I renziani all’attacco dei pensionati… soprattutto se si chiamano Scalfari!

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Vendetta trasversale? Renzi e il suo gruppo all’attacco dei pensionati? In un articolo scritto da Franco Bechis su Libero e intitolato “La pugnalata dei renziani a Scalfari: vogliono tagliargli la pensione – Un emendamento alla legge di stabilità vuole impedire altri redditi per chi ha un vitalizio lordo da 150mila euro l’anno. Come fondatore di Repubblica, assai critico con Renzi…”:

“La firma è quella del capogruppo Pd alla Camera dei deputati, Roberto Speranza. Ma dietro la sua seguono decine di altri deputati, e spiccano i bei nomi del gruppo più legato a Matteo Renzi: da Matteo Richetti a Sandra Bonafè a Maria Elena Boschi. Grazie a quelle firme – apposte sotto a un emendamento alla legge di stabilità – il Partito democratico ha lanciato la sua personale caccia ai pensionati più facoltosi di Italia. Tutti, pubblici e privati.

Chiedendo che nessuno che sia andato in pensione con il vecchio sistema retributivo possa percepire redditi di qualunque natura di altro tipo se la sua pensione lorda supera i 150 mila euro annui. Da lì in su bisognerà scegliere fra altri tipi di emolumenti e la pensione, perché gli istituti di previdenza sono comunque tenuti a scalare i redditi extra dall’importo pensionistico fino ad assorbirlo del tutto.

Fra i redditi che farebbero scattare la tagliola sono stati inseriti sia quelli tradizionali da lavoro dipendente (qualsiasi sia la forma in cui vengono percepiti), che quelli di lavoro autonomo. Secondo la norma ideata dal Pd rischia di perdere la pensione ad esempio chi percepisca diritti di autore o redditi da collaborazione varia. Se a uno scrittore riesce un libro di successo, è probabile che d’ora in avanti debba rinunciare alla sua pensione tradizionale, a meno che l’importo percepito non sia assai contenuto.

Non dovrebbero essere tantissimi i pensionati a più di 150 mila euro lordi l’anno che rischiano l’improvvisa tagliola del Pd. E siccome la norma proposta sembra avere avuto l’imprimatur del nuovo segretario Pd, Matteo Renzi (che sull’attacco alle pensioni alte aveva impostato buona parte della sua campagna per le primarie), si è scatenata una sorta di caccia alle vittime predestinate. C’è qualche preda in particolare per cui è stata immaginata questa norma? Ufficialmente nessuno lo ammette, ma in privato non manca una rosa di nomi delle possibili vittime.

E fra tutti il più gettonato sembra essere quello di Eugenio Scalfari, fondatore ed editorialista di Repubblica. Lui è sicuramente in pensione da giornalista, e con il metodo retributivo l’emolumento non deve essere così basso. Oltretutto viene cumulato con il vitalizio da circa 40 mila euro lordi annui che Scalfari ha come ex parlamentare.

A quanto ammonti tutto ciò, non è noto, anche se per l’anno 2005 grazie a Vincenzo Visco il reddito di Scalfari come quello di tutti gli italiani è finito online per una notte: come redditi da lavoro dipendente (dove c’erano le pensioni) dichiarava in tutto 418.585 euro.

Il fondatore di Repubblica sarebbe certamente vittima della norma Pd che piace tanto a Renzi, e potrebbero nascergli problemi sia per il contratto da editorialista con Repubblica che per eventuali diritti di autore percepiti con i libri.

Chiacchiera per chiacchiera, la tagliola sulla pensione di Scalfari viene raccontata nel gruppo Pd come una sorta di vendetta di Renzi e buona parte del partito per l’eccesso di ostilità mostrato nei confronti del cambio generazionale nel primo partito della sinistra.

Poco più di un mese fa Scalfari aveva scritto parole molto taglienti sul nuovo segretario del Pd: «Il talento glielo riconosco ed è anche simpatico quando si ha l’occasione di incontrarlo, ma non credo che lo voterò alle primarie del Pd per la semplice ragione che, avendo promesso tutto, la sua eventuale riuscita politica rappresenta un’imprevedibile avventura e in politica le avventure possono giovare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresenta».

