La guerra alle pensioni di Renzi, ora tocca a quelle di reversibilità

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Dopo la lotta alle pensioni d’oro di Renzi ora, il sindaco di Firenze, sposta la battaglia sulle pensioni di reversibilità. il primo affondo Renzi lo ha fatto negli studi di Michele Santoro a Servizio Pubblico dove aveva già lanciato la sua ascia, ma ora rincara la dose come sottolinea Cannavò su Il Fatto Quotidiano:

“Fedele al ruolo di affabulatore ha voluto porre il tema parlando di sua nonna, Maria Bovoli, tenace vecchina di 93 anni. “Chi l’ammazza! – ha detto il sindaco di Firenze – mia nonna ha avuto la pensione di reversibilità quando aveva sei figli. È stato giusto ma continua a percepirla ancora, 3.000 euro al mese, nonostante i figli siano piuttosto grandi”.

Renzi non ha detto altro, ma l’intenzione di voler intervenire sulle pensioni di reversibilità è chiara. La conferma viene da quello che è considerato l’esperto di Renzi in questioni economiche, Yoram Gutgeld:

“La reversibilità in Italia è molto alta, circa il 30-40% in più del resto d’Europa. Non abbiamo presentato proposte ma ci stiamo lavorando. Ci sono margini per ridurre qualcosa, certo non le pensioni basse”. Il problema è che proprio di pensioni basse stiamo parlando. Nel bilancio dell’Inps, la spesa per pensioni ai superstiti – questo è il termine tecnico della reversibilità – è di 28 miliardi per 3,8 milioni di pensioni erogate. Importo medio: 565 euro. Come sempre, si tratta della “media del pollo”, ci sono assegni più alti e altri più bassi. Ma con quella media è difficile andare a pescare privilegi corposi, non stiamo parlando di pensioni d’oro.

Il Fatto spiega in cosa consista la pensione di reversibilità,

quella percepita in caso di decesso del coniuge: in Italia ci sono milioni di pensionati di questo tipo, in prevalenza donne, una vita di casalinghe alle spalle. La pensione ai superstiti (reversibilità) spetta ai familiari del defunto: coniuge, figli minori e fino al compimento degli studi, fratelli, nipoti e genitori purché a carico. Al coniuge spetta il 60% della pensione, l’80% se ha un figlio, il 100% con due figli. Al figlio senza coniuge va il 70% che sale all’80 e al 100% con più figli. Il 15% a ogni altro familiare, diverso da questi, avente diritto. Se si possiede un altro reddito, la pensione è ridotta del 25% quando si superano i 1.400 euro, del 40% oltre i 1.860 e del 50% oltre i 2.330 euro.

Vivaci sono state subito le reazioni e tutte ostili:

Antonio Pellegrino, tecnico previdenziale dello Spi Cgil, ha detto “Renzi fa i conti con tasche che non sono le sue, fa vergogna perché parliamo di redditi in genere bassi e comunque già regolati”.

Alla morte di un titolare di pensione, questa è dovuta al coniuge, ai suoi figli ma anche ai genitori o ai fratelli. In proporzioni ridotte e con alcuni limiti di reddito oltre i quali scattano le riduzioni “Si tratta di una delle condizioni di vita più difficili e dolorose” aggiunge Pellegrino. Un settore in cui i 3.000 euro della “nonna renziana” costituiscono una chimera. L’idea, però, potrebbe trovare cittadinanza all’interno dell’Inps dove si fa notare che la spesa reale, in realtà, è più alta, 39 miliardi. Alle pensioni erogate a chi non ha altri redditi vanno aggiunte quelle di chi possiede altre entrate. In tal caso la media è più alta, 856 euro al mese: ancora anni luce dalla nonna di Renzi. “Sembra ossessionato dalle pensioni” ha detto Carla Cantone, segretario dello Spi-Cgil, organizzazione di oltre 2,5 milioni di iscritti. segretario dello Spi-Cgil, replica con nettezza, più di quanto fatto finora dalla Cgil nei confronti del futuro segretario Pd: “Matteo Renzi è proprio ossessionato dai pensionati e ancora di più da quelli che liberamente e democraticamente hanno deciso di iscriversi al sindacato. I pensionati non sono mica tutti come sua nonna che prende 3.000 euro al mese”. Cantone dice di comprendere le necessità della “campagna elettorale” ma, aggiunge, “Renzi sbaglia bersaglio e non fa il bene del paese continuando ad aizzare le folle contro chi è andato in pensione dopo una vita di lavoro”.

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Incostituzionale colpire solo una fascia di cittadini.

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La tassa sui ricchi non si può applicale lo ha stabilito la Consulta avendo riscontrato un’incostituzionalità in un comma  del decreto legge 98 del 2011. La norma censurata disponeva infatti un contributo perequativo per le pensioni oltre i 90 mila euro lordi. Contributo che la Corte Costituzionale considera di natura tributaria e in cui ravvisa “un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”.  Questa  decisione sicuramente provocherà problemi al ministro del Lavoro, Giovannini, che aveva già annunciato che i futuri provvedimenti sull’occupazione sarebbero stati finanziati anche tassando le pensioni d’oro.

Si afferma il principio dell’uguaglianza dei cittadini come previsto dalla Costituzione, quindi anche per quei cittadini che percepiscono redditi più elevati non è possibile applicare un criterio discriminatorio che va a colpire un’unica categoria.

A sollevare la questione di legittimità costituzionale di fronte alla Consulta è stata la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Campania, a seguito del ricorso di un magistrato presidente della Corte dei conti in quiescenza dal 21 dicembre 2007 e titolare di pensione superiore a 90mila euro: nel mirino, il comma 22.bis dell’art.18 del decreto-legge 98 emanato il 6 luglio 2011, contenente disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria.

D’altra parte chi percepisce un reddito elevato è già sottoposto, in base al criterio di progressività della tassazione italiana, a dover versare all’erario un contributo più elevato di chi invece ha un reddito più basso. La tassa applicata quindi sui pensionati che hanno più di 90mila euro annui è una incostituzionalità che va a gravare solo e unicamente su una certa fascia di cittadini, oltre tutto pensionati. Una vera e propria “disparità di trattamento”.

“L’intervento – si legge in sentenza – riguarda, infatti, i soli pensionati, senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito, attraverso una irragionevole limitazione della platea dei soggetti passivi”.

 

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