Gli italiani ko, l’influenza dilaga! Antipiretici? C’è chi dice no

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Complice anche il freddo di questi giorni, la popolazione italiana è stata messa ko dall’influenza. Si prevede che per il prossimo fine settimana ci saranno a letto almeno mezzo milione di persone, in particolare bambini e anziani. I sintomi sono quelli conosciuti, febbre alta, brividi, mal di gola e mal di testa. Poi c’è anche il virus intestinale che può colpire gli italiani con vomito,dissenteria e crampi. Nel caso dell’influenza tradizionale, i sintomi possono persistere anche per diversi giorni, fino ad una settimana, mentre l’influenza intestinale dovrebbe risolversi nel giro di 24/48 ore.

Ma la novità dell’ultima ora deriva da Alcuni ricercatori dell’università canadese McMaster che avrebbero rilevato che la prescrizione generalizzata dell’utilizzo degli antipiretici provoca l’incremento del 5% del numero dei casi di influenza stagionale. In definitiva curare l’influenza con paracetamolo, aspirina o ibuprofene ne allargherebbe il contagio.

 Lo studio dei ricercatori canadesi è stato pubblicato su Proceeding of the Royal Society B, e invita a consumi e prescrizioni meno automatiche per i farmaci antipiretici.

Ma c’è anche chi invece è convinto che non sia dovuto ai farmaci antipiretici il dilagare dell’influenza e che quel 5% in più sia invece attribuibile ad altre cause: l’allungamento della durata della contagiosità (difficile da calcolare perchè dipende dall’età dell’ammalato) e la propensione dei pazienti a uscire di casa dopo aver fatto scendere la febbre con gli antipiretici.

Una scoperta senza precedenti in Antartide!

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Chi mai l’avrebbe potuto immaginare? E’ stata scoperta da un team di esperti del Regno Unito proprio sotto la calotta antartica. Tale regione subglaciale sarebbe più profonda del Grand Canyon e, dalla sua analisi, potrebbero emergere nuovi particolari sulla preistoria se non addirittura forme di vita credute estinte ma, al contrario, rimaste ibernate da milioni di anni. I ricercatori provenienti da diverse Università del Regno Unito – tra cui Newcastle, Bristol, Edimburgo, British Antarctic Survey, Exeter e York – hanno tracciato la Ellsworth Subglacial Highlands, un’antica catena montuosa sepolta sotto diversi chilometri di ghiaccio polare. Nella scoperta i ricercatori sono stati aiutati dai dati provenienti dai satelliti spaziali e da speciali radar trascinati da motoslitte o da piccoli aerei che riescono a penetrare la calotta artica, rilevando la conformazione del sottosuolo. La Valle subglaciale sarebbe estesa oltre 300 chilometri e si troverebbe a una profondità di circa 3mila metri, posizionata a circa 2 chilometri sotto il livello del mare.

I risultati sono stati pubblicati nell’ultima edizione del bollettino della Società Geologica degli Stati Uniti. “La scoperta di questa enorme depressione e la caratterizzazione del paesaggio montuoso circostante – ha detto il dottor Neil Ross dell’università di Newcastle, tra i principali autori della ricerca – è stata una circostanza incredibilmente fortunata”. Ross, docente di Geografia fisica ha anche aggiunto: “Abbiamo acquisito dati sul ghiaccio da entrambe le estremità di questa enorme valle nascosta, ma non abbiamo avuto alcuna informazione di dirci quello che c’era in mezzo. Per colmare il vuoto sono stati perciò utilizzati i dati satellitari”. Perché, pur essendo coperta sotto diversi chilometri di ghiaccio, la valle è così vasta che può essere vista dallo spazio.

800mila euro in meno: lo Stato taglia la ricerca sul cancro

cro-aviano-tuttacronacaTaglio consistente di finanziamenti al Cro, il Centro di Riferimento Oncologico, di Aviano, in provincia di Pordenone, che dovrà fare i conti con 800mila euro in meno. Il Ministro non è più in grado di garantire la cifra, che quindi è stata cancellata.  Nel particolare, al Cro non arriveranno più da Roma 4 milioni di euro circa, ma poco più di 3 milioni e 150 mila. E l’allarme rischia di suonare anche per i circa 150 ricercatori a contratto che potrebbero, come spiega il Gazzettino, perdere i soldi per continuare le loro linee di ricerca o i contributi legati ai loro progetti. Come dire lo stipendio, già decisamente magro rispetto ai risultati che raggiungono. Un brutto segnale che non colpisce solo il Cro, ma in generale tutti gli Istituti di ricerca della penisola.

