Dopo la condanna Manning vuole diventare donna!

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Si farà chiamare Chelsea e diventerà donna questo è il desiderio di Bradley Manning, condannato a 35 anni di carcere per aver passato documenti segreti a Wikileaks. Lo ha scritto in una dichiarazione inviata al programma Today della Nbc. “Sono Chelsea Manning. Sono una donna. Considerando come mi sento, e come mi sono sentita sin dall’infanzia, voglio iniziare al più presto la terapia ormonale. Spero che mi appoggerete in questo passaggio. Chiedo che a partire da oggi mi chiamiate con il mio nome femminile, Chelsea”.

 Il suo avvocato, David Coombs, ha detto anche che il suo assistito si aspetta la grazia dal presidente Barak Obama.

Durante il processo la difesa di Manning ha messo in evidenza le forti pressioni psicologiche sul ragazzo durante l’era del “don’t ask don’t tell”, la politica in base alla quale nelle forze armate Usa non si chiedeva e non si diceva nulla riguardo agli orientamenti sessuali dei militari.

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Manning condannato a 35 anni. Uscirà a 60 anni.

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Bradley Manning, il soldato americano di 25 anni reo confesso di essere la ‘talpa’ di Wikileaks, è stato condannato a 35 anni di carcere. La sentenza è stata emessa dalla Corte Marziale di Fort Meade, che ha ridotto la richiesta del Procuratore di 60 anni. Questo significa che Manning uscirà dal carcere quando avrà ormai 60 anni.

 

Manning e Snowden i destini incrociati di due eroi o di due delatori?

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Come da sempre ci insegna la storia occorrono anni prima che si possa poi, quando ormai il tempo fa prendere la giusta distanza dagli eventi e gli interessi economici e politici vanno via via scemando, fare un’analisi oggettiva. Ci sono argomenti, invece, sui quali nonostante passano decenni  un oggettività non si raggiunge mai e gli schieramenti tra sostenitori e contrari restano a dividere l’opinione pubblica. Sarà forse il caso di Snowden e Manning? Probabilmente lo sarà… Nessun europeo riuscirà, nel profondo a capire perchè un crimine di guerra denunciato possa diventare invece un atto di spionaggio. Per assurdo,  nel caso del militare americano, le vittime che hanno subito soprusi sembra quasi che siano diventati i carnefici che hanno costretto Manning al carcere. Eppure c’è chi è pronto a sostenere che Manning non avrebbe mai dovuto rivelare alcune informazioni, neppure se si trattava di 12 civili disarmati uccisi da due Apache americani. Perché? Perché è un problema di fedeltà alla patria, di rispetto per il proprio paese, di lealtà… ma quale paese civile, democratico e leale ucciderebbe su un territorio straniero martoriato da una guerra 12 civili indifesi?  Improvvisamente però, scoppia il caso Snowden, un nuovo delatore che stanco dei soprusi questa volta perpetrati dagli americani, anche contro i propri stessi cittadini, si ribella e fa scoppiare il datagate… dopo mesi di incertezza passati all’aeroporto Sheremetevo di Mosca ottiene finalmente un asilo temporaneo in Russia. Ora Snowden sarebbe diretto «in un luogo sicuro», ma «segreto», che non sarà rivelato.

E’ notizia delle ultime ore che la talpa del Datagate si pronuncerà oggi sul caso del soldato Bradley Manning, giudicato «traditore» da un tribunale Usa per il caso Wikileaks. Lo riferisce il sito web di Julian Assange che pubblica cablogrammi diplomatici segreti.

E’ salvo Manning o è solo una farsa verso l’opinione pubblica?

