Pedalando alla prima segreteria, così Renzi a Firenze

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Prima segreteria del partito e Renzi arriva in bici. Per questo primo appuntamento, che canonicamente si tiene da sempre a Roma, il sindaco toscano e segretario del Pd ha preferito invece far prendere una boccata di aria nuova all’evento fissandolo nella sua città.

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Quel 2% che potrebbe anche essere incostituzionale…

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Sembra un gran pasticcio! E’ appena nata ma già solleva molti dubbi la legge per il finanziamento ai partiti attraverso il 2 per mille dell’Irpef. Troppi i dubbi, infatti se viene espressa la preferenza c’è il rischio di incostituzionalità in quanto verrebbe meno la segretezza del voto politico, se invece si lascia non espressa allora vanno direttamente allo Stato.

 Come afferma Panorama:

La nuova normativa recepisce, di fatto, i dubbi sollevati a novembre dal procuratore del Lazio della Corte dei Conti, Raffaele De Dominicis, secondo il quale tutte le leggi a partire dal 1997 avevano risvolti incostituzionali in quanto reintroducevano il finanziamento pubblico dei partiti in difformità con quanto proclamato dai cittadini con il referendum dell’aprile 1993.

Silvio Berlusconi si appoggia a Marcello Fiori, quello che “si mangiò Pompei”

Cave Canem-tuttacronacaBerlusconi ha scelto il nuovo volto per rilanciare il centrodestra. Si tratta di Marcello Fiori, quello che si mangiò Pompei. Il deilfino incaricato di gestire il debutto dei circoli di Forza Italia ed ex vice di Bertolaso alla Protezione Civile, esibisce un’accusa della magistratura per “abuso d’ufficio continuato”. Sarà il il vero e proprio coordinatore dell’anima movimentista del partito, guiderà la macchina elettorale di Berlusconi, grazie a esperienza e titoli che Gian Antonio Stella, per il Corriere della Sera, si occupa di trovare nel suo curriculum. In qualità di commissario straordinario di Pompei, Fiori può vantare, oltre all’attenzione dei giudici, una serie di spese “stupefacenti” che ne descrivono il modus operandi, e una certa allegria finanziaria nel gestire le risorse affidategli. La serie di episodi emblematici che segnano la sua gestione a Pompei è ragguardevole. Basta non fidarsi delle pubblicazioni ufficiali, anche queste costosissime e inutili: come il libro ricordo extra-lusso a 220 euro a copia per celebrare il lavoro del commissario. 10.929 euro dei contribuenti per 50 copie omaggio dove c’è scritto che l’83% degli 89 milioni di euro spesi nella sua gestione (lo certificò il ministro Sandro Bondi in Parlamento) sono andati al sito. Falso, ha sentenziato l’Osservatorio Beni Culturali, “massimo il 20%”. In passato, il Commissario autorizzò l’acquisto presso la Mastroberardino di 1000 bottiglie di ottimo “Villa dei Misteri”: ogni bottiglia costava 55 euro. Con la stessa cifra avrebbe potuto assicurare al sito di Pompei tre archeologi per un anno. Alla cura del patrimonio italiano, tuttavia, è stata preferita la spesa di rappresentanza, anche se solo un terzo delle bottiglie sono state spedite ai consolati italiani nel mondo, il resto sè rimasto in qualche magazzino adibito a cantina il nuovo soprintendente. C’è poi il discorso sui cani randagi, che ancora scorrazzano per il sito archeologico:

tra il novembre 2009 e il luglio 2010 la bellezza di 102.963 euro per il progetto «(C)Ave Canem». I risultati sono sul sito ufficiale http://www.icanidipompei.com : «55 i cani censiti che sono stati iscritti all’anagrafe canina, curati e vaccinati durante i nove mesi di durata del Progetto. 26 di loro sono stati adottati e oggi vivono felici nelle loro nuove famiglie». Per capirci: 1.872 euro per animale censito. «Nome?» «Bau!». Milleottocentosettantadue euro a «bau». In larga maggioranza sborsati sotto la voce «accudimento e tutela dei cani».  (Gian Antonio Stella, Corriere della Sera)

