Berlusconi insaguinato e la Pezzopane clicca “mi piace”

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Una foto di Berlusconi sanguinante, presa dal repertorio di quando l’ex premier fu vittima della statuetta del duomo, è stata pubblicata nel profilo web della senatrice Pd, Pezzopane. Forza Italia accusa la Pezzopane di aver cliccato sul “mi piace” l’immagine postata da un suo sostenitore,Luigi Nusca, che voleva ringraziare la senatrice di aver votato a favore della decadenza. L’immagine è stato postata sulla bacheca della parlamentare abruzzese attraverso un ‘tag’.

«La foto è rimasta sulla ‘bacheca’ della senatrice del Pd che ha siglato il tutto con un significativo mi piace», ha attaccato il senatore di FI Riccardo Mazzoni, denunciando l’accaduto. «L’episodio – ha rimarcato il senatore ‘azzurro’ -, francamente sconcertante, dimostra quanto l’antiberlusconisno viscerale faccia smarrire la ragione a personaggi che dovrebbero rappresentare le istituzioni».
Mazzoni ha quindi invitato il presidente dei senatori democrat, Luigi Zanda, a prendere «sollecitamente le distanze dall’indegno comportamento di una senatrice del gruppo che lui guida». Accuse che Pezzopane respinge con questa argomentazione: «Io metto ‘mi piace’ a tutte le cose che leggo, persino a chi mi insulta: ma ciò non significa che mi piaccia quello che mi mandano, anzi; curo personalmente la pagina Facebook e lo faccio solo per ricordarmi di averle lette e per far capire di aver visto le cose che mi vengono inviate. Per un motivo tecnico, diciamo», spiega la senatrice al telefono. Tra l’altro, aggiunge, «nella foto c’era una cosa rivolta a me, mi si ringraziava per il voto sulla decadenza e con il »mi piace« mi riferivo a quello, non certo alla foto». Immagine, prosegue Pezzopane, «che ho tolto non appena ho capito che stavano strumentalizzando l’accaduto: sono da sempre una non violenta, la mia storia lo dimostra, e non potrei mai inneggiare o brindare a quanto successo» a Berlusconi. Per la parlamentare si tratta di una «polemica assurda e ingiusta», per la quale denuncia di aver ricevuto «insulti e ingiurie». Una vicenda, conclude, «indecente» e nata da una «stupidaggine».

 

Il Pd della Bindi: basta liti pensiamo ai progetti

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Rompe il silenzio Rosy Bindi dopo che l’elezione alla guida dell’Antimafia, aveva scaturito una marea di polemiche soprattutto nel Pdl. Ma poi, calato il sipario, la Bindi si concentra ora, sui problemi dell’esecutivo e sul congresso dei democrat. L’elezione del segretario è una tappa interna alla vita del partito, mentre il Governo Letta è in lotta per la sopravvivenza ogni giorno. Alla Stampa la Bindi ha dichiarato:

Prima, in verità, il Pd dovrebbe dire ai propri elettori che il Congresso che ha avviato non è né una farsa né un concentrato di irregolarità, non le pare?

«E infatti non è così: noi non meritiamo di essere raccontati come una caricatura. Stanno votando centinaia di migliaia di iscritti, i casi inquietanti in realtà sono cinque (Cosenza, Asti, Frosinone, Lecce e Rovigo) e un aumento delle iscrizioni – dopo il calo dell’anno scorso – è in parte fisiologico, considerata la stagione congressuale».

Tutto a posto, dunque?

«Non dico questo, ma nessuno dei casi in questione è riconducibile all’elezione del segretario nazionale. E comunque, bloccare il tesseramento è stato giusto: così si impedisce che, dentro o fuori il Pd, si possa dire che si sta inficiando il Congresso».

Inficiando forse no, ma sporcarlo – così da depotenziare la possibile vittoria di Renzi – forse sì. Lei pensa che qualcuno stia praticando un giochetto simile?

