneziano che instaura un rapporto amoroso con la sua città natia, che la conosce così intimamente da ritrarla senza pudore lasciando allo spettatore il compito di lasciarsi sedurre o ritrarsi. La Chiave, prima di essere un film erotico è un labirintico percorso all’interno di una Venezia che si offre senza esitazione all’occhio della telecamera che scruta, la legge e la elogia.

Tratto dal libro dello scrittore giapponese Tanizaki Jun’ichirō, La Chiave, ambientata nella città lagunare ai tempi del fascismo, racconta  il difficile rapporto di coppia tra  un di un anziano professore inglese (Frank Finlay) e sua moglie (Amanda Sandrelli), che gestisce una piccola pensione. Tutto ruota intorno ai diari che marito e moglie scrivono e nei quali confessano le proprie fantasie erotiche e i tradimenti. In realtà è solo un gioco delle parti perché entrambi sono consci che il coniuge sta leggendo quelle pagine. E sarà proprio la complicità implicita e la gelosia per l’adulterio a scatenare di nuovo l’intimità di coppia e la riconquista di quella sessualità persa da tempo.

E’ un film da rivedere per carpire i segreti di Venezia, per vederla con gli occhi di chi conosce i vicoli bui, ma anche gli interni maestosi dei palazzi d’epoca… la decadenza e lo sfarzo, la sublimazione dell’immagine che prima di tutto è un quadro, un affresco di un’immagine carpita che gioca a rincorrere lo sguardo dello spettatore.

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