Blitz Quotidiano ricorda poi alcune delle spese “stupefacenti”, su ragione e finalità delle quali ragguagliano Corte dei Conti e inchiesta della magistratura. Tra queste, “81.275 euro (9600 dei quali al ristorante «Il Principe») per organizzare una degna accoglienza in occasione della visita, annunciata e mai avvenuta, del presidente del Consiglio Berlusconi. 12.000 per la rimozione di 19 pali della luce. 1776 euro per le «divise degli autisti a disposizione del Commissario».  5.755.256 euro alla Wind per il «contratto quadro per la fornitura servizi Spc», cioè l’allaccio delle linee telefoniche. 3.164.282 euro alla stessa società per il progetto «Pompei viva»”:

sul sito, lo spot di un ragazzino che entra nella Villa dei Misteri, scatta una foto col telefonino alla «mulier» di un affresco e quella gentile signora latina si mette a dimenarsi e a cantare in inglese con tutti gli altri personaggi affrescati una cover di «I Will Survive» di Gloria Gaynor. Rock pompeiano. Gajardi ‘sti antichi romani! (Gian Antonio Stella, Corriere dBeni Culturaliella Sera)

Ma non si può scordare neanche la vicenda del restauro del Teatro Grande, che dimostra come spesso l’attrazione per le spese faraoniche non rovina solo i bilanci, ma procura danni alle istituzioni che si dovrebbero tutelare. Per duemila anni è rimasto intatto, tranne che per una struttura leggera semovibile studiata dal grande architetto Amedeo Maiuri: c’è uno spettacolo, si mettono le tavole, finito lo spettacolo si tolgono. Marcello Fiori  ha pensato bene di distribuire una colata di cemento armato.

Guerra ai circoli Pd a Roma, stavolta tocca a San Lorenzo

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E’ il terzo in pochi giorni, dopo il blitz al circolo Pd di via dei Giubbonari e l’assalto alla sede nazionale da parte dei disoccupati napoletano,  ora è toccato al circolo di San Lorenzo. Ignoti hanno  forzato la saracinesca e la porta del circolo devastandolo e imbrattando le bandiere. «Questa notte ignoti hanno forzato l’ingresso, devastato il circolo e rovesciando oggetti e lasciando in terra le bandiere cosparse di vomito rubando uno stereo e una televisione che gli iscritti avevano comprato mettendo insieme le proprie forze», spiega Tommaso Giuntella, Presidente del Pd di Roma.

«Voglio testimoniare anche pubblicamente la solidarietà di tutto il Pd di Roma a Francesca Del Bello (Segretario del circolo), a Marco Giordano (Segretario dei Gd Locali), e a tutti gli iscritti al Pd e i Giovani Democratici del circolo di S. Lorenzo – dice Giuntella – forzato, devastato e depredato da gente senza dignit. Le sezioni non si toccano. Non possono distruggere la nostra casa per un semplice motivo: perchè casa dovunque ci ritroviamo tra di noi. Ed per questo che non passeranno. Mai», conclude Giuntella.

 

Morto uno dei miti della Resistenza, addio a Raimondo Ricci

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E’ morto questa mattina a Genova Raimondo Ricci,  ex senatore del Pci ed ex presidente nazionale dell’Associazione partigiani d’Italia. Per ben 93 anni Ricci si è dedicato alla difesa dei valori della Resistenza. Era il 1943 quando divenne partigiano e dopo pochi mesi fu arrestato e recluso in diverse carceri liguri prima di venir  deportato a Mauthausen, da dove venne poi liberato il 5 maggio del 1945:, quando aveva 24 anni. Divenne avvocato e difese  i sindacalisti e i militanti comunisti. Presidente provinciale dell’Anpi nel 1969, è stato parlamentare per tre legislature dal 1976 ed ha fatto parte della Commissione d’inchiesta sulla P2. E’ stato anche membro del Consiglio di presidenza della Corte dei Conti e presidente dell’Istituto ligure per la storia della Resistenza.

Orfani del partito: Ligabue non voterà alle primarie

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Cresce il numero di delusi, di quegli orfani del partito Pd. Luciano Ligabue è tra coloro che non si riconosce più tra i democrat, ma non ha neppure troppa fiducia nel Movimento a 5 Stelle “Credo di far parte di un club molto nutrito, il Pd sa quanto ha deluso i suoi elettori” ha detto il rocker a Milano per presentare il suo nuovo album intitolato Mondovisione. ”Non voterò alle primarie”.

Per Ligabue il Movimento guidato da Beppe Grillo “è necessario per dire che c’è da cambiare”. ”Il Movimento 5 Stelle ha costretto la politica a pensare di dover cambiare, fino al loro arrivo – ha spiegato il rocker – era chiaro agli elettori, ma non alla politica”.

Ma il fatto che i grillini siano necessari ”non vuol dire che abbiano le risposte per questo paese – ha precisato Ligabue – io non so quali siano e quale sia la persona più indicata a darle, per me è più facile dirlo se lo vedo in azione”. Quel che è certo è che ”è sotto gli occhi di tutti la disaffezione per la politica, è facile aver voglia di un cambiamento anche drastico dopo tanti anni”.

