Rivoluzione Facebook: ora si punta ai droni!

facebook-drone-tuttacronacaIl nuovo progetto di Facebook è quello di sfruttare i droni per offrire supporto al progetto Internet.org, che permetterà di portare sistemi di comunicazione wireless nei paesi in via di sviluppo, iniziativa messa in atto in precedenza da Google tramite palloni aerostatici. Per questo, dopo WahtsApp, la società di Menlo Park starebbe per acquistare la Titan Aerospace che come pezzo forte della produzione ha i droni alimentati a energia solare. TechCrunch, blog specializzato in tecnologia, riporta che l’azienda di Zuckerberg sarebbe disposta a sborsare 60 milioni di dollari per Titan Aerospace. I droni a cui sarebbe interessata Facebook hanno l’intera superficie tappezzata di pannelli solari, raggiungono i 20mila metri di quota e sono in grado di volare per cinque anni senza sosta.

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Matrimonio Whatsapp Facebook, ma l’inizio è turbolento!

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Quel matrimonio contestato, discusso e finito sotto i riflettori dei social che accusavano Zuckerberg di aver compiuto l’ennesimo “abominio” nei confronti della privacy degli utenti sta risultando già turbolento nei primi giorni di “comunione dei beni”. Whatsapp è down! C’è chi dice a opera di qualche hacker che non ha gradito il matrimonio e c’è chi dice che proprio l’acquisto di Facebook abbia compromesso gran parte del funzionamento dell’app. L’unica certezza è che queste nozze non sono nate sotto una felice stella e siamo solo all’inizio!

Il ghetto per anziani o un’occasione per una coabitazione?

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Se all’estero è una scelta in Italia diventerà una strada obbligata a causa dei continui ritocchi alle pensioni, alla tassazione sempre più elevata e a un costo della vita in aumento. La silver co-housing è la condivisione di una casa da parte di un gruppo di anziani. Lo spiega il Corriere della Sera che riporta i numeri dell’ultimo lavoro dell’architetto Sandro Polci ricercatore del Cresme (Centro ricerche economiche sociologiche e di mercato):

Il mondo, scrive Polci nel saggio Condivisione residenziale. Il silver cohousing per la qualità urbana e sociale in terza età, «potrà contare nel 2030 su due miliardi di anziani; in Italia, nel 1961 gli over 65 erano il 9,5% della popolazione; nel 2011 il 20,3%». Una percentuale molto più alta di quella planetaria. Del resto nell’ultimo mezzo secolo «la popolazione italiana è aumentata del 20%, quella anziana del 155%».

Prima di altri Paesi il sistema-Italia dovrà far fronte al fenomeno, descritto da Polci come una “patologia palla di neve”:

invisibile in avvio e, quando diviene visibile, difficile e dispendiosa da gestire. Sarà un mondo — sempre che non avvengano ad oggi eventi imprevedibili e ben peggiori — in cui essere giovani europei sarà quasi un vezzo».

Due gli ordini di problemi a cui dovremo far fronte. Il primo, più vistoso, è quello economico:

gli anziani che vivono da soli sono 3,5 milioni, ben 2,3 hanno più di 75 anni e in poco meno di un terzo dei casi abitano in case di proprietà che sei volte su dieci hanno più di quattro vani. Spesso in condizioni mediocri se non addirittura pessime perché i proprietari, per quasi la metà (46%), hanno pensioni inferiori ai 1.000 euro al mese e non sono dunque in condizione di provvedere a una sana manutenzione. Va da sé che, visto che «l’80% del bilancio mensile è impiegato per tre voci: casa, bollette, spesa», condividere una casa ristrutturata con spazi comuni «può generare una “liberazione di risorse” pari a 352 euro al mese a nucleo per nuclei di 2 persone, fino a 1.028 euro al mese per un nucleo di 4 persone. Si tratta di risorse che, una volta liberate, possono consentire notevoli incrementi della qualità della vita».

Secondo punto cui prestare attenzione, più silente e perciò stesso più pericoloso, è la solitudine senile:

questa soluzione potrebbe «liberare la popolazione anziana dalla solitudine, dall’isolamento e dall’esclusione sociale, superando i problemi di incuria e di mancata assistenza…»

Non ci saranno badanti a sufficienza e allora ben vengano soluzioni creative come questa dell’house sharing per anziani che oltretutto porrebbe un freno a certe derive urbanistiche, consentendo di reimmettere sul mercato da cento a duecentomila case.

Ma si trasformeranno in ghetto per anziani o in un’opportunità di condivisione senza per altro sottrarre quella privacy che è sempre necessaria e quasi indispensabile nella terza età? Le condivisioni di appartamenti tra anziani poi diventeranno un modello epr tutti o solo per quegli anziani economicamente in difficoltà che non opereranno quindi una scelta, ma saranno “costretti” ad accettare la coabitazione?

De Girolamo dà il mandato per un esposto su violazione privacy!

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“Ho dato mandato agli avvocati Gaetano Pecorella, del foro di Milano, e Angelo Leone, del foro di Benevento, di predisporre un esposto da inviare alla magistratura di Benevento e al Garante per la Protezione dei dati personali in relazione alla captazione illecita di conversazioni registrate abusivamente in un colloquio al quale partecipava la sottoscritta, allora deputato della Repubblica Italiana, nonche’ alla loro divulgazione attraverso i mezzi di informazione. Congiuntamente si chiedera’ di chiarire le responsabilita’ di tutti coloro che con atti e fatti gravemente lesivi della mia privacy hanno tentato di ledere la mia immagine e la mia onorabilita’”. Cosi’ in una nota il ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, Nunzia De Girolamo.

Il giallo del data center galleggiante, Google ammette l’esistenza dell’hangar 3!

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Il giallo stavolta è nella baia di San Francisco, in una chiatta ormeggiata all’ombra del Bay Bridge al largo di Treasure Island. A fine ottobre il giornale specializzato CNET aveva già parlato di server galleggianti che avrebbero ospitato data center, ovvero contenitori virtuali di informazioni reperite online, ora avviene la definitiva conferma da parte di Google. Perché posizionare i server su una chiatta galleggiante? Per sfruttare il raffreddamento offerto dall’oceano e posizionare i server in acque internazionali cioè fuori dalla giurisdizione Usa dell’Nsa.