«Lo escludo totalmente. Le dico, anzi, che i risultati che maturano nei circoli ci fanno pensare a un Congresso vero e competitivo. Ora, però, il problema è far decollare il confronto tra i candidati – sui programmi, sul ruolo del Pd, sulla natura del partito – perchè se c’è una cosa che non possiamo permetterci è un calo di partecipazione alle primarie».

Ma un calo è dato per scontato…

«Non ci si può rassegnare a questo. Abbiamo un mese per discutere del partito e del Paese che vogliamo. Bisogna che i candidati animino un dibattito serio sul futuro, perchè sono mesi che siamo appiattiti sulle vicende di Berlusconi e sull’instabilità della stabilità del governo. Per quanto mi riguarda, farò la mia parte».

Ma se ha deciso addirittura di non schierarsi con nessuno dei candidati in campo!

«Però andrò a votare, e il documento che abbiamo proposto al dibattito del partito mi pare meriti attenzione. In quel documento diciamo che il Pd sostiene il governo ma non si identifica in esso; che la stabilità è un valore solo se produce risultati, riforme e azioni utili al Paese; e che non siamo disposti a sacrificare l’assetto bipolare del sistema politico italiano sull’altare della stabilità. Insisto: se non si affrontano i problemi, non è un governo di servizio ma un governo di durata… Insomma, ci sono molte cose da definire. Pensi a questa vicenda del Pse…».

Lei intende le critiche di Fioroni – e non solo – per l’affermazione di Epifani circa il fatto che «il Pd ha le sue radici nel Pse»?

«L’esperienza del Pd non si identifica con quella del Pse. Noi siamo – certo – nella metà del campo progressista, ma con l’intento di superare le tradizionali famiglie politiche europee. Non dobbiamo ridurre le nostre ambizioni e il nostro progetto. Ci sono tante forze progressiste nel mondo – dagli Stati Uniti al Giappone – che non si identificano nel socialismo. Dunque, ospitiamo pure il Congresso Pse a Roma: ma con la forza di chi sente di poter chiedere a quella famiglia politica di cambiare nome e orizzonte».

Per tornare al Congresso: crede che vincerà Renzi e che dopo – come molti profetizzano – ci saranno elezioni anticipate?

«Penso che questa ipotesi, in questo momento, non convenga a nessuno. Credo che Renzi abbia bisogno di tempo per stabilire un rapporto più stretto con il suo partito, e che se questo riesce anche lui ne trarrà maggior forza. Quanto alle primarie, sì: immagino vincerà lui. Ma nei congressi locali c’è una situazione quasi di parità con Cuperlo, il che vuol dire che ci sono ampi margini per una discussione vera. Per altro, il voto che stanno esprimendo i circoli ci dice che questo non è “il Pd di Renzi” e che Renzi non lo ha ancora né conquistato né convinto sulla base di un progetto che – per quanto mi riguarda – trovo ancora generico e non condivisibile soprattutto sulle politiche economiche e sociali».

Lei dice «il Pd di Renzi» così come una volta si diceva l’Ulivo di Prodi… Che effetto le ha fatto apprendere che il Professore non voterà alle primarie?

«Non mi ha meravigliato. E se vuole che gliela dica tutta, credo che dopo la vicenda dei 101 “franchi tiratori” Romano sia autorizzato a fare qualunque scelta. Provo una grande amarezza, naturalmente: ma anche per il fatto che su quell’inaccettabile episodio non vi sia stata un’analisi seria, un’autocritica ed un’assunzione di responsabilità».

Un’ultima cosa: sulla Commissione Antimafia. È sempre ai ferri corti con il Pdl?

«Mercoledì riuniremo l’ufficio di presidenza. Aspetto ancora la nomina del capogruppo del Popolo della Libertà in commissione e poiché molto tempo è passato, sento di dover rivolgere loro un appello: di fronte alla magistratura ed alle forze dell’ordine che continuano la loro lotta alla mafia, di fronte all’impegno di “Libera” e delle altre associazioni, dei parenti delle vittime e di operatori economici che non si arrendono, la politica non può restare indietro e mostrarsi inadempiente. È una responsabilità che dobbiamo sentire tutti, ed è per questo che attendo fiduciosa».