 

Assemblea dell’Anci: Renzi e i sindaci pedalano verso il futuro

MATTEO-RENZI-sindaci-tuttacronacaRenzi da tempo invoca la rivendicazione dei territori e proprio di questo si parla all’assemblea dell’Anci in corso alla Fortezza da Basso a Firenze, dove si è aperto il ‘processo’ al governo. E’ un partito dei sindaci quello che viene a formarsi alla vigilia della Leopolda, con Matteo Renzi, Piero Fassino e la carica dei sindaci, tra renziani e meno renziani, tutti compatti a chiedere autonomia dai livelli centrali. E il neo-partito dei sindaci corrisponde all’idea che il primo cittadino di Firenze vorrebbe mettere in pratica una volta eletto al Nazareno, per spazzare via il centralismo democratico, costruire una struttura con spina dorsale mobile e snodata sui territori e cancellare lo schema piramidale fino ad oggi conosciuto, ossia con un livello centrale alla guida del popolo. Ma oltre al contraccolpo che subirà il governo da una simile formazione, va sottolineato come Renzi lo immagina. Come spiega l’Huffington Post: “Il progetto di Matteo è attuare una vera e propria riforma al Nazareno, valorizzare le riunioni degli eletti, per dire, costruire un corpo a vocazione maggioritaria ma eliminando le “contraddizioni” rimaste dall’era Veltroni. Per esempio, aprire anche l’elezione dei segretari provinciali ai non iscritti. Un vero e proprio piano di riforma non c’è ancora, dipenderà dalla percentuale con cui Renzi vincerà le primarie, dipenderà dagli equilibri della nuova assemblea nazionale, organo deputato a modificare lo statuto. Però la tendenza che si respira bene già a Firenze è questa.” E’ dunque il giorno degli interventi di Napolitano e Letta: ieri parlava il governo, ora la parola la prendono gli interessati.

Anche Graziano Delrio, ministro delle Autonomie, si trova alla Fortezza da Basso, intento in un processo al governo di cui fa parte e che deve difendere anche perchè il contraccolpo lo si sentirà nelle Aule dove, in caso, bisegnerà rimetter mano alla Legge di Stabilità, come i sindaci chiedono. Enzo Bianco, sindaco di Catania, dice: “Sono anni che il peso dei tagli viene scaricato sui comuni, sono anni che si tagliano tasse a livello centrale per poi indurre i sindaci a introdurle a livello locale e noi finiamo nel mirino”. Rincara Marino: “Negli ultimi dieci anni i fondi ai comuni hanno subito 7.5 miliardi di tagli”. “Non siamo più disponibili a mettere le tasse che il governo taglia al livello centrale. Quindi o cambia la legge di stabilità o purtroppo aumenteranno le tasse e non per colpa nostra”, dice il sindaco di Bologna Virgino Merola. Ma non si tratta solo di tasse e soldi. Ancora Merola: “Le riforme istituzionali di cui parla Napolitano sono necessarie perchè abbiamo troppi livelli di governo, troppi passaggi burocratici. Ci viene richiesta innovazione. Ma il problema è che questo è un governo a minimo comune denominatore sulle riforme, invece ci vorrebbe il massimo…”. Fassino, sindaco di Torino, spiega: “C’è un problema generale non c’è consapevolezza da parte delle amministrazioni centrali dello Stato e del sistema dell’informazione del ruolo che Enti locali e sindaci svolgono. Chiediamo di cambiare passo e modo di affrontare i problemi. Chiediamo di essere messi nella condizione di poter assolvere al meglio la nostra funzione, il che significa avere risorse adeguate e garantire la nostra autonomia. Non siamo amministratori che devono essere messi sotto tutela, di cui ogni giorno bisogna controllare l’operato, non siamo erogatori di spesa parassitaria. Siamo a amministratori responsabili che fanno ogni giorno spending review perché dobbiamo amministrare bilanci che in questi anni hanno subito grandi tagli”. Renzi si guarda attorno. E immagina il suo futuro… in attesa dell’8 dicembre.

