Ma quanti anni ha il Grand Canyon? Scontro tra gli scienziati!

grand-canyon-tuttacronacaCome mai scienziati, geologi e archeologi polemizzano tra loro? L’oggetto di discussione è l’età del Grand Canyon e la polemica è tornata a riaccendersi dopo che un recente studio americano ha sostenuto che la formazione abbia solo 5-6 milioni di anni, con un paio di aree molto più antiche, forse risalenti all’età dei dinosauri. A sostenere la tesi, illustrata nel rapporto per ‘Nature Geoscience’, è stato Karl Karlstrom dell’università del New Mexico. “Il canyon di oggi è giovane anche se ha ‘usato’ vecchi segmenti”. Ma alla fine del 2012, una ricerca apparsa sulla prestigiosa rivista ‘Science’ aveva attribuito al Grand Canyon ben 70 milioni di anni. Ovviamente questi altri studiosi si mantengono sulla loro posizione: “Dovremo capire come mai tanta discrepanza di risultati”, ha osservato secca l’autrice Rebecca Flowers dell’università del Colorado. Per dare un età al Canyon, gli esperti utilizzano una metodologia chiamata ‘termocronologia’, con cui studiano la temperatura delle rocce al presente, tentando di risalire a quella del passato.

La discriminazione degli over 40 sul posto di lavoro

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I giovani non trovano lavoro, gli over 40 che lo possiedono (e sono già fortunati rispetto ai loro coetanei) sono discriminati. Lo rivela uno studio della Sda Bocconi. Ma la discriminazione da cosa nasce? Non ha nessuna base scientifica, ma è solo frutto di pregiudizio. Mentre i mass media si occupano di disoccupazione giovanile, di precari, di lavori sottopagati e di esodati, lontano dai riflettori gli over 40 ogni giorno vengono emarginati e discriminati. Secondo lo studio  dell’Osservatorio Diversity Management Lab dell’Università Bocconi citato da  Il Giornale. Le aziende:

“tendono a valorizzare molto po­co i loro dipendenti che hanno superato quella soglia. Anzi, spesso li discriminano. Al netto degli scatti di carriera automatici, per esempio, i balzi in avanti, a parità di inquadra­mento, sono molto più frequen­ti tra chi non supera i 38 anni. I dipendenti fino a quell’età rice­vono anche, in media, valuta­zioni di 14 punti percentuali su­periori rispetto a quelle degli over 45. Superati i 40, invece, la parabola è discendente. L’uffi­cio del personale li considera quasi come un peso, restare co­sì a lungo nella stessa realtà im­prenditoriale, invecchiare den­tro lo stesso ufficio è una nota di demerito. È finita l’epoca in cui si raccontava orgogliosi di aver vissuto«una vita al servizio del­l’azienda »: oggi, complice un mondo del lavoro sempre più flessibile e dinamico, si tende a pensare che chi resta vita natu­ral durante nello stesso posto lo fa perché non ha ricevuto offer­te migliori.

La discriminazione, fa notare lo studio della Sda Bocconi, non si fonda su dati scientifici: non che ci fosse bisogno di un test per capirlo, ma su un cam­pion­e di mille lavoratori non so­no state rilevate significative dif­ferenze di efficienza tra 30enni e 45enni. Non c’è nessun decli­no cognitivo prima dei 60 anni, e in ogni caso questo non si ma­nifesta con forme significative prima dei 74. Tradotto: chi ha qualche capello grigio possie­de energia da vendere, e un ba­gaglio prezioso di esperienza da impiegare – magari trasmet­tendola ai nuovi arrivati”.