Una chiatta, decine di container accatastati, recinzioni, guardie ovunque e un accordo di segretezza con il governo degli Stati Uniti. Si infittisce il mistero sull’hangar 3 nella baia di San Francisco: a fine ottobre il giornale specializzato CNET aveva ipotizzato la creazione di server galleggiante che avrebbero ospitato data center, gli enormi contenitori virtuali di informazioni recepite online. Server galleggianti per sfruttare il raffreddamento offerto dall’oceano e posizionati in acque internazionali, sfuggendo così alla giurisdizione Usa dell’Nsa. Ma quali informazioni custodisce? Che utilizzo ha? Quale sarà il futuro? Non c’è risposta a queste domande… intanto però è stata scoperta una seconda struttura del tutto simile a quella di San Francisco e stavolta la costruzione galleggiante è stata avvistata a Portland, nel Maine. Come scrive il Messaggero:

L’unica cosa certa è la segretezza calata sulla misteriosa struttura, un prodotto sperimentale del famigerato Google X, il laboratorio avveniristico guidato direttamente dal co-fondatore di BigG Sergey Brin : secondo Reuter Google ha chiesto a funzionari del governo degli Stati Uniti di firmare accordi di riservatezza. Un dipendente della Guardia Costiera che ha visitato la struttura ha dovuto firmare un accordo di non divulgazione con il gigante di Internet, ha detto Barry Bena, portavoce della Guardia Costiera degli Stati Uniti. Secondo The Verge ci si è appellati al “segreto commerciale”.

Alcuni siti specializzati ipotizzano che all’interno dei misteriosi hangar possono nascere degli showroom per la vendita dei Google Glass. Il sindaco di San Francisco, come riportato dalla stampa online, dice di non sapere cosa sia, mentre la polizia spiega che non rientra nella sua giurisdizione.

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Zuckerberg pretende la privacy, ma non la concede

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Comportamento davvero “contraddittorio” da parte del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg che dopo aver acquistato per 30 milioni le case dei suoi vicini per paura che un costruttore potesse edificare ville nella zona adiacente alla sua casa e poi puntare sul suo nome per alzare il prezzo di acquisto, sembra invece voler privare i suoi utenti di qualsiasi tutela. Facebook infatti eliminerà una sezione delle impostazioni di riservatezza rendendo ogni profilo utente visibile a chiunque nelle ricerche sul social network. Quindi uno stalker sarà facilitato, così come sarà facile l’accesso ai dati personali per un datore di lavoro o ancora qualche malintenzionato potrebbe vedere una foto scattata in vacanza e svaligiare la casa di un ignaro utente che aveva postato, forse con un po’ di ingenuità, le proprie foto. Privacy zero!!! Anche da parte di  Google+ e YouTube che hanno comunicato che verranno venduti i commenti e le foto dei loro utenti su suoi servizi o siti collegati. Chi fermerà questa speculazione? Chi punirà questo furto legalizzato? Chi porrà freni alla vendita di dati personali?

Forse quelle case appena acquistate da Zuckerberg saranno pagate da ora in poi con le foto di ignari utenti che si troveranno a fare da testimonial a prodotti anche disdicevoli. Siamo tutti merce di scambio, peccato che sulle nostre facce siano i “cannibali del web” a fare i soldi, mentre gli utenti s’impoveriscono e restano disoccupati.

 

“Si vede tutto!” Quell’albergo dalle pareti di vetro nel Veneziano

antony-palace-hotel-tuttacronacaSi fa subito notare l’Antony Palace Hotel, a Marcon, nel Veneziano. Spicca per le sue pareti di vetro. Le stesse che fanno sorgere le lamente dei residenti dei piani alti di due palazzine residenziali di Via Mattei. Il motivo? Gli ospiti dell’albergo non sempre si ricordano di chiudere le tende e così, la sera, con le luci delle stanze accese, le camere diventano dei grandi schermi attraverso i quali si può osservare ogni loro gesto. Anche quelli più personali. Con i residenti obbligati, loro malgrado, ad assistere quotidianamente a quanto avviene all’interno delle camere del quattro stelle: inconsce esibizioni i cui protagonisti sono gli ospiti distratti della struttura impegnati a sfilarsi i vestiti, stendersi nel letto, passeggiare, spesso con poche cose addosso, lungo la stanza, senza contare i momenti più intimi di coppia.

La Privacy ferma il Redditometro!

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Lotta tra il Redditometro e il Garante della Privacy, per le 35.000 lettere che l’Agenzia delle Entrate ha inviato ai contribuenti. Il Garante non dice “no” al Redditometro ma è un blocco per assicurarsi che prima di chiedere tutti i documenti ai cittadini ci siano i presupposti. In definitiva non deve diventare un “favorisca i documenti”, con i cittadini che si trovano di colpo in balia di un sistema di verifica “astratto”.

Il sistema messo a punto dall’Agenzia delle entrate, ad esempio, segnalerebbe, infatti, come «incongrui» circa 2 milioni di minorenni, colpevoli solo di non dichiarare il reddito necessario a pagare l’affitto. L’Agenzia, infatti, considera un “fitto predefinito” di 700 euro medi per chiunque non sia proprietario di casa o non sia titolare di un contratto di affitto, dunque anche i ragazzi. Perfino sul numero di famiglie esistenti in Italia ci sarebbero scostamenti importanti rispetto ai dati dell’Istat: quasi il doppio dei 25 milioni reali.

La macchina del Redditometro dovrebbe ripartire, anche se non prima della seconda metà di ottobre, una volta fatte le verifiche.

La Stampa scrive:

“E’ stata avviata l’istruttoria per verificare le modalità con cui sono stati individuati i potenziali evasori e sono state calcolate le relative spese sostenute. Il Garante sta inoltre verificando se i dati presenti all’interno della banca dati dell’Anagrafe tributaria siano o meno congrui e dunque di qualità, non essendoci un metodo standard di raccolta e classificazione degli stessi. E’ stata la stessa Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’Anagrafe a far emergere la questione.