2047 l’anno del non ritorno! Allerta clima

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Secondo i ricercatori dell’Università delle Hawaii ora possiamo avere una data per il “punto di non ritorno” ovvero un cambiamento climatico irreversibile: l’anno sarebbe il 2047. Lo studio pubblicato su Nature dopo tale data avremmo come norma anni decisamente molto caldi come quelli che si sono registrati negli ultimi 150 anni e che non rappresenterebbero più un’eccezione ma una norma. Sempre secondo i ricercatori la causa di questo surriscaldamento sarebbe dovuta al “global warming“, il progressivo riscaldamento del Pianeta. Le temperature quindi nel 2047 non potranno più tornare alla media che si era mantenuta nell’ultimo secolo e mezzo.

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Ora i ricercatori stanno cercando di richiamare l’attenzione sulle emissioni di gas che se non verranno ridotte drasticamente porteranno appunto a un “punto di non ritorno”. L’Ue si era impegnata a ridurle del 20% entro il 2020, ma chissà se l’impegno assunto verrà mantenuto, anche perché bisogna riconvertire molte fabbriche e linee di produzione e in tempo di crisi non si hanno le risorse per investire nella tutela ambientale. Se si riuscisse a livello globale a ridurre le emissioni in modo efficace il punto di non ritorno sarebbe fissato entro il 2069. Quindi qualora anche si effettuassero misure restrittive per le emissioni, il cambiamento climatico avverrebbe in ogni caso. Anche molti meteorologi affermano che il fenomeno non può essere evitato ma e unicamente frenato.

Sotto attacco saranno in particolare le aree tropicali, dove il clima è più variabile: A Lagos (Nigeria) e Jakarta (Indonesia) il cambiamento avverrà già nel 2029, a Pechino (Cina) nel 2046, a New York (Stati Uniti) nel 2047 e a Londra (Gran Bretagna) nel 2056. L’Italia, secondo le previsioni, dovrà dire addio al suo clima consueto già nel 2044.

Pompei restaurata dalla Germania.

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Pompei si salverà… grazie a 10 milioni di euro e un team  superspecializzato di professori e ricercatori della Technische Universität di Monaco di Baviera e dell’istituto Fraunhofer di Stoccarda. Così la Germania investe nel patrimonio culturale italiano con un programma di restauri e ricerca decennale che si occuperà anche della scelta di materiali antichi da utilizzare per la conservazione del sito vesuviano.

“Conservare Pompei per l’eternità”, “Sottrarre Pompei al secondo seppellimento” gli slogan usati dai ricercatori bavaresi per sintetizzare il senso di un progetto internazionale, che vede scendere in campo il top della scienza tedesca: da un lato il Fraunhofer, il più grande centro di ricerca tecnica d’Europa, una corazzata di tecnologia e innovazione, 22 mila dipendenti, finanziata dall’industria tedesca, oltre che dal governo federale e dai land, con l’Istituto per la fisica delle costruzioni, l’Ibp che ha sede a Stoccarda; dall’altro la Tum, Technische Universität München, l’università numero 1 in Germania secondo la classifica annuale stilata a Shanghai. Progetto definito, saranno inizialmente oltre una cinquantina gli esperti impegnati a Pompei.

Il “Pompei Sustainable Preservation Project”, il Progetto Pompei per la conservazione sostenibile, sarà sviluppato in dieci anni, partenza estate 2014. Terzo promotore del progetto è l’Iccrom, il centro studi per il restauro affiliato all’Unesco, che ha sede a Roma. Partner italiano è il Cnr che partecipa con l’Ibam, l’istituto per i beni archeologici e monumentali di Catania

“L’idea di fare qualcosa per Pompei  –  racconta Ralf Kilian, capo del settore restauro del Fraunhofer  –  venne dieci anni fa a me e all’archeologo Albrecht Matthaei mentre lavoravamo nella città romana e vedevamo le rovine disgregarsi sempre più. La cattedra di restauro della Tum di Monaco e il professor Emmerling potranno introdurre nuovi concetti per la conservazione di Pompei”.

Gli istituti coinvolti collaboreranno con la Soprintendenza per i beni archeologici di Pompei e l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, per far divenire Pompei un centro di ricerca sulla conservazione dell’architettura antica. Il programma coinvolge anche la School of geography and environment dell’Università di Oxford, il Dipartimento di storia antica dell’Historicum della LudwigMaximiliansUniversität Munchen (Lmu Munchen), il Deutsches Archäologisches Institut (Dai) di Roma e l’Università di Pisa.