D’Alema: Renzi rischia di logorarsi o di logorare il governo Letta

massimo-dalema-tuttacronacaMarco Damilano, nel suo libro “Chi ha sbagliato più forte. Le vittorie, le cadute, i duelli dall’Ulivo al Pd”, fa parlare Massimo D’Alema, che dedica molte parole al sindaco di Firenze: “Lui mi ha combattuto ma non gli voglio male nel modo più assoluto. Ho cercato e cerco di condurre un dialogo con lui, che spero sia utile a tutti noi”. Da qui il primo avvertimento. “Tenga conto , Renzi, che il Pd è un partito plurale, che può sostenere con convinzione un candidato, ma che difficilmente accetterà un capo plebiscitario”. A D’Alema non piace la strategia dell’ex rottamatore: “Ritengo sbagliata la pretesa di Renzi di impadronirsi del partito con l’idea di farne il tramite per la presidenza del Consiglio. E’ un errore grave, destinato a creare una ferita seria e rendere il suo cammino verso la premiership non più agevole ma più difficile”. Dopo di che, palesa un suo dubbio: “Non so se Renzi abbia davvero voglia di impegnarsi a fare il segretario del partito e comunque temo che lo guiderebbe in un quadro di fortissima conflittualità. Rischia di logorarsi, e per non logorarsi ha una sola via d’uscita: logorare il governo Letta. Ma non è il Pd che può assumersi la responsabilità di far cadere il governo Letta per la fretta di qualcuno”. Ma se D’Alema prende in considerazione il lasso di tempo che è andato dalle elezioni alla formazione del governo Letta, non può esimersi dal bersagliare Bersani: “Ha perso lucidità, era dominato dall’idea che senza avere la maggioranza avrebbe comunque potuto fare il governo, cosa palesemente infondata”. L’ex premier, spiega allora che “Gli consigliai di fare un gesto, di cambiare lo scenario, di candidare Rodotà alla guida del governo”. “Il Movimento 5 Stelle sarebbe stato messo in difficoltà e forse la legislatura sarebbe cominciata diversamente”. Le cose sono andate diversamente e hanno coinvolto anche l’elezione del capo dello Stato, con il secondo mandato di Giorgio Napolitano. “Trovo grave che dopo il disastro che era accaduto con Marini la segreteria non abbia sentito il dovere di aprire una discussione politica: si poteva votare scheda bianca e intanto riflettere su cosa fare”. Infatti dopo è arrivata anche la caduta di Prodi, sacrificato dagli stessi dem. Da parte sua l’ex segretario Bersani ha replicato tramite l’anticipazione di un altro libro “Giorni bugiardi”, di Stefano Di Traglia e Chiara Geloni. “Quelle di D’Alema sono ricostruzioni che non mi sento di condividere. Ho già smentito più volte: nessuno mi ha mai suggerito altri nomi per l’incarico. Tutti sanno che non avrei mai impedito nascita governo se l’ostacolo ero io”.

La guerra civile del PD… D’Alema contro Renzi, ma ad essere ucciso è il partito

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Caino e Abele continuano le liti, il “sangue” scorre nel Pd e il Pdl trae linfa energetica dal dilaniarsi delle vecchie faide. Non c’è più neppure un ring dove affrontarsi, il conflitto avviene nelle strade, nelle piazze, e persino nei cieli con la questione Alitalia che mina il cuore del partito democratico.

“Per Alitalia, sarebbe stata meglio un’intesa con le Ferrovie dello Stato”, la dichiarazione di Massimo D’Alema al Sole 24 Ore suona come l’ennesima freccia scagliata al cuore del partito, l’ennesima battaglia di quella guerra civile mai finita. Secondo D’Alema, un accordo con Ferrovie sarebbe stato preferibile per “due ragioni”. “Credo ci sarebbero state sinergie più robuste e si sarebbero anche svalutate le partecipazioni, risolvendo il problema dei francesi”.

Per l’ex premier, l’alleanza con Air France non è convincente. “Mi pare che abbiano una situazione, anche debitoria, complicata. Ma soprattutto penso che, in vista dell’Expo, sarebbe stato meglio puntare su una compagnia non europea che offrisse più opportunità anche al nostro Paese, anche nel traffico turistico”.

Ma se Alitalia è un “cavallo di battaglia”, il vero nemico è invece il sindaco di Firenze, candidato alla segreteria del Pd “Non è ragionevole destabilizzare il governo, magari per le ambizioni personali di chi ha troppa fretta…”. L’ex ministro non ci sta a a sentirsi parte di una intera classe dirigente che, nella lettura di Renzi, ha fallito, impedendo al Paese di crescere. “Bisognerebbe distinguere le responsabilità nel corso di questi venti anni. Almeno per dare una giustificazione a quella parte dell’establishment che sta lì ad applaudire entusiasticamente ai ceffoni di Renzi”.

