Strage in una stazione metro cinese: 27 persone morte accoltellate

strage-cina-tuttacronacaE’ l’agenzia di stampa cinese Xinhua a riportare la terribile notizia: almeno 27 persone sono state uccise a coltellate mentre 109 sono rimaste ferite a Kumming, capoluogo della provincia meridionale delle Yunnan, in una stazione della metro. La tragedia è avvenuta intorno alle 21 ora locale. La Nuova Cina attribuisce la sanguinosa aggressione a una banda di criminali. Altri media locali riportano invece che alcuni aggressori sarebbero stati vestiti di nero, o addirittura in divisa. E avrebbero scatenato un conflitto a fuoco con uomini della sicurezza accorsi nella stazione presa di mira: anche alcuni di loro sarebbero stati uccisi. Si è provveduto a isolare la zona mentre molte ambulanze fanno la spola verso le strutture ospedaliere, considerato l’elevato numero di feriti.

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Si torna al processo per la strage di Brescia: annullate due assoluzioni

strage-brescia-tuttacronacaIl 28 maggio 1974 a piazza della Loggia, a Brescia, esplodeva una bomba nascosta in un cestino dei rifiuti uccidendo otto persone e ferendone oltre cento. Ora, quarant’anni più tardi, la Cassazione ha accolto il ricorso presentato dalla procura generale di Brescia contro le assoluzioni di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Si dovrà quindi celebrare un nuovo processo. Per l’ex estremista Delfo Zorzi è stata al contrario confermata l’assoluzione dell’ex estremista di destra Delfo Zorzi. Nell’apprendere la notizia uno dei feriti di quel drammatico giorno, Redento Peroni, ha commentato: “Meglio di così non poteva andare”.

Parla il vulcanologo: “Il Vesuvio esploderà uccidendo forse un milione di persone”

vesuvio-eruzione-tuttacronacaE’ catastrofica la “previsione” del vulcanologo della New York University Flavio Dobran. Secondo lo studioso, che al tema ha dedicato uno studio ed è stato contattato dal Mattino, il Vesuvio si sveglierà improvvisamente e la sua eruzione, in appena 15 minuti, causerà un milione di morti.

“All’improvviso il Vesuvio che sonnecchia dal 1944 esploderà con una potenza mai vista. Una colonna di gas, cenere e lapilli s’innalzerà per duemila metri sopra il cratere. Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo e una temperatura di 1000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di 7 chilometri spazzando via case, bruciando alberi, asfissiando animale, uccidendo forse un milione di esseri umani. Il tutto, in appena 15 minuti”. 

Dobran, di origini napoletane, non è nuovo a previsioni simili per quel che riguarda l’attività del Vesuvio e in genere è liquidato dai colleghi con un “niente di nuovo”. Ma lui non desiste:

Non sarà tra due settimane – ha raccontato l’esperto – però sappiamo con certezza che il momento arriverà. La conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4mila morti in poche ore».

I benefattori dei cani randagi a Sochi: NON sono “rifiuti biologici”!

ecani-sochi-tuttacronacaUno dei dieci imprenditori più ricchi del mondo secondo la classifica annuale della rivista Forbes, Oleg Deripaska, si è aggiunto alla schiera dei molti che stanno lottando contro lo sterminio dei cani randagi di Sochi ordinato dalle autorità russe. Deripaska ha infatti deciso d’investire parte della sua fortuna per la creazione di un rifugio per animali a Baranovka, un paesino vicino Sochi. Per ora il centro ha appena 40 posti disponibili, con recinzione e cucce, ma, aspetto ancora più importante, ha iniziato a promuovere diversi progetti di adozione presso la popolazione della città russa. Intanto, mentre le autorità di Sochi continuano a negare ogni tipo di soluzione violenta al problema dei cani randagi, la comunità animalista russa continua le sue proteste: a Mosca, nella Piazza Rossa, è stata issata una bandiera con la scritta “Olimpiadi di sangue”, per ricordare la strage di cani perpretata dalle autorità di Sochi. Alla Bbc ha raccontato: “Il mio primo cane l’ho trovato nelle strade del piccolo villaggio nel quale ho vissuto da bambino. Ed è stato il mio migliore amico per 5 anni. I randagi sono stati attirati a Sochi dall’incredibile numero di lavoratori edili che ci sono stati in città. Dopo che uno di loro ha disturbato durante la narrazione della cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici e un altro ha morso un bambino, è stata chiamata una ditta affinché venissero sterminati. Il direttore di tale ditta ha descritto i cani come ‘biological trash’, cioè rifiuti biologici. E’ stato un oltraggio.”

cagnoloni-tuttacronacaL’imprenditore non è l’unico. Si legge sul Fatto Quotidiano:

Per quanto il tuo Suv possa andare veloce ci vuole poco meno di un giorno per percorrere i 1800 chilometri che separano Sochi da Mosca. Igor Ayrapetyan da qualche tempo li percorre in auto con a bordo una decina di cani per volta. Il quarantenne ha allestito un rifugio per randagi nel giardino di casa sua, nei pressi della capitale russa, e ha messo su una squadra di volontari coordinati tramite Facebook. Igor si è improvvisato benefattore e si è messo in testa di salvare quanti più animali possibili dal massacro diventato orribile prassi quando un grande evento internazionale raggiunge quelle latitudini. Due anni fa, durante gli Europei di calcio, si calcola che a Kiev 30mila quattrozampe siano stati uccisi per strada dai “dog hunter”.

L’autore della strage di Utøya: “Playstation 3 o inizio sciopero della fame”

Anders Behring Breivik-tuttacronaca“Mi costringete all’inferno, non riuscirò a sopravvivere a lungo. Mi state uccidendo e se muoio, tutti gli estremisti e radicali di destra del mondo europeo sapranno precisamente chi mi ha torturato a morte”. A scriverlo in una lettera inviata alla France Presse è Anders Behring Breivik, il serial killer che nel luglio 2011 uccise otto persone con un’autobomba a Oslo, in Norvegia, e 69 laburisti nel campeggio politico di Utøya. Il giovane si trova ora in isolamento nel carcere di Skien ha minacciato lo sciopero della fame se non miglioreranno le sue condizioni detentive. Breivik si lamenta per non aver ricevuto una console per i videogiochi e minaccia d’iniziare uno sciopero della fame per ottenere un miglioramento delle condizioni di detenzione. Per lui, infatti, avere una Playstation 2 al posto della più moderna PS3 è una “tortura”. Come ricorda Crimeblog:

Breivik è stato dichiarato sano di mente e condannato al massimo della pena: 21 anni di carcere. Prima di compiere la sua strage scrisse un manifesto politico di 1500 pagine nel quale, con la complicità dei partiti “amici” d’Europa, auspicava l’espulsione di tutti gli immigrati dall’Europa entro il 2083, ovverosia il 400esimo anniversario del fallito assedio di Vienna da parte degli Ottomani.

Ancora, l’uomo chiede che il suo “salario” settimanale di 36 euro venga raddoppiato e vorrebbe inoltre poter comunicare liberamente con l’esterno tramite Internet e vorrebbe una tecnologia più moderna rispetto alla macchina da scrivere. L’aspetto inquietante, in tutto questo, è che aveva utilizzato proprio la playstation per preparare la strage del luglio di tre anni fa. Fra le altre richieste vi sono la cessazione delle ispezioni corporali e il miglioramento delle condizioni delle sue passeggiate quotidiane. L’uomo ha detto:

Lo sciopero della fame non terminerà finché il ministro della Giustizia Anundsen e il Dipartimento delle carceri non smetteranno di trattarmi peggio di un animale,

Nel suo isolamento dispone di tre celle di otto metri quadri ciascuna: una per dormire, una per studiare e scrivere, l’altra per tenersi in allenamento. A breve l’uomo dovrebbe rendere nota la data di inizio dello sciopero della fame.

Minibus contro treno, è strage in Ucraina

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Nel pomeriggio di martedì un treno e un minibus sono entrati collisione nei pressi di un passaggio a livello nelle vicinanze del villaggio di Vyry nell’Ucraina settentrionale. L’incidente è avvenuto verso le 03:35, ora locale, a circa 25 chilometri a sud del confine dell’Ucraina con la Russia. Nell’incidente hanno perso la vita 12 persone e sono rimaste ferite altre 5.

Verso Sochi 2014: le autorità ordinano lo sterminio dei cani randagi

sochi-cani-tuttacronacaA giorni prenderanno il via le Olimpiadi Invernali 2014 e nella città russa di Sochi, che ospiterà l’edizione 2014, le autorità locali hanno dato incarico a una società che da anni si occupa di sterminare i cani randagi di intensificare i suoi sforzi. L’annuncio è stato dato da Alexei Sorokin, responsabile della società, che si è tuttavia rifiutato di specificare quale metodo viene utilizzato per sopprime i cani randagi o quanti ne saranno uccisi. L’uomo ha spiegato: “Facciamo un lavoro importante perché a Sochi di questi animali ce ne sono a migliaia e sono pericolosi visto che spesso mordono i bambini”. Negli anni scorsi per evitare questa strage di cani da più parti è stata proposta una campagna di sterilizzazione, ma le autorità russe si sono sempre rifiutate di prendere in considerazione questa alternativa e, nonostante le campagne degli animalisti, continua ad essere una pratica comune la soppressione di randagi in molte regioni della Federazione. Come ricorda Repubblica, c’è un precedente legato allo sport, quello della strage di cani randagi compiuta in Ucraina prima degli Europei di calcio del 2012. Un evento che suscitò indignazione e proteste a livello internazionale.

La tragedia del bus precipitato nell’Irpinia: i freni erano fuori uso

bus-precipitato-tuttacronacaCausò la morte di 40 persone il tragico incidente che vide coinvolto un autobus, precipitato il 28 luglio dell’anno scorso dal viadotto autostradale di Monteforte Irpino, in provincia di Avellino. Ora i consulenti della procura di Avellino hanno completato, nella mattinata di oggi, la perizia. Stando a quanto filtra dalla conclusione degli esami, svolti nel Napoletano, in un’officina specializzata di Casoria, l’impianto frenante del bus sarebbe stato completamente fuori uso al momento dell’incidente.

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17 capi d’accusa per l’uomo che investì e uccise la neosposa Alice Gruppioni

alice-gruppioni-tuttacronacaEra l’agosto 2013 quando, a Venice Beach, in California, un uomo investì, uccidendola, la 32enne Alice Gruppioni, turista bolognese in luna di miele. Ora Nathan Louis Campbell, 38 anni, verrà processato con l’accusa di omicidio. Lo ha stabilito il giudice della contea di Los Angeles, che nei confronti dell’uomo ha emesso 17 capi di accusa, compresa l’omissione di soccorso. Campbell, che ferì anche altre 17 persone, dopo essere fuggito, si costituì poche ore dopo presso una stazione di polizia di Santa Monica. La famiglia di Alice Gruppioni, contattata per un commento sulla decisione del giudice di Los Angeles, ha fatto sapere che preferisce non rilasciare dichiarazioni. Una persona vicina alla famiglia di imprenditori di Pianoro ha detto che il rinvio a giudizio per Nathan Campbell viene ritenuto un atto dovuto e scontato. E che è intenzione della famiglia andare avanti nei processi, civile e penale.