Ora la risposta assai più dura del segretario affiancato da mezzo partito: portare via la pensione a Scalfari.

E chissà se l’idea non sia stata suggerita proprio dall’interno di Repubblica, dove da Ezio Mauro in giù l’appoggio a Renzi è quasi monolitico.

Certo per Scalfari dovere lavorare gratis non sarà incentivo a super-produzioni extra (dalle interviste al Papa in poi…) Naturalmente la legge varrebbe anche per altri pensionati più che noti.

Quelli ricchissimi e in testa alle classifiche, grazie alle famose norme sulla previdenza telefonica come Mario Sentinelli (il pensionato più ricco di Italia) e i vari Mauro Gambaro, Alberto De Petris, Gianfranco Fanelli e Vito Gamberale (anche loro dovrebbero rinunciare alla pensione o parte di essa per percepire altri emolumenti). Ma finirebbero nella tagliola anche altri personaggi di primo piano, e in particolare gli ex di Bankitalia.

Verrebbero tagliati i diritti di autore anche all’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi(appena festeggiato per il suo 93° compleanno) e l’ex direttore generale, Lamberto Dini. Ne sarebbe vittima perfino l’attuale ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che dovrebbe esercitare gratis il suo mandato. Identico rischio anche per l’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, che però al momento percepisce uno stipendio da banchiere centrale interamente dichiarato (e generosamente tassato) all’estero.

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Quella stanzetta al Nazareno… per Bersani!

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Una stanzetta quasi insignificante al Nazareno: 2 metri per 1,5. In precedenza appartenuta a un funzionario del coordinamento e poi assegnata a Pier Luigi Bersani. Mentre l’Italia precipita sui dati dell’industria, mentre il rapporto Pil debito pubblico rischia di sforare il 3%, mentre viene proposto un anticipo di Service Tax per camuffare la seconda rata dell’Imu, mentre c’è bufera in Telecom e l’Ansaldo sta per passare ai coreani e mentre si perdono posti di lavoro ogni giorno, al Pd si litiga per la stanzetta di Bersani.

I colleghi dell’ex segretario avrebbero alzato il problema e la vicenda sarebbe diventata di dominio pubblico dopo la Velina Rossa di  Pasquale Laurito.

”Si è perso – scrive il giornalista – ogni ritegno e si ha la sensazione che non esista più rispetto per chi ha lavorato per il partito. Gli uomini possono essere criticati per le loro scelte, ma quando si arriva ad essere maleducati e a polemizzare perfino sulla stanza che spetta ad un ex segretario di partito, c’è davvero da allarmarsi. Evidentemente ci sono già i gerarchetti pronti a compiacere il nuovo ducetto”.

C’è chi imputa la polemica ai renziani (tanto ormai se piove la colpa è sempre e comunque del sindaco di Firenze e dei suoi sostenitori), ma è pur vero che la critica c’è stata e poco importa chi l’abbia sollevata. Quello che sorprende, ma neppure, purtroppo, stupisce è che per l’ennesima volta si litighi per tavoli,poltrone e stanze. Così è costretto a  intervenire anche il tesoriere  del Pd Antonio Misiani:”Tra le tante, troppe polemiche inutili nel Pd, quella sulla stanza di Bersani è la più stupida e assurda. Il Pd è e rimarrà la casa di tutti, a partire da coloro che si sono assunti la responsabilità di guidarlo dalla sua nascita”.

Bersani si è ben guardato dall’entrare nella poco nobile querelle. Dovrà però trovarsi una sistemazione dal momento che neppure al gruppo di Montecitorio dispone di una stanza privata.

Forse c’è ancora da smacchiare il giaguaro.

I renziani prendono di mira il Monopoly… e la rete si scatena a suon di battute!

monopoly-renziani-tuttacronacaSette deputati del Pd, i renziani Michele Anzaldi, Marina Berlinghieri, Matteo Biffoni, Luigi Bobba, Lorenza Bonaccorsi, Federico Gelli ed Ernesto Magorno, hanno scritto all’ambasciatore USA in Italia riguardo la nuova versione del Monopoly a sfondo finanziario. La lamentela deriva dal fatto che nel gioco non ci sarebbe la casella “prigione”.