25mila euro per essere candidati con il PD?

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Le parole di Roberto Fico, parlamentare del M5s e Presidente della Commissione Vigilanza Rai, sono rimaste nel silenzio dopo essere uscite qualche settimana fa. Roberto Fico aveva affermato:

«In Italia penso nessuno sappia che per candidarsi nel Pd bisogna versare al partito tra i 25mila e i 30mila. Questa è una notizia che non ho mai vista in prima pagina sui giornali. Per candidarsi nel Pd bisogna versare 30mila. Non accetto morale da questi che versano 30mila per candidarsi e poi li devono riprendere».

Linkiesta.it scrive:

…Una notizia arriva in un momento della legislatura in cui si discute del disegno di legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Una notizia sulla quale i democrat preferiscono tacere, e che per un certo verso li imbarazza. Infatti la prima reazione è la smentita. Un “giovane” turco (non di primo pelo) sbotta con Linkiesta: «È una pa**a!». Anzi no, raddrizza: «È una pa**a che compriamo il seggio. Al sottoscritto il partito gli consente di rateizzarla».

L’imbarazzo è alle stelle quando si parla di stipendi, finanziamenti ai partiti, candidature. È sempre qualcosa che i partiti, e su tutti i parlamentari, preferiscono celare. E ciò tocca anche la galassia del primo cittadino di Firenze, Matteo Renzi, paladino della meritocrazia, della lotta agli sprechi, e della riduzione del finanziamento ai partiti e degli stipendi dei parlamentari. E anche una deputata del suo inner circle non sa che pesci prendere quando le viene chiesto della quota da 25mila euro: «C’è stato chiesto un contributo per le spese elettorali. Il discorso è un po’ più articolato: è vero la cifra è di 25mila euro a candidato, ma chi non ce li aveva non li ha dovuti versare. A me non li hanno chiesti». Sarà vero?

In realtà, spiega Nico Stumpo, che è stato responsabile dell’organizzazione dei democratici ai tempi della segretaria di Pier Luigi Bersani, «non c’è nessun pizzo, ma il regolamento per le candidature prevede che i candidati alle elezioni politiche si impegnino a contribuire alle spese che il partito sostiene per la campagna elettorale». Tutti, nessuno escluso. Non ci sono eccezioni, come invece sosteneva la parlamentare di rito renziano. Ciò si trova scritto all’art.10 del «regolamento» per le candidature. Tuttavia la cifra non è affatto specificata.
Stando al regolamento che si può consultare all’interno del sito dei democratici, la cifra viene concordata tra la tesoreria nazionale e quella regionale perché si «dovrà tenere conto della posizione del singolo candidato nella lista». In sostanza,  essendo il Porcellum un sistema elettorale con le liste bloccate, la quota di partecipazione, chiamiamola eufemisticamente così, è direttamente proporzionale alla posizione in lista. Mentre chi risulta candidato in «fascia insicura» pagherà successivamente, a spoglio ultimato.
Semplicemente, dice ancora Stumpo, «se sei in posizione eleggibile versi la quota, altrimenti non versi nulla». Del resto, spiega un insider del Nazareno, «le liste bloccate non impongono spese per manifesti, etc… In questo modo la campagna elettorale risulta essere centralizzata. Ovvero tutti contribuiscono alle spese nazionali». Sarà.