Quelle verità su Adam Lanza a un anno dalla strage di Newtown

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A più di un anno di distanza, l’inspiegabile strage di Newtown, avvenuta nella scuola elementare Sandyhook, torna nelle cronache ed emergono particolari inquietanti sul figlio di Nancy, uccisa anche lei nella furia omicida di Adam. Mentre guidava verso la scuola, il giovane ascoltava musica rock e portava con sé oltre a dieci chili di munizioni, prelevate dall’armadio che la madre avrebbe dovuto tenere sottochiave. Ma nelle 7mila pagine dell’inchiesta c’è ben altro: un ritratto di una crescente follia. Testimonianze,foto, diari. Gli stessi scritti di Adam da bambino. Ad appena 7 anni il figlio di Nancy  scriveva un inno alla violenza: una vecchietta girava con un bastone che conteneva una mitragliatore con cui poteva uccidere tutti quelli che non le piacevano, soprattutto bambini. Ma oltre al racconto è stato reso noto anche il grafico che il ragazzo aveva realizzato con tutti i principali massacri nelle scuole da quello della Columbine a quelli più recenti. I segni c’erano anche solo ad ascoltare il fratello che ha dichiarato che Adam non voleva essere neppure sfiorato, non voleva che nessuno entrasse nella sua camera, non toccava le maniglie delle porte e continuava ossessivamente a cambiarsi i vestiti più volte al giorno. Nelle pagine della polizia spunta anche lo strano comportamento del ragazzo durante l’uragano Sandy, un mese e mezzo prima del massacro, quando Adam si era rifiutato di voler andare in hotel con la madre ed era rimasto al buio nella sua stanza per giorni.

Era davvero imprevedibile la strage?

 

Sandy Hook, un anno dopo. Niente celebrazioni a Newtown

sandy-hook-tuttacronaca14 dicembre 2012: alla scuola elementare Sandy Hook il 20enne Adam Lanza aprì il fuoco uccidendo 26 persone, tra le quali 20 bambini. Dopo di che, si tolse la vita a sua volta. A Newtown, in Connecticut, quest’anno, in occasione del primo anniversario, non si terrà alcuna cerimonia ufficiale:  le autorità della cittadina del Connecticut non vogliono vedere di nuovo un esercito di giornalisti e chiedono che venga rispettata la privacy degli abitanti e dei parenti delle vittime.

La Stabilità non rispetta l’impegno, nessun risarcimento per la strage di Bologna

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I familiari delle vittime della strage di Bologna dovranno attendere ancora. E’ dal 2 agosto del 1980 che pazientemente aspettano che quelle 85 vite spezzate e quei 200 feriti della bomba alla stazione siano risarciti dallo Stato italiano. Ma nella Stabilità non c’è ombra di tale stanziamento a favore di queste famiglie.

Come riporta La Repubblica:

E dunque “gli impegni presi solennemente a Bologna il 2 agosto ad oggi non sono stati mantenuti”. Lo denunciano il vicepresidente dell’associazione italiana vittime del terrorismo (Aviter), Roberto Della Rocca, e Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna nonchè deputato Pd, non nascondendo un grammo della loro “grande amarezza e profonda delusione”. Non solo. Bolognesi annuncia il suo voto contrario alla Finanziaria se non passerà la questione dei risarcimenti per le vittime del terrorismo: “Non appena la finanziaria arriva alla Camera presenterò un emendamento. Poi,se non me lo votano, io voto contro”. Il parlamentare democratico insiste: “Gli impegni vanno mantenuti, se non lo fanno possono stare a casa. Io lo presento, se me lo respingono non voto la fiducia al provvedimento”. E a domanda: altri sono con lei?, risponde: “Per non creare imbarazzi lo presenterò io solo”.

Le loro sono parole pesantissime: “Se tutto questo dovesse persistere il disprezzo dei familiari delle vittime del terrorismo, nei confronti di questo governo sarebbe totale”. L’esclusione dalla legge di Stabilità è solo l’ultima goccia alla serie di rinvii che si sono susseguiti all’indomani delle cerimonie a Bologna dello scorso 2 Agosto. Quel giorno, il ministro Graziano Delrio disse parole che fecero sperare i parenti delle vittime in una vera svolta alla complicata partita dell’attuazione della legge per i benefici previdenziali e contributivi, oltre che per i risarcimenti.

La strage alla scuola elementare Sandy Hook: caso chiuso

newtown-lanza-tuttacronacaEra il 14 dicembre 2012 e Adam Lanza, 20 anni, uccise 26 persone, tra le quali 20 bambini, aprendo il fuoco alla Sandy Hook Elementary School di Newtown, in Connecticut. Ora l’inchiesta su quella strage è considerata un “caso chiuso”. a stabilirlo, il rapporto investigativo. Sul movente che ha spinto il giovane a compiere il massacro, eecondo gli inquirenti, non ci sarà mai una risposta definitiva. “La domanda ovvia è: perché? Purtroppo, tale questione non potrà mai essere risolta definitivamente nonostante le tantissime informazioni raccolte”, si legge nel rapporto. Nel documento viene confermato che Lanza ha agito da solo: prima ha ucciso la madre, poi si è recato alla scuola elementare armato del suo fucile Bushmaster per poi suicidarsi con una pistola Glock 20. Tutte le armi erano state regolarmente acquistate dalla madre di Lanza. Il rapporto spiega ancora che il ventenne aveva pianificato la strage, ma aveva mantenuto i suoi progetti segreti. Il giovane – si legge – aveva “significativi problemi mentali”, ma la mattina del 14 dicembre ha agito “intenzionalmente e consapevolmente”.

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La biologa senese uccisa in America: si tratta di omicidio-suicidio

omicidio-suicidio-tuttacronacaEra mercoledì sera quando, nella sua casa a New Market, nella contea di Frederick, in Maryland, si è consumata la tragedia: sono morti per ferite da arma da fuoco la biologa senese 42enne Barbara Giomarelli, il marito, Benyamin Asefa, 40 anni, di origine etiope e il piccolo Samuel, il loro bambino di appena tre mesi. A salvarsi, la primogenita di 5 anni. Ora sembra confermata l’ipotesi si omicidio-suicidio. Luigi De Mossi, legale della famiglia Giomarelli, ha fatto sapere: “Dai primi riscontri sembra confermata l’ipotesi iniziale di omicidio suicidio e secondo gli investigatori sarebbe stato l’uomo a premere per primo il grilletto. Ci riserviamo di fare una interlocuzione con il Pm e con il detective”. Riguardo alla bimba: “La bambina è stata affidata momentaneamente ad amici di famiglia italiani residenti a New Market. Per il futuro valuteremo di chiedere l’affido al fratello della vittima”. Fratello che è in arrivo a Washington. “L’interesse del consolato e della Farnesina – aggiunge De Mossi – è stato fin da subito la tutela dei sentimenti e della sensibilità di questa bambina oltremodo provata”. Alla domanda se per caso i familiari avessero in qualche modo avvertito avvisaglie di incomprensioni o litigi tra i due coniugi, il legale ha risposto che “erano una famiglia modello americana, persone estremamente colte e preparate nel loro lavoro e molto attaccate ai figli. E’ stato davvero un fulmine a ciel sereno”. Del fatto si parla anche a Siena, città natale della ricercatrice, e Paolo Neri, priore della contrada del Nicchio, fa sapere: “La bambina se tornerà in Italia sarà sicuramente accolta e protetta dalla contrada. Abbiamo un fondo di solidarietà che ha come obiettivo quello di assistere anche finanziariamente gli orfani dei nicchiaioli, se questo aiuto verrà chiesto non mancherà di certo”. E ricorda: “Barbara aveva molte amicizie anche se era partita da tempo per seguire la sua vocazione in una terra meno avara verso i talenti rispetto alla nostra Italia portandosi dietro sempre nel cuore il Nicchio”.

Strage negli Usa: tra le vittime una biologa senese

italiana-uccisa-tuttacronacaBarbara Giomarelli,biologa ricercatrice di 42 anni nata a Siena e residente nel Maryland ha trovato la morte nella sua abitazione di Baltimora al figlio Samuel, di soli pochi mesi, e al marito 40enne, Benyam Asefa, originario del Kenya. Illesa, solo la primogenita della coppia, una bimba di 5 anni che, spaventata, si era recata poco dopo le 20 alla casa dei vicini per chiedere aiuto affermando che nella sua famiglia erano tutti morti. Secondo lo sceriffo della Contea di Frederick, sembrerebbe un “caso di omicidio-suicidio”. Sulla dinamica, tuttavia, restano ancora diversi dubbi. Lo sceriffo ha raccontato che la figlia ha sentito i genitori litigare e si è nascosta prima che cominciassero gli spari. Questo fa ipotizzare che, all’origine del delitto, ci fosse proprio una lite. Sono stati i vicini ad allertare gli agenti locali che, giunti sul luogo, hanno trovato i corpi senza vita e una pistola. Il capitano della polizia Tim Clarke ha spiegato che la dinamica dell’incidente è ancora confusa poiché per ora l’unica testimone è la bambina di 5 anni. “Stiamo cercando di mettere insieme i dettagli. Il problema è che la bimba è gravemente traumatizzata, quindi stiamo cercando di limitare le domande per non crearle altri traumi”.

