Pericoloso per la biosicurezza! L’album di Katy Perry preoccupa l’Australia

Katy-Perry-Prism-tuttacronacaKaty Perry è in testa alla Billboard chart negli Stati Uniti e trionfa nelle classifiche di mezzo mondo grazie al suo ultimo album Prism ma ora dall’Australia arriva un allarme quantomeno insolito: la versione deluxe del disco, che include un sacchetto di semi per far sbocciare fiori come quelli che attorniano la cantante nella cover, sarebbe infatti pericoloso per la biosicurezza. L’allarme arriva dal dipartimento australiano dell’agricoltura, che ha reso noto di considerare potenzialmente pericolosi per la sicurezza biologica quei semi e questo potrebbe significare bandire dalla distribuzione nazionale la versione deluxe dell’album. Come spiega Optimagazine, “L’idea di inserire semi nella versione più ricca dell’album Prism si è scontrata infatti con le severe norme ambientali che vigono nel Nuovissimo Continente, una rigida serie di regole in materia di piante e vegetali per valutare i rischi dell’introduzione di organismi non originari del paese. Per questo, ha annunciato, il portavoce del dipartimento dell’Agricoltura, nel caso in cui fosse distribuita la versione internazionale dell’album Prism ci saranno dei controlli per sondare il grado di pericolosità dei semi e non si esclude il rischio di una confisca delle copie. Problema che invece non si pone per la versione dell’album prodotta in Australia, che contiene semi provenienti dalla parte occidentale del Paese dunque non pericolosi per l’ambiente.”

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Testa a testa tra Katy Perry e Lady Gaga su iTunes e nelle radio

katy-perry-prism-lady-gaga-artpop-tuttacronacaE’ sfida a suon di Pop tra Katy Perry e Lady Gaga nelle Radio e nelle classifiche dei singoli digitali. Era prevedibile, Roar e Applause sono da poco disponibili e già si sono conquistati le vette delle classifiche. A poche ore dal loro rilascio, il singolo della Perry sembra resistere alla numero uno di iTunes America e di molti altri paesi, ma in meno di 24 ore Lady Gaga si è già arrampicata alla numero 2 e non è detto che presto non scalzi la Perry dal trono. Stesso discorso per le radio statunitensi, che al momento hanno abbracciato meglio “Roar” con 89 adds ufficiali nelle stazioni, su le 64 ottenute da Gaga, ma si tratta solo di dati provvisori: Roar è uscita prima di Applause e il vantaggio potrebbe derivare solo da questo. Per conoscere il responso, bisognerà quindi attendere la settimana prossima, con le classifiche ufficiali dei singoli.

 

Kate Perry e il suo nuovo video #Roar. L’attesa è finita!

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A 3 anni di distanza dal successo da record di “Teenage Dream”, Katy Perry torna con un nuovo album dal titolo “Prism” atteso per il 22 ottobre e anticipato dal brano “Roar” nelle radio e negli store digitali di tutto il mondo dal 12 agosto. Per il lancio del nuovo singolo Katheryn Elizabeth Hudson (questo il suo vero nome) ha postato su youtube (utilizzando twitter e l’hashtag #Roar) una serie di video vignette che sembrano raccontare cosa i fan dovranno aspettarsi dalla nuova Katy Perry.

Uno di questi video vignette è “Burning Baby Blue”  dove è lei stessa a bruciare la sua famosa parrucca viola (quella del successo “California Gurls”):

Poi l’altra dal titolo “Ashes to ashes, dust to dust, a new beginning is a must”, dove Katy sembra partecipare al suo stesso funerale con tanto di lecca lecca sulla bara:

A seguire è uscito “From A Meow To A Roar”:

E per ultimo Satin cape postato venerdì scorso:

Ma ora l’attesa è finita e il video è disponibile:

“I termini d’uso” uccidono la nostra privacy, ma noi siamo impotenti

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E’ umanamente impossibile leggere tutte le clausole racchiuse nei termini d’uso dei servizi web (si è stimato che ci si impiegherebbe un mese lavorativo all’anno e non è detto che si avrebbe la certezza di capire fino all’ultima virgola) eppure i consumatori ogni hanno perdono 250 miliardi di dollari per quello che celano quelle clausole che sono sempre più criptiche e che mirano solo a distruggere la nostra privacy e acquisire dati da rivendere alle grandi industrie a caro, carissimo prezzo.