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Non è facile spiegare i meccanismi che potrebbero portare Bradley Manning a passare il resto della sua vita in carcere anche se assolto dall’accusa più grave, cioè quella di connivenza con il nemico, per aver rivelato documenti diplomatici e militari segreti americani a Wikileaks. Manning è stato trovato colpevole di 19 capi d’imputazione su 21 per cui era incriminato, tra cui 5 per violazione della legge sullo spionaggio del 1917.  Potrebbe quindi essere il cumulo di condanne alla fine a tradursi in ergastolo e quindi assolvere Manning dall’accusa più grave in tal caso sarebbe stato forse solo per far leva sull’opinione pubblica? In particolare su chi sostiene che Manning è un eroe americano e come tale dovrebbe essere trattato e non condannato? Nella sostanza quindi anche se sollevato dal capo d’accusa peggiore Manning rischia ancora l'”ergastolo”.

Obama dopo l’assoluzione di Zimmerman: tempo di “calma riflessione”

obama-trayvor-tuttacronacaSi discute in America dopo l’assoluzione di George Zimmerman, la guardia che il 26 febbraio 2012 a Sanford, in Florida, uccise con un colpo di pistola il diciassettenne afroamericano Trayvon Martin. Nel dibattito è entrato anche il presidente Barack Obama, che ha chiesto rispetto per la famiglia del giovane. “La giuria ha parlato”, ha dichiarato prima di lanciare un appello per una “calma riflessione”. “Dobbiamo ora chiedere a noi stessi – ha detto Obama – se stiamo realmente facendo tutto il possibile per aumentare la comprensione reciproca all’interno della nostra comunità”.

Che giustizia vogliamo se uccidere un 17enne non è reato?

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L’Italia non brilla sicuramente per la giustizia. Nel nostro Paese sicuramente  i tempi sono lunghi e anche alcune sentenze sembrerebbero a volte non ripristinare il giusto equilibrio sociale… eppure sembra proprio che sia l’intera giustizia mondiale a non godere di ottima salute. Se in Sudafrica Pistorius, dopo aver ucciso la fidanzata forse per errore, forse per gelosia, forse per follia può continuarsi ad allenare tranquillamente e se negli Usa viene assolto chi ha ucciso un 17enne disarmato, bisogna iniziarsi a interrogare sul senso di giustizia.

E’ notizia delle ultime ore che George Zimmerman, la guardia che il 26 febbraio 2012 a Sanford, in Florida, uccise con un colpo di pistola il diciassettenne afroamericano, Trayvon Martin è stato assolto. Una corte formata da sei donne dopo 16 ore di camera di consiglio lo ha riconosciuto innocente e soprattutto ha riconosciuto che l’uomo agì per legittima difesa. Assolto dopo aver stroncato la vita a un 17enne afroamericano che forse aveva la colpa di passeggiare con il cappuccio della felpa alzato sulla testa. Assolto dall’omicidio preterintenzionale, per cui rischiava l’ergastolo. Assolto dall’accusa di omicidio colposo, per cui rischiava da 10 a 30 anni di carcere.

«Lei non ha più nulla a che fare con questa corte, è libero, può andare»: con queste parole il giudice ha posto fine ad uno dei processi più seguiti negli ultimi decenni di storia americana. Un processo che potrebbe anche riaccedere una guerra fra diverse comunità quella afroamericana e quella ispanica da cui proviene Zimmerman.

Dobbiamo forse rivedere i nostri valori? Dobbiamo riscrivere il diritto? Dobbiamo iniziare a pensare che un sospetto possa essere considerato sufficiente per uccidere una persona? Possiamo pensare che dobbiamo sdoganare alcuni reati perché sono ormai perpetrati normalmente e hanno perso nell’opinione pubblica la configurazione di crimine e sono semplicemente fatti? Dobbiamo pensare che la prostituzione non è un crimine contro le donne? O che uccidere la propria fidanzata sia solo un tragico errore? Dobbiamo immaginarci che l’appropriazione indebita di denaro pubblico non sia più un illecito, ma un privilegio di chi lo può compiere? Che giustizia vogliamo? Quali sono i valori che vogliamo tramandare alle generazioni future?

 

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