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Gaffe made M5S: la senatrice e il dittatore cileno “Pino Chet”

sara-paglini-tuttacronacaIeri Emanuela Corda, alla Camera, aveva parlato della strage di Nassiriya sottolineando il fatto che anche il kamikaze era stato “vittima dell’attentato”. Oggi ha presentato le sue scuse, sotto lo sguardo vigile di Alessandro Di Battista, sempre nell’emiciclo di Montecitorio. Problema risolto quindi. Almeno così sembrava. Solo che, ancora prima delle parole della Corda è arrivato il post della sua collega Sara Paglini che le consigliava di scusarsi. In Facebook si leggeva, tra le altre cose, “Per favore, non giustifichiamo tutto, altrimenti mi verrebbe da pensare che qualcuno un giorno si potrebbe anche dire che le stragi naziste, i morti in Siberia, i regimi violenti come quello di Pino Chet , o i colonnelli in Argentina o Pol Pot in Cambogia”. A leggere con attenzione, quel “Pino Chet” non poteva certo passare inosservato, e tanto meno come un errore di battitura. E il popolo di internet non ha mancato di far notare la colossale gaffe di voler sostituire ad Augusto il nome Pino abbreviando in Chet il cognome Pinochet. In seguito, la grillina ha provveduto a modificare il post cancellando l’errore, ma il passaparola era già partito.
pino-chet-tuttacronacaIn seguito, cercando a sua volta di rimediare allo strappo e attaccando i media, ha voluto raccontare una sua esperienza personale: “Chissà se metteranno così in luce anche questo i giornalai, (Corriere in testa) … e chi in rete cerca di deridere (badate bene, non me… ma ) il Movimento. Avevo circa 12 anni , erano i primi anni 70, quando nella mia città arrivò un giovane uomo di nome Francisco, veniva dal Cile, da Santiago del Cile per la precisione, con se portava la moglie e tre bambini piccolissimi. Era fuggito dalla sua terra, dove si era opposto al regime di Pinochet. Aveva nelle braccia, nelle gambe e in tutto il corpo, i segni delle torture. Noi, come famiglia, li accogliemmo per un periodo, pur non conoscendoli, cercando di dar loro un minimo di supporto , soprattutto affettivo, visto che anche i genitori di Francisco, stavano subendo la stessa sorte laggiù. Ci raccontavano di quello che subivano le persone che si ribellavano al sistema dittatoriale , degli amici dispersi e uccisi, delle donne disperate e violentate. Loro erano riusciti a fuggire, e a trovare conforto, ma nello stesso tempo soffrivano per chi non si era salvato. Francisco era magrissimo e sofferente, si riprese dopo mesi . Un caso come tanti purtroppo in Cile, ma chi ha avuto modo di ascoltare con le proprie orecchie storie terribili come quelle, meglio capisce di cosa è capace l’animo umano. E scusate ancora se ho scritto nel post di prima Pino Chet, anzichè Pinochet.”

Corda: “Non ho elogiato il kamikaze di Nassiriya, ma mi scuso”

corda-nassiriya-tuttacronacaIeri, alla Camera, la deputata del Movimento 5 Stelle Emanuela Corda aveva parlato della strage di Nassiriya mettendo in risalto il fatto che anche uno dei Kamikaze fu “una vittima”. La Corda ne aveva parlato anche come di un marocchino, confondendolo con il suo reclutatore arrestato in Spagna nel 2006. Ora la grillina è tornata sul suo intervento e ha spiegato: “Non ho fatto l’elogio del kamikaze ma, al contrario, ho denunciato l’orribile ideologia che, sfruttando la disperazione e l’ignoranza, lo ha portato a trasformarsi in una bomba umana”. Ha quindi aggiunto: “Se le mie parole hanno soltanto minimamente offeso i familiari delle vittime di Nassiriya chiedo scusa a loro perché questo non era in modo alcuno mia intenzione”. La deputata dell’M5S ha infatti precisato che “insieme agli altri miei colleghi in commissione Difesa, sappiamo distinguere molto bene chi, come i nostri militari, ha assolto fino al supremo sacrificio al proprio dovere e chi, invece, dal governo e dal Parlamento ha la responsabilità di aver portato l’Italia in Iraq in una guerra illegittima e crudele che ha amplificato le sofferenze di quel popolo”.

La strage di Nassiriya: la grillina che “commemora” il kamikaze

caduti_nassiriya-tuttacronacaRicorre il 10° anniversario della strage di Nassiriya oggi e in Aula ha preso la parola la grillina Emanuela Corda che ha voluto ricordare che “a nostro parere, non fu uno scontro tra buoni e cattivi, non fu un attacco di militari che fecero strage di civili inermi. Da una parte e dall’altra, infatti, vi erano delle vittime, e i responsabili politici e morali, i mandanti di quella strage non sono mai stati puniti.” Secondo la deputata, anche il kamikaze che causò la morte di 27 persone dovrebbe venir ricordato: “Tutti noi ricordiamo commossi i 19 italiani deceduti in quell’attacco kamikaze, e oggi siamo vicini ai loro familiari; a volte ricordiamo anche i 9 iracheni che lavoravano nella base italiana, ma non troppo spesso. Nessuno ricorda però il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage: quando si parla di lui, se ne parla solo come di un assassino, e non anche come di una vittima, perché anch’egli fu vittima oltre che carnefice! Un’ideologia criminale lo aveva convinto che quella strage fosse un gesto eroico, e lo aveva mandato a morire, e non è escluso che quel giovane, come tanti kamikaze islamici, fosse spinto dalla fame e dalla speranza che quel suo sacrificio sarebbe servito per far vivere meglio i suoi familiari, che spesso vengono risarciti per il sacrificio del loro caro.” Nonostante le proteste in aula, la deputata prosegue: “E se i nostri militari furono vittime, non furono solo vittime dell’ideologia terroristica, ma anche della politica occidentale: la politica dei nostri Governi, che spedirono e continuano a spedire i nostri ragazzi sui fronti di guerra, raccontando loro che è eroico occupare i territori di altri popoli col pretesto che si sta portando la pace, quando invece si fomentano talvolta le ideologie terroristiche, e tutti i drammi che ne conseguono.” Corda decide quindi di fare un esempio, portando alla memoria quando accaduto con Colin Powell: “Vorremmo ricordare la provetta agitata da Colin Powell al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che avrebbe dimostrato al mondo la presenza di armi di sterminio di massa, che in verità non vennero mai trovate. Lo stesso Colin Powell solo Pag. 122recentemente, purtroppo, ha detto di essere stato lui stesso raggirato da quella colossale truffa, che portò all’occupazione dell’Iraq.L’esistenza di quella truffa, di quella menzogna che ha portato al massacro di decine di migliaia di persone, sembra non sia servita di lezione ai Governi europei, che hanno continuato a credere alle balle organizzate a tavolino per scatenare nuovi ed atroci conflitti. La Libia – lo ha dichiarato ieri il Ministro Bonino è completamente fuori controllo, per esempio; l’Afghanistan ogni giorno è un calvario per gli afgani e per le truppe di occupazione.” Il kamikaze che la deputata 5 Stelle ha voluto ricordare era Abul Qasem Abu al-Leil, che guidò l’autocisterna forzando, ad alta velocità, l’entrata della base Maestrale, presidiata dai carabinieri italiani del MSU (Unità specializzata multinazionale), nella città di Nassiriya (Iraq). Con lui, a bordo, c’era un altro terrorista. I due fecero esplodere una bomba il cui peso fu stimato tra i 150 e i 300 chilogrammi.

La strage di Nassiriya, 10 anni dopo

nassiriya-tuttacronaca12 novembre 2013: nell’Iraq meridionale, a Nassiriya, un camion bomba esplode alle 10.45 locali, le 8.45 in Italia, dentro il recinto di una delle basi del contingente italiano, provocando la morte di 27 persone: 17 militari e 2 civili italiani, 9 civili iracheni. Oggi, a distanza di 10 anni, il premier Enrico Letta ha scritto su Twitter: “Oggi la memoria tragica di Nassiriya. Il pensiero per le famiglie dei 19 italiani e 9 iracheni che perirono. La vicinanza alle forze armate”. Quel tragico giorno, un camion aveva forzato il posto di blocco all’entrata, proseguendo la sua corsa sino alla palazzina di tre piani che ospitava il dipartimento logistico italiano e provocando una sparatoria. Dietro il mezzo, un’auto imbottita di esplosivo e guidata da un kamikaze. Nell’esplosione, rimasero feriti altri venti italiani, tra militari e civili.

In un messaggio inviato al ministro della Difesa Mario Mauro, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrive: “Rivolgo il mio deferente omaggio a tutti coloro che hanno perso la vita adempiendo con onore al proprio dovere, al servizio dell’Italia e della comunità internazionale. Nel 10° anniversario della strage di Nassiriya, che oggi ricorre, un commosso pensiero va, in particolare, ai 19 italiani tragicamente caduti in quell’efferato, gravissimo attentato ed agli iracheni che con essi perirono, vittime di una stessa inaccettabile e vile barbarie”. E prosegue: “I militari ed i civili che, anche a rischio della vita, operano nelle aree di crisi, in tante travagliate regioni del mondo sono l’espressione di un paese che crede nella necessità di uno sforzo comune per la sicurezza e la stabilità”.

Il ministro della Difesa, intervenendo a una trasmissione radio ha poi affermato: “Quel 12 novembre 2003, capimmo nel modo tragico che sappiamo che le nostre coscienze dovevano fare i conti con una nuova stagione della storia, quella legata al terrorismo internazionale, al terrorismo fondamentalista. Ora, a dieci anni di distanza, abbiamo forse addirittura piu’ ragioni per riflettere e interrogarci; sul senso del sacrificio dei nostri militari e dei tanti civili coinvolti”. E aggiunto: “La giornata di oggi è dedicata a tutte le vittime cadute in operazioni di pace, e abbiamo istituito la medaglia della riconoscenza per non dimenticare i caduti ma anche per comprendere fino in fondo le ragioni e gli scopi di chi si è sacrificato”.

Cinque cadaveri per una lite tra vicini

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Sembra che a provocare la strage sia stata una banale lite tra vicini. In un complesso residenziale alla periferia di Phoenix, Arizona, la polizia avrebbe trovato cinque cadaveri. Secondo le prime ricostruzioni, un uomo avrebbe aperto il fuoco su quattro vicini e i loro due cani e poi si sarebbe sparato. La strage sarebbe avvenuta intorno alle 14, quando gli agenti sono intervenuti sul posto trovando due cadaveri nel patio di un appartamento e altri due all’interno dell’alloggio insieme ai due cani. Il quinto cadavere, quello del presunto omicida è stato rinvenuto nella casa accanto.

Sandy Hook: al via la demolizione della scuola degli orrori

newtown-tuttacronacaEra il 14 dicembre 2012 quando il 20enne Adam Lanza aprì il fuoco all’interno dell’istituto Sandy Hook uccidendo a colpi di fucile 20 bambini e 16 adulti prima di togliersi a sua volta la vita. Ora nella cittadina di Newtown, in Connecticut, si sta demolendo la scuola degli orrori e le autorità hanno fatto sapere che ogni singolo mattone o detrito che rimarrà dell’edificio sarà polverizzato e tutte le parti in metallo verranno fuse.

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Crolla un ponte in Cina, è strage!

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Sarebbero 11 le persone disperse che difficilmente secondo i soccorsi saranno ritrovate in vita dopo il crollo del ponte sul fiume Yang-Ze nella zona del Fengdu, in Cina. Secondo le prime ricostruzioni l’incidente è avvenuto a causa del sovraffollamento che lo ha fatto cedere sotto il peso della folla. Nel momento del crollo, decine di turisti, ignorando le istruzioni fornite dagli addetti, avrebbero riempito il ponte. Secondo un rapporto, il ponte non era ancora agibile per mancanza di alcuni controlli finali.

Precipita bus in Perù ed è strage! Neppure un sopravvissuto!

