La battaglia tra abortisti e pro-life in Usa passa per la clinica degli orrori

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In Usa l’aborto può essere effettuato sino alla 20° settimana di gestazione. La legge è stata rivista a giugno 2013 dopo la sconvolgente vicenda del medico abortista Kermit Gosnell, condannato all’ergastolo il 14 maggio per l’omicidio di centinaia di bambini e di una donna. Gosnell, dipinto come un mostro, è diventato il simbolo alla lotta contro l’aborto per i pro-life che si sono avvalsi di lui per teorizzare su tecniche disumane e crudeli. Ciò che faceva il medico andava infatti ben oltre la legalità dell’aborto che secondo la vecchia legge americana non sarebbe dovuto avvenire oltre le 22 settimane. Nel gruppo pro life nel 2010 viene realizzato il documentario di Lila Rose, attivista dei diritti per la vita che con una serie di interviste, girate fingendosi incinta ha sponsorizzato la sua campagna contro l’aborto, dando voce a tre assistenti della Aaron Women’s Clinic di Houston diretta da Douglas Karpen.

Di seguito è stata trascritta l’intervista.

Deborah Edge: Ero un’assistente. Ho fatto di tutto nella clinica e uno dei miei compiti era di essere la sua (del medico,ndr) prima assistente. Facevo attenzione, ma non sapevo che fosse illegale. Quando praticava un aborto oltre le 22 settimane accadeva quasi sempre che il feto uscisse completamente dalla pancia della madre prima che lui gli tagliasse il midollo spinale o introducesse uno degli strumenti chirurgici per afferrare il cranio del bambino e ucciderlo. Non ero cosciente dicevo: “Bé è un aborto, questo è quello che succede”, ma non sapevo che era illegale. In molte occasioni usava questo processo: dilatava l’utero e poi lo evacuava. La maggior parte delle volte vedevamo il feto che usciva completamente dal grembo materno e che era certamente vivo perché si muoveva e dalla cassa toracica si capiva che respirava: quello era il momento in cui lui gli rompeva il midollo spinale e anche la scatola cranica, prendeva il forcipe o il dilatatore e lo conficcava nel cranio del feto…

Domanda: Lei ha visto succedere questo?

D.E: Oh sì credo tutte le mattine… se avevamo 20 aborti di questi sono sicura che da tre a quattro nascevano vivi prima di essere assassinati.

Domanda: Lei vedeva il bambino vivo ucciso fuori dal grembo.

D.E: Sì, anche che lui gli torceva la testa con le sue mani.

Domanda: Lei ha visto questo?

D.E: Sì signore. Krystal Rodriguez: Qualche volta lo introduceva anche nello stomaco.

Domanda: Cosa?

K.R: Usava il forcipe dentro lo stomaco.

Domanda: Lei ha visto questo?

K.R: Sì.

D.E: Usava qualsiasi cosa che fosse veloce.

Gigi Aguilar: Ti ricordi quella volta che il feto uscì ed era vivo e aprì i suo occhi e afferrò le sue mani?

Domanda: Cosa è successo?

D.E: Pensava che fosse morto invece il bambino ha aperto gli occhi e ha aperto le mani afferrando le sue (del medico, ndr). Poi è seguita la procedura.

G.A: Era vivo, lui pensava non lo fosse: era pronto a metterlo nella sacca ma…

Domanda: E parlò di questo.

K.R: Non parlava mai di queste cose, non faceva commenti… noi prendevamo il feto e lo mettevamo nella sacca e quando la aprivamo, mio Dio, rimanevamo incredule da quanto fosse grande ed eravamo sudate perché ci voleva quasi un’ora: praticare l’aborto di un bambino tanto grande è davvero dura. A volte non riusciva a tirarlo fuori tutto, allora lo tirava fuori pezzo per pezzo e c’era tutto il pavimento sporco di sangue. Ci sono state occasioni in cui alcune donne in travaglio arrivavano durante la notte con i crampi e venivano alla clinica e gli davano queste pillole chiamate Cytotec: dopo un’ora circa facevano effetto e l’utero cominciava a contrarsi. In molti casi le donne correvano in bagno e in alcune occasioni partorivano il figlio nel water. Una addirittura partorì prima di arrivare qui. Ne fu data anche notizia: lasciò il figlio nel McDonald’s prima di arrivare e nessuno sapeva di chi era, ma noi sapevamo che era di una nostra paziente.