E D’Alema cerca di nuovo il vecchio baluardo… Renzi simile a Berlusconi… la solita nenia con cui gli elettori di sinistra ormai si addormentano davanti ai talk show in cui i politici ormai sono solo autoreferenziali “Non mi è mai piaciuto lo stile di un uomo solo con i riflettori puntati addosso, che passeggia sul palco con il microfono in mano. Mi pare di averlo già visto in questi anni…”.

Infine, sangue e arena anche al federalismo: “così come lo abbiamo praticato – afferma D’Alema – è stato uno dei maggiori responsabili dell’aumento della spesa pubblica. Per non parlare dei danni in termini di efficienza che sono venuti dalla moltiplicazione dei centri decisionali, dalle competenze confuse tra centro e periferia, dal sommarsi delle autorizzazioni”.

Gli italiani intanto hanno il mutuo da pagare, le tasse che fanno fallire le aziende creditrici nei confronti dello stato e i figli a cui pagare la mensa… ma questi non sono temi interessanti, meglio la guerra civile!

Renzi e le condizioni per la “stabilità”: mirino sulle pensioni oltre i 2000 euro

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Renzi e le sue proposte per la legge di stabilità. Le detta a Epifani ed è pronto a far guerra in parlamento. Le condizioni che ha posto sembrerebbero essere due:

  • la manovra non strozzi le amministrazioni locali, già affrante dal patto di stabilità europeo, che vengano assicurati investimenti per favorire la ripresa.
  • il reddito di cittadinanza: da finanziare con prelievi alle cosiddette ‘pensioni d’oro’.

Sulla questione il ragionamento dei renziani è noto da tempo. E il sindaco lo ha spiegato al segretario del Pd. Le cose stanno così: “2 milioni di pensionati con una pensione di oltre 2mila euro al mese costano allo Stato esattamente quanto costano gli 11 milioni che prendono nemmeno mille euro al mese. Questo non è accettabile. Il 57 per cento della spesa sociale in Italia se ne va per pagare le pensioni: noi siamo anche per toccare i diritti acquisiti di chi ha maturato la pensione con il sistema retributivo e non con il contributivo”. Che significa: “Chiedere di mollare sul passato per investire sul futuro: quei soldi andrebbero alle politiche per l’occupazione”.

Quindi torna prepotentemente la voglia di andare a intaccare i diritti acquisiti, quei diritti su cui la Corte Costituzionale già si espressa ampiamente e ha riconosciuto intoccabili.

L’Italia secondo Renzi, ecco le sue linee guida

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Partito liquido? No forse ora Renzi si sposta sull’idea di un partito agile, ma radicato sul territorio in cui molto spazio devono occuparlo i sindaci e gli amministratori locali e dove gli organismi centrali devono solo pensare al coordinamento. Un partito che abbia idee e lanci grandi campagne dal basso. Un partito che sia partecipativo. Nel documento i protagonisti sarebbero la scuola, l’economia, il fisco, la riforma della burocrazia e l’Europa. Un ruolo fondamentale poi sarebbe stato dedicato alla riattivazione del credito alle imprese per la ripresa della pmi. A redigere il testo hanno collaborato Dario Parrini, Enrico Morando e Giorgio Tonini.

 

Tensione nella giunta Crocetta: gli assessori Pd non si dimettono

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Non si dimettono. Nessuno dei quattro assessori PD del Governo Crocetta si dimetterà, questo è quanto hanno deciso, dopo che il partito durante la direzione regionale, ieri, aveva sancito il ritiro dell’appoggio al Governo siciliano. Dirette le dichiarazioni dell’assessore all’Ambiente Mariella Lo Bello e quella della Formazione Nelli Scilabra. Più articolate le posizioni dell’assessore all’Economia Luca Bianchi e di quello alle Infrastrutture Nino Bartolotta: per loro inizia un periodo di riflessione, ma al momento la sostanza non cambia e restano al loro posto.

“Non sono affezionata alla poltrona ma non mi dimetto”, ha affermato l’assessore regionale all’Ambiente, Mariella Lo Bello “Noi   –   ha aggiunto   –   ci siamo opposti alle zavorre, come quelle della Formazione. Nel mio assessorato ho trovato una montagna di pratiche non espletate. Abbiamo evaso 300 pratiche al mese. Oggi siamo a 5 mila pratiche aperte più altre mille non aperte, con grande sforzo del personale. La rivoluzione è nata in due notti all’assessorato alla Formazione e una all’Ambiente. Non vogliamo dimetterci perché siamo alla vigilia di una Finanziaria e non possiamo attendere gli strateghi della politica. Non è più tempo per l’equilibrismo. Abbiamo raggiunto un accordo con i forestali senza che scendessero in piazza. Daremo garanzie a questi lavoratori. Mai il presidente Crocetta mi ha chiamato sulle scelte che ho fatto. Completare questo lavoro è un dovere che non vogliamo disattendere”.