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“Non abbiamo trovato un singolo sopravvissuto”, ha commentato il capitano dei vigili del fuoco David Taboada, che ha guidato le operazioni di soccorso dell’incidente  che ha coinvolto un camion/bus su cui viaggiavano indigeni Quechua di ritorno da una festa nel sudest del Perù a Santa Teresa in cui, secondo il capitano dei vigili “è stato consumato molto alcol”.

Tra le vittime ci sono anche 13 bambini. Il mezzo è piombato in una scarpata, cadendo per 200 metri.

Si tratta del terzo incidente di questo tipo solo nella regione andina, con un bilancio complessivo di vittime arrivato così a 80.

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Il video indigna il web: uomo insulta una nonna delle vittime della strage di Viareggio

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Sale la tensione di fronte a Montecitorio dove un uomo, probabilmente un tutore dell’ordine pubblico ha fatto le corna a una nonna delle vittime della strage di Viareggio. La donna ripresa nel video diffuso da Il Fatto Quotidiano, ha perso nella strage la figlia Stefania e due nipotini, Lorenzo e Luca Piagentini e stava solo manifestando con striscioni e cartelli davanti al Parlamento. Le forze dell’ordine hanno fatto immediatamente sgomberare i familiari delle vittime che stavano protestando unite insieme alle vittime dell’amianto. La manifestazione si è tenuta nei giorni scorsi, ma il video è stato diffuso oggi.

Durante lo sgombero sono nate liti e la nonna avrebbe indicato il Parlamento affermando “Peccato che non sia successo a loro”. A questo punto è scattato il gestaccio da parte del tutore dell’ordine, che ha invitato anche la donna a lasciare la Piazza.

“Non dovete mettere le mani sui nostri morti» ha gridato con tutto il fiato in gola Daniela Rombi,presidente dell’associazione “Il Mondo che vorrei”. “Cosa fanno di male questi striscioni?”.

Strage di Capaci: si apre una nuova pista

strage-capaci-tuttacronaca23 maggio 1992, autostrada A29. Il giudice Giovanni Falcone, la mogli e tre agenti della scorta perdono la vita a seguito dell’esplosione di 400 chiloglrammi di tritolo. Accusata della strage di Capaci, Cosa Nostra. Ora però si aprono nuove piste e spunta anche l’estremismo nero. Come si legge in un articolo del Fatto Quotidiano:

Lui è un dirigente di polizia in pensione con il volto deturpato da un colpo d’arma da fuoco, e per questo soprannominato “il bruciato” o “faccia di mostro”. Lei è una donna addestrata, forse nei campi paramilitari sardi utilizzati da Gladio. Entrambi sarebbero vicini ad ambienti dell’eversione nera. Il primo, Giovanni Aiello, è formalmente indagato per strage; la seconda, “la segretaria Antonella”, è in corso di identificazione da parte della procura di Caltanisetta che ha riaperto il fascicolo della strage di Capaci, puntando per la prima volta verso responsabilità oltre Cosa Nostra.

E spiega:

Agli atti è finita una nuova rivelazione del pentito Gioacchino La Barbera, “il picciotto” di Altofante che partecipò alle fasi operative della strage: durante un colloquio investigativo con il sostituto della Dna Gianfranco Donadio, ha detto che nelle riunioni preparatorie c’era “un uomo sconosciuto”, che “parlava a bassa voce”. Per la prima volta, dunque, sulla scia dell’indagine “parallela” svolta nei mesi passati da Donadio, la procura di Caltanisetta alza il livello delle indagini su Capaci dalla semplice manovalanza mafiosa e ipotizza un ruolo dei servizi segreti nell’attentato contro il giudice Falcone e la sua scorta, seguendo (con le cautele del caso, ma anche con l’avvio delle deleghe di indagine) quel filo che legherebbe mafia, servizi ed eversione nera, e che Donadio nei mesi passati ha messo al centro del suo lavoro investigativo volto a confermare – come lui stesso ha riferito al capo della Dna Franco Roberti – “la presenza di elementi appartenenti ai servizi segreti, in particolare legati all’eversione di destra, in molte parti degli accertamenti” sullo stragismo.

L’ex poliziotto in pensione non è una nuova conoscenza per la procura di Caltanisetta che lo aveva iscritto nel registro degli indagati già una prima volta nel 2010 per concorso esterno in associazione mafiosa, per poi chiedere la sua archiviazione, giunta nel dicembre 2012. L’ombra di un personaggio col volto sfigurato si allunga, infatti, da molti anni sui misteri di Palermo. Di “faccia di mostro”, aveva già parlato anche il pentito Luigi Ilardo, definendolo un “killer di Stato”, poco prima di essere ucciso nel ’96. Lo stesso Ilardo che, senza essere creduto, aveva collegato le stragi siciliane del ’92 alla strategia della tensione, facendo riferimento ad ambienti para-istituzionali che avrebbero utilizzato Cosa Nostra per attuare il piano stragista. Ma nelle nuove indagini non ci sono solo le indicazioni dei pentiti: i pm attendono l’esito delle analisi sui tre reperti – guanti, mastice e torcia – trovati subito dopo l’esplosione sopra un sacchetto di carta, a 63 metri dal cratere, ma a poca distanza dal tunnel di Capaci.

Lampedusa: 35enne tunisino indagato ma non fermato. E’ uno degli scafisti?

lampedusa-tuttacronacaPotrebbero esserci ancora circa duecento cadaveri in mare, a Lampedusa. Corpi che, come racconta chi è sceso sott’acqua, sono “abbracciati” tra loro. Chi si trovava nella pancia dell’imbarcazione erano i più poveri, quelli in grado di pagare meno al capo degli scafisti, che si faceva chiamare “The Doctor”. Nel frattempo un 35enne tunisino, sospettato di essere uno degli scafisti, è indagato ma non fermato. Identificato e bloccato al suo arrivo sull’isola e sentito dalla polizia, davanti al procuratore aggiunto Ignazio Fonzo, assistito da un avvocato d’ufficio, e con la collaborazione di un interprete arabo, è stato interrogato venerdì: ha deciso non avvalersi della facoltà di non rispondere, e di dare invece la sua versione dei fatti. Ora bisognerà attendere anche le testimonianze di chi a quel tragico naufragio è sopravvissuto, per capire se davvero sia tra i colpevoli. Nel frattempo l’enorme bara di metallo giace a 47 metri di profondità in mare a un miglio e mezzo di distanza da Cala Croce, dagli scogli di Lampedusa. Al momento le ricerche subacquee restano ferme, a causa delle avverse condizioni del mare, mentre  la Guardia di finanza e  la Guardia costiera continuano a controllare lo specchio di mare attorno al punto in cui è avvenuto il naufragio con gli elicotteri.

Quei migranti che perdono la vita in mare e, al cimitero, diventano numeri

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Si attende il maltempo si plachi per ricominciare le ricerche e intanto l’imbarcazione attende sul fondo del mare, nel silenzio della morte. La tragedia che si è consumata ieri sulla riva di Lampedusa porta con sè tanti interrogativi. Come trovare una sistemazione per tutti i migranti? Ma anche, come dare riposo alle vittime? Nel naufragio del barcone, che un video dei Vigili del Fuoco mostra adagiato sul fondo, hanno perso la vita almeno 111 migranti. Troppi anche per il cimitero di Lampedusa. Dove le tombe non hanno nomi, ma numeri. Perchè spesso chi tenta di raggiungere i nostri lidi non ha documenti nè qualcuno che lo possa riconoscere…

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La tragedia dei migranti: ex miliziani Gheddafi nuovi scafisti

migranti-lampedusa-tuttacronacaIl mare agitato non permette di proseguire con le ricerche dei sommozzatori impegnati nel recupero delle vittime del naufragio di Lampedusa, che sono pertanto state sospese. Non si ferma però il trasferimento degli immigrati, per consentire il rapido svuotamento del Centro di prima accoglienza dove in questo momento si trovano oltre mille persone a fronte di una capienza di circa 300 posti. Si cerca quindi di smistare ai vari centri quelle persone che hanno speso 2mila euro per vedere realizzato il sogno di fuggire dalla loro patria sperando in un futuro migliore. In soli quattordici giorni, via mare sono arrivati 5.583 migranti, di cui 3.807 uomini, 703 donne e 1.073 minori. Gli sbarchi sono stati 45, di cui 36 in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 1 in Sardegna. In particolare a Lampedusa si sono verificati 13 sbarchi e sono giunti 1.998 persone (di cui 1.274 uomini, 274 donne e 450 minori). Tra le nazionalità dichiarate dagli immigrati al momento dello sbarco, i più numerosi sono i siriani (2.075); seguono eritrei (1.280); palestinesi (428); somali (317). Partono dalle coste libiche, dove nessuno controlla e i poliziotti corrotti sono stati sostituiti dagli ex miliziani del regime Gheddafi, con le organizzazioni criminali che regnano e che fanno partire grossi pescherecci dalla Tunisia. Il trasferimento degli immigrati, ammassati per giorni in depositi o sulle spiagge libiche, avviene spesso con piccole barche in alto mare, fatto che rende il rischio naufragio altissimo. Gli immigranti arrivano dal Kenya e dal Sudan, dove si trovano deicine di campi profughi dove i mercanti di morte reclutano i propri clienti, avvicinandosi ai rifugiati e promettendo la libertà in cambio di soldi. Ma altro fronte frequentato è anche la Tripolitania in Libia, meta dei profughi siriani. Resta comunque l’Eritrea il Paese dove avviene il maggior esodo. Visto il numero in costante aumento di chi tenta di lasciare la propria terra, ormai si tenta di attraversare il mare anche in mancanza di situazioni meteo favorevoli. E il viaggio si trasforma in tragedia.

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Strage all’Università, almeno 26 studenti uccisi

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Strage all’Università, torna la paura in Nigeria con l’ennesima mattanza che sconvolge l’intero Paese. Il sangue oggi è stato fatto scorrere nelle camere degli studenti di un college della facoltà di Agricoltura di Gujba, nello stato di Yobe. Un commando di uomini armati ha fatto irruzione e ha colpito i ragazzi che stavano dormendo. Ancora una volta gli uomini artefici di questo atto di terrorismo sono affiliati alla fazione fondamentalista di Boko Haram.

