La Grecia lascia l’Europa? Ecco il sogno all’ombra del Partenone

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Il sogno dei greci? Mollare l’Europa e tornare con i turchi, come ai tempi dell’Impero Ottomano. Questa, almeno, l’opinione di Yigit Bulut, già analista finanziario e conduttore televisivo, dal luglio scorso adviser del premier Recep Tayyip Erdogan, a cui è fedelissimo.

“Se oggi in Grecia fosse fatto un referendum – da detto Bulut durante un’intervista all’emittente Haberturk – Almeno il 51% voterebbe per l’uscita dall’Europa e il ricongiungimento con la Turchia”.

Un punto di vista singolare, se si considera che nel 1830 l’indipendenza dall’Impero Ottomano costò alla Grecia una lunga e sangionosa guerra di indipendenza e che la Mezzaluna è stata guardata per decenni con sospetto, quando non con un odio viscerale che per alcuni aspetti si trascina anche oggi. Eppure, l’adviser non ha dubbi. Con la sua crescita economica, la sua stabilità, l’influenza che ha in tutta la regione, ormai l’unico Paese della Mezzaluna a vocazione europea ha maturato un’identità superiore, che va al di là di quella turca.

Bulut sta diventando uno dei bersagli preferiti della stampa nazionale grazie alle sue dichiarazioni, che spesso colpiscono perché quanto meno fantasiose. Pochi giorni fa aveva fatto scoppiare un piccolo putiferio nel governo per aver definito il premier Erdogan “l’unico vero socialista in Turchia”. Se si conta che Erdogan stesso si è sempre collocato nelle correnti dell’Islam moderato, si capisce che l’identificazione del suo adviser è giunta poco gradita.

Altro giro, altro regalo: durante le proteste di Gezi Parki negli scorsi mesi, che hanno visto andare in piazza milioni di persone, Bulut aveva detto che alcuni poteri esterni stavano attentando alla vita del primo ministro, il problema è che, secondo lui, stavano cercando di farlo con la “telecinesi”. Affermazioni che superano la soglia della fantasia e che hanno procurato non pochi imbarazzi alla Presidenza del Consligio.

 

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Ragazzi in gonna, dopo il divieto nelle scuole!

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I giovani turchi sembrano avviati sulla strada di una coscienza internazionale, ambientalistica e sociale che li sta proiettando oltre i confini del loro Paese.  Così quando il preside di una scuola di Antalya  ha vietato alle studentesse di indossare la gonna nelle ore scolastiche, i ragazzi hanno deciso di presentarsi in gonna per protesta.

Il divieto è stato imposto la settimana scorsa, ufficialmente, secondo il direttore della scuola Hayri Bas, per consentire alle studentesse di «sentirsi più a loro agio». E anche, secondo il direttore, per «evitare problemi quando usano le scale». La misura è stata interpretata da diversi studenti come in linea con le spinte per una reislamizzazione del paese venute dal governo del premier Recep Tayyip Erdogan.

«I reazionari vedono il corpo femminile come un eccitante sessuale. Se una donna indossa una minigonna – ha detto una delle manifestanti, Hande Bueyuekacar – gli uomini possono molestarla o violentarla. Questa mentalità ha portato al divieto della gonna nella nostra scuola».

Il fotoreporter Mattia Cacciatori rischia il processo in Turchia

mattia-cacciatori-turchia-tuttacronacaIl fotoreporter italiano Mattia Cacciatori era stato arrestato a Istanbul il 6 luglio e trattenuto due giorni. Ora è lui stesso, dopo essere stato informato da un collega turco, a comunicare che i giudici turchi intendono rinviarlo a processo. Su Cacciatori grava l’accusa di aver partecipato a una marcia non autorizzata, filmando i manifestanti in piazza Taksim. E’ stato lui stesso a dichiarare: “Stavo facendo solo il mio lavoro e i magistrati hanno violato un principio democratico”. Il video che segue è un’intervista che risale a dopo il rilascio.

Anche i trans in piazza… la Turchia a una svolta?