G.A: Ti ricordi quella donna che ha avuto il figlio nel corridoio?

Domanda: Cosa è successo a quel bambino?

K.R: Lo ha preso con un panno e lo ha buttato nella pattumiera.

D.E: Ricordo i piedi dei bambini muoversi e mi irritava: lui gli teneva i piedi, inseriva il forcipe dentro l’utero, stringeva il cranio del bambino e vedevi che le dita dei piedini si aprivano di scatto. Pensavo: “Oh mio Dio e poi le persone dicono che loro non sentono”. Ma come non sentono? Spesso ci guardavamo tra noi assistenti, ci scendevano le lacrime e ci dicevamo: Ma perché? Lui è così avido, pensavo. Per una aborto come quello si pagano quattrocento o cinquecento dollari K.R: Se i pazienti pagavano lui faceva questi aborti. Domanda: E tu hai mai assistito?

K.R: Sì e ricordo che dicevo: «Non voglio entrare, non voglio». E lui: «Tu puoi farcela e se non riesci gira la faccia di là».

D.E: Spesso voleva fossi io a rispondere al telefono, perché sapeva che ero brava a parlare con le pazienti, così da convincerle a venire nella clinica… ma ci sono molte altre cose: spesso feriva le pazienti, lacerava gli uteri o le loro cervici senza dirglielo e quando venivano il giorno dopo le medicava, ma senza spiegare loro che aveva l’utero lacerato.

G.A: E se c’erano pazienti che facevano troppe domande preferiva che le addormentassimo.

D.E: L’unico commento che faceva era per ricevere altri soldi, la donna sentiva male? Mi diceva: «Vai a parlarle e dille che ha bisogno di essere addormentata». Non avevano scelta e dovevano poi pagare per l’intervento.

Domanda: Quindi tutti sapevano quello che succedeva, non solo voi.

G.A: Sì, tutti sanno.

D.E: Le donne che entravano qui non sapevano a cosa andavano incontro. Molte domandavano se loro figlio avrebbe sentito male e mi arrabbiavo perché mi dicevo: «Ma perché questo dovrebbe importarti se vieni qui a uccidere tuo figlio?». Perché farsi questa domanda? Certo qualcuno avrebbe potuto rispondere: «Sì, sente!», ma non era il nostro lavoro dirlo. Il nostro lavoro era mettere quella persona nel sacchetto dei rifiuti.

Chiaramente l’intervista è stata realizzata da un membro dell’associazione Pro-life e come tale non può essere oggettiva perché mira a portare avanti la lotta contro l’aborto. E’ però senza dubbio uno spaccato interessante per capire come negli Usa, ma anche in altre parti del mondo, ci si interroghi sull’aborto e sull’illegalità che a volte ruota intorno a questa pratica. Cosa avverrebbe però se fosse vietato? I dati delle nazioni in cui l’aborto viene vietato non lasciano dubbi: in Cile, dove l’aborto è illegale, si assiste a un numero elevatissimo di interruzioni di gravidanza tra i 120.000 e i 160.000 all’anno secondo le stime più attendibili, su una popolazione di appena sei milioni di donne tra i 15 e i 64 anni.

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Ci sono crimini impunibili per la loro atrocità: Kermit Gosnell

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Kermit Gosnell è un nome che dovrebbe essere cancellato dalla memoria di tutti gli abitanti della terra. Non ci sono aggettivi e non vi sono parole per desccrivere l’orrore perpetrato per anni da quest’uomo. Quindi vi invitiamo a leggere l’articolo solo se in piena libertà vi sentite disposti a farvi raccontare una storia di aborti irregolari la cui atrocità non conosce limiti. Altrimenti vi basta focalizzare l’uomo nella foto e ricordarvi che quella faccia non è degna del genere umano e passare ad altri articoli.