Texas shock: una famiglia sterminata nella sua abitazione

famiglia-sterminata-texas-tuttacronacaSono state le autorità della contea di Navarro a confermare ai media statunitensi la tragica notizia. Una famiglia di cinque persone, due adulti e tre bambini, è stata rinvenuta morta in un’abitazione di Rice, in Texas. I minori avevano tutti un’età inferiore ai 12 anni. Stando alle dichiarazioni di Elmer Tanner, sceriffo della contea, un uomo che parlava in spagnolo si è rivolto al 911, il pronto intervento americano, attorno alle 19 ora locale di domenica, dicendo che diversi membri della sua famiglia erano morti in una casa a Rice, 40 miglia a sud-est di Dallas. I soccorritori giunti sul luogo non hanno potuto far altro che constatare il decesso. “Non importa dove ti trovi. Ogni volta che ci sono cinque persone morte in un unico luogo, è scioccante e traumatico”, ha detto Tanner. Al momento, la scena del crimine è limitata all’abitazione. “Per quanto riguarda la ricerca di un sospetto, quello che sto dicendo è che in questo momento stiamo concentrando i nostri sforzi all’interno della casa”, ha spiegato Tanner. “Non abbiamo ancora visto niente che ci faccia pensare che dobbiamo recarci all’esterno.” Lo sceriffo ha anche sottolineato che la casa era già nota alle forze dell’ordine per una chiamata ricevuta dal call-center in passato. Ancora incerte le cause, ma la polizia sta indagando per chiarire la dinamica dell’accaduto.

I nostri 7 giorni: le foglie autunnali cadono e le notizie piovono

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Le prime foglie autunnali sono già cadute e finalmente si è raddrizzata anche la Concordia. Tra lacrime, applausi e abbracci,è saltato fuori anche un graffito. Tanta commozione per quella che sembrava un’impresa impossibile e che invece, con sudore e determinazione, è stata portata a termine. La dura lotta contro lo scheletro di una nave ferita a morte ad averla vinta, per ora è stata l’intelligenza e la capacità umana. Una vittoria, un traguardo che alcuni hanno paragonato al rinascita dell’Italia… ma è stato immediatamente bacchettato. C’è chi invece la sua lotta la sta combattendo in un letto d’ospedale dopo un tragico incidente e, così, la sua compagna coraggiosamente lancia un messaggio in rete per continuare a sperare che un domani ci possa ancora essere anche per Fabio. Si appella a Ligabue, alla sua musica, alla sua voce affinché possa lanciare un appello per fare uscire dal tunnel quel poliziotto sfortunato che si è trovato al momento sbagliato nel posto sbagliato. E sono molti i politici che al loro posto non vogliono starci, Saccomanni oggi ha posto le sue regole, mentre scriveva già le sue dimissioni. C’è anche chi invece a quella poltrona ci è affezionato da 20 anni e di lasciarla non ha proprio voglia, eppure stavolta sembra che non riesca a salvarlo né l’esercito, né un miracolo. Ma d’altra parte sembra che la crisi ci sia anche per i  fenomeni soprannaturali tanto che c’è chi ha deciso di piombare dal cielo sulla papamobile per cercare di essere assunto come stuntman e trovare un impiego.

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Tutti coloro che pensavano che Francesco Totti potesse essere poi sul viale del tramonto, si sono dovuti ricredere. Il capitano ha firmato il contratto che lo lega alla Roma per altri due anni… i laziali si devono mettere quindi l’anima in pace. In lacrime dopo il derby, si sono solo potuti consolare con chi dopo aver perso una partita importante, si è trovato anche deriso sul web. I biancocelesti almeno hanno perso a testa alta. Niente però è andato come il pronostico sexy aveva auspicato, forse ha ragione chi festeggia solo dopo il gol… prima è sempre rischioso mettersi a nudo! Ma è pericoloso anche chiamare per nome un giocatore… si finisce espulsi, per colpa di un ortaggio. Il pericolo è ovunque dalla chiesa in Pakistan al centro commerciale in Kenya, così come le ombre che si estendono dalla Sapienza fino al “Concorsone”.  Come diceva Nietsche “Se guardi dentro il buio per troppo tempo, il buio ti guarda dentro”  è necessario quindi illuminare il tunnel anche quando l’uscita non è vicina, senza farsi ingoiare dall’inquinamento o dalle radiazioni che sembrano prospettare un futuro tragico, quasi la realizzazione di quella “fine del mondo” che i Maya avevano previsto. Cosa c’è di meglio di un pensiero positivo che ci possa traghettare fuori dalle nebbie che ogni giorno tentano di tarparci le ali?

GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK!

Incidente del bus in Irpinia: le vittime salgono a 40

incidente-bus-irpinia-tuttacronacaLo scorso 28 luglio un autobus pieno di turisti è precipitato dal viadotto Acqualonga, in Irpinia. Il numero delle vittime di quel tragico incidente, inizialmente, era di 38, in seguito salito a 39 con la morte di Simona Del Giudice. Ora un altro dei passeggeri non ce l’ha fatta. E’ morto il 54enne Salvatore Di Bonito, che si trovava ricoverato nell’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli, in provincia di Napoli. L’uomo era stato in un primo tempo ricoverato all’ospedale Nola di Napoli, dove gli fu asportata la milza. Le gravi ferite riportate, però, avevano giustificato suo trasferimento al Ruggi d’Aragina di Salerno dove è rimasto per oltre 20 giorni nel reparto di rianimazione. Quella tragica notte, morì anche la moglie, la 48enne Anna Mirelli.

Il pullman dell’Irpinia aveva i freni rotti, durante rilievi ferito un perito

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39 persone probabilmente hanno perso la vita, in quel tragico 28 luglio in Irpinia, perché il pullman sul quale stavano viaggiando aveva perso il sistema di trasmissione che aveva danneggiato l’impianto frenante del mezzo, questo quanto è stato riferito, in una pausa dell’incidente probatorio, l’ avv. Andrea Pianese, perito della famiglia Del Giudice che nel sinistro ha perso tre persone:

L’avv. Pianese, uscendo dal deposito dove sono in corso gli accertamenti tecnici irripetibili sul pullman, ha riferito che il sistema di trasmissione recuperato e sequestrato circa un chilometro prima del punto dove è avvenuto l’incidente «appartiene sicuramente al bus che è precipitato dal viadotto. La rottura del sistema di trasmissione – ha spiegato Pianese – ha anche danneggiato il sistema frenante ad aria dell’autobus. In sostanza – ha aggiunto – il bus non aveva più i freni a disposizione quando è avvenuta la tragedia». Il bus – ha spiegato l’avv. Pianese – aveva a disposizione anche un sistema frenante meccanico che, però, ha funzionato solo su una ruota. «Questo – ha sottolineato Pianese – potrebbe aver determinato anche una traiettoria irregolare del bus sulla discesa di Monteforte». Pianese, infine, ha reso noto che, insieme al sistema di trasmissione del bus, è stato recuperato anche un altro pezzo meccanico che però non è risultato appartenere al pullman coinvolto nell’incidente.

Durante i rilievi c’è anche da sottolineare l’imprevisto accorso a uno dei periti che stanno compiendo il sopralluogo sul pullman. Il perito, nominato dal titolare dell’agenzia Mondo Travel indagato nell’inchiesta della Procura di Avellino, ha battuto la testa contro una trave di ferro ferendosi. Soccorso da un’ambulanza del 118, è stato trasportato all’ospedale Moscati di Avellino. Per lui due punti di sutura.

Strage in Argentina, scoppia un palazzo: 12 morti

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Tragedia a Rosario in Argentina. Una fuga di gas sviluppatasi nel sottosuolo di un palazzo a nove piani nel centro della città, ha distrutto l’edificio. L’esplosione avvertita anche a diversi km di distanza ha provocato un onda d’urto molto violenta che ha creato ingenti danni fino a un raggio di 300 metri. Una vera bomba, esplosa nella località che si trova a circa 300 km da Buenos Aires. In totale gli appartamenti coinvolti nel crollo, secondo una prima stima, dovrebbero essere almeno una sessantina. 12 sono invece i morti accertati, ma ci sono anche 15 dispersi e 63 feriti nel bilancio, che ancora è provvisorio.

Le operazioni di soccorso sono proseguite nel corso della notte: i pompieri e gli uomini delle forze della sicurezza locale stanno cercando i dispersi sotto le macerie dello stabile. La fondazione del campione Leo Messi originario proprio di Rosario, si è detta disponibile a portare aiuto alle famiglie delle vittime e alla popolazione coinvolta nell’esplosione.  Nei giorni scorsi la popolazione aveva sentito un forte odore di gas e per questo la società che si occupa del servizio aveva inviato un tecnico a fare alcune verifiche. Secondo altre fonti, un altro tecnico della medesima società nei momenti precedenti all’esplosione stava lavorando nel palazzo. L’uomo si sarebbe poi consegnato alla polizia dopo l’incidente.

Incidente di Venice Beach a Los Angeles, la vittima è italiana

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Dopo le tante indiscrezioni è arrivata purtroppo la conferma dalla Farnesina: la donna uccisa nell’incidente di Venice Beach a Los Angeles è di nazionalità italiana. E’ la bolognese Alice Gruppioni, 32 anni, figlia dell’ex presidente del Bologna Calcio, Valerio Gruppioni, dirigeva l’azienda di famiglia a Rastignano. Era in America in viaggio di nozze con il marito Christian Casadei, di Cesena.

Aggiornamento 4 agosto 2013, 18.00:

Christian Casadei, marito di Alice Gruppioni, la giovane donna travolta e uccisa a Venice Beach da un’auto piombata sulla folla, è ricoverato in ospedale, ma le sue condizioni non sono gravi. Lo conferma il Comune di Pianoro che sta mantenendo contatti costanti con i familiari. Casadei è fra le undici persone rimaste ferite nell’incidente a Los Angeles.

Aggiornamento 4 agosto 2013, 19.28:

Secondo il Los Angeles Times, il pirata della strada che ha ucciso Alice Gruppioni e ferito suo marito Christian Casadei sarebbe un uomo di 35 anni, Nathan Campbell. L’uomo è stato arrestato e la cauzione è stata fissata in un milione di dollari.

La polizia lo ha detto in una conferenza stampa organizzata proprio sul luogo del dramma. Secondo alcuni testimoni, l’auto è piombata sulla passeggiata che costeggia la spiaggia di Venice Beach, a velocità sostenuta, fino a 100 chilometri orari.

Altri parlano invece di una velocità più ridotta. L’incidente si è verificato vicino all’incrocio con Dudley Avenue, proprio quando la popolare passeggiata era piena di gente: era sabato sera, e spesso d’estate i tramonti sono bellissimi sull’Oceano Pacifico.

La dinamica non è ancora chiara: secondo alcuni testimoni l’auto è precipitata sulla folla dopo che Campbell ne ha perso il controllo, forse per un malore. Altri sostengono che si sia trattato di un atto volontario.

Auto fuori controllo a Los Angeles: un morto e 11 feriti, quasi una strage

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Un giovane sui 20 anni con i capelli biondi dovrebbe essere il guidatore che sul lungomare di Venice Beach, a Los Angeles ha perso il controllo della sua vettura provocando un morto e 11 feriti.

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Il ragazzo dopo l’incidente ha abbandonato l’automobile a Santa Monaca ed è fuggito facendo perdere le proprie tracce.  Secondo quanto emerso, gli agenti avrebbero fermato un sospettato.