Ora arriva un documentario ‘Terms and Conditions May Apply’ diretto da Cullen Hoback. Per realizzarlo sono occorsi due anni e oltre tremila ore di lavoro per lo più impiegate a raccogliere testimonianze di quelle righe che nessuno legge, «nemmeno gli avvocati che li scrivono», come dice il comico Eddie Izzard nelle battute iniziali del documentario, ma che possono poi avere conseguenze veramente spiacevoli.

Una delle tante raccontate attraverso il documentario è quella di un ragazzo irlandese, Leigh Brian, che 20 giorni prima di un viaggio da turista negli States chiede a una ragazza in un tweet di vedersi, prima che vada a «distruggere l’America». Intendeva fare festa, ubriacarsi. Ma quando fa per tornare, all’aeroporto viene interrogato per cinque ore per quel ‘cinguettio’, tanto pericoloso da finire con «x», un bacio. Viene ammanettato, messo in cella. Gli agenti non trovano nessuna reale minaccia in lui, ma ora il ragazzo è in lista nera e rischia di finire interrogato a ogni aeroporto.

Il documentario, spiega Hoback, nasce da un’esigenza ben precisa: «C’è una generale mancanza di consapevolezza», dice, «su come i Google e i Facebook del mondo abbiano tratto beneficio dai nostri dati, e su come quei benefici abbiano condotto al più grande incubo per le libertà civili del nostro tempo: la totale distruzione della privacy».

Ed è questo legame a costituire il cuore del filmato. Da un lato, una accurata ricostruzione storica di come sia nato l’apparato di sorveglianza digitale dell’intelligence Usa svelato in questi mesi da Edward Snowden, la fonte del Datagate. Dal programma ‘Total Information Awareness’ del 2002, l’antenato di Prism capace di «sorvegliare ogni informazione digitale esistente», alle rivelazioni quattro anni più tardi dell’ex tecnico AT&T Mark Klein, che svelano che il gigante delle telecomunicazioni era coinvolto in un programma di sorveglianza dell’Nsa per il traffico Internet, si comprende come secondo Hoback il Datagate «abbia detto poco che già non sapessimo». Al punto che se potesse rigirare il documentario oggi, vi aggiungerebbe poco o nulla.

Dall’altro il modo in cui l’ingigantirsi della macchina dello spionaggio, con scarso o nullo scrutinio pubblico, si sia legato agli interessi dei colossi web che hanno fatto dei nostri dati personali l’inesauribile miniera d’oro su cui basare le proprie fortune. «E se la raccolta di dati richiesta dal Patriot Act», si chiede la voce narrante, «fosse diventata il fondamento di un modello di business completamente nuovo? E il fondamento della rete moderna, come la conosciamo?».

Quando scriviamo commenti, twittiamo  o scriviamo un post su Facebook siamo davvero certi che non stiamo contribuendo ad annientare il concetto di privacy nel mondo? Anni per ottenere il diritto, per poi farlo dissolvere in un click? Quali sono i limiti etici che dovrebbero essere imposti a livello globale?

Datagate francese: spiati i telefoni

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Anche la Francia dispone di un “dispositivo di spionaggio su ampia scala delle telecomunicazioni”, simile al sistema Prism americano, gestito dalla Direzione generale della sicurezza esterna (Dgse). Lo rivela il sito del quotidiano Le Monde, secondo cui l’intelligence francese “raccoglie sistematicamente i segnali elettromagnetici emessi da computer e telefoni” nel Paese e i flussi da e verso l’estero.

Obama aiutato dall’Europa per “origliare”?

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Di nascosto e forse anche controvoglia Bruxelles avrebbe aiutato l’America a spiare. La smentita da parte della Commissione Ue, per le accuse del Financial Times, è stata parziale.

