“Dona il tuo profilo”: quando i social network lottano per i diritti

1actionaid-profilo-twitter-facebook-povertà-tuttacronacaL’organizzazione internazionale indipendente ActionAid da oltre 40 anni è impegnata al fianco delle comunità del Sud del mondo. Scopo: garantire le migliori condizioni di vita e il rispetto dei diritti fondamentali. Ora lancia una nuova iniziativa: Dona il tuo profilo. Basta scegliere uno dei protagonisti delle storie di povertà ed esclusione sociale e donargli il proprio profilo Facebook o Twitter inserendo una sua foto e raccontando la sua esperienza. Scegliendo i protagonisti, si scopre che non si deve per forza guardare lontano. Si può condividere la storia di Ajamira, “per dar voce ai diritti delle donne indiane”, quella di Emelyne, “per dar voce al diritto allo studio di tutti i bambini”, oppure quella di Abel, “per dar voce al diritto alle terre di tutti”. Ma c’è anche la scuola G. Rodari de L’Aquila, “per dar voce al diritto ad avere un futuro dei giovani de L’Aquila”. Sul sito si legge: “Puoi iniziare da qui, semplicemente donando il tuo profilo, un’azione che non ti costa nulla ma che darà voce a persone coraggiose come Emelyne, Abel, Ajmira e tutta la scuola G. Rodari de L’Aquila. E se vuoi continuare ad aiutarci potrai: diventare un attivista, fare una adozione a distanza, sostenere uno dei nostri progetti, donare il tuo 5×1000”.

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Nessun deficit di assistenza: i primi risultati dell’autopsia di Bevilacqua

alberto-bevilacqua-autopsia-tuttacronacaSono giunti i primi risultati dell’autopsia, accertamento richiesto dal legale di Michela Macaluso, compagna dello scrittore, su Alberto Bevilacqua. L’autopsia, che si è svolta presso l’istituto di medicina legale della Sapienza, ha fatto emergere uno scompenso cardiaco dovuto a un’insufficienza multiorgano. Il legale della sorella dell’autore ha affermato che dall’esame “non sembrerebbero emersi deficit al livello di assistenza e di terapia”. Per gli accertamenti era stato nominato il professor Enrico Marinelli. Franco Caroleo Grimaldi, il penalista, ha detto: “purtroppo quando c’è un lungo decorso, si va a generare un deficit del sistema immunitario che produce complicazioni (come piaghe da decubito o infezioni) che alla lunga non possono che condurre a un esito letale”.

I medici indagati per la morte di Bevilacqua. Che è accaduto?

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Sono stati iscritti nel registro degli indagati, per la morte dello scrittore Alberto Bevilacqua, quattro medici della clinica Villa Mafalda. Nei loro confronti si ipotizza il reato di omicidio colposo. La Procura ha chiarito che si tratta di un “atto dovuto”, necessario per procedere con l’autopsia, accertamento richiesto dal legale della compagna dello scrittore, Michela Macaluso.

nel registro ci sono i nomi del direttore sanitario della clinica, Mario Maggio e i professori che hanno avuto in cura lo scrittore negli 11 mesi di ricovero: Antonio Ciccaglioni, Claudio Di Giovanni e Giuseppe Gentile.

Nei mesi scorsi i legali della compagna dello scrittore, Michela Macaluso, avevano presentato a piazzale Clodio una denuncia contro ignoti per lesioni colpose sostenendo che la struttura non fosse adeguata per le condizioni di Bevilacqua.

Morto Alberto Bevilacqua, letteratura in lutto

bevilacqua-alberto-tuttacronacaAlberto Bevilacqua è morto a Roma il 9 settembre 2013. Scrittore, regista e sceneggiatore italiano, Bevilacqua si è spento a 79 anni. Bevilacqua ricoverato a gennaio in terapia intensiva per uno scompenso cardiaco che lo aveva colpito l’11 ottobre 2012. Le fonti della clinica privata di Roma Villa Mafalda hanno spiegato che ha avuto una degenza a fasi alterne: a segni di miglioramento nelle sue condizioni di salute, in questi mesi seguivano fasi di netto peggioramento. A confermare la notizia della scomparsa le fonti della Mondadori, la casa editrice che aveva pubblicato le sue ultime opere. Nel frattempo, è già iniziata la polemica. L’avvocato Rosa Zaccaria, che assiste Michela Macaluso, da oltre 10 anni compagna dello scomparso scrittore ha detto: “Proprio stamani che avevamo avuto il via libera per una perizia di parte che accertasse le sue condizioni, abbiamo appreso la notizia del decesso. Dalla direzione di Villa Mafalda nessuno ci aveva avvisato. Lo abbiamo appreso dal nostro consulente che si era recato a trovarlo”. I familiari hanno “immediatamente chiesto al pm Elena Neri di procedere con l’autopsia in modo da accertare le cause del decesso”. La Procura di Roma aveva aperto un fascicolo per lesioni colpose nei confronti dei vertici di Villa Mafalda, procedimento che tuttora non risulta archiviato.