Insomma lo studio impietoso della Bocconi dimostra che un dipendente fedele all’azienda a poco a poco non diventa un simbolo, ma solo un peso. Non più una discriminazione sulla razza o sul sesso (che in alcune parti del nostro territorio continuano a esserci) ma soprattutto sull’età in nome di quel “giovanilismo” di cui ci si è fin troppo riempiti la bocca:

“lo confer­ma anche Giuseppe Zaffarano, presidente dell’associazione la­voro over 40: «C’è molta sfidu­cia nei confronti dei datori di la­voro,e delusione per prospetti­ve di carriera non realizzate. La sensazione dominante è la pau­ra per il futuro: in un momento in cui sono tante le aziende che vengono comprate da gruppi esteri, anche chi è assunto te­me delocalizzazioni. E già dai 45 anni in poi gli uffici del perso­nale, specie in questi tempi di magra, guardano al dipenden­te o­ver 45 come a un futuro pre­pensionato, uno da far “scivola­re“ fuori»”.

Tempi duri per la Repubblica basata sul lavoro tra disoccupazione e discriminazione, sembra proprio che il caposaldo della Costituzione italiana stia pian piano cedendo il passo.

I 12 anni in più di Taribo! Shock nel calcio.

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Taribo West aveva 35 anni alla sua prima esperienza all’Inter. E’ quanto si deduce dalle dichiarazioni di Zarko Zecevic, ex presidente del Partizan Belgrado, che ricorda i tempi in cui il nigeriano fu tesserato dal club di Belgrado: “Quando lo acquistammo diceva di avere 28 anni. Ma più avanti abbiamo scoperto che in realtà ne aveva 40. Però giocava bene, quindi non mi pento di averlo avuto in squadra”.

Quindi, facendo due conti, West avrebbe dodici anni in più del dichiarato: sarebbe nato nel 1962 e non nel 1974. Arrivato all’Inter nel 1997, Taribo ha giocato per due stagioni in maglia nerazzurra, prima di passare al Milan e poi iniziare un giro del mondo che lo ha portato a vestire le maglie di Derby County, Kaiserslautern, Partizan, Al-Arabi, Plymouth, Julius Berger e addirittura Paykan in Iran. L’inter lo aveva acquistato per 6 miliardi dall’Auxerre, lui rimase nella memoria dei tifosi per i capelli multicolori, per qualche entrataccia e per uno storico scambio di battute con Marcello Lippi. Brandendo la Bibbia, si avvicinò al tecnico “Dio mi ha detto che devo giocare”. “Beh, a me invece non ha detto proprio nulla” fu la risposta del toscano. Nell’ultima parte della sua carriera è diventato predicatore pentacostale. Dall’età indefinita, a quanto pare.

La privacy violata da Facebook, basta un click!

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Un solo “like”, e la privacy va a farsi benedire. Lo dimostra una ricerca pubblicata sulla rivista Pnas, che ha fatto il giro del mondo: secondo lo studio, infatti, un “calcolatore” di personalità sarebbe in grado di svelare chi siamo dai “mi piace” che postiamo su Facebook. Orientamento sessuale, politico, età, quoziente intellettivo e altre informazioni non sarebbero dunque chiusi nel recinto della privacy: “Ciò che era difficile da ottenere su base individuale, può essere dedotto in modo automatico da milioni di persone senza che nemmeno se ne accorgano”, spiega Michael Kosinski, dell’università di Cambridge, autore della ricerca, che ha preso come “cavie” oltre 58mila utenti di Facebook americani.

Lui ha 8 anni… sua moglie 61!

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Sanele Masilela è un bambino africano, di città del Capo, di soli otto anni e si è già sposato. La neo consorte si chiama Helen Shabangu e non è una sposa bambina: la donna ha 61 anni ed è madre di cinque figli. Un matrimonio suis generis celebrato per eseguire un rituale. A dettare le nozze, infatti, sarebbe stato un antenato morto. La cerimonia davanti a parenti e amici avrebbe avuto lo scopo di placare l’ira degli spiriti ed evitare un castigo divino.
Di fronte allo choc della comunità, la famiglia di Sanele ha difeso la cerimonia, dicendo che era solo un rituale e non giuridicamente vincolante: “In questo modo abbiamo fatto felici gli antenati. Se non l’avessimo fatto qualcosa di brutto sarebbe successo in famiglia”.
La vedova, che lavora in un centro di riciclaggio, ha aggiunto: “Non è sbagliato. Sanele era felice di sposarmi” (infatti si vede dalla faccia quanto il bambino sia contento e a suo agio!)
I due non hanno l’obbligo di convivere e sono tornati alla loro vita normale. Sanele ha precisato: “Quando sarò più grande mi sposerò una signora della mia età”.