Verrebbe quindi messa in discussione anche la Circolare dell’Agenzia dell’Entrate n. 24/2013la quale afferma che i contribuenti sottoposti a verifica e contraddittorio sarebbero stati selezionati esclusivamente sulla base di “elementi certi” ovvero proprio quei dati scaturiti dalle dichiarazioni dei redditi e presenti all’Anagrafe. Il blocco del Garante, si ricorda, arriva dopo numerose sentenze delle Commissioni tributarie che avevano già dichiarato lo strumento di verifica illegittimo, non solo a causa della violazione della privacy del contribuente ma anche perché si basava anche su medie ISTAT che potevano non corrispondere alla realtà.

Bisognerà attendere almeno fino alla metà di ottobre per sapere se il Garante deciderà se dare o meno il via libera alle lettere di richiesta di contraddittorio, il collegio dell’Authority tuttavia ha già esaminato i primi risultati sulla base del dossier inviato prima della pausa estiva dall’Agenzia delle Entrate”.

Tra ironia e design… le donne spiano gli uomini!

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Tra ironia e design alla  toilette del ristorante You’re Father’s moustaches di Halifax, in Nova Scotia (Canada), le donne spiano gli uomini!  Addio alla privacy nel bagno riservato al sesso forte che dovrà scegliere da quale donna farsi osservare! Di fronte agli orinatoi, in posizione strategica è stata, infatti, posta una gigantografia con tre signore con tre diverse reazioni, la scelta al cliente!

Privacy e social: i paparazzi girano alla larga da Saint-Tropez

brigitte-bardot-saint-tropez-tuttacronacaSaint-Tropez senza paparazzi. Ha dell’incredibile, eppure una delle mete estive privilegiate dal jet-set internazionale non è stata presa d’assalto dai flash dei fotografi, che devono fare i conti tanto con la crisi della stampa quanto con la concorrenza dei social network e con i troppi processi per violazione della privacy. E’ il quotidiano Nice-Matin che racconta come il villaggio di pescatori nel sude della Francia, dove nacque il mito di Brigitte Bardot, ha perso un po’ della sua aura glamour e le poche star che ancora lo frequentano preferiscono la tranquillità dei loro yacht. Quest’anno Madonna, Tony Parker, Woody Allen, Uma Thurman, Sylvester Stallone e Rihanna hanno trascorso l’estate a Saint-Tropez. Mentre Beyoncè e Paris Hilton hanno preferito Miami e Leonardo Di Caprio Ibiza. Il direttore dell’agenzia di fotogiornalismo Abaca, Jean-Michel Psaila, ha setenziato che l’epoca dei grandi scoop è finita, anche perchè Instagram e Twittier hanno preso il posto dei paparazzi, con le star che, gratuitamente, postano sui propri profili, scatti personali e video. “Tra social network, crisi della stampa, che dispone di meno mezzi per i reportage, e la moda dei processi per violazioni della privacy, i giornali sono meno tentati a inviare i loro giornalisti sul posto e tante star per scelta non vengono più fotografate – spiega Psaila -. Se i vip americani stanno al gioco, i francesi invece denunciano regolarmente i giornali”.

Google scende sott’acqua: visita i mari con Street View Oceans!

google-maps-ocean-view-tuttacronacaGoogle conquista anche il mondo subacqueo: con Street View Oceans è infatti possibile visitare le barriere coralline di tutto il mondo… senza alzarsi dalla propria poltrona. Se una volta sembrava che il motore di ricerca più famoso della rete fosse intenzionato a immortalare ogni metro della Terra, ora il suo campo si espande anche ai mari e agli oceani. Così, dopo essersi addentrato nel Monte Fiji, nella foresta dell’Amazzonia, nel Canjon del Colorado e perfino aver permesso agli utenti di visitare gli zoo del mondo senza uscir di casa, la squadra di Street View è giunta agli oceani, ricompilando dati e immagini per poter contemplare gli abissi, le specie che vi vivono e le barriere coralline. Con questo progetto, Google intende sensibilizzare la popolazione del deterioramento che stanno soffrendo questi luoghi e i loro abitanti a causa del cambiamento climatico e della pesca. Al momento, sono disponibili le foto a 360° di sei barriere tra australiane, europee e delle Filippine: Heron Island, Lady Elliot Island, Cratere del Molokini, Baia di Hanauma, Apo Islands e Wilson Islands. Perfetto per chi non desidera che le ferie finiscano!

Tutto quello che Facebook può fare dal tuo smartphone… a tua insaputa!

facebook-privacy-tuttacronacaE’ Osa Sapere che ha letto quello che la maggior parte di noi salta a piè pari, ossia le autorizzazioni che si concedono quando si scarica l’applicazione di Facebook su uno smartphone. Quello che ne hanno dedotto? Che il social blu può utilizzare il nostro cellulare come gli pare e piace. Non significa lo faccia, ma di certo ne ha la possibilità. Ma cosa può fare senza che ce ne rendiamo conto? Consentire all’app di effettuare telefonate senza che siamo noi a intervenire, cosa che può comportare chiamate o addebiti imprevisti anche se non consente le chiamate a numeri di emergenza. Ma consente anche all’app di accedere alle funzioni telefoniche del dispositivo. Questa autorizzazione consente all’applicazione di determinare il numero di telefono e gli ID dei dispositivi, se una chiamata è attiva ed il numero remoto connesso da una chiamata. E ancora, può scattare foto e riprendere video con la fotocamera, in qualsiasi momento e senza conferma da parte del proprietario dello smartphone. Lo stesso dicasi per la registrazione audio, che consente all’applicazione di registrare audio con il microfono. Questa autorizzazione consente all’applicazione di registrare audio in qualsiasi momento senza conferma. La posizione approssimativa consente inoltre all’applicazione di accedere alla tua posizione approssimativa grazie ai ripetitori di telefonia mobile e alle antenne wifi. E se non bastasse, la posizione precisa permette all’app di determinare la posizione esatta tramite GPS o fonti di geolocalizzazione come ripetitori di telefonia mobile e wifi. C’è inoltre da fare i conti con la lettura contatti personali, che consente di leggere i dati relativi ai contatti memorizzati sul telefono inclusa la frequenza con cui sono state effettuate le chiamate, inviate le email o comunicato in altri modi con individui specifici. Inoltre permette all’applicazione di salvare i dati dei tuoi contatti, che potrebbero essere condivisi. La lettura informazioni sociali permette invece di salvere i dati dal registro chiamate mentre applicazioni dannose potrebbero condividere i dati del tuo registro chiamate a insaputa dell’utente. E ancora, la modifica dei contatti personali consente all’applicazione, appunto, di modificare i dati relativi ai contatti memorizzati sul telefono, inclusa la frequenza con cui hai effettuato chiamate, inviato email o comunicato in altri modi con contatti specifici, anche di eliminarli. Ma anche il registro chiamate non sarebbe al sicuro, visto che l’app potrebbe modificarlo. L’archivio Usb consente invece all’applicazione di scrivere nell’archivio USB, modificare o eliminare contenuti mentre l’aggiunta o rimozione account permette all’applicazione di eseguire operazioni quali l’aggiunta o la rimozione degli account e delle relative password. C’è inoltre da fare i conti con il download dati da internet, che consente di scaricare i file tramite gestione dei download senza mostrare alcuna notifica all’utente. Infine, il recupero applicazione in esecuzione consente all’applicazione di recuperare informazioni sulle attività attualmente e recentemente in esecuzione. Ciò potrebbe consentire all’applicazione di scoprire informazioni sulle applicazioni in uso sul dispositivo. Tutto questo è possibile… perchè l’abbiamo autorizzato.