Alberto Bevilacqua era nato a Parma il 27 giugno 1934. Erano i primi anni 50 quando, su invito del responsabile del supplemento letterario della Gazzetta di Parma Mario Colombi Guidotti, iniziò a pubblicare i suoi scritti. La polvere sull’erba, del ’55, sua prima raccolta, ricevette l’apprezzamento di Leonardo Sciascia. Sei anni dopo, con L’amicizia perduta, pubblica la sua prima raccolta di poesie ma il suo primo successo editoriale fu il romanzo La califfa, del 1964. Due anni dopo vince il Premio Campiello con Questa specie d’amore. Di entrambi ha curato la trasposizione cinematografica, vincendo con Questa specie d’amore il David di Donatello per il miglior film.

Nel 1968 lo scrittore si aggiudica il Premio Strega grazie a L’occhio del gatto mentre quattro anni dopo è Un viaggio misterioso a fargli arridere la vittoria al Premio Bancarella, che vincerà anche nel 1991 per I sensi incantati. Nel 2000, con La polvere sull’erba, vince il Premio Stresa narrativa mentre per La camera segreta riceve, nel 2011, il Premio Nazionale Letterario Pisa Sezione Poesia. Il suo ultimo lavoro in prosa, Roma califfa, è uscito per Mondadori nel 2012. L’ultima esperienza cinematografica risale invece al 1999, con Gialloparma, tratto dal suo libro omonimo pubblicato due anni prima.

Delillo “in corto”: L’angelo Esmeralda, 9 racconti scritti in 30 anni

Per la prima volta Einaudi pubblica una raccolta dell’autore in Italia.