Gentile ambasciatore degli Stati Uniti, in queste ore è tornato d’attualità lo scandalo del mutui subprime che nel 2008 portò al crollo dei mercati azionari di tutto il mondo e avviò la grave crisi economica che ancora oggi colpisce l’Europa, gli Stati Uniti e non solo. Il governo americano ha puntato l’indice contro Bank of America e lo stesso Presidente Barack Obama ha dichiarato: «Tornare al sistema della bolla destinata a scoppiare che ha causato la crisi finanziaria è inaccettabile».

Ricordiamo ancora la filosofia del Presidente, come enunciata nel dicembre 2009, a soli pochi mesi dal crollo di Wall Street: «Sono necessarie nuove regole per la finanza, che correggano l’irresponsabilità sfrenata che ha generato la crisi economica… un disastro che si sarebbe potuto evitare se, non solo avessimo avuto nuove regole per Wall Street, ma avessimo avuto il coraggio di applicarle contro chi le viola. Gli speculatori stanno tornando in Borsa, i soliti squali, non lo permetteremo». Ma in questi giorni, e contraddicendo la chiave etica del Presidente, l’azienda statunitense Hasbro starebbe per lanciare la nuova versione dello storico gioco da tavolo «Monopoly». Stavolta però le tradizionali proprietà immobiliari sono sostituite da pacchetti azionari di grandi multinazionali.

Si passa dall’acquisto di immobili alla speculazione in Borsa e inoltre, novità decisamente preoccupante, sarebbe stata abolita la casella della «prigione». Mentre la Casa Bianca, con realismo e saggezza, pone l’accento contro le frodi dei titoli e gli abusi degli strumenti finanziari, il «Monopoly», gioco che da generazioni alfabetizza i giovani sui meccanismi del libero mercato, torna ad esaltare la turbo economia che ha aperto la crisi finanziaria 2008, , con il messaggio diseducativo che, in caso di violazione delle regole, non si viene neanche puniti. Contrariamente a quanto accade in realtà negli Usa dove l’illecito in Borsa è punito anche con il carcere.

Per noi gli Stati Uniti rappresentano il faro sulle tutele ai consumatori e spesso il nostro Paese ha seguito gli Usa su battaglie sociali a protezione dei cittadini. Perciò ci permettiamo di chiederle se non sia il caso di valutare eventuali provvedimenti delle autorità competenti o comunque una posizione critica sul nuovo «Monopoly», gioco distribuito in tutto il mondo e quindi anche in Italia.

Ovviamente non potevano mancare le reazioni della rete, in particolare su Twitter, dove gli utenti si sono sbizzarriti a pensare quali altri giochi potrebbero essere bersagliati dalle critiche… in un periodo in cui i politici dovrebbero concentrarsi sui problemi italiani.

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Il mattarellum che potrebbe “spalmare” ulteriormente il Pd… la mozione Giacchetti