Oltre al video ripreso dalle telecamere di videosorveglianza vi è il video di un locale che mostra l’incidente da un’altra prospettiva:


 

Incidente Irpinia: risvegliata dal coma farmacologico Clorinda Iaccarino

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E’ stata risvegliata dal coma farmacologico Clorinda Iaccarino, la 44enne superstite della tragedia del pullman finito giù dal viadotto di Monteforte (Avellino), nel quale hanno perso la vita anche suo marito Antonio Del Giudice, 51 anni, e la figlia Silvana di 22. La donna, subito dopo il ricovero, è stata sottoposta a un intervento di  laparotomia ed è previsto per martedì prossimo un nuovo intervento al bacino interessato da una frattura complessa. La donna resta in prognosi riservata anche se i medici nutrono molte speranze. La donna è vigile ma non è in condizioni di parlare. Nei prossimi giorni, i famigliari la informeranno della tragica morte del marito e della figlia. L’altra figlia di 16 anni, Simona resta in prognosi riservata.

 

La strage del pullman: Sophia Loren pronta ad aiutare “la sua gente”

loren-irpinia-pozzuoli-tuttacronacaE’ cresciuta a Pozzuoli l’attrice Sophia Loren e si sente vicina alla sua terra, tanto che ieri sera, nello stesso giorno della celebrazione dei funerali delle 38 vittime della tragedia stradale avvenuta domenica sera sul viadotto della A16 tra Monteforte Irpino e Baiano, in provincia di Avellino, ha telefonato al sindaco Vincenzo Figliolia per comunicare la sua disponibilità ad aiutare la “sua gente”, rendendosi fin da subito disponibile a dare concretamente una mano. Il primo cittadino di Pozzuoli, che nel pomeriggio di ieri ha fatto visita ai bambini e alle bambine ricoverate all’ospedale pediatrico Santobono e al Loreto Mare di Napoli, ha poi dichiarato: “Ho ringraziato di vero cuore Sophia Loren per la sensibilita’ umana e la solidarieta’ dimostrata alla citta’ di Pozzuoli. E’ stata una telefonata dal forte valore simbolico, perche’ la Loren e’ rimasta particolarmente scossa dalle immagini di strazio mostrate in questi giorni dalle televisioni italiane e straniere. Il dramma di Pozzuoli e delle sue tante famiglie e’ diventato lutto nazionale, ma anche occasione di riflessione sulle emergenze in campo infrastrutturale che il nostro Paese deve affrontare e risolvere”.

La tragedia in Irpinia diventa il pretesto per frasi razziste

irpinia-autobus-tuttacronaca“Precipita pullman vicino Avellino: 40 morti tra cui nessun italiano”. E’ quanto si leggeva in Facebook, nella pagina di un gruppo chiamato Average Italian Guy (Italiano Medio) poco dopo la tragedia del pullman precipitato dal viadotto a Monteforte e che è stata vissuta con sofferente partecipazione da tutta l’italia. Ancora una volta, così come con gli sciacalli di New Orleans e L’Aquila o con le scritte dopo la strage in Nassirya, ci sono persone che non riescono a trovare in sè senso di rispetto, umanità o sensibilità. Si è preferito proporre una frase a sfondo razzista nei confronti dei campani e soprattutto verso le vittime del bus ed i loro familiari. Ma la “medietà” dell’italiano è riscontrabile anche in quei 600 like ricevuti. Ci sono stati anche commenti di risposta, per riportare in alto l’orgoglio del popolo di Avellino e dintorni e non è mancato chi ha augurato, forse esagerando, delle sciagure all’ideatore.

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Poco dopo la pagina bannata viene aperto un nuovo profilo in Facebook:

Average Italian Guy è stata bannata dai Napoletani Moralisti del Ciriaco

Nella quale l’utente dice di non essere colui che era l’amministratore della precedente pagina, ma continua con uno stile a dir poco “irriverente”, in cui si mescola cattivo gusto e volgarità che davvero lasciano senza fiato.

Solo per citare una frase agghiaccianti sul profilo viene detto:

“L’ho detto io che doveva prendere l’autobbbus”

Che si aspetta a rimuovere questo profilo? Perché gli amministratori di Facebook non hanno ancora bannato questo nuovo account?

 

 

Resa nota la lista dei nomi delle vittime dell’incidente in Irpinia

vittime-irpinia-tuttacronacaScrive il premier Letta in Twitter: “In Consiglio dei ministri abbiamo appena deliberato il lutto nazionale per la giornata di domani, in cui si svolgeranno i funerali a Pozzuoli”.

Dei 48 passeggeri presenti sull’autobus precipitato in Irpinia, in 38 hanno perso la vita dopo tre giorni trascorsi in gita. Ora è stata pubblicata la lista dei nomi. Sono 26 abitanti di Pozzuoli, 8 di Napoli, 1 di Casalnuovo di Napoli, 1 di San Giorgio a Cremano, 1 di Ponza e 1 di Pietrastornina (AV):

Terracciano Alfonso – Pozzuoli 02/12/1944
Illiano Barbara – Pozzuoli 20/03/1950
Parrella Pasquale – Pozzuoli 14/01/1951
Artiaco Assunta – Pozzuoli 24/08/1952
Esposito Gennaro – Pozzuoli 03/09/1955
Rusciano Antonietta – Pozzuoli 07/09/1964
Basile Giovanni – Pozzuoli 21/04/1960
Di Paolo Filomena – Napoli 20/08/1963
Del Giudice Silvana – Napoli 17/02/1997
Del Giudice Antonio – Pozzuoli 21/08/1962
Illiano Agnese – Pozzuoli 06/04/1940
Russo Maria Elisabetta – Pozzuoli 06/05/1949
Musto Irene – Pozzuoli 01/06/1939
Conte Giovanni – Pozzuoli 10/02/1963
Rusciano Maria Rosaria – Pozzuoli 10/08/1962
Basile Carolina – Pozzuoli 27/11/1954
Caiazzo Luciano – Pozzuoli 10/06/1973
Paone Procolo – Pozzuoli 12/07/1929
Testa Salvatore – Pozzuoli 09/06/1925
Caiazzo Mario – Pozzuoli 24/04/1959
Restivo Teresa – Pozzuoli 24/03/1981
Bruno Salvatore – Casalnuovo di Napoli 23/10/1946
Iodice Olga – Ponza 18/01/1941
Rocco Luigia – Napoli 01/07/1939
Carannante Maria – Pozzuoli 28/11/1954
Mirelli Anna – Pozzuoli 10/02/1965
Artiaco Gennaro – Pozzuoli 24/05/1939
Delle Cave Teresa – Pozzuoli 22/08/1945
Chiocca Raffaela – Pozzuoli 09/04/1941
Lametta Ciro – Napoli 07/03/1969
Acquarulo Anna – Napoli 15/08/1948
Raiola Anna – San Giorgio a Cremano 08/08/1929
Lucignano Giuseppina – Pozzuoli 13/03/1931
Corsale Maria Luisa – Napoli 04/01/1950
Iuliano Elisabetta – Pietrastornina (Av) 20/11/1935
Ambrosio Immacolata – Napoli 05/09/1958
Vallefuoco Biagio – Napoli 10/06/1959
Trincone Vincenza – Pozzuoli 16/07/1962

Un testimone: autobus a velocità folle, fuori controllo e senza una porta

irpinia_tragediaincidente-tuttacronacaStando a quanto si apprende dall’ANSA, un operatore che, circa un chilometro prima del luogo dove il pullman è precipitato, segnalava rallentamenti sull’autostrada avrebbe affermato che il mezzo procedeva a forte velocità e con la porta anteriore aperta o mancante. Verso le 19 dei rallentamenti avevano cominciato a formarsi al km 28, in direzione Napoli: l’autobus è precipitato dal viadotto Acqualonga, al km 32 e 600 dell’A16, intorno alle 20.30. I rallentamenti sono segnalati tramite tre pannelli e un operatore, che sbandiera a circa un chilometro e 100 metri dal punto in cui è avvenuto l’incidente, con tutti i dispositivi del mezzo di servizio accesi. Proprio quest’ultimo racconta di aver visto avvicinarsi il pullman a forte velocità e con la porta anteriore aperta, o forse mancante, probabilmente a causa di un precedente contatto con il margine destro dell’autostrada.

La figlia di una vittima racconta: “Mia mamma aveva avuto una premonizione. Poco prima aveva chiamato: spero di arrivare sana e salva, sento che qualcosa non va. Eppure siamo stati bene questi 3 giorni”. Quello che ora si vuolo conoscere è come si sia arrivato a tutto questo. Sembra che il blocco della trasmissione del bus sia stato raccolto molto prima del luogo in cui ha sfondato in discesa il guard rail. Potrebbe averlo perso per un contatto con altri veicoli. Nel caso, sarebbero le telecamere di sicurezza della società autostrade a svelarlo. La curva al chilometro 32 è segnalata come molto peticolosa, con un limite di 80 Km/h che, per i mezzi di notevoli dimensioni, su riduce a 60 khm.

Napoli in lutto per la tragedia dell’Irpinia, rinuncia alla festa al San Paolo

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“Il Napoli è sgomento per l’immane tragedia avvenuta in Irpinia. Non si può questa sera al San Paolo colorare la serata con uno spettacolo di balletti, acrobazie, canti e fuochi d’artificio. Alle 19.30, dopo un doveroso momento di raccoglimento sul campo e sugli spalti, la Società si limiterà alla presentazione delle nuove maglie e dei nuovi acquisti. A seguire si svolgerà’ l’incontro con il Galatasaray per la nona edizione della Acqua Lete Cup”.

Con questo comunicato stampa la squadra ha annunciato l’annullamento della festa per la presentazione della squadra al San Paolo prevista questa sera a seguito della tragedia del bus. 

L’incidente in Irpinia: cresce il numero dei morti

irpinia-incidente-tuttacronacaCresce il numero dei morti e dei feriti del tragico incidente avvenuto domenica sera sull’A16 Napoli-Bari, nell’Avellinese. 38 sono le persone decedute mentre 10 i feriti, alcuni in gravi condizioni. La causa potrebbe essere una gomma scoppiata, come racconta lo zio di una superstite: “Mia nipote mi ha raccontato che è scoppiata la gomma sinistra dell’autobus. L’autista ha cercato di tenere il controllo in tutti i modi ma non c’è riuscito e il bus è sbandato finendo giù nel dirupo”. Per Monteforte Irpino, intanto questa è la mattina de dolore, con la palestra della scuola del paese rasformata in camera ardente per le vittime. I passeggeri dell’autobus si conoscevano quasi tutti tra di loro e tornavano da un fine settimana al complesso termale di Telese Terme (Benevento). Una gita che domenica ha previsto una tappa anche a Pietrelcina, nei luoghi di Padre Pio. Ad organizzare la gita “come sempre”, come raccontano amici e parenti, era stato Luciano Caiazzo, salumiere di Pozzuoli (Napoli), presente al momento dell’incidente e durante il quale ha perso la vita. Nel frattempo, la procura di Avellino ha aperto un’inchiesta sull’incidente. L’ipotesi è di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Da quello che si apprende l’indagine sarà “a tutto campo”.