“I termini d’uso” uccidono la nostra privacy, ma noi siamo impotenti

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E’ umanamente impossibile leggere tutte le clausole racchiuse nei termini d’uso dei servizi web (si è stimato che ci si impiegherebbe un mese lavorativo all’anno e non è detto che si avrebbe la certezza di capire fino all’ultima virgola) eppure i consumatori ogni hanno perdono 250 miliardi di dollari per quello che celano quelle clausole che sono sempre più criptiche e che mirano solo a distruggere la nostra privacy e acquisire dati da rivendere alle grandi industrie a caro, carissimo prezzo.

Ora arriva un documentario ‘Terms and Conditions May Apply’ diretto da Cullen Hoback. Per realizzarlo sono occorsi due anni e oltre tremila ore di lavoro per lo più impiegate a raccogliere testimonianze di quelle righe che nessuno legge, «nemmeno gli avvocati che li scrivono», come dice il comico Eddie Izzard nelle battute iniziali del documentario, ma che possono poi avere conseguenze veramente spiacevoli.

Una delle tante raccontate attraverso il documentario è quella di un ragazzo irlandese, Leigh Brian, che 20 giorni prima di un viaggio da turista negli States chiede a una ragazza in un tweet di vedersi, prima che vada a «distruggere l’America». Intendeva fare festa, ubriacarsi. Ma quando fa per tornare, all’aeroporto viene interrogato per cinque ore per quel ‘cinguettio’, tanto pericoloso da finire con «x», un bacio. Viene ammanettato, messo in cella. Gli agenti non trovano nessuna reale minaccia in lui, ma ora il ragazzo è in lista nera e rischia di finire interrogato a ogni aeroporto.

Il documentario, spiega Hoback, nasce da un’esigenza ben precisa: «C’è una generale mancanza di consapevolezza», dice, «su come i Google e i Facebook del mondo abbiano tratto beneficio dai nostri dati, e su come quei benefici abbiano condotto al più grande incubo per le libertà civili del nostro tempo: la totale distruzione della privacy».

Ed è questo legame a costituire il cuore del filmato. Da un lato, una accurata ricostruzione storica di come sia nato l’apparato di sorveglianza digitale dell’intelligence Usa svelato in questi mesi da Edward Snowden, la fonte del Datagate. Dal programma ‘Total Information Awareness’ del 2002, l’antenato di Prism capace di «sorvegliare ogni informazione digitale esistente», alle rivelazioni quattro anni più tardi dell’ex tecnico AT&T Mark Klein, che svelano che il gigante delle telecomunicazioni era coinvolto in un programma di sorveglianza dell’Nsa per il traffico Internet, si comprende come secondo Hoback il Datagate «abbia detto poco che già non sapessimo». Al punto che se potesse rigirare il documentario oggi, vi aggiungerebbe poco o nulla.

Dall’altro il modo in cui l’ingigantirsi della macchina dello spionaggio, con scarso o nullo scrutinio pubblico, si sia legato agli interessi dei colossi web che hanno fatto dei nostri dati personali l’inesauribile miniera d’oro su cui basare le proprie fortune. «E se la raccolta di dati richiesta dal Patriot Act», si chiede la voce narrante, «fosse diventata il fondamento di un modello di business completamente nuovo? E il fondamento della rete moderna, come la conosciamo?».

Quando scriviamo commenti, twittiamo  o scriviamo un post su Facebook siamo davvero certi che non stiamo contribuendo ad annientare il concetto di privacy nel mondo? Anni per ottenere il diritto, per poi farlo dissolvere in un click? Quali sono i limiti etici che dovrebbero essere imposti a livello globale?

Marina Berlusconi sapeva del video hot di Marrazzo?

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La rivelazione di Alfonso Signorini, direttore di Chi, chiamato, in aula, come testimone nel processo sul ricatto all’ex governatore della Regione Lazio, , è inquietante. Il direttore della nota rivista di gossip infatti rivela che, come era suo dovere, data “la delicatezza del caso e per il personaggio coinvolto”, di averne informato l’editore, Marina Berlusconi “a cui mostrai il video”. Signorini ha poi aggiunto:

“Marina mi disse che ne avrebbe parlato con il padre Silvio, allora premier… dopo qualche giorno, Marina mi chiamò al fine di prendere contatto con l’agenzia Masi e per dirmi che suo padre aveva parlato con Marrazzo e che quest’ultimo avrebbe contattato la stessa agenzia. Anche per Silvio Sircana (l’allora portavoce del premier Prodi immortalato mentre parla con un trans in una strada di Roma), informai i vertici aziendali, anche se in quel caso non era in gioco la violazione della privacy ma quella della sfera sessuale. Di quel video tenni una copia nel mio pc che poi consegnai ai carabinieri del Ros”.

 

 

Prism italiano? Il fisco saprà per chi voti!