Per spiegare cosa è avvenuto bisogna ricordarsi della legge in vigore negli Usa che consente al governo federale di monitorare le comunicazioni degli stranieri per aumentare la sicurezza interna e prevenire possibili attacchi terroristici. La normativa naturalmente, in sede di approvazione, causò notevoli scontri, ma alla fine prevalse la linea di tutela a scapito della privacy. Naturalmente questo fu possibile grazie alla pressione che gli Usa fecero sull’Unione.

Una legge degli Stati Uniti, la normativa Fisa, consente al governo federale di attuare programmi di monitoraggio delle comunicazioni degli stranieri al fine di massimizzare la sicurezza interna e difendersi al meglio dagli attacchi terroristici. La normativa creò una discreta polemica all’epoca della sua approvazione, ma il Congresso, allora in mano democratica, definì il quadro giuridico che ha poi permesso ad Obama di approfondire il controllo delle comunicazioni attraverso il programma Prism. Per consentire questo tipo di attività però gli Usa hanno esercitato un’intensa attività di persuasione nei confronti dell’autorità dell’Unione europea. La Ue infatti aveva intenzione di approvare una normativa con un articolo esplicitamente pensato contro i programmi di controllo statunitensi, la cosiddetta clausola anti Fisa.  La Commissione però ha pensato bene di cassare questa norma, l’articolo 42 del nuovo regolamento sulla protezione dei dati, su pressioni dell’amministrazione americana.

Ma se l’Ue si è sempre battuta per tutelare la privacy dei propri cittadini perché poi non ha votato l’anti Fisa?

 

Il Grande Fratello non parla solo inglese… Prism italiano?

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”I cittadini europei sono già oggetto di un monitoraggio dai colossi del web su gusti, scelte e abitudini, che e’ contrario alle nostre norme”. E’ Antonello Soro, il presidente dell’Autorità  Garante della Privacy,  a confessarlo a “Il Messaggero”. Soro, ex dermatologo ed ex parlamentare Pd, ricopre questo incarico da un anno, dopo essere stato nominato tra le polemiche. Quindi una voce autoritaria che aggiunge:

 ”Stiamo lavorando con i colleghi europei  per trovare a livello sovranazionale un punto di equilibrio tra sicurezza e privacy. Cerchiamo una bussola diversa nell’uso di strumenti che magari altri paesi, con scarsa consuetudine democratica, usano come strumenti di oppressione. Quello che è emerso in questi giorni in America era in qualche modo prevedibile. E’ dal 2001, dalle Torri Gemelle, che le autorità americane si riservano la possibilita’ di accedere ai grandi archivi telefonici e ai provider di internet. Ma oggi abbiamo davanti un sistema diffuso di sorveglianza indiscriminata e generalizzata, al di là dell’immaginazione. Si previene il terrorismo, sì, ma entrando nei dettagli della vita di milioni e milioni di persone. In quindici anni di esperienza dell’Autorità, sono stati fatti grossi passi in avanti nella formazione di una coscienza diffusa. La rivoluzione digitale, lo sviluppo di internet certo, ha prodotto tensioni, come è vero che l’esposizione infinita della nostra vita in Rete comporta una serie di rischi. Ma l’accesso ai dati da parte delle autorità giudiziarie, ad esempio, non fa registrare anomalie del tipo di quelle americane”.

Il problema alla base è di assicurare sicurezza, ma non privare i cittadini della privacy… due concetti che sembrano essere in contrapposizione e che all’apparenza non hanno una soluzione. In realtà quello che è emerso, almeno in ambito Europeo, ma anche statunitense, la mole di dati monitorata. E’ possibile quando vi è una così vasta gamma di dati eterogenei riuscire a monitorarli tutti e a dare il giusto peso a ognuno di essi?  L’attentato di Boston mostra una lacuna, un nome errato, un monitoraggio delle informazioni sicuramente non completo. Però milioni di americani erano tenuti sotto stretta sorveglianza…

Il problema quindi sarebbe davvero avere una sensibilità per capire quali devono essere le informazioni da tenere sotto controllo e non fare un controllo a tappeto. Ma poi appena accediamo a Facebook c’è chi monitora i nostri gusti, le nostre tendenze sessuali, il nostro pensiero politico e immediatamente ci fornisce la pubblicità più adatta a noi… dove è la privacy se un profilo Facebook può essere oggetto di studi di marketing? Insomma gli utenti sembrerebbe che siano diventati oggetti di “indagini” e “consumatori da assillare con la pubblicità”. A volte siamo anche veri e propri campioni di statistiche a nostra insaputa? C’è davvero chi fa i soldi se noi mettiamo un “mi piace” in internet?

