La lettera segreta di Mario Draghi

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E’ la Repubblica in un articolo di Federico Fubini a parlare della lettera segreta scritta da Mario Draghi alla Commissione Ue circa un mese fa per dire no ad ogni giro di vite sui bond bancari e per dire che quanto chiede la Bundesbank, ovvero di mettere a punto nuove regole  sui bilanci è pericoloso.

Solo pochissimi dovevano saperlo, perché l’iniziativa del presidente della Banca centrale europea tocca il tema oggi più sensibile per l’area euro: come far fronte alle esigenze di capitale delle banche, che potrebbero rivelarsi molto forti, quando l’esame della nascente vigilanza europea le avrà messe a nudo.
Cosa riguardava nello specifico la lettera?
Il crescendo di tensioni fra autorità finanziarie è legato all’avvio dell’unione bancaria. Circa 150 banche europee stanno per passare al setaccio dei regolatori sotto l’ombrello della Bce, fra cui 13 italiane: da Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps, al Credito Valtellinese. Il processo partirà a inizio 2014 e dovrebbe durare un anno. Dopo il compito di vigilare su quegli istituti andrà alla Bce, che dunque prima vuole essere certa che i loro bilanci non nascondano brutte sorprese. Il rischio è tutto nel passaggio: se mal gestite, le conseguenze di questa verifica rischiano riportare in recessione intere economie o rendere insostenibile il debito dei Paesi più fragili. Tutto dipende da come si svolgerà l’analisi e da come le banche potranno rafforzare il capitale se – o quando – la Bce le obbligherà a farlo.
Il pensiero di Draghi nella lettera è che occorra in tutti i modi “evitare di imporre perdite a chi ha investito in obbligazioni delle banche, almeno per il momento, se ciò può destabilizzare il sistema finanziario in Europa”.
E il cuore della lettera di Draghi è proprio la critica alle posizioni della Germania. Ancora Fubini:
L’idea che gli istituti di credito si rafforzino semplicemente rinnegando parte dei loro debiti nasce dalla Germania. Sarebbe una cancellazione del valore di certi bond, che così di fatto andrebbero in insolvenza. La Commissione europea ha fatta propria questa idea in un documento di tre mesi fa, che stabilisce una regola: prima che una banca in difficoltà possa rafforzare il capitale tramite un aiuto di Stato pagato dai contribuenti, dev’esserci il «coinvolgimento » («bail-in») dei creditori privati; i più esposti fra questi, i cosiddetti creditori subordinati, devono rinunciare al rimborso dei bond nei quali hanno investito. E prima di loro lo stesso deve accadere anche per gli azionisti.
Nel 2014 la vigilanza Ue testerà le banche, sui bilanci e sulla capacità di resistere a un eventuale choc economico. Per questo la Bce, visti i bilanci, potrebbe chiedere aumenti di capitale alle banche da decine di miliardi di euro. Ma come? Di privati pronti a mettere soldi non ce ne sono. E allora, spiega Repubblica
Per questo, su spinta tedesca, si prospetta già una quadrupla linea di intervento, in base a una precisa gerarchia. In primo luogo vengono spazzati via i diritti degli azionisti e dei creditori subordinati, per aumentare il capitale in proporzione ai debiti. Quindi, se il default parziale non basta, diventa possibile per uno Stato mettere fondi pubblici nella banca. La terza linea di difesa sarebbe poi il fondo salvataggi europeo, l’Esm, ma ora Berlino chiede che anche i creditori privilegiati vengano colpiti prima che si possa attingere alle risorse comuni dell’area euro. Tutto dipenderà dai risultati dell’esame delle banche e da come saranno condotti. Ma un sistema del genere, se mal gestito, può generare un crollo di fiducia degli investitori nelle banche e un’impennata del debito per sostenerle con aiuti di Stato.
Draghi nella sua lettera  non è contrario a far pagare i creditori quando l’unione bancaria europea sarà a velocità di crociera. Ora però teme che imporre ora perdite sui bond, potenzialmente per decine di banche europee allo stesso tempo, può destabilizzare i mercati.
In Italia ci sono 2,7 miliardi di bond bancari subordinati in scadenza nel 2014 e 4,6 nel 2015. Gli investitori reagirebbero al timore di essere colpiti vendendo i bond, dunque aumentando i costi di finanziamento delle banche; ciò aggraverebbe la stretta al credito per le imprese. In più, gli obbligazionisti potrebbero trascinare le banche e la Bce in una serie infinita di ricorsi in tribunale.
A Bruxelles qualcuno osserva che, con la sua lettera, Draghi ha abbandonato la sua neutralità in difesa interessi italiani. Di certo il presidente della Bce non la vede così, ma conosceva questo rischio e anche per questo voleva mantenere il segreto. Il fatto che abbia agito lo stesso, dà la misura delle sue preoccupazioni.

 

Ripresa? Per Draghi in Europa c’è il rischio sistemico della recessione

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Il «principale rischio sistemico in Europa è la recessione prolungata». Lo ha detto Mario Draghi rispondendo ad una domanda in Parlamento Ue in qualità di presidente della Esrb. Draghi ha aggiunto che «le recessione prolungata sta indebolendo il sistema bancario, aumenta i premi di rischio e danneggia« la capacità di credito.

«Per ridurre al minimo gli effetti prociclici degli interventi», ha aggiunto, Bankitalia ha chiesto alle banche di «aumentare le risorse interne» tagliando ulteriormente costi, dividenti, compensi ed «eventualmente vendendo gli asset non strategici».

«È probabile che gli interventi macroprudenziali saranno sempre più frequenti, tanto fuori quanto all’interno dell’Europa», ha detto Draghi nel corso del suo intervento nella audizione davanti alla Commissione economico-finanziaria del Parlamento europeo (Econ). «Il lavoro di consolidamento dei bilanci pubblici resta inevitabile, non deve essere disfatto ma deve essere amico della crescita», ha poi aggiunto rispondendo ad una domanda sul Portogallo: siamo coscienti del «disagio sociale» inflitto, ma «se fosse disfatto, sappiamo quale sarebbe la reazione dei mercati e porterebbe ad un’ulteriore depressione dell’economia dei paesi in difficolta».

«So che il disagio sociale in alcuni Paesi è una tragedia», ha affermato riferendosi ai Paesi in difficoltà e costretti al consolidamento di bilancio. La situazione dell’inflazione e dell’economia, ha aggiunto, «richiede tassi bassi», e «un rialzo dei tassi di interesse tenderebbe a destabilizzare Paesi in situazione già deboli, rendendoli ancora più deboli».

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