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La nuova legge sul finanziamento ai partiti voluta da Letta, per fortuna corretta dalla prima versione che prevedeva un meccanismo simile all’otto per mille e quindi rischiava di far entrare molti più soldi nelle casse dei partiti rispetto all’odierno metodo di finanziamento, tuttavia violerà la segretezza del voto. Il fisco infatti conoscerà le nostre preferenze, saprà a quale partito diamo il 2×1000. Quella scheda che gli italiani inizieranno a riempire a partire dal 2014 finirà insieme alla dichiarazione dei redditi nelle mani dell’Agenzia delle Entrate. A questo punto entrerà a quel grande frullatore della privacy degli italiani che è il Sid (Sistema di interscambio dati), quella ban- ca dati, il Grande fratello che il fisco italiano ha costruito per scovare gli evasori. La preferenza politica del singolo cittadino verrà dunque frullata insieme al redditometro, ai propri dati bancari, assicurativi, sanitari e familiari.

The Neighbors: il fotografo che spia i dirimpettai e li mette in mostra

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Il fotografo Arne Svenson ha presentato la sua nuova mostra alla Saul Gallery di New York, dal titolo “The Neighbors”. Gli scatti, per i quali ha utilizzato un teleobiettivo ereditato da un amico,immortalano quello che Svenson ha osservato per mesi dalla finestra del suo studio di Tribeca: i suoi “vicini”. Occhi puntati dunque sugli inquilini di un condominio di lusso fatto interamente di vetro e acciaio, che svolgevano le loro normali attività quotidiane completamente ignari dell’occhio indiscreto. Ma il progetto, dove non appaio i volti delle persone immortalate, ha dato l’avvio ad un acceso dibattito, con alcuni dei soggetti che hanno minacciato una denuncia per violazione della privacy. E, in riferimento all’impostazione voyeuristica, i molti si sono domandati fino a dove ci si possa spingere in nome dell’arte, per non violare le libertà individuali. Svenson, una sua versione ce l’ha e l’ha spiegata in un comunicato stampa. Secondo il fotografo, si legge, per i suoi soggetti “non esiste privacy, perché sono attori inconsapevoli che recitano davanti a uno schermo di vetro, dove il sipario è sempre alzato”. Aggiungendo che l’identità dei soggetti non è importante, perché i protagonisti del progetto rappresentano tutto il genere umano

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Gli italiani non pagano: debiti non onorati per un totale di 34 miliardi

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Nel 2012 ha raggiunto quota 34 miliardi di euro il totale degli insoluti: i conti degli italiani piangono e non si pagano più le rate del mutuo, l’affitto o le bollette per beni di prima necessità quali acqua, luce e gas. Per quest’anno, inoltre, si prevede un aumento del 6/8% delle pratiche affidate al reucpero crediti. E’ stata l’Unirec, l’associazione che riunisce le principali società di recupero crediti, a presentare i dati, sottolineando che tra le regioni più indebitate si trovano Sicilia, Campania, Lombardia, Lazio e Puglia. Oltre a questo, sta prendendo nuovamente piede l’usanze delle cambiali. Sono 3 milioni  al mese le pratiche relative a debiti non pagati da famiglie e imprese che faticano sempre di più a onorare le proprie obbligazioni e rimborsare i prestiti contratti: una vera e propria emergenza sociale quindi.  Ma se il numero delle cambiali è aumentato del 5% rispetto al 2011 e, addirittura, del 44% rispetto al 2009, anche i protesti sono in crescita da ormai 5 trimestri consecutivi. In questo contesto, le regioni più “virtuose” sono la Basilicata, Molise e Trentino. “Un dato che, ovviamente, risente dell’entità della popolazione dei territori, anche se – nelle aree più critiche e nelle regioni con situazioni socio-economiche più difficili – si rileva un tasso di recupero dei crediti decisamente minore”, dice il Rapporto che chiude con una previsione ancora più pessimista: i volumi da recuperare il prossimo anno potrebbero salire di un altro 10%.

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Ma se sono aumentati i crediti insoluti, le previsioni di incasso dei recuperatori professionali sono negative: aumenta cioé il differenziale tra affidamenti ed effettivi recuperi (-11%). Questa situaione rischia di rendere ancora più aggressive le azioni di recupero, anche con modalità che violano il codice della Privacy e integrano reati fino all’estorsione. In questo caso però è lo stesso presidente di Unirec Gianni Amprino a fornire alcune rassicurazioni. “Il circuito della agenzie aderenti all’associazione è composto di circa 200 società che corrispondono al 90% dell’attività di recupero. Tutte operano con regolare licenza rilasciata dal Ministero tramite le prefetture, sono vigilate dalla Banca d’Italia e collegate alle associazioni dei consumatori con le quali è in corso da tempo una proficua e continua collaborazione, proprio per evitare abusi. Anzi, noi siamo i primi a chiedere ai debitori di segnalarci eventuali comportamenti non corretti.” Ma c’è da considerare che sono numerose le Srl che non hanno aderito all’associazione di Confindustria pur operando nel mercato della tutela del credito: tornerà in voga lo strozzinaggio?

Telecamere all’asilo: garante dice “no”… si preferisce la privacy alla sicurezza?

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Il Garante della privacy ha detto no all’uso indiscriminato delle webcam negli asili nido. “Sulle esigenze di genitori e strutture deve prevalere la tutela della personalità e della riservatezza dei minori”. Con questa motivazione ha quindi vietato l’uso delle telecamere connesse a internet installate in un asilo nido privato di Ravenna. Una decisione che farà discutere e che arriva a pochi giorni dal nuovo caso di violenza ai danni dei bambini in un asilo di Roma. E’ un problema complesso quello della sicurezza e della privacy soprattutto quando la tutela riguarda i minori… quando si lede davvero un bambino e quando invece lo si protegge?

 

Altro “scoop” di Google Street View! Sesso sul cofano

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Altro “scoop” di Google Street View! Stavolta la coppia ritratta si era appartata in una strada  provinciale australiana. Per l’estattezza a South Australia, Dukes Highway, lungo la strada tra Keith e District Motorcycle Club. I due stavano facendo sesso sull’auto quando è passata la google cars. Lei ha salutato allegramente e lui ha continuato a bere birra. Ora la foto sta facendo il giro del web!

  

Google e la privacy violata!

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In prima posizione c’è la Francia. E poi Olanda, Spagna, Germania, Italia e anche alcune organizzazioni inglesi, impegnati su un fronte comune: far cambiare a Google le regole sulla privacy, a cui il gigante californiano aveva messo mano qualche mese fa. Secondo i garanti europei che coordinano la manovra, Google avrebbe fallito nel dichiarare apertamente quanti e quali dati acquisisce sui propri utenti, e per quanto li mantiene. Lo scorso anno Google ha unificato 60 procedure di policy in un unico documento globale. L’azienda detiene il 95% del mercato dei motori di ricerca in Europa, e secondo alcuni esperti di privacy, la capacità di acquisire e combinare e analizzare i dati degli utenti rappresenta una disponibilità chiave nel portafoglio di Mountain View.