Il candidato alla segreteria Pippo Civati è stato il primo e l’unico ad uscire allo scoperto: «Ogni deputato e senatore del Pd ha versato al partito 30mila euro al momento della candidatura». C’è chi lo ha fatto cash, come dice a Linkiesta lo stesso Civati. O chi, come la maggior parte, mensilmente dovrebbe versare al partito 520 euro, che con un semplice calcolo corrispondono a circa 25mila euro in cinque anni. E se la legislatura dovesse finire anticipatamente cosa succederebbe? Chi ha versato 25mila euro cash avrebbe riconsegnata parte della quota? «Non si sa come andrebbe a finire», spiegano dal Nazareno, «non ci siamo ancora preoccupati di questo scenario». In realtà, racconta un ex parlamentare dell’Ulivo, «una cosa simile successe al sottoscritto nel 2006. Io mi candidai in quota proporzionale con l’Ulivo. Versai circa 40mila euro, la legislatura si concluse anticipatamente, ma non mi venne restituito alcunché. Avrebbero dovuto restituirmi almeno metà di 40mila euro».

Oggi questo i parlamentari lo sanno. Ecco perché la maggior parte di essi non versa più la quota anticipatamente, ma preferisce, si fa per dire, rateizzare il contributo per la campagna elettorale. Addirittura, fonti accreditate a Largo del Nazareno, assicurano che la maggioranza non darebbe più «un bel niente». Del resto, spiegano, «mentre per il contribuito da riservare al gruppo parlamentare, pari a 1.500 euro, si viene chiamati dalla segreteria e si firmano dei bonifici pre-datati; per la quota di contribuzione legata all’appuntamento elettorale non viene chiesto alcunché, semmai ogni singolo parlamentare dovrebbe versare mensilmente, o come preferisce, la rata». Ma i parlamentari democrat fanno orecchie da mercante.
La maggior parte se ne infischia del regolamento. «Semplicemente», si intasca il denaro dei contribuenti. E fa gli scongiuri affinché il ddl sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti resti nascosto nei meandri di Palazzo Madama, o di Montecitorio. Semplice.

Il governo tarda ad arrivare… la prima indagata c’è!

Maria Tindara Gullo,

La prima parlamentare indagata è Maria Tindara Gullo, eletta con il Pd in Sicilia. Il suo nome risulta tra quelli degli indagati nell’inchiesta “Fake”, sfociata ieri nell’arresto di sette persone, compreso il padre della deputata, che è accusata di falso ideologico. Le persone coinvolte nella maxi-indagine della polizia sono 156, accusate, a vario titolo, di falso ideologico e soppressione di atti d’ufficio, voto di scambio, associazione a delinquere e truffa aggravata.

Secondo gli inquirenti la Gullo, nel gennaio del 2011, a pochi mesi dalle elezioni amministrative nelle quali era candidata al consiglio comunale, avrebbe falsamente dichiarato di essere residente a Patti, in un’abitazione di proprietà del padre, l’ex vice sindaco Francesco Gullo, uno degli arrestati. Dalle indagini sarebbe emerso, invece, che la Gullo, insieme al marito e alla figlia, anch’essi trasferitisi fittiziamente, non si sarebbe mai mossa dalla sua residenza nel vicino comune di Montagnareale. Anche Luigi Gullo, consigliere provinciale del Pd e candidato sindaco alle amministrative di Patti del 2011, cugino della parlamentare e nipote del vice sindaco, risulta indagato con l’accusa di associazione a delinquere.

Lunedì sono in programma, dinanzi al gip del tribunale di Patti, Messina, Onofrio Laudadio, gli interrogatori di garanzia. Nell’ambito della stessa inchiesta sono stati sottoposti a divieto di dimora due consiglieri comunali di area Pd, mentre un ispettore di polizia municipale, un ex consigliere comunale e un geometra, sono stati sottoposti a obbligo di dimora.

Il Pd ha già sospeso dal partito gli iscritti destinatari dei provvedimenti cautelari. “Nei prossimi giorni – si legge in una nota della segretaria provinciale del Pd di Messina – la segreteria provvederà a nominare un commissario per il circolo del Pd a Patti peraltro, richiesto dallo stesso segretario del circolo. La commissione di garanzia del Pd valuterà nei prossimi giorni se sarà necessario assumere altre decisioni. Il Pd esprime piena fiducia nella magistratura nell’accertamento dei fatti”.

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