Una notte fuori

r1b Si era svegliata di notte e non era più riuscita a prendere sonno. Aveva provato a leggere qualche pagina del libro che aveva sul comodino, ma si era imbattuta in una  descrizione lunghissima di una fattoria nel New Hampshire, che l’aveva annoiata a morte. Ma perché nei thriller c’era spesso una fattoria del New Hampshire?
Chiuse il libro, guardò Blues addormentato nella cuccia… Muoveva ritmicamente la testa a destra e sinistra… “Buffo yorkshire” pensò Betha, poi si complimentò con se stessa “Aveva scelto il nome giusto per il nuovo arrivato!”
Tre giorni prima era stata indecisa, lei aveva già la sua gatta Kobi, prendersi un cane la preoccupava. Lo vedeva impegnativo. Poi aveva ceduto e come sempre aveva dato retta alla sua amica Selma e aveva lasciato che  Blues le invadesse casa.
Guarda la sua e-mail… Solo spam… D’altronde sono le due di notte…
Accende la tv e inizia a fare zapping… non trova nulla d’interessante.
Torna a letto… cambia più volte posizione… E poi decide… Passeggiata!
Si veste in fretta ed è… St. Mark Pl.
Cammina sul marciapiede, con un andatura stranamente lenta per lei. In quel venerdì sera, le strade sono silenziose, le persone hanno iniziato a uscire anche dagli ultimi locali, quelli che tirano avanti fino a tarda notte. E’ uscita solo con le chiavi di casa e $20 in tasca… Vuole prendere aria in quel fine luglio afoso, arrivare fino alla bakery aperta tutta la notte, prendersi un azuki croissant o una fetta di green tea tiramisu e poi tornarsene a casa.
E’ davanti alla libreria quando una signora la ferma.
“Le è caduto questo!” E le mostra una collana con un pendente indiano con piume e ossi.
Betha istintivamente lo sfiora con la mano, poi si allontana e continua a fissarlo “non è mio”.
La signora dai pantaloni larghi di lino marrone, la maglia nera morbida che cade sulle braccia e un foulard in tinta con i pantaloni, le fissa il collo scoperto dalla maglia a V  “E’ più adatto a una ragazza che a una signora… Lo prenda!”
Betha è a disagio. Lo afferra solo per non far restare male la signora, glielo ha offerto in un modo che non lo poteva rifiutare. Ancora qualche passo e arriva alla bakery. Prima di entrare lascia la collana appesa alla ringhiera di una scala che porta a un’abitazione.
In quel negozio sono sempre gentili, le regalano anche due macarons. Uscita dal negozio, girato l’angolo, davanti ai suoi occhi ondeggia il pendente indiano. Per un attimo crede che sia la sua immaginazione, invece poi mette a fuoco anche la signora che lo tiene in mano.
“Questa volta lo hai perso sul serio!”
Passa dall’imbarazzo all’irritazione in un secondo.
“Se lo metti al collo, forse non lo perdi” e il caschetto biondo sfrangiato ancora da ragazzina sbarazzina si muove sul viso della signora fino a scoprirle alcune rughe che prima erano nascoste.
“Non è mio!” risponde Betha e se ne va. Tra sé pensa che era meglio che non fosse uscita, quella signora le incute paura. Si sente seguita, perseguitata. La sta destabilizzando.
All’improvviso torna indietro… è come se quel pendente le mancasse… si sente in colpa per averlo trattato male… come se avesse assunto un significato, un’anima… ha paura di una maledizione… non che lei creda a queste cose… ma è un periodo che qualsiasi cosa che potrebbe andare storta, lo diventa, anzi va peggio. r2
Vuole avere quell’amuleto, forse non porterà fortuna, ma non si sentirà succube psicologicamente di quella sfortuna  che le potrebbe ricadere addosso.
Le basta fare pochi passi per ritrovare la signora. E’ lì con l’amuleto in mano davanti alla libreria.
Non deve neppure chiedere, glielo porge direttamente la signora, lì davanti al bookshop.
“Sai che lo volevano far chiudere…”
“Ma di che sta parlando” pensa Betha. Non ha idea a cosa si riferisce la signora.
“La libreria… la volevano fa chiudere… poi hanno trovato un accordo… hanno chiesto anche contributi su internet… sarebbe un peccato se chiudesse è qui dal 1977”
“1977” Quel numero diventa una cifra che risuona nel cervello di Betha. Lei all’epoca non era neppure nata.
“Non era così all’epoca… io ci venivo spesso… era un po’ come la biblioteca di un amico, ci trovavi i titoli più comuni e  qualche curiosità”
Betha non ha idea perché continui ad ascoltare quella vecchia pazza. C’è qualcosa però nella voce di quella donna che le è famigliare… Non si ricorda dove l’ha sentita, ma sicuramente da qualche parte. Non sa che dire, quel silenzio inizia a disturbarla. Deve trovare un modo per andar via senza essere scortese. “Sarebbe stato un peccato se avesse chiuso e…” non riesce a finire la frase che la signora prende l’occasione al volo per riprendere la parola.  “La domenica sera qui si incontravano Susan e Annie…”
La faccia di Betha è perplessa, non sa veramente di chi stia parlando.
“Susan Sontag e Annie Leibovitz”
Ora Betha ricorda… La scrittrice e la fotografa… si parlò molto di quella coppia alla fine degli anni’90, lei era ancora una bambina, ma sua sorella maggiore, fissata con il gossip, doveva averle accennato qualcosa… o almeno le sembrava… in ogni caso anni dopo lesse l’”Amante del Vulcano” appassionandosi al triangolo amoroso tra Emma e William Hamilton con Horatio Nelson.
“Ginsberg e Glass… sempre qui, fra queste mura iniziarono a collaborare”.
Betha prova di nuovo ad andare via “ Sì, il Greenwich è un posto storico, conserva le memorie dei suoi personaggi”
La signora sorride “Per voi americani qualsiasi cosa con più di vent’anni è storica… è una bella visione… per noi europei i vostri monumenti storici sono semplicemente vecchie cose moderne”
“Vecchie cose moderne?”