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Si intitola “The Intentional Killing of Viable Babies” ed è un dossier di 18 pagine del Gran Giurì con la cronaca agghiacciante di un medico abortista di una clinica di Philadelphia che si è macchiato di ogni tipo di nefandezza ascrivibile al genere umano.

Kermit Gosnell praticava gli aborti dopo la ventiquattresima settimana, quindi fuori da ogni termine di legge. Lo faceva nella sua clinica la  Women’s Medical Society di Philadelphia.

 Scordiamoci il personaggio del dottor Wilbur Larch, il medico abortista de Le Regole della casa del sidro, che lo faceva con compassione e per aiutare le donne che erano davvero in difficoltà, qui siamo in un universo completamente diverso.

Nel dossier su  Kermit Gosnell sono documentati fatti che risalgono al 2009. I testimoni – tra cui alcuni sono coimputati al processo –  parlano di strumenti operatori non sterilizzati, di ambienti luridi, di metodi barbarici come quello che il “dottore” amava definire “snipping” che consisteva nel taglio con le forbici della colonna vertebrale del neonato. C’erano poi i feti congelati a volte interi a volte a brandelli che venivano conservati dentro i cartoni dei succhi di frutta o in contenitori di cibo per gatti. tutto viene alla luce quando nel 2010 l’Fbi entra nei locali della clinica privata per una vicenda di medicinali venduti illegalmente e si trova invece di fronte a un mattatoio umano.  Uno dei metodi più usati consisteva nel far partorire anticipatamente le donne che espellevano il feto sedute sul water, così poi bastava tirare l’acqua per veder scomparire “l’incomodo neonato”. Sembra che qualcuno di questi bambini fosse già in grado di cercare di sopravvivere tanto da lottare contro l’acqua che inevitabilmente l’avrebbe portato alla morte.

Il 18 marzo è iniziato il processo contro il settantaduenne Kermit Gosnell che è accusato di aver ucciso 7 bambini nati vivi e una donna di 41 anni. Inoltre ci sono a suo carico l’accusa di abuso di cadavere, di uso indiscriminato di farmaci, di concorso a delinquere finalizzato all’omicidio e di corruzione.

Naturalmente il caso della  Women’s Medical Society di Philadelphia ha riaperto la contrapposizione tra chi è contro l’aborto e chi è pro-aborto. Ma in questo caso, qualsiasi sia la posizione che si voglia prendere il problema è più profondo e colpisce al cuore del servizio sanitario americano. Bisogna considerare la diseguaglianza di cure mediche e l’accesso all’interruzione di gravidanza che spesso viene negato in mancanza di un’ assicurazione che non tutte le donne possono permettersi di pagare. La scelta disperata di alcune donne quindi deriva dalla mancanza di risorse finanziarie che le avrebbero permesso entro i termini consentiti per legge di abortire.

Ma come potevano essere giustificati questi aborti?

Stephen Massof, vice di Gosnell, è stato tra i primi testimoni a parlare del taglio disumano del midollo effettuato sulle creature. Secondo Massof, sembrerebbe che l’età del feto venisse contraffatta grazie ad apparecchiature che lo facevano sembrare più indietro nello sviluppo. Chiaramente non veniva neppure osservato il protocollo che dovrebbe assicurare alla donna che abortisce un’accurata consulenza psicologica e medica prima di avviare la procedura di interruzione.

C’è poi il caso ecclatante del  Baby-boy A (come è stato chiamato uno dei neonati uccisi dal medico), la cui gravidanza è stata interrotta a sette mesi e mezzo di gestazione. Il neonato – in quanto non si può più parlare di feto- è stato ucciso e poi rinchiuso in una scatola da scarpe dopo che il dottor Gosnell aveva commentato: «E così grande che potrebbe accompagnarmi alla fermata del bus».

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