C’è del marcio nel Parmigiano Reggiano?

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Chi dovrebbe tutelare le eccellenze italiane in realtà fa affari con i concorrenti? Questa sembrerebbe essere la triste storia che in questi giorni ha fatto alzare un polverone intorno al Consorzio del Parmigiano Reggiano e ha portato all’arresto del direttore generale Riccardo Deserti che ora è stato posto agli arresti domiciliari nella sua casa di ferrara raggiunto da un secondo ordine di custodia delle Procura di Roma per una vicenda di documenti fatti sparire dal ministero delle Politiche Agricole. Questa è solo la seconda puntata di una vicenda che lo aveva già portato agli arresti il 4 gennaio scorso con l’accusa di corruzione per una serie di appalti col trucco allo stesso ministero, arresto ceh poi era stato annullato. Ora però è arrivato un secondo ordine di custodia e c’è chi giura, soprattutto tra i produttori, l’amarezza è molta anche perché Deserti, nonostante tutto, resta al suo posto. «Diciamo che il fatto che sia ancora al suo posto al consorzio malgrado il doppio arresto non è privo di un certo imbarazzo…», questa è l’atmosfera che si respira tra coloro che ogni giorno lavorano con un prodotto conosciuto in tutto il mondo e tutelato come prodotto Dop. Insomma sono tanti coloro che ci credono nel loro lavoro e questo scandalo rischia davvero di danneggiare l’intera industria anche a livello internazionale.  Ma chi tiene Riccardo deserti ancorato al suo posto?

Come spiega la stampa:

Il presidente del Consorzio, Giuseppe Alai, 58 anni di Guastalla, diploma di perito agrario, moglie e due figli, riconfermato nel 2009 alla guida dell’associazione, carica che lo impegna insieme alla vicepresidenza di Confcooperativa Emilia Romagna, alla presidenza di Banca Reggiana e a una serie di società, che vanno dai viaggi ai formaggi. Lui al telefonino tiene duro e rimbalza ogni sospetto: «Fino a che non è provata la colpevolezza di Riccardo, non vedo il motivo di sollevarlo dall’incarico. Noi preferiamo non interferire nell’operato dei magistratura». Lodevole garantismo, si capisce. Ma dev’essere la pasta di cui sono fatti i formaggiai di queste parti. Scalfiti da niente, sospettati di troppo.

Tanto per dirne una. A Correggio, la città del cantautore Ligabue, stava per sorgere il più grande magazzino di formaggi del mondo. Enorme come un campo di calcio, alto undici piani, con 500 mila forme a stagionare e nemmeno una di Parmigiano. Il magazzino lo doveva costruire la società ungherese Magyar Sajt Kft che si occupa di lattiero caseario e produce un similgrana. Al sindaco di Correggio l’invasione di formaggio magiaro alla fine non è piaciuta. Il vicino Paese di San Martino era possibilista ma poi si è messa di mezzo la Provincia e la Coldiretti e non si è fatto più nulla. Il fatto è che la Magjar Sajt Kft è partecipata al 100% da un’azienda mantovana riconducibile a Itaca Società Cooperativa presieduta da Giuseppe Alai. Nessun rilievo penale, al massimo un problema di statuto ma pure un bel conflitto di interessi: il presidente del Consorzio che tutela il Parmigiano-Reggiano in affari con una società ungherese che smercia formaggio che non è Parmigiano-Reggiano. Giuseppe Alai si difende dopo aver lasciato l’incarico a Itaca ma non molla la poltrona al Consorzio: «Non sapevamo di questa cosa, non partecipiamo direttamente a quest’azienda. Era solo un’operazione finanziaria. E poi non facciamo sempre gli show su queste cose, che il brand del Parmigiano-Reggiano sappiamo come tutelarlo».

La certificazione Dop riconosciuta secondo le direttive europee risale al 1992, nel 2007 si è mossa Greenpeace per evitare che la soia Ogm della Monsanto finisse tra gli alimenti della vacche emiliane, nel 2008 la Corte di giustizia di Lussemburgo ha inibito la vendita del similparmigiano «Parmesan» venduto in Germania ma allo stesso tempo ha chiesto all’Italia di «tutelare maggiormente il prodotto». Cosa tutt’altro che facile in questa storia che incrocia caseifici ungheresi, dirigenti con tripli incarichi e direttori di Consorzio passati dal ministero delle Politiche Agricole a questa palazzina moderna in via Kennedy con un codazzo di pendenze giudiziarie. Cosa che turba non poco i 3500 produttori. Come Simone Simonazzi di Bagnolo in Piano, 110 vacche e una produzione di 13 mila quintali di latte da riversare in 384 caseifici di Reggio, Parma, Bologna, Mantova e Modena: «C’è troppo poca trasparenza al Consorzio. Storie come quella del direttore fanno male a noi produttori». A fianco dei produttori si schiera la Coldiretti. Il suo presidente per tutta l’Emilia, Mauro Tonello chiede che «i produttori abbiano maggior tutela. Ci sono situazioni poco chiare che li intimoriscono. Non si può più star zitti». Ma alla fine di qua del Reno e di là del Po c’è poca voglia di parlare di questa guerra del formaggio. Il sindaco vicario di Reggio Ugo Ferrari e quello in carica a Parma, il 5 Stelle Federico Pizzarotti, dicono niente e stan blindati nel loro buco. Manco fosse fatto in una forma di banalissimo groviera.