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29 maggio: giornata simbolo dell’inizio del cammino delle riforme istituzionali. Il piano era questo. Peccato che sia lo stesso Pd, o meglio parte del Pd, a mettere i bastoni tra le ruote del governo di larghe intese. L’ex radicale, ora renziano, Roberto Giachetti, che in passato si era già reso protagonista di battaglie estreme sulla legge elettorale, ha raccolto un centinaio di firme (tra Pd e Sel) intorno ad una mozione parlamentare che chiede il ripristino del vecchio sistema: il Mattarellum, fumo negli occhi per il Pdl. Una pistola carica, che rischia di far saltare il delicato equilibrio (che non tutti apprezzano, soprattutto tra l’elettorato) raggiunto con il Cavaliere sulle riforme, vale a dire i ritocchi al Porcellum. Ma è proprio questo che, come reazione, ha fatto scattare l’iniziativa di Giachetti, firmata in blocco dai renziani, nonché da Sinistra e libertà e da chi nel Pd vive il ritorno al proporzionale come una specie di incubo, ossia Renzi. Il governo, a questo punto, ribatte lasciando trapelare l’intenzione di sfilarsi dal tema legge elettorale e demandarlo alle Camere. Però lo scontro in casa Pd trae nuova energia dalla questione. Agitazione quindi tra i parlamentari dem al diffondersi della voce che E’ solo una mozione, non una legge, ma potrebbe provocare la definitiva esplosione. Il fallimento delle amministrative, inoltre, sembra dare una spinta definitiva verso questa possibilità: “Il 50 per cento di astensione a Roma è un segnale – si sfoga una deputata renziana – chi non ha votato ci chiede di fare qualcosa, non ci chiede di approvare una mozione che non dice e non decide nulla sulle riforme, come quella elaborata da Pd e Pdl”. Ed è dall’incostistenza delle larghe intese che si trova energia per andare avanti.  “La mozione Pd-Pdl è acqua fresca”, afferma un altro renziano. “Hanno anche cancellato la data del 30 luglio entro la quale approvare le modifiche al Porcellum!”. Intanto si cerca di convincere al dietrofront Giacchetti, ma è lui stesso ad affermare che non ritira “niente”. Intanto arriva un nuovo monito da Renzi: “Il governo sarà forte se farà le cose, se è un governo che chiacchiera e vivacchia trascinerà l’Italia in basso”. Quanto al Pd e il test amministrative: “Dovevano dimezzare i parlamentari e hanno dimezzato i voti…”. Ma cosa temono i firmatari della mozione? Che ci si limiti ad un semplice restyling del Porcellum, con conseguente ritorno al proporzionale e alle ‘larghe intese per legge’, in caso ancora una volta non ci fosse un netto vincitore alle elezioni. E dunque addio sogni di premiership per il sindaco di Firenze che però, almeno per quanto riguarda questa mozione, ha diversi appoggi all’interno del suo partito.

Mattarellum

Epifani alla guida del PD: per lui l’85,8% di voti

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Durante all’Assemblea del PD, i vari politici che hanno preso la parola hanno commentato la manifestazione contro i pm organizzata dal PdL a Brescia. Se per Epifani “A Brescia il PdL mette mine”, mentre la Bindi ha attaccato Alfano: “Grave che vada a una manifestazione contro i giudici”, considerato anche il suo ruolo di vicepremier. E se Renzi ha auspicato che i democratici “non subiscano questo governo”, Letta ha confermato il suo appoggio alle toghe: “Rispetto sempre e comunque la magistratura”. Il Premier è poi passato al lanciare l’allarme sulla disoccupazione giovanile, priorità che “deve essere affrontata a livello nazionale ed europeo con misure immediatamente applicabili”. L’accento è poi stato messo su due tra le riforme che varerà il governo,  quella elettorale e ”la fine del finanziamento pubblico dei partiti come lo abbiamo conosciuto sostituito da forme che diano protagonismo alla società”. Letta è apparso determinato sul palco: “Mi dedicherò con impegno totale alla missione che il Parlamento mi ha dato. Non governerò a tutti i costi ma con tutte le energie che il Signore mi ha dato”.  Al termine dell’Assemblea, la votazione ha eletto Epifani a nuovo segretario del PD con l’85,8% dei voti.

Ma chi è il nuovo segretario del PD che dovrà traghettare il partito fino al Congresso?

Nato a Roma il 24 marzo 1950, Guglielmo Ettore Epifani è un sindacalista e politico italiano ed è stato  segretario generale della Cgil dal 2002 al 2010. Dopo aver seguito la famiglia a Milano per poi tornare nella capitale, Epifani prese la maturità classica al Liceo Orazio per poi iscriversi a La Sapienza e laurearsi in filosofia nel ’73, con una tesi su Anna Kuliscioff. Iscritto alla CGIL, nel 1974 ne diresse la Casa editrice, l’Esi per poi approdare prima all’Ufficio sindacale e quindi a quello Industria della Confederazione. Iscritto prima al PSI e poi al partito dei Democratici di Sinistra, intraprende la carriera di dirigente sindacale prima come segretario generale aggiunto della categoria dei lavoratori poligrafici e cartai per poi entrare nella segreteria confederale. Nel 1993 riceve la nomina a segretario generale aggiunto da Bruno Trentin mentre l’anno successivo lo vede come vice di Sergio Cofferati dal 1994 al 2002, quando diventa Segretario Generale della CGIL, posizione che occuperà fino al 2010. Alle ultime elezioni, Epifani è stato candidato ed eletto alla Camera dei Deputati come capolista della lista PD nella circoscrizione Campania I.