“Il Pd ha concordato un programma con Crocetta che riteniamo sia stato rispettato in questi nove mesi”, ha detto l’assessore alla Formazione, Nelli Scilabra, nella conferenza stampa convocata alla Presidenza della Regione. “Le nostre nomine sono state concordate con il Pd”, ha aggiunto Scilabra, che poi ha puntualizzato: “Il governo ha portato avanti politiche importanti, la Finanziaria e poi il lavoro sulla Formazione. Io mi sento offesa dal segretario regionale del Pd Giuseppe Lupo perché in questi mesi non ho scherzato. Uscire da un governo che abbiamo contribuito a creare non se lo possono permettere. Una decisione del genere meriterebbe un referendum. Noi vogliamo compiere azioni importanti per questa terra. Io lo dico chiaramente, non mi dimetto. Anzi invito il Partito a rivederci e a riaprire il dialogo. Oggi dobbiamo essere più responsabili che mai”.

Le fa eco l’assessore Luca Bianchi. “Anche io rivendico il lavoro fatto in questi mesi. Mi sono occupato di un bilancio e di una Finanziaria difficilissima. Abbiamo portato a casa dei risultati grazie al contributo di tutti. Non so se questo è il miglior governo del secolo, ma neanche i partiti sono i migliori che ci sono in questo secolo. Crocetta è stato una guida disponibile e ci ha sorretti su scelte impopolari. Il gruppo parlamentare del Pd è stato un elemento fondamentale in questi mesi, non dirlo sarebbe disconoscere l’operato del Partito democratico. Io non parteciperò mai a un governo che non ha l’appoggio del Pd. Il tema fondamentale è ricostruire il rapporto tra il Pd e il governo. Il mio ruolo l’ho interpretato con uno spirito di servizio. Mi chiedo se ho ancora la credibilità di andare sui tavoli nazionali a discutere gli interessi della Sicilia. Noi senza partiti che creano consenso intorno al percorso che stiamo facendo non andiamo da nessuna parte. Il problema è costruire un percorso condiviso sia a livello regionale che nazionale. Per senso di responsabilità io aspetto che si ricreino le condizione. Io non faccio passi indietro finché non ho verificato che non ci siano le condizioni. Non è un problema di chi si dimette o no. Ma nel far cadere questo governo tutti devono prendersi le responsabilità, sia il partito che gli altri assessori”. Sulla questione Irpef, ha puntualizzato: “La verità è negli atti. Vi sfido a vedere il ddl, noi dovevamo sbloccare subito le risorse per le imprese mettendo liquidità nel sistema. Nell’attesa che tra settembre e ottobre avremmo potuto avere risorse dal gettito extra del sistema sanitario, c’è stato lo sblocco da parte del ministero dell’Economia di queste somme. Noi non volevamo aumentare le tasse ai siciliani. Ma i debiti si devono pagare”.

L’assessore alle Infrastrutture, Nino Bartolotta, pure lui in quota Pd, non si ritira come avevano chiesto i vertici regionali del partito ma non scioglie la riserva: “Non ho ancora deciso se mi dimetterò o no. Farò nelle prossime ore una valutazione per capire se il mio passo indietro possa o meno aiutare a ricomporre la crisi e la frattura tra il Pd e il presidente Crocetta. È un momento difficile per la Sicilia   –   ha proseguito   –   e oggi un’eventuale crisi, che mi auguro possa essere scongiurata, bloccherebbe il lavoro dell’amministrazione e questo non ce lo possiamo permettere. Invito il Pd   –   ha concluso   –   a sedersi al tavolo delle trattative e mi auguro che il dialogo possa riprendere”.

Il braccio di ferro continua e arriva la secca risposta da segretario del Pd siciliano: “Crocetta e gli assessori in quota Pd che non si sono dimessi come stabilito dalla direzione regionale, sono fuori dal partito” dice Giuseppe Lupo.

Mario Monti si dimette da Scelta Civica poi ci ripensa… durerà?

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Le dimissioni sono avvenute alla drammatica assemblea che si è svolta tra mercoledì e giovedì notte, nella quale Mario Monti ha preso le distanze dal partito e ha presentato la sua decisione di rimettere il mandato da presidente del movimento. Poi implorato dai presenti ha fatto dietrofront. Ma secondo l’Ansa che ha parlato con il premier, l’addio è solo questione di tempo, forse qualche giorno, forse qualche mese.