“Dobbiamo curare questa eredità  –  ha spiegato Klaus Sedlbauer, direttore del Fraunhofer  –  non soltanto per conservare l’antico, ma anche per sviluppare il nuovo”. Il programma dei lavori prevede di intervenire in maniera completa su un’intera insula di Pompei. Si opererà in maniera esemplare, con un restauro radicale, dai giardini fino alle coperture, affrontando il problema delle acque piovane e sperimentando l’utilizzo di malte antiche, adatte a resistere e a garantire condizioni di conservazioni ottimali nel tempo.

“Oltre al restauro a regola d’arte e alla messa in sicurezza duratura degli edifici antichi  –  spiega il professor Erwin Emmerling della Tum di Monaco  –  il team vuole sviluppare strategie e metodi innovativi per prevenire un ulteriore decadimento. Questo significa anche creare nuovi sistemi per edifici di protezione, e costruirli tutelando sia le rovine, sia i visitatori, nonché allestire aree verdi compatibili con il valore storico degli giardini antichi”.

Oltre al team di archeologi e restauratori che sarà impegnato tutto l’anno, dal 2015 è prevista la nascita di una summer school per formare sul campo 510 persone all’anno. I partner del “Pompei Sustainable Preservation Project” sono alla ricerca di una società di raccolta sponsor o di un mecenate che garantisca la prosecuzione negli anni del programma di restauri.

“Con questo intervento  –  racconta il referente italiano del progetto, Daniele Malfitana, direttore dell’Ibam Cnr  –  una nuova generazione di ricercatori e restauratori provenienti da diversi paesi si confronterà con gli esperti del settore e le best practices messe in campo per Pompei potranno così essere impiegate in altri siti nel mondo”.

Speriamo solo che gli archeologi tedeschi non facciano interventi di restauro invasivi come quelli che furono poi oggetto di critiche per il Partenone.

Animalisti e ricercatori a confronto a Milano: alta tensione

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E’ dovuta intervenire la polizia per tenere sotto controllo la situazione a Milano, dove oggi è stata scritta una nuova pagina dello scontro fra animalisti e ricercatori. Sullo sfondo di piazza Mercati, nel cuore della città, durante una manifestazione dell’associazione Pro-Test Italia a favore della sperimentazione sugli animali, un gruppo di animalisti vestiti di nero e incappucciati si è avvicinato ai ricercatori, circa un centinaio, reggendo cartelli e urlando “assassini”. I due “schieramenti” si sono fronteggiati poi per ore, mentre i ricercatori tentavano di proseguire con gli interventi previsti per la loro manifestazione e gli animalisti impegnati in un’azione di disturbo.  Tra i due gruppi, a far da barriera, la polizia. La manifestazione “in difesa della ricerca che salva la vita” era stata organizzata per dire basta alla razzia e ai danni che compiono gli animalisti quando invadono laboratori e istituti di ricerca, per sostenere le ragioni della ricerca scientifica e l’irrinunciabilità a “utilizzaregli animali per la salvaguardia della salute umana”. Come hanno spiegato gli organizzatori, s’intedeva “rispondere alle azioni estremiste degli animalisti in Italia, in sostegno della ricerca su animali, adempiendo allo scopo che la guida fin dalla sua nascita: dare una voce alle Istituzioni e agli scienziati intimiditi e messi a tacere dall’estremismo crescente degli animalisti, tramite volontariato e attività no profit”. Tre dunque gli obiettivi che ci si era prefissati: “La difesa del diritto dei ricercatori a lavorare in un clima sereno e senza minacce; il riconoscimento del ruolo che ha svolto e svolge la sperimentazione animale nella ricerca di base e nello sviluppo delle terapie; e la promozione di un’informazione alla portata di tutti su queste tematiche”.

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Il cervello è in grado di produrre un valium naturale

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Due ricercatori della Standford University School of Medicine, in California, hanno scoperto che il cervello è capace di autoprodurre una piccola proteina con effetti calmanti. Un “valium” naturale, in pratica. E’ stata la rivista Neuron a pubblicare la scoperta e a rendere così pubblico come questa sia anche riuscita a certificare come tale proteina abbia “lo stesso meccanismo d’azione degli ansiolitici”, le benzodiazepine. Il nome della proteina è Dbi e offre la chiave per nuovi farmaci anti-ansia e anti-epilessia. Le benzodiazepine danno dipendenza e agiscono sul cervello aiutando il neurotrasmettitore Gaba. Quest’ultimo altro non è se non il “calmante” per eccellenza che si lega ai recettori sui neuroni e li calma riducendo la loro attività. Anche la molecola naturale, la Dbi si comporta in questo modo attivandosi nel talamo,  regione ritenuta chiave per gli attacchi epilettici. La scoperta, stando ai ricercatori, può dar l’avvio a un nuovo fronte nella ricerca che potrebbe portare allo sviluppo di nuovi farmaci antiepilettici e anti-ansia

Cosa dice il vostro cane? Ora lo scienza lo spiega!