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Sono scesi in piazza a Istanbul anche 1000 transessuali per protestare contro il premier Recep Tayyip Erdogan. L’appuntamento annuale ha coinciso con la protesta che da settimane si infiamma il paese. L’omosessualità e il cambiamento di sesso non sono illegali in Turchia, ma spesso l’omofobia sfocia nella violenza.

 

Turchia: il giorno dei garofani rossi

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Un altro giorno di protesta pacifica in Piazza Taksim a Istanbul, dove in migliaia sono scesi in strada portando dei garofani rossi a una settimana dall’assalto da parte delle forze antisommossa di Gezi Park. La risposta della polizia è stata di lasciare 20 minuti di tempo ai manifestanti per lasciare la piazza, trascorsi i quali hanno hanno iniziato ad usare gli idranti. Lancio di garofani ma non solo da parte di chi protesta: in serata in migliaia hanno iniziato a “suonare” con pentole e clacson. Nel frattempo altri 31 manifestanti sono stati incriminati a Istanbul e Ankara con l’accusa di avere organizzato manifestazioni antigovernative e provocato violenze: sale così a più di 100 il numero delle persone prelevate in case e uffici e finite in manette. I servizi segreti del Mit hanno iniziato inoltre a indagare su presunti ‘collegamenti esteri’ del movimento di protesta delle ultime tre settimane, che invece viene ritenuto spontaneo dalla maggior parte degli osservatori. Scontri invece ad Ankara dove gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni e idranti.

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Fuoriprogramma a Istanbul: la ragazza che balla in bikini tra i manifestanti

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Fuoriprogramma oggi a Istanbul, in piazza Taksim dove, mentre continua la protesta non violenta de “L’uomo in piedi”, #standingman, contro il premier Erdogan, una ragazza ha stupito i presenti suscitando curiosità mista a irritazione presentandosi in bikini e iniziando a ballare. La ragazza, che ha detto di chiamarsi Mine Dost e di esser tedesca, con le cuffie nelle orecchie catalizzando su di sè l’attenzione.

E se gli uomini osservavano con attenzione la danza applaudendo l’esecuzione, altri l’hanno criticata bollandola come esibizionista. In particolar modo, la ragazza è stata redarguita da una donna velata. La Dost si è poi rivestita e allontana, accompagnata da due poliziotti. Stando alle sue dichiarazioni, la dottoressa voleva “far riflettere” con la sua danza. Ha poi aggiunto che “la libertà deve arrivare in Turchia”. Quando tutto è tornato alla normalità, la protesta ha ricominciato a svolgersi regolarmente.

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E’ stato rilasciato Daniele Stefanini, il fotografo fermato in Turchia

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Daniele Stefanini, il fotografo free lance livornese picchiato e fermato durante gli incidenti di domenica scorsa a Istanbul, è stato rilasciato. E’ stato lui stesso a telefonare ai familiari per informarli e la Farnesina ha confermato la notizia. Stefanini, fino a due anni fa, era era impiegato alla compagnia di navigazione Moby ma aveva lasciato il lavoro proprio per seguire la sua passione, come aveva spiegato all’ANSA la madre nei giorni scorsi:  “Mio figlio? Troppo appassionato di fotografia…”. Stefanini non è stato l’unico fotografo a subire un simile trattamento: anche molti altri reporter sono stati fermati e picchiati durante l’intervento repressivo delle forze dell’ordine turche voluto da Erdogan. La Turchia è il Paese al mondo con il più alto numero di giornalisti in carcere e molti altri sono in attesa di giudizio ben da prima che cominciassero le proteste, che tra l’altro hanno portato sanzioni per quei canali televisivi che hanno trasmesso le immagini delle folle in piazza.

#standingman: nuova forma di protesta in Turchia

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Ha cambiato volto la protesta in Truchia. Dopo gli scontri, ieri Piazza Taksim e le strade di Istanbul sono state caratterizzate dall’immobilità. Alcuni manifestanti sono rimasti immobili, in piedi, senza parlare. Dopo i primi che si sono paralizzati, in molti li hanno imitati, restando fermi sul posto fino a tarda sera, quando ormai erano una folla. La polizia, inizialmente, si è avvicinata ai dimostranti silenziosi e li ha perquisiti mentre loro restavano immobili. Alcuni sono stati fermati e subito dopo rilasciati. Con il passare del tempo, gli agenti si sono limitati a osservare a distanza, senza intervenire. Immediata la risposta delle rete dove hanno iniziato a circolare le foto dell’iniziativa e su Twitter è apparso un hashtag coniato per l’occasione: #standingman (“uomo in piedi” in inglese).