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Il più grande tesoro gastronomico in Italia? L’Emilia Romagna. Parola di Forbes

tortellini-tuttacronacaPer qualche strano motivo, sarà a causa di film come “Sotto il sole della Toscana”, negli Stati Uniti basta dare un nome “toscano” a piatti o ristoranti perchè il locale faccia il pieno di clienti. Perfino un locale di New York, l’Amarcord, chiaro omaggio a Fellini, ha dovuto chiudere per mancanza di clienti salvo poi riaprire con il nome Il Toscanaccio e fare il tutto esaurito. Eppure in un articolo di Forbes a firma David Rosengarten si dice chiaramente che la miglior gastronomia italiana si trova in Emilia Romagna, tra l’altro patria proprio di Fellini. Lo stesso Rosengarten spiega che la regione è la patria del Parmigiano Reggiano, dell’aceto balsamico, del prosciutto di Parma, dei tortellini e di molto altro. Poco importa quindi “Se chiedete ad un italiano dove si trova il cibo migliore, quasi sempre la riposta sarà ‘da mia madre'”, “se si parla di regioni la risposta più probabile sarà ‘In Emilia Romagna’, la fantastica regione del centro-nord che si trova nella fertile valle del Po”. Il giornalista spiega anche che non è solo questione di prodotti, ma del legame degli chef con la loro terra e conclude: “Partendo da nord-ovest si trovano Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna, la Grassa, con i suoi ristoranti e le ……………sue simpatie comuniste. Tuttavia il mio viaggio è stato diverso, sono partito dal cuore della regione vinicola, dove si produce il vino perfetto per accompagnare questo tipo di cucina, il Lambrusco. La regione del Lambrusco – conclude il giornalista americano – è una delle ambientazioni rustiche più belle d’Italia, sembra perduta nel tempo, ed è forse il posto migliore per scoprire l’incredibile cibo dell’Emilia-Romagna”. Voi cosa ne pensate?

Non sa resistere al Parmigiano Reggiano: finisce in carcere

parmigiano-reggiano-tuttacronacaIl 57enne romano Franco Valente ha una strana “dipendenza” che l’ha condotto dritto al carcere di Rebibbia. L’uomo, semplicemente, adora talmente il Parmigiano Reggiano dall’aver accumulato 12 condanne per furto e dieci anni di reclusione. L’uomo, ex impiegato delle poste, in dodici anni ha sottratto dai supermercati della Città Eterna centinaia di pezzi del pregiato formaggio. Per lui sempre e solo Parmigiano: ha infatti disdegnato qualsiasi altro prodotto. La prima volta che venne scoperto con “le mani nel formaggio”, il giudice lasciò correre, ma all’ennesimo processo finì agli arresti domiciliari. Dai quali evase… per andare a far nuove scorte del formaggio. Nei market, toglieva i codici a barre riuscendo così a farla franca al momento del pagamento. L’uomo uscirà dal carcere ad aprile.

Ladri di formaggio in azione: maxi-furto di Parmigiano Reggiano

parmigiano-reggiano-tuttacronacaLo scorso agosto, dalla cooperativa agricola “Bianca Modenese” a San Vito di Spilamberto, in provincia di Modena, erano state sottratte centinaia di forme di Parmigiano-Reggiano. Ora a subire identica sorte è stata la cooperativa Albalat ad Albareto di Modena dal cui caseificio sono state sottratte circa 400 forme del pregiato formaggio, per un valore di circa 150mila euro. I ladri sono riusciti a introdursi nel magazzino sfondando una rete a fianco del cancello d’entrata e forzando poi la porta di ingresso, non senza aver prima manomesso. Il formaggio era già impilato su pallet, fatto che ha reso più facile il trasporto all’esterno. La polizia sta indagando sull’accaduto.

Il parmigiano reggiano ucciso dalla burocrazia?

