La fantascienza diventa realtà: la mano bionica di Dennis firmata Italia

lifehand2-tuttacronacaSi chiama “LifeHand2” la sperimentazione che ha reso possibile donare il senso del tatto a un arto artificiale. Un progresso unico al mondo raggiunto grazie al genio italiano. Si tratta di una mano bionica in grado di sentire la consistenza e la forma degli oggetti che impugna. Al progetto internazionale, come spiega Manuela Perrone su Il sole 24 ore, hanno  lavorato medici e bioingegneri  di quattro strutture italiane: l’Università Cattolica-Policlinico Agostino Gemelli, il Campus Bio-Medico e l’Irccs San Raffaele, tutte a Roma, e la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa. Assieme al gruppo di ricerca hanno partecipato  anche l’Ecole Polytechnique Federale di Losanna e l’Istituto Imtek dell’Università di Friburgo. La mano bionica sensibile è stata sperimentata per otto giorni da Dennis Aabo Sorensen, un danese che nel Capodanno del 2004 subì l’amputazione della mano sinistra a causa dello scoppio di un petardo. A Dennis, scelto dopo una serie di test psicologici,  sono stati impiantati nei nervi mediano e ulnare del braccio quattro elettrodi intraneurali, delle dimensioni di un capello. Il delicatissimo intervento è stato effettuato il 26 gennaio dell’anno scorso al Policlinico Gemelli di Roma dal neurochirurgo Eduardo Marcos Fernandez. Dopo tre settimane trascorse con i ricercatori a fare esercizi per imparare a riconoscere i diversi impulsi finalmente il risultato è stato raggiunto: una protesi biomeccatronica che attraverso gli elettrodi si collega  al sistema nervoso centrale grazie ad una serie di algoritmi  in grado di trasformare in un linguaggio comprensibile al cervello di Dennis le informazioni provenienti dalla protesi. Il tutto è stato messo a  punto dal gruppo coordinato da Silvestro Micera, docente di biorobotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e a Losanna.

La rivoluzione cinese: stop al controllo delle nascite. Si potranno avere 2 figli

legge-figlio-unico-cina-tuttacronacaA novembre il Comitato centrale del Partito Comunista aveva annunciato la decisione che la politica del figlio unico sarebbe stata allentata e corretta per promuovere “uno sviluppo equilibrato a lungo termine della popolazione in Cina”. E ora il passo storico è stato compiuto: le coppie potranno avere due figli. La decisione presa dalla Corte Suprema cinese rivoluziona dopo 30 anni la ‘politica del figlio unico’ adottata per tenere sotto controllo il paese più popoloso del mondo.  Attualmente, la legge vieta alle coppie di avere più di un bambino. La ‘politica del figlio unico’ fu introdotta in Cina pochi anni dalla morte di Mao Tse-tung, da Deng Xiao Ping nel 1979.

Verso una Cina nuova? Basta con il figlio unico e i campi di lavoro

cina-cambiamento-tuttacronacaLa Cina è in fase di accelerazione per quel che riguarda la trasformazione della propria società e ora si cerca un rapporto più armonioso con il resto del mondo. Lo si capisce da due annunci giunti da Pechino e che parlano dell’attenuazione del controllo delle nascite imposto con la legge del figlio unico e la fine dei campi di lavoro. Tali decisioni dimostrano una nuova attenzione rivolta alla società e non al mercato, senza dimenticare che rappresentano un notevole passo avanti rispetto alle sollecitazioni internazionali sul piano del rispetto dei diritti umani. Del resto, il presidente della Repubblica popolare e segretario generale del Partito comunista cinese, Xi Jinping aveva annunciato, si era già espresso al riguardo al Plenum del Comitato centrale. Come spiega Repubblica:

Il Partito Comunista cinese ha annunciato l’abbandono di quella forma di controllo delle nascite che da decenni obbliga la famiglie cinesi ad avere un solo un figlio. La misura, annunciata oggi, è stata approvata nell’ambito delle ampie e radicali riforme varate dalla riunione del Comitato centrale del Partito che si è svolta dall’8 al 12 novembre a Pechino. Secondo quanto annunciato, in realtà, la politica del figlio unico non verrà abbandonata del tutto ma allentata e corretta per promuovere “uno sviluppo equilibrato a lungo termine della popolazione in Cina”. Questo attraverso un ammorbimento della legge del figlio unico, in base al quale sarà consentito alle coppie di avere due bambini se uno dei due genitori è figlio unico. L’aggiustamento riguarda il fatto che prima solo se entrambi i genitori erano figli unici, la coppia poteva avere due figli. Considerato che la legge che vieta di avere più di un figlio è entrata in vigore nel 1979 come drastica misura per il controllo delle nascite teso a contrastare il fortissimo incremento demografico del Paese, vi sono moltissime possibilità che nelle giovani coppie cinesi vi sia almeno uno dei due che sia figlio unico. A questo si aggiunga l’allarme lanciato all’inizio dell’anno da alcuni funzionari sul progressivo invecchiamento della popolazione e sul calo della popolazione in età da lavoro, dopo tre decenni di tumultuosa crescita economica.

Ma il cambiamento non riguarda solo la legge sul figlio unico ma anche l’abolizione del sistema di “rieducazione attraverso il lavoro” nell’ambito “dell’impegno per migliorare la situazione dei diritti umani e il sistema giudiziario”. Stando a quanto riporta la Nuova Cina, tale misura sarà accompagnata anche dalla “graduale” riduzione dei crimini soggetti alla pena di morte. Verranno inoltre migliorate le leggi in materia di correzione e punizione, nel senso di aiutare i detenuti a tornare alla società, e le leggi che regolano il sistema carcerario e “il Paese lavorerà per vietare confessioni estorte attraverso la tortura e gli abusi fisici”. I tribunali dovranno essere più severi nel non ammettere “prove ottenute illegalmente” mentre alle forze di polizia viene richiesto di adottare sistemi più trasparenti sia nelle indagini che nelle perquisizioni e sequestri. Ma c’è anche un impegno a tutelare e migliorare il sistema di difesa legale dei cittadini: “Gli avvocati giocheranno un ruolo importante nella protezione dei diritti legali e degli interessi dei privati cittadini e delle società nel rispetto della legge”. Avvocati, si legge ancora, i cui diritti di praticare saranno protetti.

L’ITALIA ALLA DERIVA… dati ISTAT-CNEL, non c’è più futuro?!

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In Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ sale dal 6,9% all’11,1%, cio’ significa che 6,7 milioni di persone sono in difficolta’ economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno. Si tratta di individui in famiglie con 4 o piu’ sintomi di disagio in un set di 9.

Il primo senza dubbio è il potere d’acquisto che in Italia durante la crisi è crollato, scendendo del 5% tra il 2007 e il 2011.  Il rapporto fa notare come la contrazione del potere d’acquisto si sia riflessa solo in parte sulla spesa per consumi finali delle famiglie, calata in termini reali dell’1,1%. Ecco che i cittadini hanno cercato di mantenere il proprio standard di vita attingendo ai risparmi accumulati o risparmiando meno. Infatti la propensione a mettere da parte le risorse è scesa dal 15,5% del 2007  all’11,5% del secondo trimestre 2012, accelerando il calo iniziato nel 2006. Inoltre in Italia la crisi ha aggravato le disuguaglianze: nel 2011 il 20% più ricco della popolazione ha ricevuto un reddito di 5,6 volte superiore a quello del quinto più povero. Si tratta di un valore superiore alla media europea. Infatti, spiega il rapporto, dal 2004 la concentrazione della ricchezza è tornata a salire, pur restando inferiore a quella degli anni ’90, e la quota di ricchezza totale posseduta dal 10% più benestante è aumentata nel 2010 al 45,9% (era al 44,3% nel 2008).

In Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ sale dal 6,9% all’11,1%, ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno. Si tratta di individui in famiglie con 4 o più sintomi di disagio in un set di 9. Lo rileva il rapporto Bes Istat-Cnel.  Il rapporto spiega come la grave deprivazione materiale sia una misura associata agli indicatori di povertà monetaria, ma non a essi totalmente sovrapponibile. Secondo la metodologia Eurostat si presenta, appunto, quando si manifestano quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove. Nel 2011, dopo la sostanziale stabilità che aveva caratterizzato gli anni precedenti, l’indicatore è aumentato in modo «sensibile» (+4,2 punti percentuali). In particolare è cresciuta la quota di individui in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste (dal 33,3% al 38,5%), di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%), un pasto adeguato ogni due giorni se lo volessero (dal 6,7% al 12,3%) e che riferiscono di non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione (dall’11,2% al 17,9%). Il rapporto Bes indica anche come il rischio di povertà, stimato a partire dal reddito netto disponibile, risulti più elevato della media dell’Ue e abbia raggiunto nel 2010 il 19,6%.

Nei primi 9 mesi del 2012 la quota delle famiglie indebitate, sostanzialmente stabile tra il 2008 e il 2011, ha segnato un balzo, passando dal 2,3% al 6,5%. Lo rileva il rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) di Istat e Cnel, spiegando che il più frequente ricorso al debito, generato in molti casi da mere esigenze di spesa, riguarda importi mediamente più bassi.

Dodici campi, dalla salute al lavoro, dall’ambiente alle relazioni sociali e 134 ‘termometrì per misurare il benessere equo e sostenibile (Bes), con l’obiettivo di monitorare lo stato di salute del Paese con indicatori che vadano «al di là del Pil». Un tema che negli ultimi anni ha registrato un vivace dibattito a livello internazionale e che ora vede l’Italia schierata in prima linea. È questo il lavoro portato avanti dal Cnel e dall’Istat sin dal dicembre del 2010 e oggi arriva a compimento con la presentazione del primo rapporto Bes davanti al capo dello Stato Giorgio Napolitano, al presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini; con la partecipazione del Presidente del Cnel Antonio Marzano e del Presidente dell’Istat Enrico Giovannini. Il Cnel, organo a cui partecipano rappresentanti di associazioni di categoria, organizzazioni sindacali e del terzo settore, e l’Istat, dove operano esperti della misurazione dei fenomeni economici e sociali, hanno unito le proprie forze per giungere ad un insieme condiviso di indicatori utili a definire lo stato e il progresso del Paese. È stato così costituito un comitato insieme all’associazionismo femminile, ecologista, dei consumatori, a cui si è affiancata una commissione scientifica. A riguardo Istat e Cnel fanno anche notare come la consultazione con i cittadini sia stata ampia. L’impegno è quello di arrivare a una sorta di ‘costituzione statisticà, cioè un riferimento costante e condiviso dalla società italiana in grado di segnare la direzione del progresso. Uno strumento quindi utile anche per la messa a punto delle politiche necessarie al Paese. In particolare, si punta a sintetizzare gli indicatori in modo da elaborarne uno per ciascun dominio, quindi in tutto circa 12, anche per meglio capire miglioramenti e peggioramenti. Infatti, il Bes sarà aggiornato annualmente.

Ma la colpa di tutto questo di chi è? Gli italiani lo sanno e pure troppo bene come evidenziano i dati dell’Istat-Cnel. Cala la fiducia dei cittadini nei confronti della politica e soprattutto quella riposta nei partiti che è stata rilevata ai minimi storici. La media, in un’ipotetica pagella su una scala da 0 a 10, si ferma al 2,3. Voti bassi anche per la fiducia verso il Parlamento (3,6), le amministrazioni locali (4) e la giustizia (4,4).

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