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A Istanbul ferito e fermato dalla polizia un fotografo italiano

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Stanno confluendo in decine di migliaia nel centro di Istanbul, per due raduni previsti nel pomeriggio, uno pro, l’altro anti Erdogan che fanno temere possibili nuovi, gravi incidenti. Anche la scorsa notte si è risolta in violenza e caos, dopo il brutale assalto della polizia ieri sera al Gezi Park di Taksim ordinato da Erdogan e oggi in molti stanno arrivando anche dalla sponda asiatica attraverso il Ponte sul Bosforo per protestare contro il blitz delle forze antisommossa. L’accusa dei manifestanti, oltre per la brutalità dimostrata dalla polizia, è per il fatto che siano stati attaccati indiscriminatamente anche donne e bambini. Nel frattempo, la Piattaforma Taksim, che riunisce i 116 movimenti di protesta, ha accusato Erdogan di aver trasformato il Paese “in una zona di guerra”: “continueremo e nessuno potrà fermarci”. Diversi medici hanno ipotizzato la presenza di agenti chimici nell’acqua degli idranti della polizia, che ha causato piaghe ai manifestanti.

Ma la polizia turca ha aperto anche la caccia ai giornalisti e diversi cronisti sono stati picchiati o arrestati. Sul sito di Rsf Europa sono state diffuse fra l’altro le immagini dell’arresto del giornalista turco Gokhan Bicic, fermato e buttato a terra da quattro agenti. Dalle finestre la gente ha urlato ai poliziotti di lasciarlo stare, poi ha iniziato a buttare oggetti di ogni tipo sugli agenti, che lo hanno comunque trascinato via. Anche un fotografo italiano, Daniele Stefanini, è stato ferito e fermato durante gli incidenti accorsi la notte scorsa, come hanno indicato fonti dell’ambasciata d’Italia in Turchia. Il 28enne è stato ferito nel quartiere di Bayrampasha, dove un avvocato l’ha poi soccorso e trasportato in ospedale. Il fotografo, messo in stato di fermo dalla polizia, è assistito dalle autorità consolari italiane .

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Prima l’ultimatum, poi le ruspe a Gezi Park

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Il premier Recep Tayyip Erdogan aveva lanciato un ultimatum ai giovani che a centinaia occupano Gezi Park intimando loro di andarsene, dopo di che la polizia turca è scesa in Piazza Taksim a Instanbul con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni contro diverse centinaia di persone riunite sulla piazza per solidarietà con gli occupanti del parco. Nel frattempo, all’interno dell’area verde, le ruspe delle forze dell’ordine hanno iniziato a distruggere la tendopoli, conosciuta anche come città della libertà, eretta dai manifestanti. Ai giornalisti è stato negato l’accesso alla zona.  I giovani avevano infatti deciso di restare, annunciando anzi una nuova mobilitazione in tutto il paese “contro ogni ingiustizia”. La scorsa notte, inoltre, ci sono stati nuovi scontri a Ankara, dove la polizia ha disperso brutalmente nella zona di Tunali una manifestazione pacifica, usando i gas lacrimogeni arrestando, secondo i manifestanti, 50 persone. Per domani è previsto il secondo maxi-raduno, dopo il primo tenutosi oggi, del partito islamico Akp di Erdogan, in appoggio al premier mentre in diverse città sono state annunciate diverse manifestazioni in opposizione al leader. Dall’inizio della protesta tre giovani manifestanti sono stati uccisi, 5mila feriti, 50 sono gravi, 11 hanno perso la vista.

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La mappa segreta dei manifestanti turchi!