Proprio sulla base della posizione comune europea, il garante per la privacy italiano ha aperto una sua istruttoria nei confronti di Google inc, per verificare il rispetto della disciplina sulla protezione dei dati personali e, in particolare, la conformità dei trattamenti effettuati dalla società di Mountain View ai principi di pertinenza, necessità e non eccedenza dei dati trattati nonchè agli obblighi riguardanti l’informativa agli utenti e l’acquisizione del loro consenso.

“Google non può raccogliere e trattare i dati personali dei cittadini europei senza tenere conto del fatto che nell’Unione europea vigono norme precise a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini dell’Ue”, spiega il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro. “L’azione congiunta dei Garanti europei mira a riaffermare questo principio e a far sì che questi diritti vengano garantiti. Il Garante italiano – continua – è da tempo impegnato sul fronte internazionale proprio per operare affinchè la privacy dei cittadini europei venga rispettata, non solo dalle imprese dell’Ue, ma anche da parte dei big della Rete e da tutte le società che operano nel settore delle comunicazioni elettroniche, ovunque esse siano stabilite. Vogliamo impedire che esistano zone franche in materia di diritti fondamentali”.

La sottile linea tra privacy e arte: Chicas Bondi

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Esperimento artistico fotografico o palese violazione della privacy? E’ il dilemma che pone “Chicas Bondi”, una collezione di immagini di ragazze (e anche qualche ragazzo) pubblicate da un anonimo ritrattista che si dedica a immortalare le passeggere femminili degli autobus di Buenos Aires, noti come “bondi” nell’argot locale, per poi pubblicarle su una pagina web, diventata molto popolare. L’allarme è partito dal Centro di Protezione di Dati Personali (Cpdp) dell’ombudsman della capitale argentina, secondo il quale l’album “Chicas Bondi” – pubblicato su Tumblr, Facebook e Twitter – è un “progetto che danneggia l’intimità personale, così come viene definita dalla normativa”, inoltre “si tratta di foto di persone perfettamente identificabili”. L’anonimo ritrattista degli autobus non è d’accordo con queste critiche, e in una intervista alla rivista “Conexion” Brando ha raccontato come “Chicas Bondi” sia nato per caso, dopo che nell’ottobre del 2011 si è comperato un telefono cellulare e ha iniziato a fotografare ragazze mentre viaggiava attraverso la città. “E’ stato un sperimento senza alcuna premeditazione: io facevo le foto, le caricavo su Facebook e i miei amici lasciavano commenti e ‘like’. Pochi mesi dopo ho fatto un album, ed è lì che è nato il nome di ‘Chicas Bondi’ e che ho organizzato l’archivio di immagini su Tumblr, con lo stesso nome, dove ormai ci sono più di 200 foto”, ha raccontato. In quanto alla presunta invasione della privacy, il fotografo anonimo ha raccontato che “non è mai successo che qualcuno si sia reso conto di qualcosa sull’autobus, o mi abbia detto qualcosa”, e solo in due occasioni gli hanno chiesto di togliere foto dalla sua pagina: “Una volta era una ragazza alla quale non era piaciuta l’immagine e l’altra era una che voleva evitare un guaio con un fidanzato geloso”. “Io non faccio soldi con questo progetto, e cerco sempre di assicurarmi che le ragazze vengano bene, credo che sia facile notarlo guardando l’album. Anzi, a volte succede che le stesse ragazze ritratte le scoprano e le etichettano, perché vogliono che si sappia che sono ‘chicas bondi’, immagino che per loro sia un commento positivo sulla loro bellezza”, ha aggiunto il ritrattista dei mezzi pubblici. “Chicas Bondi” è in realtà la versione di Buenos Aires di un’idea già sperimentata nella metropolitane di New York (“Subwaycrush”) e Londra (“Tubecrush”), solo che in questo caso le immagini non sono riprese da anonimi pendolari che le inviano a un sito, bensì da un solo fotografo.

E voi che ne pensate?

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Facebook fra poco predirà il futuro di ognuno di noi?

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Facebook sa quali dei suoi iscritti sono gay ancora prima che questi facciano coming out. Per il social network delineare il profilo dei suoi abitanti è di vitale importanza al fine di permettere alle compagnie che fanno pubblicità online d’indirizzare agli utenti annunci su misura.

E così nei giorni scorsi Matt ha deciso di scrivere una lettera a BuzzFeed, sito Usa che mescola contenuti virali e informazione, dopo che l’algoritmo di Zuckerberg aveva ficcato il naso un po’ troppo in fondo nei suoi affari.

Una mattina di un paio di settimane fa, una volta aperta la sua pagina Facebook, Matt (nella lettera di protesta lo scrivente specifica soltanto il proprio nome di battesimo) si è preso un bello spavento. Tutto per colpa di un annuncio mirato, che sponsorizzava le capacità di tale Rick Clemons, definito dallo slogan della réclame 2.0 il coach del coming out. «Vuoi far sapere al mondo che sei gay? Hai bisogno di aiuto?», recitava lo spot. Solo che Matt sostiene di non aver mai detto a nessuno di essere omosessuale né tantomeno di aver bisogno di aiuto, eccezion fatta per un amico con cui una volta si è confidato al telefono. Né a suo dire ha mai rivelato le proprie inclinazioni in ambito sessuale sul social network.

Quello che ha fatto però è stato commentare un paio di volte un articolo dello stesso BuzzFeed, dove si parlava del governatore dell’Ohio che si spendeva in favore del matrimonio gay. Nell’era dei big data basta un’inezia a far trapelare un segreto ben custodito nella realtà.

Non stiamo esagerando?

Ecco lo stato di terrore… per colpire gli evasori, s’intensificano i controlli

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Conti correnti, depositi, ma anche contratti derivati, fondi pensioni e acquisti di oro e preziosi. Arriva l’Anagrafe dei rapporti finanziari e per gli evasori diventera’ piu’ difficile aggirare il fisco? Probabilmente, no. Fatta la legge, trovato l’inganno! Ma sicuramente diventerà un inferno per chi le tasse le ha pagate e per chi magari vuole solo fare un regalo alla propria fidanzata, moglie o amante.