Il Pd come i Pasok? Secondo Vendola c’è la possibilità di un corto circuito

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”Se continua così, il Pd prende la strada del Pasok, rischia un cortocircuito incredibile con la propria gente e i propri elettori”, lo ha detto Nichi Vendola intervenendo alla festa nazionale del Sel  a Sesto San Giovanni e ha poi aggiunto ”l’immagine di un partito che continua a litigare sulle regole del prossimo congresso è anche l’immagine di un luogo noioso”.

 

I dubbi amletici di Mario Monti…

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Forse servirebbe una rete di protezione a Mario Monti per non precipitare ancora… dopo aver lasciato la presidenza del Consiglio è stata infatti una caduta dopo l’altra… sembra aver perso l’appoggio di Napolitano, dei grandi giornali, dei suoi alleati… Ha perso le elezioni politiche e ora potrebbe perdere la presidenza della Bocconi. Il dilemma è essere a capo di un partito che non ha voce oppure presiedere una delle più importanti università italiane… ma forse il dilemma è tra potere e non potere?

Quel figlio un po’ scomodo di… Di Pietro?

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L’Italia dei valori già non godeva di ottima salute, ora arriva l’ennesima pietra. Ad affondare ancor di più il partito di Di Pietro è la Corte dei Conti in Molise che senza mezzi termini dice che l’Idv nel 2012 ha speso 90mila euro in modo “non ammissibile”. Ma le disgrazie non arrivano mai da sole ed ecco che qualcosa di strano succede anche a Cristiano Di Pietro figlio del fondatore del partito da sempre in lotta per la legalità. Come riporta il “Corriere della sera”:

Il figlio del leader del partito, approdato finalmente nella precedente tornata elettorale al consiglio regionale, dopo essere passato per il consiglio provinciale e per quello comunale. Il 2 novembre 2012, mentre infuriava lo scandalo del Lazio, dichiarava risoluto: «Dopo i tristi esempi provenienti da alcune Regioni possiamo andare controcorrente e dimostrare che non tutti i consiglieri sperperano il denaro pubblico». Faceva parte del gruppo, abbiamo detto, perché ne è uscito qualche settimana fa dopo che un candidato dell’Idv rimasto fuori dal Consiglio alle ultime elezioni ha presentato un ricorso al Tar. Lui non ha gradito e ha imboccato la porta.

Lo stesso “Corriere della Sera” poi aggiunge un dettaglio interessante. Cristiano Di Pietro è uscito dal gruppo, ma non dal partito:

È soltanto emigrato al gruppo misto, che prima non esisteva. Lui l’ha costituito, ne è l’unico componente nonché il presidente: incarico, per inciso, che vale 800 euro netti in più al mese. Tanto per Di Pietro junior come per altri suoi 15 colleghi. Perché con la nascita del misto i gruppi politici della Regione Molise sono infatti diventati 16, per 21 consiglieri. In media, 1,31 per ogni gruppo.

E tempo di pamphlet ? Mentre l’Italia affoga, Barca scrive

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Figlio d’arte, suo padre ha diretto l’Unità e Rinascita, Fabrizio Barca con la penna e il calamaio ci è nato. Nell’era 2.0 passa, moderatamente alla rete, solo perché (come ha ammesso pubblicamente a otto e mezzo) lo hanno spinto i suoi collaboratori a fare il grande passo. Eppure Barca non avrebbe dovuto aver paura di navigare!

Lo fa con quello che gli riesce meglio… scrivere un pamphlet! Filosofeggiando su un “partito nuovo per un buon governo” lo immagina saldamente radicato sul territorio, di sinistra, che «richiamandosi con forza ad alcuni convincimenti generali» sia capace di promuovere la ricerca e fare un uso efficace del denaro pubblico. Una vera e propria rivoluzione che potrebbe veramente cambiare le sorti dell’Italia? Un “partito palestra” che sia un luogo per idee innovative che nascano dal confronto e che spingano la macchina Stato verso la via della sperimentazione. Insomma in parole povere, ci riuniamo sul territorio, pensiamo e parliamo, ci confrontiamo (scanniamo) e con estrema calma (dato anche il mastodonte burocratico del nostro stato) in una 15 di generazioni riusciamo a portare un’idea sperimentale veramente geniale che ci risollevi dal baratro. Ops, forse però veniamo travolti prima?

No, non sia mai perchè Fabrizio Barca è contario a quello stato troppo fortemente governato dai partiti, quella macchina arcaica e autoreferenziale che produce malgoverno e lo dice a chiare note: «Il combinato di partiti stato-centrici e macchina dello stato arcaica tende a impedire politiche pubbliche efficaci e dunque buon governo, bloccando tutte le fasi del processo ricorsivo di costruzione dell’azione pubblica».

