Per Natale Salvatore Ligresti torna libero, solo obbligo di firma!

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Per Natale Salvatore Ligresti tona libero, come è stato deciso dalla quarta sezione penale del Tribunale di Torino che ha revocato i domiciliari all’imprenditore, che è accusato di falso in bilancio e aggiotaggio nell’ambito dell’inchiesta Fonsai. A Salvatore Ligresti resterà solo l’obbligo di firma. Insieme a lui revocati i domiciliari anche per Fausto Marchionni e Antonio Talarico, rispettivamente ex amministratore delegato ed ex vice presidente di Fondiaria-Sai. Natale in famiglia? 

Fonsai e i 451mila euro a La Russa quando era ministro

fonsai-larussa-tuttacronacaNell’inchiesta Fonsai, che vede indagati per corruzione Salvatore Ligresti e Giancarlo Giannini, spunta un altro nome eccellente. Dagli atti dell’inchiesta di Milano emergerebbe infatti, secondo il quotidiano Repubblica, che quando era ministro della Difesa, tra il 2009 e il 2010, Ignazio La Russa percepì dal gruppo Fonsai 451mila euro come “parcelle spese sinistri” e “altre prestazioni di servizi”. “Non può sfuggire la singolare preferenza che Isvap esprime per il matrimonio Unipol-Fonsai”. È Fulvio Gismondi, ex attuario di Fonsai, a ricostruire davanti al pm di Milano Luigi Orsi tutte le fasi che portano alla fusione tra la galassia Ligresti e la compagnia bolognese guidata da Carlo Cimbri, durante le quali ci sono stati controlli “morbidi” da parte dell’autorità di controllo, rapporti personali tra Salvatore Ligresti e Giancarlo Giannini, ma anche lettere in cui l’Isvap detta le condizioni di un matrimonio ‘obbligato’.  Nella sua testimonianza del 16 aprile 2012, gismondi ha svelato che “il 19 marzo scorso si è tenuta l’assemblea di Fonsai in vista della quale sia Consob che lsvap hanno inviato 2 distinte missive al Cda della società. Consob scrive a Fonsai e, sostanzialmente, chiede di sapere come la società intende risolvere il problema della ricapitalizzazione. Isvap, invece, chiede a Fonsai di precisare che il progetto di ricapitalizzazione è finalizzato alla fusione con Unipol. Si coglie in modo palmare il pregiudizio della vigilanza assicurativa, nella visione della quale esiste esclusivamente l’integrazione Unipol-Fonsai”.  Due giorni dopo, Gismondi è ancora più esplicito sul “carattere partigiano e pregiudiziale delle comunicazioni di Isvap a Fonsai e a Premafin”. Nel verbale si legge: “Si consideri innanzitutto la missiva da lsvap a Fonsai datata 12 marzo 2012. L’ultimo inciso di questa lettera recita: ‘si richiama l’attenzione di codesta società affinchè, nella rappresentazione agli azionisti, siano correttamente esplicitate motivazioni e destinazione dell’aumento stesso, in coerenza con le iniziative rappresentate a questa autorità'”.  ln sostanza, sottolinea Gismondi, l’Isvap chiede a Fonsai “di spiegare che l’aumento di capitale si va a fare secondo lo schema della integrazione con Unipol. A questo progetto l’Isvap fa riferimento quando scrive ‘iniziative rappresentate a questa autorità'”. “Per contrasto legga la nota Consob del 14 marzo scorso indirizzata a Fonsai. Vi si legge semplicemente che la società vigilata indichi quali iniziative sta promuovendo. Pure rilevante è la missiva Isvap a Fonsai del 16 marzo scorso che dà per scontata la salvezza di Fonsai attraverso la operazione con Unipol”.

Il marito della Cancellieri andò in carcere… 32 anni non bastano per dimenticare!

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Sembra proprio che alla Cancellieri 32 anni non siamo bastati per dimenticare quella brutta esperienza. Era il 1981 quando la famiglia Peluso, come racconta Il Fatto Quotidiano, finì al centro di una burrasca giudiziale. Nel carcere di Lodi per qualche giorno ci andò infatti proprio Sebastiano Peluso arrestato nell’ottobre di quello stesso anno per lo “scandalo delle fustelle false”. “Le cronache di allora raccontano che la truffa funzionava così: i medici compiacenti emettevano le ricette e i farmacisti applicavano le “fustelle” false. I talloncini, che teoricamente dovevano essere staccati dalle confezioni dei farmaci, erano invece fabbricati ad hoc da grossisti del falso e poi presentati all’incasso”.

Ancora Il Fatto Quotidiano scrive:

Quando Anna Maria Cancellieri risponde al messaggio inviato via sms il 21 agosto dallo zio di Giulia Maria Ligresti, probabilmente avrà tenuto bene in mente il comportamento del dottor Antonino Ligresti quando a trovarsi in condizione di debolezza era la famiglia Peluso.