Il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, ha firmato il provvedimento che rende operativa l’Anagrafe, rendendo operativo quanto previsto con una delle manovre del passato. I primi dati inizieranno ad affluire a fine ottobre e saranno relativi al 2011. Poi a marzo 2014 quelli del 2012. Quindi di aprile in aprile quelli dell’anno precedente. Insomma già sono previsti tempi lunghi e si ha tutto il tempo, per chi davvero evadere, di nascondere la polvere sotto il tappeto (per dirla in termini bersaniani)!

La lotta all’evasione potra’ utilizzare cosi’ un nuovo e pungente strumento? Probabilmente, prima di rendere davvero operativo questo strumento passeranno anni, per il momento appare solo come l’ennesima violazione della privacy e dell’instaurazione di uno stato di terrore.  In un paese in crisi come l’Italia, in cui le gioiellerie sono stati i primi negozi a sentire il calo dei clienti e soprattutto a dover chiudere i battenti lasciando le famiglie in difficoltà economica, questo strumento non fa altro che acuire ancora maggiormente il disagio di un economia, quella legata ai preziosi, che va verso l’estinzione.

Lo strumento poi ha lacune profonde.  Manca l’indicazione relativa ai controlli sui conti scudati, quelli che nel passato hanno utilizzato la sanatoria per il rimpatrio e la regolarizzazione di fondi esportati illegalmente all’estero. Ma una nota aggiuntiva – assicurano i tecnici – arrivera’ a giorni. A mesi? Ad Anni? Mai?

 

La casa a misura di skate!

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Ecco a voi la Pas House… una casa completamente percorribile su uno skateboard. Progettata come un nastro si può andare da un capo all’altro senza avere impedimenti che potrebbero rallentare la vostra corsa. La casa è stata progettata da Gil Lebon Delapointe e Francois Perrin.

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Situata in cima a una scogliera a Malibu, la casa offre anche privacy e ha dato al proprietario la libertà di godere al suo pieno potenziale. Inoltre, la casa offre anche una vista mozzafiato sull’Oceano Pacifico. La struttura interna è molto semplice. La casa comprende un soggiorno, una sala da pranzo, una cucina, una camera da letto, un bagno e un campo di allenamento per lo skateboard.
La porzione centrale della casa è un grande anello che misura 10 metri di diametro. E ‘stata progettata per allenarsi e divertirsi ma all’occorrenza  può anche diventare un secondo soggiorno se si aggiungono i mobili. E ‘una combinazione semplice e piacevole di spazi in cui ognuno si può sentire a suo agio, ma in cui il proprietario può anche combinare due cose: la passione per lo skateboard e l’intimità di una casa.

Le immagini imbarazzanti di Street View… e cresce la protesta!

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Proteste su proteste per le immagini rubate da Street View… più che un motore di ricerca per le strade sta sempre più diventando l’occhio di guardone pronto a spiarci e a trovarci in “fallo”. Salgono sempre di più le polemiche, dove è il diritto alla privacy? Certo che a vedere la carrellata di foto tratte da Street il risultato è sorprendente: si va dall’uomo nudo nel giardino di casa fino alla ragazza che improvvisa uno spogliarello quando si accorge della telecamera che la sta “spiando”!

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La privacy violata da Facebook, basta un click!

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Un solo “like”, e la privacy va a farsi benedire. Lo dimostra una ricerca pubblicata sulla rivista Pnas, che ha fatto il giro del mondo: secondo lo studio, infatti, un “calcolatore” di personalità sarebbe in grado di svelare chi siamo dai “mi piace” che postiamo su Facebook. Orientamento sessuale, politico, età, quoziente intellettivo e altre informazioni non sarebbero dunque chiusi nel recinto della privacy: “Ciò che era difficile da ottenere su base individuale, può essere dedotto in modo automatico da milioni di persone senza che nemmeno se ne accorgano”, spiega Michael Kosinski, dell’università di Cambridge, autore della ricerca, che ha preso come “cavie” oltre 58mila utenti di Facebook americani.

Non c’è privacy nel mondo 2.0! Sorpresi a far sesso con Street View

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Beccati a fare sesso da Google Street View. Le immagini di una coppia durante un atto sessuale sono finite in rete. Colpa d Google View, che ha immortalato la passione dei due in un vicolo di Manchester. Pensavano che la strada fosse discreta e che nessuno li avrebbe visti. In realtà le immagini “bollenti” stanno facendo il giro del mondo. La zona è conosciuta per essere frequentata da prostitute di strada, ma l’occhio di Google non risparmia nessuno. A nulla sono valsi i tentativi di rimuovere le immagini.

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Il marito diventa donna… il matrimonio continua!