Ma facciamo un’analisi schietta e senza alcun pregiudizio su quello che scrive Barca. Partiamo veramente solo da da come vengono espressi i concetti, da come ci sia nel suo linguaggio una incomunicabilità con gran parte della popolazione italiana, con lo stile sempre più immediato, con l’utilizzo sempre più frequente di frasi sintesi di concetti. Qui abbiamo un’ottima letteratura, parlerei quasi di un novello Aldo Moro non per i concetti espressi ma per la complessità ad esempio di tradurli in un’altra lingua. In un mondo sempre più globale, dove l’inglese prevale, con un modello così articolato e ricercato, non aiuta la comunicazione, è solo uno sfoggio culturale, di cui oggi proprio non si sente l’esigenza. Si ha bisogno di fatti non di parole. Possiamo ancora permetterci il lusso di un accademico che ci propone il lusso di mettere in “bella copia”  i nostri pensieri o dobbiamo avere un uomo pratico che magari in “brutta copia” agisca sull’economia reale e faciliti la comunicazione burocratica?

Basti vedere come si esprime soltanto per dire che serve una nuova legge elettorale:«la vigente suggella questo stato di cose, creando a sua volta una filiera gerarchica perversa che vede i capi-cordata concordare con i leader del partito i singoli eletti da presentare in un pacchetto chiuso agli elettori.» E con questo linguaggio (dove spicca un’eccellente retorica, quasi paragonabile a quella della Grecia Antica nel suo massimo fulgore)  che cerchiamo innovazione e sperimetalizzazione?

  

Mark Zuckerberg politico!

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Facebook fonda il suo partito politico volto a migliorare le politiche dell’immigrazione, incrementare l’istruzione e incoraggiare gli investimenti nella ricerca scientifica.

Il nuovo gruppo di pressione avrà l’obiettivo di “promuovere politiche che mantengano gli Stati Uniti e i loro cittadini competitivi in un’economia globale, comprese le riforme dell’immigrazione e dell’istruzione. Lavoreremo con i membri del Congresso di ambedue i partiti, con l’amministrazione e con gli stati e le autorità locali. Useremo strumenti online e offline per promuovere l’appoggio a cambiamenti politici” ha spiegato Zuckerberg nell’articolo al quotidiano statunitense. Nella nuova avventura, la prima sul versante politico, il 28enne miliardario avrà a fianco il suo ex compagno di stanza a Harvard, Joe Green, fondatore e presidente dell’organizzazione, a sua volta imprenditore tecnologico di successo.

Sono molti i gruppi tecnologici che si sono lamentati della normativa attuale in tema di immigrazione perché – sostengono – rende difficile le assunzioni di talenti e laureati stranieri. Per questo, hanno aderito a Fwd.Us anche Marissa Mayer, amministratore delegato di Yahoo, Eric Schmidt, Executive Chairman di Google e altri manager della Silicon Valley.

Il terrore corre sul filo per il Pd… e arriva la telefonata Bersani-Renzi

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Fassina attacca, i renziani rispondono: ma Bersani e il sindaco di Firenze chiudono qualunque tipo di polemica con una telefonata in serata. Sembra anche che Renzi e Bersani si siano fatti quattro risate al telefono, anche se le idee continuano a essere distanti. Ma suona come una sottile linea di demarcazione con tanto di allarme che può scattare in qualsiasi istante la frase del sindaco di Firenze che ammette  “Nessun complotto. Io non danneggio il Segretario Pd”. Questo sembra essere solo un assaggio di quello che domani avverrà nella riunione della direzione del partito prevista per le 19.

L’Eurozona è in crisi e Berlino pensa agli zombie!

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Un’interrogazione parlamentare alquanto singolare è stata sollevata dal Partito Pirati tedesco all’interno del Parlamento. Secondo quanto riportato dal Die Bild, la domanda sarebbe: “Berlino è pronta a proteggersi da un attacco zombie?”. L’argomento è stato ufficialmente discusso tra i vertici politici tedeschi, poichè il Partito Pirata ha fatto riferimento alle parole del dottor Ali Khan: “Se si è ben attrezzati per affrontare un’apocalisse zombie, si è preparati anche per uragani, pandemie, terremoti e attacchi terroristici”
Christopher Lauer, un parlamentare Pirata ha detto: “Alcune persone non si preoccupano dei disastri ma nel caso succedesse qualcosa, Berlino dovrebbe evacuare 3, 8 milioni di persone”.

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