Antonino Ligresti era un medico della mutua con studio anche lui in via Val di Sole. Nasce lì l’amicizia tra le due famiglie che abitavano in via Ripamonti, a poca distanza. Anna Maria e Sebastiano Peluso si sposano nel 1966. Due anni dopo nasce Piergiorgio, cinque anni dopo Peluso apre la farmacia a Milano. Nel 1977 i coniugi comprano casa al secondo piano di via Ripamonti 166 e firmano 59 milioni di vecchie lire di cambiali al proprietario, tutte pagate entro il 1982. In quegli anni i Peluso crescono e i Ligresti decollano. Già erano ricchi ma Antonino non guidava ancora un impero della sanità e il costruttore Salvatore non spadroneggiava su giornali, banche e assicurazioni.

Nuccio Peluso, nato in Libia e cresciuto in Sicilia come il medico Nino Ligresti, si vedevano sotto i portici di via Val di Sole e poi andavano a giocare a tennis insieme. Nel 1981 è la famiglia Peluso a essere scossa da un terremotto giudiziario: Sebastiano è arrestato nell’ottobre per lo “scandalo delle fustelle false”. Le cronache di allora raccontano che la truffa funzionava così: i medici compiacenti emettevano le ricette e i farmacisti applicavano le “fustelle” false. I talloncini, che teoricamente dovevano essere staccati dalle confezioni dei farmaci, erano invece fabbricati ad hocda grossisti del falso e poi presentati all’incasso.

Nella retata furono arrestate 23 persone, al processo nel 1983 furono 94 gli imputati. Tra questi c’era anche Sebastiano Peluso che nel 1981 finì in carcere a Lodi. Solo per pochi giorni, poi il pmArmando Perrone e il giudice istruttore Elena Riva Crugnola si resero conto che la sua posizione era marginale. Anche se il pm Perrone nel 1982 iscrisse un’ipoteca giudiziale di 50 milioni di vecchie lire sulla casa di Anna Maria Cancellieri e Sebastiano Peluso per ottenere il pagamento delle spese legali del marito. Il processo penale si concluse nei vari gradi con una progressiva riduzione delle pene, per tutti gli imputati e per Peluso in particolare. “Alla fine in Cassazione fu condannato per un reato ridicolo, mi sembra fosse l’incauto acquisto”, ricorda un farmacista coimputato che è stato difeso dagli stessi legali dello studio Astolfi. Né lo studio né il ministro Cancellieri (contattata tramite il suo portavoce) hanno voluto fornire dettagli.

Bisogna affidarsi ai ricordi di alcuni arrestati, poi condannati con Peluso, che hanno accettato di parlare con Il Fatto. Ricordano bene le riunioni tra imputati nei retrobottega delle farmacie negli anni Ottanta per far fronte al vero rischio del procedimento: la decadenza della licenza da farmacista, con il suo valore. A quegli incontri talvolta si vedeva anche Anna Maria Cancellieri, che accompagnava il marito. Se è difficile ricostruire l’esito penale della posizione di Peluso, è più semplice sul piano amministrativo. Peluso e i suoi colleghi sono riusciti a evitare la decadenza dalla licenza di farmacista grazie a una sentenza del Consiglio di Stato del 2006 che ha ribaltato la sentenza di primo grado del Tar della Lombardia.

I farmacisti erano difesi dal professor Carlo Malinconico (poi ministro tecnico con Monti assieme alla Cancellieri, finito nei guai per le vacanze all’hotel Pellicano, pagate da Piscicelli e per l’inchiesta sul Sistri a Napoli) che riuscì a ottenere l’annullamento di un decreto del presidente della giunta lombarda del 1992 che aveva disposto la “decadenza sanzionatoria” dalla titolarità della farmacia. Secondo il decreto del presidente della Lombardia “tutti (i farmacisti, ndr) hanno acquistato medicinali a più riprese, a prezzi inferiori a quelli praticati dai produttori, con ‘fustelle segnaprezzo’ false”, con “reiterate irregolarità nella conduzione dell’esercizio”. Secondo il Consiglio di Stato però quel provvedimento era basato su una “formula generica” che non distingueva le responsabilità dei singoli farmacisti. Quindi non c’era alcuna ragione per disporre la decadenza della licenza per Peluso come per gli altri. I Ligresti però non hanno atteso il 2006 per assolvere e frequentare i Peluso. E per capire perché un ministro decide di telefonare a due magistrati mettendo a rischio una carriera politica con ambizioni illimitate dal Viminale al Quirinale, bisogna tornare alle sensazioni provate a ruoli invertiti 32 anni fa.

Dopo il bunga bunga, arriva il Tanka Village?