Se questo accade, poi c’è anche chi non è tutelato. Chi viene fatto oggetto di cyberbullismo e chi viene insultato pesantemente… Secondo Soro: ”Non possiamo piu’ essere indulgenti con la violenza verbale presente nella rete”.

La giurisprudenza a che punto è?

Sempre secondo il Garante: ”sta tentando di affermarne una qualche regolamentazione, radicando la competenza dei giudici nazionali rispetto a reati che ledono diritti fondamentali dei propri cittadini e prevedendo alcune responsabilita’ dei provider, ancorche’ stabiliti al di fuori dell’Europa, qualora non si attivino per rimuovere i contenuti illeciti”.

Ma i potenti colossi di internet come Google, Facebook e Amazon? ”non dovremmo permettere che i dati personali, che hanno assunto un valore enorme in chiave predittiva e strategica, diventino di proprietà di chi li raccoglie e dobbiamo anche per tale ragione continuare a pretendere la trasparenza dei trattamenti. Questo – ricorda Soro – è lo scenario nel quale, in azione congiunta con altre Autorità europee, abbiamo avviato un procedimento nei confronti di Google per la gestione opaca relativa alle nuove regole privacy adottate: regole che consentono di incrociare i dati dell’utente rispetto a tutti i servizi utilizzati (da Gmail a YouTube a Google Maps). Assicurare tutela è un compito complesso e difficile quando l’equilibrio tra il valore costituzionale di un diritto e la sua mercificazione, spesso in cambio della gratuità dei servizi offerti, è rimessa direttamente all’utente”.

I’m Edward Snowden: “ho sacrificato la vita”

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«Non ho avuto nessuna intenzione di nascondere la mia identità perché so che non ho fatto nulla di male» ha dichiarato Edward Snowden, 29enne , che ha sacrificato la sua vita comoda fatta di una ragazza, un lavoro e  una carriera per non vivere in un paese che consente di spiare i propri cittadini. Snowden è la talpa che ha rivelato al Guardian il programma di controllo dati più grande della storia americana: “non avevo la coscienza a posto nel permettere che il governo Usa distruggesse ogni privacy, libertà della rete, e diritti fondamentali delle persone in tutto il mondo.”

Edward Snowden si trova in una camera d’albergo di Hong Kong. «Ho scelto questo Paese – spiega la ‘talpa’ – perchè ha un forte impegno a favore della libertà di parola e a tutela del dissenso politico» e perché lui stesso crede che sia uno dei pochi luoghi al mondo che potrebbe e dovrebbe resistere ai dettami del governo americano.

Prism italiano? Il fisco saprà per chi voti!

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La nuova legge sul finanziamento ai partiti voluta da Letta, per fortuna corretta dalla prima versione che prevedeva un meccanismo simile all’otto per mille e quindi rischiava di far entrare molti più soldi nelle casse dei partiti rispetto all’odierno metodo di finanziamento, tuttavia violerà la segretezza del voto. Il fisco infatti conoscerà le nostre preferenze, saprà a quale partito diamo il 2×1000. Quella scheda che gli italiani inizieranno a riempire a partire dal 2014 finirà insieme alla dichiarazione dei redditi nelle mani dell’Agenzia delle Entrate. A questo punto entrerà a quel grande frullatore della privacy degli italiani che è il Sid (Sistema di interscambio dati), quella ban- ca dati, il Grande fratello che il fisco italiano ha costruito per scovare gli evasori. La preferenza politica del singolo cittadino verrà dunque frullata insieme al redditometro, ai propri dati bancari, assicurativi, sanitari e familiari.

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