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Tutti i proprietari di cani dicono la stessa cosa. Sono capaci di dire esattamente quello che pensa il loro animale. Non vi sforzate di spiegare che questa pretesa facolta è il frutto del loro amore per l’animale, rischiate di contrariarli e di passare per un profano.

Del resto possono ora sostenere che la loro idea ha un appoggio scientifico. Ricercatori americani hanno in effetti constatato che è possibile identificare con precisione le emozioni dei cani semplicemente osservando i loro cambiamenti di espressione facciale. E lungi da essere un affare per iniziati. Lo studio ha esattamente stabilito che dei volontari dotati di piccola esperienza della compagnia canina erano comunque capaci di capire quando un cane era felice, triste, in collera o sorpreso alla sola osservazione di una foto della testa dell’animale.

Per Tina Bloom, la psicologa conduttrice del progetto “non c’è alcun dubbio che gli uomini sono capaci di riconoscere gli stati emozionali sugli altri umani e di leggere con precisione le loro espressioni facciali. Noi abbiamo dimostrato che sono ugualmente capaci di esswere precisi quando si tratta di identificare le espressioni del viso di un cane”, ha detto dans le Journal Behavioural Processes nel quale è stato pubblicato lo studio.

Per arrivare a questa conclusione, Tina Bloom e la sua equipe hanno presentato delle foto di Mal, un berger belga di cinque anni che esprimevano diverse emozioni, a cinquanta volontari divisi in due gruppi in base alla loro esperienza con i cani.

Per provocare queste espressioni facciali, i ricercatori hanno rimproverato il cane quando volevano che esprimesse tristezza, gli hanno fatto feste se volevano che fosse felice, lo hanno sorpreso nel mezzo di un momento di agitazione o lo hanno snervato prendendolo di sorpresa travestiti da ladri… Al punto di ottenere una serie di foto con tutta la gamma delle espressioni facciali differenti.

Risultato, l’emozione più largamente riconosciuta era dio gran lunga la felicità con l’ 88% di risposte buone , seguita da vicino dalla collera con il 70% di risposte positive. Un po’ più del 45% dei partecipanti allo studio è stato capace di riconoscere quando Mal sembrava aver paura, mentre il 37% hanno saputo identificare la tristezza nell’aria di cane bastonato di Mal.

Alla fine, le espressioni canine che si sono dimostrate essere le più complicate a riconoscere sono state la sorpresa e il disgusto che hanno raccolto rispettivamente il 20% e il 13% di risposte buone.

Fatto notevole, i ricercatori hanno constatato che i partecipanti poco abituati alla presenza canina erano nei fatti i più svelti a capire quando un cane è in collera o ha disgusto. Per i ricercatori è certamente perchè i proprietari di cani sono convinti della non aggressività del loro animale e identificano qusta espressione come un semplice segnale di voler giocare.

Tina Bloom spera che nuove ricerche siano condotte su specie di animali differenti al fine di poter determinare se questa apparente empatia naturale con la razza canina si può applicare a tutti i mammiferi o se si applica all’inverno per l’evoluzione e la prossimità di cui l’uomo e il cane danno prova ormai da migliaia di anni.

 

I delfini si chiamano per nome!

Emettono suoni secondo il compagno che devono chiamare quindi il brusio dei delfini non è un verso astratto, ma ha un’utilità. Questi suoni che vengono chiamate   firme vocali, permettono il riconoscimento tra di loro e inoltre la possibilità di chiamare il delfino più lontano. Questo studio è stato pubblicato sulla seria rivista Proceedings of the Royal Society B.

Per arrivare a queste conclusioni, i ricercatori biologo dell’università scozzese di St. Andrews hanno analizzato molte ore di registrazioni, le prime risalgono agli anni Settanta.

Durante la ripresa dei suoni, due delfini sono stati separati. Non potevano vedersi, ma potevano sentirsi.

I risultati dei ricercatori hanno dimostrato che durante il periodo della cattura i delfini imitano la firma vocale dell’altro delfino. Un modo di comunicare particolarmente usato soprattutto quando i due delfini studiati erano una madre e suo figlio o due animali molto legati.

Tuttavia le imitazioni delle caratteristiche vocali non sono totalmente identiche. All’inizio e alla fine delle imitazioni, i delfini modulano il loro suono. Per gli scienziati, si tratta senza dubbio di una maniera di introdurre altre informazioni nell’imitazione, come la propria firma vocale..

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