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Da bunga bunga a Tanka Village? Storie diverse ma se i fatti dovessero essere accertati in un caso e/o nell’altro a uscirne con le ossa rotte sarebbe tutta la politica italiana, esclusi rari casi. Trasferiamoci in Sardegna, per l’esattezza a Villasimius dove il Tanka Village sembrerebbe il luogo ideale per una qualche giornata di relax tra le sabbie bianchissime e il mare verde-azzurro come solo quello sardo sa essere. Qui, in questo paradiso a portata di mano sembrerebbe che a spese di Salvatore Ligresti, ci siano approdate “diverse personalità del mondo politico e istituzionale”.  Tutti questi vip avrebbero mangiato tonnellate di aragoste e trascorso vacanze da nababbi. A rivelare lo scoop è Il Fatto Quotidiano:

C’è chi giura di aver visto al Tanka, l’anno scorso e due anni fa, anche Anna Maria Cancellieri, ma il ministro della Giustizia fa sapere al Fatto Quotidiano che le vacanze degli ultimi anni “le ha passate nella sua casa siciliana”. Tra gli ospiti c’era anche un “prefetto permaloso” che, quando gli è stato “chiesto di pagare il conto”, non è più venuto.

A svelare quante “cene venivano fatte lì al Tanka” è l’intercettazione del 15 aprile 2013 tra l’ex amministratore delegato di Fonsai Fausto Marchionni e Alberto Alderisio, uomo vicinissimo al clan Ligresti. Gli investigatori stanno facendo “le pulci all’ingegnere (Salvatore Ligresti, ndr)… stanno a guardare anche i conti dell’Atahotel”, ride al telefono Alderisio. Cioè la società a cui appartiene anche il Tanka. E Marchionni chiede: “Quando lui non pagava?”. E l’altro: “Pare che ci sia un quintale, no, una tonnellata di aragoste in conto. Una tonnellata! Fai presto sai? Inviti un po’ di gente… un’aragosta pesa un chilo, fai presto! Tu sai quante cene venivan fatte, lì al Tanka… Poi c’è quello che non si sa, però sai… vengono fuori anche le cose più incredibili”.

Marchionni invece giura di aver pagato i suoi conti e Alderisio spiega che in fondo per loro non erano vacanze: “Lì era un prosecuzione dell’ufficio, perché erano tutte relazioni pubbliche, te incontravi questo, quello incontrava quell’altro, il ministro incontra questo, sottosegretario… direttore… tutti gli amici dell’Enpam (fonetico), voglio dire le cose le sappiamo! Niente di male, nulla che non sia… solo che era un periodo di grande splendore e, con una eccessiva leggerezza, si fecero certe cose! Andavano fatte in maniera diversa”. Molto diversa: perché la società Atahotelsè controllata al 51 per cento da Fonsai e al 49 da Milano Assicurazioni. Quindi quei conti non pagati e quelle aragoste divorate pesano sugli azionisti delle società assicurative. Fonsai ha un buco di 800 milioni di euro. Non solo: quando i magistrati di Torino presentarono al gip la richiesta di arresto per i Ligresti, scrissero che la società è “una scatola piena di debiti prospettici, la gran parte dei quali verso lo stesso gruppo Fonsai”.

Marchionni nei suoi discorsi al telefono svela anche un altro particolare, quello che i pagamenti dovevano in un modo o nell’altro risultare: “Ospiti illustri o meno eccetera. Ah, mi avevano assicurato quel pelatone… quell’amministratore delegato che era venuto, che aveva sistemato le cose in modo che il pagamento risultasse, ci mancherebbe altro… perché gli avevo detto: Guardi che non si può più continuare così, eh? Chiunque venga deve risultare che ha pagato, c’è poco da fare”. Anche perché “i nodi vengono al pettine”, prima o poi.

I due continuano a ragionare sui pagamenti e citano l’esempio di “Sierra Mike”, un prefetto per ora ignoto con cui lo stesso Marchionni si era arrabbiato: “Quando gli han detto che doveva pagare, non è più venuto!”. L’interlocutore conferma: “Certo, certo! ‘Sierra Mike’ era permaloso, perché non ha mai pagato in vita sua, ma sai, non è che non le sapessi queste cose; le ho sempre sapute e ho anche detto all’ingegnere: vacci piano perché qua…”. Ma don Salvatore si era alterato: “Si è incazzato tantissimo perché io gli avevo detto: no, deve pagare anche, no? Porca puttana! Ah! Ah! Non l’avessi mai detto”.

Che l’ingegnere fosse uomo generoso, del resto, lo conferma anche Gabriella Fragni, compagna di Salvatore Ligresti da 25 anni e amica del Guardasigilli. In una telefonata in cui si lamenta con la figlia di tutti quelli che sono stati aiutati e si dicono solo dispiaciuti (come aveva fatto l’amica ministra) dice, indignata: “Questa la gente è… in generale. Poi indietro. Eh sì… bisognerebbe… Sai cos’erano capaci di chiedere tutti… che potrei fare i nomi, chiedere tutti, hanno mangiato tutti…”. Anche quintali di aragoste. Ci dicano ora chi le ha mangiate.

 

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