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Google Maps aiuta sempre e aiuta quando uno ne ha più bisogno lo sanno bene i manifestanti in Turchia che possono usufruire di una mappa strategica per la protesta. Un utente infatti ha modificato Google Maps in modo da segnalare le posizioni della polizia, le barricate, le strade libere e le vie bloccate e persino dove rifocillarsi, alle mense pubbliche organizzate dai manifestanti. Ci sono state finora 53.500 visualizzazioni, in meno di una settimana. La mappa viene anche regolarmente aggiornata. I simboli sono chiari: rosso per indicare le barricate, il triangolo verde per simboleggiare il cuore della protesta, gli spilli verdi per indicare la polizia che si prepara ad azioni contro i manifestanti e infine coltello e forchetta per le proteste che prevedono di suonare pentole e arnesi da cucina:

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Erdogan contro Twitter: “una minaccia per la società”

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Cosa sta succedendo in Turchia? Forse gli italiani dovrebbero prestare la massima attenzione alle tensioni turche perché, con le debite differenze, quei temi ci possono domani riguardare da vicino. C’è una politica che per non modificare se stessa sta tentando di modificare le regole del viver civile, imponendole con la violenza. Sullo sfondo c’è la religione, un potere forte che vuole imporsi su quello laico. Un potere quello religioso amministrato spesso da chi ha anche molte risorse finanziarie da poter impiegare per far attuare le proprie politiche facendosi scudo della religione e del credo. E se in Italia, torna alla ribalta il problema dell’aborto, che dovrebbe essere un diritto ormai consolidato, in Turchia il problema sono i precetti legati all’islamismo. In realtà dietro a ogni lotta si cela la volontà di “sottomettere” dei gruppi… in Turchia i laici, in Italia le donne e il loro diritto di scelta. Il premier Recep Tayyip Erdogan oggi ha definito Facebook e Twitter una “una minaccia per la società”, in Italia c’è chi ancora si intestardisce a dire che non si può fare politica in rete… effettivamente non si può fare se bisogna mantenere alcuni privilegi!

Ma di cosa ha paura il premier Recep Tayyip Erdogan? Delle testimonianze, come quella di Ajda, studentessa di Istanbul, di 22 anni, che sono due giorni che occupa il parco Gezi e racconta così la sua verità:

“Si è sparsa la voce su Internet e hanno chiesto a chiunque tenesse al parco di Gezi di venire a fermarne e protestarne la demolizione. Ma alcuni sostenitori del governo hanno dato false notizie, creando il caos.”

La minaccia era un enorme palazzo simile ai vecchi palazzi militari che esistevano più di 100 anni fa e ancora una volta Ajda spiega che:

“Lo fanno solo per ragioni economiche, il loro è un ego spropositato. Stanno facendo lo stesso nel Bosforo dove vogliono costruire un terzo ponte e stanno abbattendo centinaia di alberi. Le loro idee di destra hanno davvero disgustato i giovani”

Ma non avevano detto motivi religiosi?

“Ma non è per etica religiosa. Se avessero un po’ di fede, non si comporterebbero come hanno fatto in questi due giorni. Vogliono farci apparire come violenti, come se non avessimo ragioni per protestare ma lo facessimo tanto per farlo. Ho visto dei poliziotti in borghese che distribuivano alcol a gruppi di manifestanti per farli ubriacare e confonderli. I media non raccontano la verità. Ma io ho visto con i miei occhi e sentito di persona la brutalità della polizia, non hanno pietà. Molti di noi sono feriti. Io ho sentito poliziotti che urlavano al conducente del veicolo ‘vai avanti, uccidili, uccidili!’ Sembra un videogame della playstation. Hanno ucciso una ragazza passandole sopra con un carrarmato. Ma questo i media non lo dicono. Basta vedere le immagini sui social network, è tutto lì, ma l’informazione cambia le cose, non ne parla””, conclude Ajda.

Ma insieme ai giovani ci sono anche i professori, quelli come l’insegnante Cansu:

“Non è umano quello che sta succedendo qui. Usano il gas delle bombe chimiche che provoca una sensazione simile al soffocamento per un’ora, un’ora e mezza. In tutto il resto del mondo questo tipo di armi è proibito”.

Per i regimi internet è davvero una minaccia? E come inizia la delegittimazione del mezzo di comunicazione? Forse avviene con le continue pressioni che vengono fatte ai bloggers o le perquisizioni negli appartamenti di chi posta una foto di pessimo gusto? Il cattivo gusto è un reato?

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