Quei lucchetti dell’amore a Roma: che fine faranno?

lucchetti-roma-tuttacronacaDovevano essere una promessa di amore eterno, quei lucchetti appesi sui lampioni di Ponte Milvio la cui chiave finiva lanciata nel Tevere. I simboli dell’amore poi si sono sparsi ovunque a Roma, con gli adolescenti che seguivano la moda lanciata da Federico Moccia con i suoi libri e i suoi film. C’erano. Ora dove sono? Sono arrugginiti e li hanno buttati via come ferri vecchi. Il 10 settembre 2012 alcuni operai del municipio e degli operatori dell’Ama provvedevano a rimuoverli. Hanno fatto seguito polemiche e proposte su come utilizzarli, ma ora è sceso il silenzio. E se una piccola parte ora si trova in una rimessa della sede del XV Municipio di via Flaminia, centinaia di migliaia di pezzi sono accatastati in un piccolo garage dell’ufficio anagrafico di Cesano, in via della stazione di Cesano 836. Ora il Municipio lancia una nuova proposta: “Vendiamoli e con i soldi del ricavato possiamo fare manutenzione di alcune strutture importanti, come la Torretta Valadier. Oppure beneficenza”.

Michele Galvani per il Messaggero scrive:

Il primo incontro con i lucchetti è in via Flaminia 872: sotto al Municipio, in una vecchia rimessa d’auto, tra vecchi documenti e computer, si intravedono alcuni secchi di plastica: lì dentro spuntano pezzi di ferro, uno sopra l’altro, senza più anima né vita. «Bea e Sere sempre insieme sempre divise», si legge su un lucchetto rosso dove la scritta è stata addirittura incisa. E poi «Angy e Ale», «Dado e Giada», «Romolo e Melania per sempre», «A+G 01-03-07», sono solo alcune delle scritte ancora visibili. «La nostra idea – spiega Alessandro Cozza, vicepresidente con deleghe alla cultura, allo sport e alla scuola – è quella di vendere rame e ottone e cercare di ricavare dei guadagni. Poco tempo fa la Croce Rossa ci aveva chiesto aiuto per l’acquisto di due defibrillatori, questa potrebbe essere un’occasione». Il problema però, è lo stato in cui si trovano. «Bisogna fare in fretta – conferma Cozza – con il deterioramento il riciclo diventa molto difficile». Il blocco che più impressiona si trova a Cesano. Quando si alza la serranda del box all’interno dell’ufficio anagrafico, compare una montagna di ferraglia sporca e arrugginita, circondata da ragnatele. Impossibile quantificare peso e unità, impossibile provare ad alzare con le mani un blocco per spulciare tra i segreti degli adolescenti che negli anni hanno riversato su ferro i loro sogni e le loro delusioni. Ci sono lucchetti classici e alternativi, viola, verdi, celesti, rossi, griffati, comprati da cinesi. I che sono ke, alcuni puntano sull’inglese («Together forever 01-11-08»), altri sono amori stranieri («Tina & Bernd here 29-03-2007»). Tutti così vicini, così freddi. Rovinati dalle infiltrazioni d’acqua e dal tempo che trascorre inesorabile e se li mangia.

Dopo la ridda di polemiche politiche per la decisione di rimuoverli dal ponte, 15 mesi fa le tenaglie misero fine a un tormentone che durava da troppo tempo. «Con la scusa dei lucchetti Ponte Milvio era diventato un luogo di ritrovo di spacciatori», una delle spiegazioni dell’allora presidente del Municipio Gianni Giacomini. Fatto sta che, il giorno stesso dell’operazione di smantellamento iniziarono a piovere idee di ogni tipo. Dal trasferimento al Ponte della Musica a un museo permanente che era stato individuato in quello Preistorico etnografico dell’Eur Pigorini. «A noi arrivò anche un progetto di una vetrina permanente sulla banchina del Tevere sotto a ponte Milvio», racconta ancora Cozza. «Quello che possiamo fare concretamente – dice Daniele Torquati, presidente del Municipio – è fare un avviso pubblico per venderli: possiamo aiutare un centro anziani o fare un intervento legato al sociale. Oggi pur avendo un valore sentimentale, i lucchetti hanno perso valore di mercato. Magari andavano venduti prima, appena rimossi, quando con la città c’era ancora un forte rapporto». «L’idea di venderli mi sembra giusta – dice Giuseppe Gerace, presidente del II Municipio che arriva proprio fino al ponte – almeno così non vanno persi del tutto».

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