“Il moderno già visto… nelle foto, nei film, nelle descrizioni dei libri… diventano vecchie conoscenze… le mitizziamo, ma difficilmente riusciamo a immergerci nelle vostre atmosfere, in quelle più vere… come Jim Power”
Quella frase colpisce Betha… lei amava l’arte di Jim… aveva una cartella sul computer dedicata ai suoi mosaici… Lei la domenica la passava spesso a girare New York per fotografare l’arte di strada, quell’arte in divenire, quell’arte del momento che ha vita breve, ma comunica una forte emozione. Non a caso aveva studiato sociologia alla Columbia University e dopo si era affittata una casa lì… nel quartiere più eterogeneo di New York.”
Betha fino a quel momento non ci aveva fatto caso all’enorme borsa marrone che la signora tiene a tracollo. Da quella borsa esce una vecchia copertina spiegazzata di un disco… The Freewheelin’, Bob Dylan, Suze Rotolo e il Greenwich… “Prima c’erano i miti… adesso c’è la gentrification… Bisogna conservare la memoria non solo dei monumenti, dei palazzi… ma delle atmosfere… l’umido del Gaslight…quando il Cafe Wha? in una sola notte diventava il mondo a 360 gradi… L’Hotel Griffou, ora è un luogo dove mangiare polpette tenere… I luoghi cambiano insieme alle persone, oggi invece il problema è che gran parte della gente è tutta uguale e i luoghi si assomigliano tutti… sarebbe bello poter assaporare ancora le sfumature e invece finiamo per appiattirci dentro dei situazioni confortevoli, soft, anestetizzate…”
r3Betha ha appena il tempo di sistemarsi una ciocca che le è caduta davanti agli occhi.
“Ti porto a vedere una cosa”  le dice la signora e inizia a camminare.
Betha è incuriosita e allucinata, vittima di quelle parole che si trasformano in un vortice che l’avvolge e la trascina a seguirla.
Sono tra la Waverly e Charles, quando si ferma davanti alla vetrina di una boutique di lusso dove una borsa gialla può costare oltre i $2000. “Prima ci suonava Fats Waller, era un locale clandestino negli anni ’30… Poi sono arrivati i Chong ed è iniziata l’era della lavanderia… per 60 anni, era un punto di ritrovo… ha lavato i vestiti di molti beatnik, il proprietario era un tipo simpatico…”
Betha si ricordava la scritta Harry Chong alla vetrina, ma quando lei era arrivata al Village lì c’era un parrucchiere… “hanno rimosso la scritta rossa”
“Sì… Quella scritta apparteneva a Chong, un uomo sempre sorridente, un cinese che ci era cresciuto in questo negozio… aveva i capelli bianchi, la faccia bonaria e amava il suo lavoro…   Una sera si mise a cucire. E fu l’ultima volta…”
Betha guarda all’interno del negozio e lo vede. E’ li seduto proprio davanti a quella macchina da cucire cinese, ha un rocchetto di filo in mano, alle pareti ci sono gli scaffali con le camicie piegate e i capi lavati a secco che pendono dal soffitto. Chong apre la porta, le saluta, chiude il negozio e va via.
“Mi hai sentito? Andiamo!” è un rimprovero scherzoso quello della signora. Chissà da quanto tempo la sta chiamando… Eppure fino a un attimo prima Harry era lì…
“Come ti chiami?” le chiede la signora mentre ci avviciniamo al lato Nord di Washington Square.
“Betha, in celtico significa Vita”
“Un’irlandese?”
“Un’americana!”
La signora sorride. Betha capisce che dietro a quel sorriso c’è un mondo che si apre e capisce che era solo una provocazione…
“La casa di Hopper…”
E’ lì che esce di casa, con la sua giacca sopra il gilet e il cappello a nascondergli la calvizie, è lì che scruta con quell’occhio fotografico i particolari di New York e li trasforma in pittura, in locandine, “nei verdi, nei gialli, nei blu, in quella luce calligrafica e in quelle ombre che diventano buchi neri. Nelle finestre a vetri c’è la vita interna degli edifici che ritrae, come se costringesse lo spettatore a diventare un “complice” in quel guardare attraverso…Morning in the city… Apartment House… Nighthawks”… E poi lo vede allontanarsi… man mano che il racconto della signora si dissolve…
E l’ultima tappa… Thomas Paine… Non è più una placca attaccata a un edificio… “Il rivoluzionario, diffamato da ogni parte, denunciato per i suoi vizi e dimenticato per le sue virtù, si ritrovò vittima del suo popolo… Non si fece scalfire dall’odio… Non aveva paura di prendere posizioni…” Betha vede il fuoco che divampa mentre distrugge i libri di Paine… Lui rimane saldo, lucido nelle su posizioni…
“Bethaaaaaaa!”, Betha si gira di scatto. “Io sono Viv” le grida la signora prima di girarsi e andar via. Betha rimane immobile qualche minuto. Viv Looper… Faceva radio negli anni ’60… Era una delle “voci” più ribelli… Ma dove sta Paine? Andato via insieme a Viv… E poi un altro ricordo… “Il divano di Viv” il programma radiofonico dove erano passati tutti…  Ogni settimana trasmetteva da un posto diverso… come aveva fatto a non riconoscerla? Betha inizia a ripercorre nella sua testa il viaggio di quella notte. Da quando si è svegliata al posto  dove si trova ora. “Strano incontro” pensa.
Hanno appena aperto il Christopher Park… si siede su una panchina, quella di fronte alle statue… Vede il quartiere popolarsi mentre mangia un macaron… Persone su persone che passano distratte per quelle strade… Hipster con le cuffie alle orecchie, ex sessantottini, ex rivoluzionari, ex bohemien… e stringe il pendente indiano e  si guarda nel profondo… e sa che lei, sì, anche lei appartiene a quel posto… non potrebbe vivere altrove… ha l’istinto di sopravvivenza, non quello dell’altruismo ad oltranza… Non potrebbe mai dire come Paine « My country is the world… and my religion is to do good. »
E Viv? Viv è una Paine. Sì, lei lo è.

Voi chi siete? Viv o Betha?

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