Precipita un pullman in Irpinia per 30 metri, ci sarebbero vittime

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La scena è apparsa subito agghiacciante ai soccorritori che sono sopraggiunti nel tratto autostradale della A16 compreso tra Monteforte Irpino e Baiano. Un pullman turistico è caduto fuori dell’autostrada compiendo un volo di 30 metri, che secondo una prima ricostruzione, sarebbe stato preceduto da una serie di tamponamenti (circa 5 auto sarebbero state colpite) e da un forte sbandamento che poi ha portato il mezzo a rompere il guardrail e precipitare in corrispondenza di un viadotto. L’incidente è avvenuto verso le 20.30 e ora l’autostrada è stata chiusa all’altezza del km 32. All’interno del tratto chiuso, in cui ci sono anche varie vetture tamponate, si è formata una fila di 4 km. Tra i passeggeri ci sarebbero molti bambini. Le prime notizie dicono che tre bambini, quattro donne ed un uomo sono stati estratti estratti vivi dalla carcassa del pullman noleggiato da una ditta napoletana, che trasportava una quarantina di persone. Si teme un bilancio molto grave. Al momento sembrerebbero esserci già due morti e 30 feriti.

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Aggiornamento 28 luglio, 22,45: Un aggiornamento sul bilancio delle morti parlerebbe al momento, almeno di 7 morti. Il pullman stava riportando a casa una comitiva di Pozzuoli che aveva partecipato a un pellegrinaggio sui luoghi di Padre Pio. Le auto transitano sulla statale 7 bis, che tuttavia è percorsa al momento anche dai mezzi di soccorso.  Sul posto vigili del fuoco e Polstrada, con il comandante Giuseppe Salomone che coordina personalmente i soccorsi e gli accertamenti. Da Salerno sono partite tre ambulanze dell’Humanitas per meglio fronteggiare l’emergenza.

Aggiornamento 28 luglio, 23,16: Sale il bilancio dei morti ora si parla di almeno 20 morti. 11 i feriti che sono stati estratti vivi dall’autobus: tre bambini, due uomini e sei donne. Alcuni di questi si troverebbero in gravi condizioni.  Anche nelle auto tamponate dal pullman, prima di volare dal viadotto, ci sarebbero feriti. Secondo alcune informazioni, alcuni dei passeggeri potrebbero essere stati sbalzati fuori dal pullman durante il volo che il mezzo ha fatto dall’autostrada alla scarpata. I Vigili del Fuoco hanno notevoli difficoltà nel recupero e soccorso poiché si teme che altri pezzi del guardrail possano cadere nella scarpata e colpire il mezzo al cui interno forse ci sono, incastrati tra le lamiere, ancora superstiti. L’autista è tra le vittime accertate.

Aggiornamento 28 luglio, 23,40:  “L’autista ha perso il controllo del mezzo, forse per i freni che non funzionavano, ha evitato alcune macchine e ne ha colpite altre fino a quando non ha colpito due volte il guardrail”, dice l’inviato di Sky. Pellegrino Iandolo, caposquadra dei Vigili del Fuoco rilasciando un intervista a Sky ha affermato: “La situazione e’ critica… i nostri uomini stanno lavorando per salvare quante più vite possibile mentre su di loro incombe la minaccia di questi pezzi di cemento che, in bilico sul viadotto, potrebbero precipitare su di loro. Altro personale sta lavorando per mettere in sicurezza il guardrail pericolante”.

Sale ancora il bilancio, in un flash di agenzia si parla di 30 morti.

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Sparatoria a Miami: tra le vittime anche una coppia italo-americana.

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Dramma d’estate consumato in un complesso residenziale a a Hialeah, un sobborgo di Miami.  L’uomo ha sequestrato nella notte americana 6 persone. Dopo una lunga trattativa quando ogni tipo di negoziato era fallito, sono intervenuti gli agenti della Swat, le teste di cuoio americane, che hanno ucciso l’uomo in una sparatoria.

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All’interno dell’abitazione in cui l’uomo si era barricato gli agenti hanno rivenuto 6 cadaveri: 3 donne e 3 uomini. Al momento è stato comunicato il nome solo di sue di essi, i coniugi italo-americani Italo Pascioti, 78 anni e Samira Pascioti.  Ancora sconosciute le cause che hanno spinto l’uomo a compiere questo atto di follia omicida.

19 luglio 1992: la strage di via D’Amelio. L’Italia ricorda il giudice Borsellino

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19 luglio 1992: in via Mariano D’Amelio Paolo Borsellino viene ucciso dalla mafia. Per lui, e la sua scorta, è stata scelta una morte uguale a quella dell’amico e collega Giovanni Falcone, ucciso a Capaci il 23 maggio dello stesso anno. Rita e Salvatore, fratelli del magistrato, in occasione del 21esimo anniversario hanno detto di voler “consegnare la memoria alle nuove generazioni”. Nessuno deve pensare che “Paolo Borsellino possa essere ricordato un solo giorno all’anno. In quel giorno di 21 anni Paolo Borsellino, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, si recò assieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Una fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione con circa 100 kg di esplosivo a bordo detonò al passaggio del giudice, uccidento oltre al magistrato anche i cinque agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Solo antonino Vullo sopravvisse: al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

Il magistrato Antonino Caponnetto, in un’intervista alla Rai, ha dichiarato che, secondo gli agenti della scorta, la strada era pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente a una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa. Il Comune non accolse la richiesta. La bomba che provocò la morte del giudice e della scorta era radiocomandata a distanza, ma non è mai stata definita l’organizzazione della strage. Paolo Borsellino era a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato in città appositamente per essere utilizzato contro di lui. Oggi sono tante le manifestazioni in ricordo di quella strage, una ferita ancora aperta della Storia italiana. Nel vento sventolano agende rosse, simili a quella che utilizzava il giudice e che si era pensato di aver riconosciuto in un video d’epoca. La scientifica decise poi che si trattava solo di un parasole. Rita Borsellino ha affermato: “Dopo 21 anni di false verità e buchi neri, non posso cedere alla debolezza ma devo avere la certezza di arrivare alla verità, altrimenti non crederei più nello Stato, in quella parte dello Stato che deve poter trovare giustizia e libertà”.

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Ustica… il Mig23 libico cadde la notte della strage

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Il maresciallo Giulio Linguanti ha 76 anni e nel 1980 era forza al reparto del Sios Aeronautica nell’aeroporto di Bari. La sua memoria è limpida così come è logico il suo pensiero:

“Quando sarà, io me ne voglio andare con la coscienza a posto. Perché se lassù incontrerò anche uno solo di quegli ottantuno poveretti che stavano sull’aereo, non voglio che mi sputi in faccia”.

Nel 1982 Giovanni Spadolini parlò su Ustica:

“Risolvete il giallo del Mig23 e avrete trovato la chiave per scoprire la verità su Ustica”

E quella verità forse potrebbe conoscerla proprio Linguanti che per un mese, per ben due volte, organizzò sulle montagne della Sila il recupero del Mig23 libico. Lì i vermi lunghi cinque centimetri avevano fatto il nido nel cadavere già putrefatto del pilota, non precipitò il giorno del suo ritrovamento ufficiale (18 luglio) ma almeno tre settimane prima. Probabilmente il 27 giugno, la stessa sera dell’abbattimento del DC9 Itavia.

 Nell’intervista rilasciata dal maresciallo all’Huffington Post ripercorre quella ricognizione sulla Sila:

“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.

Si schiantò su un costone di roccia a strapiombo, l’aereo militare libico e per raggiungerlo il Linguanti camminò per   chilometri in mezzo a un bosco.

“Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto per dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Tornando in macchina verso il paese, lo dissi al colonnello Somaini. Li ha visti anche lei? Lui girò la testa vago, guardò il cielo e fece: mah, chissà da che parte è arrivato ‘st’aereo… E capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.

Prima di quell’estate, i libici Linguanti li aveva già visti volare e pure atterrare in tranquillità sul territorio italiano.

“Una volta ci ritrovammo una intera squadriglia di elicotteri di Gheddafi sull’aeroporto di Bari. Mandammo gli equipaggi in mensa e scattammo più foto che potevamo”.

Non fu un episodio isolato.

Secondo il maresciallo i piloti di Gheddafi si addestravano a Galatina alla scuola di volo dell’Aeronautica. I mig atterravano spesso, ma c’era il divieto di diffondere questa notizia, perché al tempo Gheddafi era un nemico italiano, ma soprattutto il numero uno dei nemici sia per francesi che per americani. L’Italia che ufficialmente era distante dalla Libia in realtà aveva molti interessi economici e più di una volta salvò la vita al comandante libico, forse anche la notte della strage di Ustica.

Il Linguanti ricorda ancora:

“C’erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l’era portata via”.

Chi la portò via? Non era facile scendere da quel punto tanto che il Genio fece uno sterrato per facilitare poi le operazioni.

Ma gli americani che ruolo ebbero? Racconta ancora l’Huff:

Altra storia quella dell’Americano spedito di corsa a ispezionare il relitto, che alcuni ritengono fosse il responsabile di una squadriglia di Mig “donati” da Sadat agli Stati Uniti dopo l’abbandono del padrinato sovietico. E altri pensano fosse il capostazione della Cia a Roma: Duane “Dewey” Clarridge, l’uomo che durante lo scandalo Iran-Contras (armi a Teheran in cambio di denaro per i controrivoluzionari in Nicaragua) stava per mandare a casa Reagan con un impeachment e fu graziato da George Bush senior il giorno prima di lasciare la Casa Bianca, l’uomo che secondo il Washington Post non lavorava per gli interessi degli Stati Uniti ma “solo per quelli della Cia”. In una intervista che gli avevo fatto a bruciapelo, Clarridge aveva messo in crisi la versione del governo italiano sulla caduta del Mig23 sostenendo di aver mandato i suoi uomini sulla Sila il 14 luglio, quattro giorni prima del ritrovamento ufficiale. Lo confermò anche a Priore, durante una rogatoria a Washington, ma ritrattò tutto nel processo contro i generali dell’Aeronautica accusati per depistaggio e poi assolti. Mostro a Linguanti la foto di Clarridge sull’Iphone. “È lui. L’ho portato io a vedere l’aereo. È rimasto un paio d’ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d’acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”.

Altri dettagli agghiaccianti riguardano il giorno dell’autopsia del cadavere del pilota. Fu dato ordine al maresciallo di fare una consegna “speciale” a un colonnello che veniva da roma a bordo di un elicottero proprio per prendere in consegna alcuni resti di quel cadavere.