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Non si può escludere il legame affettivo tra i coniugi e quindi il proseguimento del matrimonio solo perchè il marito ha cambiato sesso, restando però maschio all’anagrafe: lo ha stabilito, con un’ordinanza del 9 febbraio, il Tribunale di Reggio Emilia. Il Tribunale ha infatti accolto il ricorso di un cittadino brasiliano transessuale, che è diventato donna ma risulta ancora anagraficamente registrato come maschio. Il brasiliano è sposato con una cittadina italiana da circa sei anni ed era ricorso contro il diniego del permesso di soggiorno per motivi familiari.
Dopo le nozze l’uomo si è sottoposto a una rettificazione del sesso e ha assunto comportamenti e aspetto di donna. La questura quindi gli ha negato il rinnovo del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare: secondo la polizia, il brasiliano avrebbe contratto un matrimonio fittizio e il cambio di sesso ne sarebbe la dimostrazione. Il transessuale, che è stato quindi espulso, il 23 novembre 2012 si è opposto in tribunale dove il giudice civile Annamaria Casadonte ha accolto il suo ricorso riconoscendo il diritto al permesso di soggiorno.
Nella sentenza il giudice ricorda che la Corte Costituzionale tedesca, nel 2008, definì illegittima una norma che imponeva lo scioglimento del matrimonio prima del cambio di sesso e sottolinea «la non infrequente ipotesi di soggetti che pur identificandosi nel genere opposto mantengano orientamento sessuale nei confronti dello stesso genere opposto; è, cioè, appurato che  possano avere in alcuni casi orientamento sessuale diretto nei confronti delle persone appartenenti non al genere da cui provengono ma al genere col quale si identificano».
Il giudice è perentorio anche sulla validità del matrimonio: «È pacifico che il ricorrente sia legalmente coniugato con la cittadina italiana, non sussistendo dubbi in ordine alla celebrazione del loro matrimonio». «Nel nostro ordinamento è certamente consentita la permanenza del matrimonio pregresso anche dopo l’avvenuta rettificazione del sesso con intervento chirurgico. Soltanto la rettificazione anagrafica di attribuzione di sesso, disposta con sentenza passata in giudicato, può essere causa di divorzio».
Il giudice inoltre fa notare che i testimoni hanno confermato «la convivenza fra i coniugi», e un «rapporto affettivo evidente ed intenso». «In letteratura», scrive ancora il giudice Casadonte, «è riscontrata la non infrequente ipotesi di soggetti che pur identificandosi nel genere opposto mantengano orientamento sessuale nei confronti dello stesso genere opposto.  Ne consegue che se la relazione affettiva è condivisa dal coniuge, non si può affermare la carenza di convivenza more uxorio».
In altri passaggi della lunga sentenza, il giudice rammenta decisioni della Corte europea dei diritti umani, della Corte costituzionale tedesca e austriaca e altri casi in Svezia dove di fatto si considera «incostituzionale» lo scioglimento del matrimonio che viola «il diritto a proseguire nel matrimonio nonostante il mutamento del sesso».
In sostanza, nonostante il cambio di sesso, se i coniugi si amano e la moglie non ha intenzione di separarsi – e il transessuale non ha cambiato il sesso sulla carta di identità -, non si può separare la famiglia. Fra l’altro, il giudice ricorda che la questura non può entrare troppo, facendo indagini, su presunti matrimoni fittizi nella privacy e negli affetti di una famiglia. «Ogni ulteriore indagine sui sentimenti dei coniugi, sulla loro relazione, sul loro menage quotidiano, appare poco compatibile con la tutela che la Carta costituzionale all’articolo 29 assicura ai coniugi nel matrimonio».

Quanto mi dai? Arriva Lulu l’app per votare il tuo uomo!

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L’inglese Alexandra Chong ha pensato di trasformare le chiacchiere che le ragazze scambiano tra di loro su fidanzati e mariti in una database di servizio pubblico. Si chiama “Lulu” l’app creata dalla Chong per smartphone Android (per ora è disponibile per il mercato americano e inglese).

Vuole essere una sorta di Tripadvisor degli uomini: le compagne presenti e passate danno i voti alle performance sessuali degli uomini, senza tralasciare il primo bacio, l’aspetto fisico, l’abbigliamento e persino il loro livello di igiene personale. L’obiettivo è mettere in guardia la popolazione femminile e indicare i tipi con i quali è meglio non perdere tempo.

E per mettersi al riparo dalle accuse di discriminare gli uomini e di violare la loro privacy e il loro “diritto all’oblio”, la Chong è corsa ai ripari. Ha messo a punto anche una contro-applicazione che permette ai ragazzi di dare spiegazioni sui giudizi espressi nei loro confronti. I due database, quello maschile e quello femminile, andranno quindi a collaborare tra loro senza intralciarsi. Agli uomini citati da Lulu non sarà possibile cambiare in maniera diretta i voti ricevuti, anche se ingiusti.

La privacy giappone mette in crisi lo smartphone!

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Secondo le vendite di questi ultimi anni, nonostante la tecnologia giochi in casa e la telefonia mobile si sia notevolmente sviluppata, i giapponesi continuano a preferire i vecchi modelli “a conchiglia” piuttosto che gli smartphone di ultima generazione. Qual è il motivo?
Non si tratta soltanto di attaccamento  al tradizionale, valore insito nella mentalità del popolo nipponico, quanto della possibilità di nascondere i propri segreti, di celarsi dietro quello sportellino che si chiude e si apre. Ma c’è dell’altro, naturalmente: tra questi modelli a conchiglia, spicca su tutti il Fujitsu F-Series, che risale a più di qualche anno fa.

Caratteristica di questo cellulare, è la possibilità di impostare una modalità chiamata “privacy” che consente di rendere illeggibili determinati contenuti ad occhi indiscreti; soltanto il proprietario, utilizzando un sistema di codici molto diverso dai tradizionali software di sicurezza disponibili, sarà in grado di accedere ai messaggi, alla galleria, al registro chiamate… Questo modello è maggiormente utilizzato dai ragazzi, spesso e volentieri per non far scoprire i propri segreti ma anche i tradimenti, tanto che il cellulare è stato ribattezzato come “uwaki keitai” ovvero “telefoni dell’infedeltà”. Di recente, Fujitsu ha assicurato l’intenzione di portare la modalità “privacy” anche sugli smartphone più recenti.

Graph Search nuovo strumento per gli utenti o marketing aziendale?

Attenti a quello che “vi piace” su Facebook. Arriva Graph Search e potrebbe invadere la vostra privacy…  dal fare ricerche sul vostro stato civile, ai vostri figli o parenti, fino alla vostra bibita preferita… e attenzione alle foto di belle ragazze o bei ragazzi che cliccate… anche quelle verranno “schedate”. IL GRANDE FRATELLO NON E’ PIU’ IN TV MA IN FACEBOOK!

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Steven Tyler ci prova e propone la legge anti-paparazzi!

Il mito del rock ha presentato una legge  al Senato delle Hawaii che mette al bando gli scatti a persone famose nella loro vita privata. Il disegno di legge anti-paparazzi, chiamato ‘Steven Tyler Act’, e’ stato scritto dalla manager del leader degli Aerosmith, Dina LaPolt. Diverse star sostengono la sua proposta, tra cui Britney Spears, Avril Lavigne e Tommy Lee.

Quando il diritto alla privacy diventerà una legge senza discriminati?

Steven Tyler Act

I ragazzi europei tra i 16 e i 17 anni girano in rete e si conoscono via chat

E quando non sono connessi? Il cellulare per inviare sms e girare video. Solo il 50% legge libri. Lo dice l’indagine Stop the violence condotta su 700 ragazzi.

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