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Brutti tempi per l’Italia, nonostante gli annunci entusiastici, e ancora peggiori per una delle eccellenze gastronomiche del nostro Paese: il parmigiano reggiano. Sembra infatti che ora uno dei formaggi più famosi al mondo non abbia un magazzino. La notizia è riportata da Il Sole 24 Ore:

“«In base all’articolo 15 della legge regionale sulla tutela del territorio questo investimento non si può fare, lo riformuli utilizzando invece l’articolo 14 e fra sette-otto mesi ne riparliamo». È questa, in soldoni, la risposta che ha incassato poche settimane fa Dante Bigi della Nuova Castelli Spa, azienda alimentare reggiana. Un imprenditore che ha fretta di crescere (le vendite di formaggi sono cresciute del 20% quest’anno) ed è pronto a investire 30 milioni di euro nella sua terra, per costruire il più grande magazzino automatizzato al mondo di stagionatura del parmigiano reggiano. Trenta milioni che ha già rilanciato a 60, perché a fianco del Fort Knox delle forme vorrebbe costruire 20mila metri quadrati di nuovo stabilimento produttivo, visto che l’attuale scoppia e ha bisogno di raddoppiare (o quasi) capacità produttiva e occupazione”.

Così se da un lato c’è la Provincia, che si è opposta alla cementificazione industriale di un’area agricola in disuso, dall’altro c’è il sindaco che tenta la mediazione preoccupato dalla disoccupazione e dalla chiusura delle aziende:

“La Provincia ha infatti negato l’8 ottobre scorso il suo consenso alla variante comunale che avrebbe permesso di trasformare aree e ricoveri agricoli abbandonati in un parallelepipedo di 7.600 mq di base e 27 metri di altezza, dove 680mila forme di Dop avrebbero potuto invecchiare gestite da robot, sopperendo alla carenza di posti di stagionatura causata dal crollo delle scalere dopo il terremoto di 17 mesi fa ed eliminando con la tecnologia gli storici problemi di sicurezza legati allo spostamento di cilindri da 40 kg a decine di metri di altezza da terra. Una guerra tra legali di Provincia e Comune in punto di diritto, con il consorzio di tutela del parmigiano che sostiene il magazzino, ma la Coldiretti che lo avversa”.

Ma Bigi, spiega il Sole 24 ore, non ha certo otto mesi di tempo per aspettare la burocrazia:

“«I mercati non aspettano, io ho bisogno di spazi per produrre di più e in modo più efficiente e non so dove andare a stagionare le forme. Se qui, dove ho le radici, non posso crescere, me ne andrò a Modena o Parma: sono almeno una decina i sindaci che mi hanno chiamato offrendomi aree e autorizzazioni immediate», assicura”.

Sonia Masini, presidente della Provincia di Reggio Emilia, non coglie la minaccia:

“«Non è questione di lentezza burocratica, ma di muoversi rispettando le regole e in linea con le strategie dell’amministrazione. Quell’intervento non è di livello comunale e le procedure adottate fin qui non erano conformi, ma ciò che più conta è che non siamo ancora convinti di bontà e utilità di un investimento di quelle proporzioni. Perché finirà col danneggiare le piccole latterie che presidiano la tutela del territorio e del paesaggio, la tradizione artigianale, la tipicità di una Dop che rischia di essere mescolata con altri formaggi. Per qualche decina di posti di lavoro potrebbero esserne cancellati molti di più nella filiera agricola. Per non dire che siamo pieni di capannoni industriali dismessi»”.

Oreste Zurlini, sindaco di San Martino, lavora per trovare un dialogo tra le parti e intanto Bigi riflette:

“«In Inghilterra, Francia, Ungheria, dove ho altri siti, sono abituato ad essere aiutato dalle amministrazioni se si portano lavoro e ammodernamento. Qui no. E ho un’azienda – riflette Bigi – che chiuderà il bilancio con 25 milioni di utili da reinvestire e un team di soci pronti a cofinanziare il magazzino»”.

Rubano 400 forme di Parmigiano Reggiano per un valore di 200mila euro

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La notte scorsa, dal caseificio della cooperativa agricola “Bianca Modenese” a San Vito di Spilamberto, in provincia di Modena sono state rubate 400 forme di Parmigiano Reggiano, per un valore di 200mila euro. I malviventi si sono introdotti forzando la finestra di una abitazione che si trova nel caseificio e poi si sono diretti al magazzino dove sono conservate le forme. Qui hanno forato il pavimento e disattivato l’allarme con della schiuma, prima di portare via il bottino.

Uno sguardo alla… spalla di maiale!

LA RICETTA LA TROVI QUI!spalla di maiale

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