Anche i polmoni aiutano a sentire gli odori

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Questione di odori! Secondo uan nuova ricerca non solo nel naso ci sarebbero i recettori con funzioni olfattive, ma anche nei polmoni e lo scopo, almeno secondo  i ricercatori della Washington University di Saint Louis, sarebbe quello di difenderci dai cattivi odori, specialmente dalle sostanze tossiche e addirittura da alcuni profumi che, nei soggetti allergici, possono causare reazioni violente.

Lo studio è stato pubblicato sull’American journal of respiratory cell and molecular biology e i suoi autori spiegano:

“Se nel naso i recettori si trovano nelle membrane delle cellule nervose che inviano messaggi diretti al cervello, quelli nei polmoni sono invece situati nelle membrane delle cellule neuro endocrine e captano gli odori provocando una reazione ormonale che induce, in presenza di sostanze volatili pericolose, alla costrizione delle vie aeree come meccanismo di difesa”.

Le cellule individuate dai ricercatori americani potrebbero anche essere responsabili della esagerata sensibilità ad alcune sostanze chimiche, frequenti in diverse patologie respiratorie, come l’asma e molte reazioni allergiche, spiegano ancora i ricercatori:

“Nei soggetti allergici molti odori come lo smog, gli odori pungenti, i profumi e irritanti simili possono innescare difficoltà respiratorie e questi recettori possono esserne i responsabili”.

La scoperta potrebbe cambiare l’approccio dei ricercatori alla cura di attacchi allergici e asma, perché impiegando come target queste cellule in futuro potrebbe essere possibile tenere sotto controllo queste patologie riducendo  l’uso di steroidi e broncodilatatori.

Io lo penso, tu lo fai: l’esperimento che “connette” due cervelli!

brain-to-brain-tuttacronacaE’ un esperimento senza precedenti quello realizzato da Andrea Stocco, italiano classe 76, ora alla Washington University con il suo collega Rajesh Rao: ha collegato due cervelli umani tramite pc, dopo di che una delle due persone, con il pensiero, è riuscita a comandata il movimento delle dita dell’altra. Come Stocco ha spiegato all’Ansa: “È la prima volta che due cervelli umani sono collegati direttamente tramite un’interfaccia – spiega all’Ansa – e in modo non invasivo, senza sostanziale rischio”. Ma come funziona l’esperimento? Due soggetti si trovano in due stanze di due diversi edifici. Il primo osserva un videogioco in cui si devono distruggere astronavi pirata premendo il tasto ‘spazio’ con la mano destra. Però manca la tastiera, quindi il soggetto può solo immaginare di giocare: quando pensa di muovere la mano per premere il tasto le sue onde cerebrali vengono registrate da un apparecchio per l’elettroencefalogramma (EEG) e decodificate da un pc. A questo punto, il computer invia un messaggio a un secondo pc che controlla una macchina per la stimolazione magnetica trascranica (TMS) posizionata sulla testa del secondo soggetto. La TMS è un apparecchio che stimola il cervello in modo indolore. In questo caso la Tms va a stimolare l’area neurale che controlla la mano destra. Quando la stimolazione arriva, la mano del secondo soggetto si alza e preme il tasto ‘spazio’ sulla tastiera. Spiega Stocco: “La comunicazione dal primo al secondo soggetto è praticamente istantanea e il primo può usare il cervello del secondo per controllare la tastiera. In questo esperimento pilota io ero attaccato alla TMS, mentre il mio collega Rajesh Rao era attaccato all’EEG. Quindi, Rajesh pensava di muovere il dito per premere il tasto e controllava la mia mano”. E sottolinea: “L’esperimento dimostra che la trasmissione di informazioni da un cervello a un altro è tecnicamente possibile”. Questo esperimento permette di aprire una nuova frontiera. A livello teorico, infatti, potrebbe essere possibile per una persona ‘controllare’ il corpo di un’altra in situazioni dove questa non sa cosa fare, come, ad esempio, un chirurgo potrebbe mandare impulsi al cervello di una persona presente sulla scena di un incidente riuscendo così a operare a distanza. Oltre a questo, se si conoscesse come le informazioni vengono rappresentate nella corteccia cerebrale, sarebbe possibile trasmettere conoscenza tra due cervelli senza la necessità di usare il linguaggio. Conclude Stocco: “Ora cercheremo di trasmettere informazioni più complesse, di natura non motoria ma percettiva e sensoriale”.

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