“Essere gay è una colpa”, test shock di religione a Perugia

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Tra le colpe evidenziate in un test di religione che è stato fornito agli studenti del liceo classico  Mariotti di Perugia dal loro professore di religione e al quale gli studenti dovevano rispondere assegnando un punteggio da 1 a 10 comparivano omicidio, infanticidio, abusare di bambini e smerciare droga, ma anche l’omosessualità e le esperienze prematrimoniali. In definitiva si confrontavano le “colpe” fra di loro e si doveva stilare una classifica. Alcuni studenti immediatamente hanno segnalato il test all’associazione Omphalos di Perugia che riunisce arcigay e arcilesbica:

“L’associazione Omphalos (arcigay e arcilesbica) di Perugia, ricevuta la segnalazione da alcuni allievi, ha presentato una denuncia all’Ufficio antidiscriminazioni (Unar) del ministero per le Pari opportunità. L’Unione degli studenti ha chiesto un intervento del ministero dell’Istruzione. Un ex alunno del docente — gay dichiarato — racconta: «Quel questionario non è del professore, ma su di me ebbe un impatto forte, mi sentii offeso e discriminato. Non è un insegnante omofobo, ma ha sbagliato a non dare spiegazioni». L’associazione di Perugia aveva già denunciato per comportamenti e didattica anti-gay un docente dell’istituto professionale Cavour-Marconi”.

Ora si spera che almeno in futuro quel test non si ripeta più dopo la denuncia all’Ufficio antidiscriminazioni (Unar) del ministero per le Pari opportunità.

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Simula la vita di un africano irregolare! UNA VERGOGNA ISTITUZIONALE

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Se non l’avesse lanciato l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, potremmo dire che c’è ancora gente che finge di accettare il “diverso”, lo “straniero” solo per poter speculare sul disagio degli extracomunitari. Ma in queto caso la vicenda è più grave.

Modou è un ragazzo senegalese di 31 anni con una laurea in ingegneria. Katerina è una donna ucraina che viene sfrattata e comincia a mangiare alla Caritas. Ahmed invece viene dalla Tunisia. Tutti e tre hanno un budget di settecento euro, nessuno di loro possiede il permesso di soggiorno.
Riusciranno a sopravvivere fino alla fine del mese? Anzi, se fossimo nei loro panni, che lavoro accetteremmo pur di inviare alla famiglia qualche soldo?

È un percorso pieno di difficoltà reali quello messo a punto nel gioco interattivo “Gioca nei miei panni” promosso dall’Unar per ricordare che dal 17 al 24 marzo si celebra la settimana contro il razzismo. Ad esempio si può dormire all’aperto, chiedere un prestito ad un amico, lavare i vetri per racimolare qualche soldo nell’attesa di ricevere il primo stipendio in nero. Perché senza documenti non esiste tutela ed è facile cadere preda delle discriminazioni: Modou incontra proprietari di appartamenti che non vogliono affittare agli africani, Ahmed viene pagato meno dei suoi colleghi di lavoro italiani e così via. Tra le opzioni del gioco anche la possibilità di rubare una mela al supermercato: a coloro che sceglieranno di varcare l’illegalità, forse pensando che questo sia normale tra gli stranieri, l’Unar, naturalmente, da bravo giudice virtuale politically correct, darà una bella lezione…  Non si sa se inorridire per il conformismo o indignarsi per l’ipocrisia.

Insomma un viaggio allucinante dentro a falsi luoghi comuni, irritante e irriverente nei confronti di chi quella sofferenza non la vive “virtualmente” e, se si voleva sensibilizzare, magari la strada da percorrere sarebbe quella di creare un luogo “virtuale” dove interagire veramente con chi vive queste situazioni di disagio. Creare delle oasi, con accesso gratuito e senza richiesta di inserire i propri dati virtuali per poter aprire un dialogo corretto.

Lascia drammaticamente senza parole il concept del gioco in cui lo straniero è quello con la laurea, ma costretto a lavorare in nero, con uno stipendio più basso rispetto… agli italiani disocuppati?  Veramente una vergogna sia per gli italiani che sono sempre tacciati di razzismo, anche quando lottano per arrivare a fine mese, con i posti di lavoro da contendersi con chi arriva dall’estero ed è alla disperata ricerca di un impiego… una vera vergogna per gli stranieri, considerati affascinanti come un avatar laureato perchè altrimenti inacettabili dall’italiano medio… quando inzieremo davvero una politica di integrazione non virtuale?

La verità è che l’Italia è sempre in equilibrio instabile tra l’essere tacciata di razzismo ed il non esserlo, tra una parte di società animata da questo sentimento e un’altra che si batte per tolleranza, rispetto ed uguaglianza. C’è un problema di fondo su cui non ci si sofferma, perchè l’idealismo è un’altra cosa e fa sentire “potenti e giusti” tutti coloro che lo professano. C’è chi lo avversa, chi inneggia all’integrazione, e spesso sono gli stessi che negano la possibilità ad una coppia omosessuale di sposarsi (però questa non viene letta come discriminazione, piuttosto come “legge divina”). Questo idealismo lo richiediamo, vogliamo vederlo nelle strade, nella quotidianità. E’ facile parlare d’integrazione quando non si dorme in un’auto con la famiglia perchè non si ha più alcuna fonte di reddito e non si riesce a conseguire il lavoro più umile perchè è possibile pagare meno uno straniero. Gli italiani non sono razzisti, non se non vengono aizatti a questa forma. Ce lo insegnano i bambini che vanno a scuola, quando tra di loro giocano anche se i loro genitori parlano lingue differenti. Aprire le braccia sarebbe più facile, se chi detiene il potere ci aiutasse a farlo e non constringesse a rinchiuderci nell’egoismo perchè dobbiamo sopravvivere. Il resto… non è razzismo, è ignoranza!

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