“Mi diedero un barattolo pieno di formalina con dentro un dito e il pene di quel poveretto e un fumogeno per segnalare all’elicottero dove sarebbe dovuto atterrare. Mi dissero che servivano per le impronte digitali e per accertare se fosse circonciso. La cosa mi faceva un po’ schifo, trovai un pezzo di carta geografica e la arrotolai intorno al barattolo, accesi il fumogeno e per poco non prendeva fuoco il campo. L’elicottero arrivò, io consegnai il barattolo e ripartirono subito”.

Di quei resti poi non si è saputo più nulla… inghiottiti dal segreto di stato.

“Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell’aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato. Era caduto molto prima, la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l’Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”, così afferma Giulio Linguante.

Nel processo il maresciallo fu delegittimato in ogni modo, fu fatto a pezzi dagli avvocati della difesa, ma di su di lui il giudice istruttore Priore scrisse:

“Questo teste appare uno dei rarissimi che riferiscono fatti e notizie, mostrando ottima memoria e completo distacco all’Arma di appartenenza. Delle sue dichiarazioni dovrà tenersi conto in più occasioni, dalle considerazioni sullo stato del cadavere a quelle sul relitto”.  

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Sparatoria nella notte ad Alessandria

sparatoria-alessandria

E’ piantonato in ospedale un ragazzo 20enne italiano, di origini colombiane e affetto da qualche disturbo di salute mentale che questa notte ha sottratto una pistola a una guardia giurata dopo averla aggredita con un punteruolo. Il giovane, allontanatosi, ha poi iniziato a sparare contro i passanti che ha incontrato per strada. I feriti sono tre, dei quali il più grave un marocchino, colpito all’addome, che ha riportato una grave lesione a un polmone. L’autore del gesto, avvenuto ad Alessandria, è stato bloccato dalla polizia a seguito di un intervento particolarmente impegnativo. La pistola, stando alle prime informazioni, era caricata con quindici colpi. Almeno sette, in base ai bossoli recuperati, sarebbero quelli sparati dal giovane.

Sulla strage di Ustica qualcuno mente, ma chi? C’era una portaerei!

ustica

27 giugno 1980. Attorno alle 20.50 Domenico Gatti, comandante dell’aereo Dc9 I-Tigi decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a Punta Raisi, saluta, per quella che sarà l’ultima volta, i 77 passeggeri del volo e i suoi 3 colleghi. Alla vigilia del 33° anniversario della strage di Ustica, Stragi80.it, l’archivio storico-giornalistico creato dai giornalisti Daniele Biacchessi e Fabrizio Colarieti, ne ha pubblicato l’audio:

“Signore e signori, buonasera”, dice Gatti, “brevi informazioni sul volo dalla cabina di pilotaggio. Stiamo procedendo a una quota di 7500 metri e circa due minuti fa abbiamo lasciato l’isola di Ponza per volare in linea retta su Palermo, dove stimiamo di atterrare tra circa mezz’ora. Il tempo, procedendo verso sud, è in miglioramento. Per cui a Palermo è previsto tempo buono e visibilità ottima, temperatura di 22 gradi e leggero vento”.

Nessun problema quindi, dopo il ritardo di un paio d’ore con cui quel volo è iniziato poco prima. La conferma arriva anche durante la comunicazione al centro di controllo di Ciampino: “Abbiamo lasciato Ponza”, annuncia chi sta portando quell’aereo a Palermo. “Molto gentile, grazie”, gli risponde l’operatore all’altro capo della comunicazione. E Gatti aggiunge: “È assolutamente a posto”. Risponde a un addetto alla manutenzione dell’Itavia che lo contatta via charlie, la frequenza dedicata agli equipaggi, per chiedergli conto delle condizioni dell’aereo. Alle 20.58. il Dc9 entra nel punto Condor, nel tratto sopra il mare tra l’isola di Ponza e quella di Ustica. Un minuto dopo, l’aereo scompare dai radar. Nell’agosto 1999 il giudice istruttore romano Rosario Priore ha presentato il risultato della sua inchiesta: quell’aereo fu abbattuto, ha stabilito la Corte di Cassazione nel gennaio 2013, da un’azione di guerra. Ma manca ancora un tassello: la nazionalità dell’aereo militare da cui partì il missile che provocò la morte di 81 persone.

I magistrati sono certi al “mille per cento” che ci fosse una portaerei nel triangolo di mare tra Napoli, la Sardegna e Palermo, quella notte, e che sicuramente ha “visto”, tramite radar, e probabilmente era coinvolta nello scenario di guerra nel quale il DC9 Itavia fu abbattuto per errore. Poi si è allontanata, dopo l’esplosione, insieme al convoglio di navi d’appoggio da cui era circondata. Questo risulta dalle carte che la Nato ha inviato alle autorità, dai grafici radar che mostrano le tracce di velivoli ed elicotteri militari che originano dal mare e in mare spariscono prima, durante e dopo la strage, dalle rilevazioni dei controllori di Roma-Ciampino che quella notte videro un traffico intenso di caccia nel Basso Tirreno tra Ustica e Ponza e dalle ultime testimonianze dirette di piloti e assistenti di volo che viaggiavano sulla stessa rotta del DC9 prima dell’esplosione e interrogati negli ultimi mesi. Ma Maria Monteleone e Arminio Amelio, i magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage, hanno qualcosa di più concreto, coperto dal riserbo, per affermare che in quello scenario di guerra si trovasse anche una portaerei. Ora è necessario scartabellare gli archivi della Marina militare, in cerca di annotazioni o occultamenti sui movimenti, che dovevano essere registrati e capire chi mente: Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna continuano a ripetere, infatti, che nessuna delle loro navi si trovava nella zona in cui avvenne la strage. Erano gli anni in cui una forte tensione gravava sul Mediterraneo, gli stessi delle minacce di Gheddafi, all’epoca acerrimo nemico degli USA, ma il Pentagono ha sempre dichiarato che il 27 giugno 1980 la portaerei USS Saratoga (CV-60), comandata dall’ammiraglio James H. Flatley III, rimase in rada a Napoli con i radar praticamente spenti per non disturbare le frequenze televisive. In tutto questo il Deck Log, il libro mastro sull’attività di bordo della Saratoga, presentava delle anomalie sospette proprio nel giorno della strage: è stato compilato da uno stesso ufficiale per cinque turni consecutivi di quattro ore (dalle otto di mattina in poi). L’ammiraglio si giustificò spiegando che si trattava di una “bella copia” redatta a posteriori, atteggiamento non in linea con i severi regolamenti della US Navy. Sul fronte francese, le autorità affermano che sia la porte-avions Clemenceau (R 98), al comando dell’ammiraglio Jean de Laforcade, che la sua gemella Foch (R 99), comandata dall’ammiraglio Alain Coatanea, la notte del 27 giugno 1980 erano in porto o al largo della base di Tolone: molto lontane dal mare di Ustica quindi. Le affermazioni non sono facili da verificare, quello che è certo è che la Foch si trovasse a Palermo alla fine di maggio e la Clemenceau in porto a Propriano (Corsica) il 7 e 8 giugno. In compenso, l’operativo della fregata lanciamissili Duquesne, quasi sempre al seguito delle due imbarcazioni, fornisce dettagli molto interessanti: a giugno la partecipazione a una missione di squadra Rialto, seguita da un’esercitazione Dasix con i caccia de Armée de l’Air e con la Saratoga. I magistrati italiani sono riusciti comunque ad ottenere di interrogare 14 militari che la notte del 27 giugno 1980 erano in servizio nella base di Solenzara in Corsica da dove, nonostante le smentite di Parigi, alcuni caccia individuati anche dalla Nato decollarono diretti verso il Basso Tirreno. Nel 2007, fu Francesco Cossiga a fare delle rivelazioni poi messe a verbale: secondo l’ex presidente ad abbattere il DC9 con un missile aria-aria “a risonanza e non a impatto” fu un caccia decollato proprio da una portaerei dell’Armèe de mer, mentre tentava di intercettare e colpire un aereo libico con a bordo il colonnello Gheddafi. “Credo però che non si saprà mai nulla di più. La Francia sa mantenere un segreto e si è sempre rifiutata di rispondere alle nostre domande. L’altro Stato coinvolto è l’ex Unione Sovietica”, dichiarò Cossiga.

Ma molte sono ancora le zone d’ombra: alcuni caccia di nazionalità belga si trovavano sulla base di Solenzara, ma il Belgio ha opposto un rifiuto alle domande dei magistrati per “motivi di sicurezza nazionale”. Mentre la Libia, nel caos dopo la fine del regime di Gheddafi, non ha mai ufficialmente risposto alle richieste delle nostre autorità. Silenzio anche da parte del maggiore Abdel Salam Jalloud, per 24 anni braccio destro del colonnello e poi passato all’opposizione a pochi giorni dalla sua esecuzione. Il maggiore ora vive nel nostro Paese, protetto dai nostri servizi segreti, ma non ha risposto alle domande poste dai magistrati. Anzi, al termine dell’incontro si sarebbe persino rifiutato di firmare il verbale.

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Gli indios brasiliani rivogliono la loro terra: Occupy Mato Grosso

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E’ la volta di “Occupy Mato Grosso”: i popoli originari del Brasile rivendicano la terra che era stata dei loro antenati con archi e frecce. Centinaio di indios brasiliani, tutti di etnia Terena hanno occupato la “Esperança”, un’enorme fazenda di 12mila ettari ad Aquitana, nello stato del Mato Grosso, proprietà di un politico locale. La zona occupata, non lontana dai confini di Bolivia e Paraguay, in pieno Pantanal, è una delle più grandi produttrici di soia dell’intero Brasile e da sempre i nativi hanno stabilito un forte legame. Motivo per il quale in questi ultimi giorni le tensioni sono davvero forti.  Ma “Esperança” non è la prima fazenda ad essere stata occupata, la settimana scorsa, infatti, era stata presa di mira, nella stessa regione,  un’altra fazenda a Sidrolândia. In quell’occasione, difendendosi salle accuse affermando di essere stati aggrediti con archi e frecce, durante gli scontri i poliziotti hanno ucciso uno dei manifestanti e feriti altri otto nel tentativo di disperdere gli “occupanti”. Per quel che riguarda la Fazenda Esperança “la situazione continua a rimanere tesa”, spiega Moraes, portavoce della Polizia stessa. Secondo il Cimi, il Consiglio indigenista missionario, uno studio della Fondazione nazionale dell’Indio (Funai) avrebbe dimostrato e riconosciuto che 33 mila ettari di tutta questa regione sono “terra indigena tradizionale”, aggiungendo che sarebbe imminente l’ampliamento della riserva Taunay/Ipeg in grado di accogliere circa seimila indios.  occupy-mato-grosso

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