Guglielmo Epifani dirigerà il PD fino al congresso? Oggi Assembla al voto

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Spetterà a Guglielmo Epifani il compito di traghettare il Pd fino al congresso? Grazie all’ampia convergenza sulla sua figura, al termine di due giorni “di consultazione e di confronto”, del  “gruppo indicato dal coordinamento per preparare l’Assemblea nazionale”, sarà quindi suo il nome che verrà sottoposto oggi al voto dell’Assemblea. Una nota del Pd, firmata dai vicepresidenti dell’Assemblea, Marina Sereni e Ivan Scalfarotto, i capigruppo Roberto Speranza, Luigi Zanda e David Sassoli e il coordinatore dei segretari regionali Enzo Amendola, spiega infatti che “il suo profilo risulta il più idoneo a condurre il partito verso la stagione congressuale e nelle nuove e impegnative responsabilità che spettano al Pd nella difficile fase politica del Paese”. Cadute quindi le ipotesi Fassino e Finocchiaro, gli altri due nomi ipotizzati come candidati alla segreteria dei democratici, Epifani sembra ricevere ampi consensi, come dimostra anche un tweet di Franceschini: “Epifani ha l’autorevolezza, il buonsenso, l’esperienza che servono adesso per sostenere il governo e rilanciare il partito tenendolo unito”. Anche Speranza, capogruppo del Pd alla Camera, condivide l’opinione: “Epifani è la persona giusta per guidare il Pd in questo passaggio difficile. A lui va il mio pieno e convinto sostegno”.

L’epifania del Pd!

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Epifani verso la nomina a sottosegretario?

E’ aria pesante, convergenza sì ma tanta paura serpeggia negli animi dei democratici. Ogni nome rischia di essere sottoposto al linciaggio avvenuto con l’elezione del Capo dello Stato. Ogni nome può diventare l’ennesimo “Prodi o Marini”.  E se c’è chi ormai è convinto che la figura di aggregazione possa essere proprio Epifani c’è chi rovina immediatamente la festa e riporta alla realtà concreta di un Pd dalle molte ( e troppe) identità.

E’ Pippo Civati che sottolinea: “E’ in continuità con il vecchio gruppo dirigente, se il candidato sarà lui, ce ne saranno altri: un’epifania”.

E il problema del Pd sembra ancora una volta generazionale, con i giovani ceh spingono ma non hanno un nome su cui riunire le loro forze per i troppi protagonismi che sono emersi nelle ultime ore, e un vecchio “regime” che vuole imporre una figura di politica spolverata, ma che conserva ancora l’odore di naftalina.

Chi sarà il prossimo ad essere demolito dai franchi tiratori?

Dibattito in aula ed emergono 30 dissidenti Pd!

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30 disertori? 30 delatori? 30 deputati Pd. L’unanimismo è finito e le divisioni del partito sono sorte prepotentemente in aula. Le commissioni parlamentari hanno spezzato le maglie del Pd e questa volta a fare lo strappo non ci sono solo i renziani ma anche la prodiana Sandra Zapa e la veltroniana Marianna Madia, solo per fare due nomi. Proprio nel giorno in cui Berlusconi e Bersani si incontrano, la coalizione di centro sinistra sembra più fragile del solito.