Anche George ha problemi d’età!

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L’attore è un uomo e l’attrice è una donna… e in molti casi non dovrebbero esserlo! Non dovrebbero ingrassare, non dovrebbero invecchiare… dovrebbero rimanere un eterno sex simbol, una miss mozzafiato! Quasi un tacito contratto con il pubblico, una regola divina per non deludere i fans… ma poi si cresce, s’invecchia, si è umani! Il pubblico scappa e si rivolge a miti più giovani, alla ricerca di eterna bellezza… quel modello “di plastica” che però rassicura gli ormoni!

«Non ho interpretato molti ruoli da attore principale perchè trovo gli altri personaggi più interessanti e, onestamente, a 51 anni bisogna cercarsi una nicchia che ti stia comoda. Invecchiare sullo schermo non è roba per gente delicata. Mi sono adattato, perché due sono le cose: invecchiare o schiattare!». Così George Clooney.

Reduce dal successo come produttore del film “Argo”, pluripremiato agli Oscar 2013, Clooney ricorda anche i momenti bui della sua carriera:  «Impari dai tuoi sbagli e dagli sbagli degli altri. La verità è che non ricevi lezioni di vita dai successi, ma dalle sconfitte. Il fallimento, per quanto doloroso, è stato molto utile per la mia carriera. Dopo “Batman & Robin”, il film che tutti usano come esempio del disastro, mi sono ripromesso di concentrarmi sulle sceneggiature».

Ora Clooney però ha troppo lavoro per filosofeggiare sull’età, è concentrato nel suo quinto film, “Monuments Men”. Una storia che lui stesso a fortemente voluto proprio per i suoi legami con i film della sua infanzia e spera che possa avere il sapore de  “La grande fuga” o di “Quel’ultimo ponte”.

LA NONNA DI FACEBOOK!

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Mentire sull’età per iscriversi a Facebook: uno stratagemma usato di frequente dagli adolescenti troppo giovani per far parte del social network di Mark Zuckerberg, che richiede di avere almeno compiuto 13 anni. Questa volta però a utilizzarlo non è stato un teenager, ma un’arzilla nonnina di 104 anni del Michigan. Nonostante la veneranda età, Marguerite Joseph si diverte a postare frasi e immagini su Facebook, grazie anche all’aiuto della nipote Gail Marlow, ma per farlo, ha dovuto mentire sulla sua età.
Quando, dopo aver utilizzato per un pò la pagina della ragazza, ha deciso di volere un profilo tutto suo, si è resa conto che non poteva inserire come anno di nascita il 1908: per Facebook era considerata troppo vecchia, e così suo malgrado ha dovuto levarsi un pò di anni. Marguerite tuttavia non aveva nessuna intenzione di mentire, e con l’aiuto della nipote ha deciso di rivolgere le sue lamentele direttamente a Mark Zuckerberg, fondatore del social network. Dopo poco ha ricevuto risposta dall’azienda, che si scusava per l’inconveniente e prometteva una risoluzione in tempi rapidi: «Abbiamo scoperto di recente un problema tecnico per cui alcuni utenti di Facebook potrebbero non essere in grado di immettere la propria data di nascita, se è anteriore al 1910 – ha spiegato un portavoce – Stiamo lavorando per risolvere la questione».
La nonnina, originaria del Canada, ha vinto la sua battaglia, ha potuto inserire la sua vera età anagrafica, ed è diventata molto attiva sul suo profilo, dove posta messaggi e fotografie da condividere con i suoi 511 amici.

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