“I termini d’uso” uccidono la nostra privacy, ma noi siamo impotenti

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E’ umanamente impossibile leggere tutte le clausole racchiuse nei termini d’uso dei servizi web (si è stimato che ci si impiegherebbe un mese lavorativo all’anno e non è detto che si avrebbe la certezza di capire fino all’ultima virgola) eppure i consumatori ogni hanno perdono 250 miliardi di dollari per quello che celano quelle clausole che sono sempre più criptiche e che mirano solo a distruggere la nostra privacy e acquisire dati da rivendere alle grandi industrie a caro, carissimo prezzo.

Ora arriva un documentario ‘Terms and Conditions May Apply’ diretto da Cullen Hoback. Per realizzarlo sono occorsi due anni e oltre tremila ore di lavoro per lo più impiegate a raccogliere testimonianze di quelle righe che nessuno legge, «nemmeno gli avvocati che li scrivono», come dice il comico Eddie Izzard nelle battute iniziali del documentario, ma che possono poi avere conseguenze veramente spiacevoli.

Una delle tante raccontate attraverso il documentario è quella di un ragazzo irlandese, Leigh Brian, che 20 giorni prima di un viaggio da turista negli States chiede a una ragazza in un tweet di vedersi, prima che vada a «distruggere l’America». Intendeva fare festa, ubriacarsi. Ma quando fa per tornare, all’aeroporto viene interrogato per cinque ore per quel ‘cinguettio’, tanto pericoloso da finire con «x», un bacio. Viene ammanettato, messo in cella. Gli agenti non trovano nessuna reale minaccia in lui, ma ora il ragazzo è in lista nera e rischia di finire interrogato a ogni aeroporto.

Il documentario, spiega Hoback, nasce da un’esigenza ben precisa: «C’è una generale mancanza di consapevolezza», dice, «su come i Google e i Facebook del mondo abbiano tratto beneficio dai nostri dati, e su come quei benefici abbiano condotto al più grande incubo per le libertà civili del nostro tempo: la totale distruzione della privacy».

Ed è questo legame a costituire il cuore del filmato. Da un lato, una accurata ricostruzione storica di come sia nato l’apparato di sorveglianza digitale dell’intelligence Usa svelato in questi mesi da Edward Snowden, la fonte del Datagate. Dal programma ‘Total Information Awareness’ del 2002, l’antenato di Prism capace di «sorvegliare ogni informazione digitale esistente», alle rivelazioni quattro anni più tardi dell’ex tecnico AT&T Mark Klein, che svelano che il gigante delle telecomunicazioni era coinvolto in un programma di sorveglianza dell’Nsa per il traffico Internet, si comprende come secondo Hoback il Datagate «abbia detto poco che già non sapessimo». Al punto che se potesse rigirare il documentario oggi, vi aggiungerebbe poco o nulla.

Dall’altro il modo in cui l’ingigantirsi della macchina dello spionaggio, con scarso o nullo scrutinio pubblico, si sia legato agli interessi dei colossi web che hanno fatto dei nostri dati personali l’inesauribile miniera d’oro su cui basare le proprie fortune. «E se la raccolta di dati richiesta dal Patriot Act», si chiede la voce narrante, «fosse diventata il fondamento di un modello di business completamente nuovo? E il fondamento della rete moderna, come la conosciamo?».

Quando scriviamo commenti, twittiamo  o scriviamo un post su Facebook siamo davvero certi che non stiamo contribuendo ad annientare il concetto di privacy nel mondo? Anni per ottenere il diritto, per poi farlo dissolvere in un click? Quali sono i limiti etici che dovrebbero essere imposti a livello globale?

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