La questione delle commissioni viene alla fine risolta con l’annuncio del capogruppo Roberto Speranza che anche il Pd farà i nomi dei suoi commissari. Tanto le commissioni non partiranno mai senza un governo, è la convinzione dei più. “Capisco la volontà di protagonismo di ciascuno. Invieremo nei prossimi giorni i nostri nomi per le commissioni dopo aver discusso con l’ufficio di presidenza del gruppo e con i colleghi del Senato”, dice Speranza. In Transatlantico arrivano gli echi della discussione. C’è Beppe Fioroni che se la prende con i renziani e gli altri ‘critici’: “Abbiamo finito di dare interviste sul governissimo e ora iniziamo con la questione delle commissioni. Mai che si discutesse della vera questione attuale, cioè l’elezione del presidente della Repubblica. Hanno detto che sulle commissioni ci insegue Grillo… Ai grillini gli farei pagare la luce e il surplus dei consumi causati dalla loro scelta di occupare l’aula fino a mezzanotte…”. Gli animi sono agitati, come si vede.

L’Unità contro Matteo… i renziani attacano!

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NO DI RENZI AL GOVERNO BERSANI!

Così l’Unità cerca ancora di reggere il gioco a un Pier Luigi bruciato dalla sua stessa politica. Il direttore Claudio Sardo, nel suo editoriale, argomenta la scelta del titolo così: “Secondo Renzi, il successore di Napolitano deve scartare il ‘governo del cambiamento’ proposto dal Pd e passare subito al ‘piano B’ (maggioranza Pd-Pdl) o addirittura al ‘piano C’, cioè lo scioglimento delle Camere”. Una lettura che già ieri i renziani respingevano: Matteo non ha mai detto sì al governissimo, ha solo detto o si fa un governo o si va a votare, senza perdere tempo. E stamattina lo stesso Renzi ha contrattaccato: “Intesa col Pdl? E’ Bersani che la vuole” e la controprova ne sarebbero i contatti tra Maurizio Migliavacca e Denis Verdini.

Matteo Richetti, attraverso la sua pagina Facebook,  chiede le dimissioni di Claudio Sardo, direttore de L’Unità. E lo fa con un lungo post su facebook:

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Ribatte il portavoce di Bersani, Stefano Di Traglia: “Chiedere dimissioni di un direttore perché non si concorda con un titolo – scrive Di Traglia – è un atto grave. Sì a critiche, no a censure”. E ancora Di Traglia: “Tutti i giornali italiani hanno capito la stessa cosa scritta da l’Unità. Elezioni o governissimo cosa vuol dire?”, scrive il portavoce di Bersani alludendo al fatto che le due alternative poste da Renzi escludono implicitamente la terza via, quella bersaniana del governo di cambiamento.

Sulla stessa linea di Di Traglia Chiara Geloni, direttrice di Youdem tv. “Solidarietà a Claudio Sardo. Chiedere le dimissioni di un direttore per un titolo sgradito è molto grave. Fermatevi, per carità”, ha chiesto. Quanto al merito, ha aggiunto, “è un titolo perfettamente legittimo. un’interpretazione politica, se si vuole. Opinabile, come tutte”.

Giunge immediata la replica immediata del neo deputato Pd. “Stefano – afferma Richetti – si è passato il segno. E non c’è bisogno di dettagliare. Penso ci siamo capiti”. E su twitter chiarisce: “Non bisogna uscire dal Pd. Bisogna uscire da questo circo autoreferenziale che ha bisogno di notizie anche a costo di inventarle”.

“Ricomincia la vergognosa propaganda dell’Unità e di Youdem contro Matteo Renzi”, ha attaccato ancheRoberto Reggi. “I media di un partito dovrebbero riportare le posizioni dei militanti e dei dirigenti e non tifare per qualcuno”, ha rincarato Angelo Rughetti. ”E’ questo lo stile de l’Unità? Già durante la campagna per le primarie aveva dato del ‘fascistoide’ a Matteo Renzi: oggi, con una palese falsità, sceglie un titolo assolutamente lontano dalla realtà e offensivo, anche nei confronti dei nostri elettori. A questo punto mi sembra naturale chiedere le dimissioni del direttore del giornale del mio partito”, è il messaggio del deputato renziano Ernesto Carbone a sostegno dell’iniziativa di Richetti.

Fioroni su tweetta ironico: “Renziani tolleranti: Sardo scelga se licenziato subito per il titolo o dopo con tutti una volta che viene tolto il finanziamento pubblico. Che buoni!”.

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