Mistero a Milano: furto a casa Borsellino

paolo-borsellino-tuttacronacaSalvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio e fondatore del movimento ‘Agende rosse’, ha rivelato di esser stato vittima di un misterioso furto all’interno della sua abitazione milanese. L’uomo, a Palermo, dove è in corso l’udienza del processo per la trattativa Stato-mafia, ha spiegato che tra il 29 dicembre e il 3 gennaio, un periodo nel quale non si trovava a casa, degli sconosciuti sono entati nell’appartamento di Arese, un comune alle porte di Milano, e hanno portato via la cassaforte. “Un fatto strano non certo opera di balordi. Sono stati lasciati oggetti di valore mentre hanno rovistato tra i documenti”. Borsellino ha segnalato anche un’altra circostanza sospetta: l’impianto di allarme, collegato telefonicamente alla caserma dei carabinieridi Arese, non è scattato. “Sto tornando a Milano per integrare la denuncia – ha aggiunto Borsellino – l’allarme ha sempre funzionato. Questa volta le chiamate automatiche ai carabinieri non sono partite. Si dovrà verificare se siano stati utilizzati strumenti che inibiscono gli impianti elettronici, e se, effettivamente, dietro ad un furto possa celarsi altro. Devo anche controllare se il computer è stato manomesso e se sono stati portati via anche documenti”.

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19 luglio 1992: la strage di via D’Amelio. L’Italia ricorda il giudice Borsellino

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19 luglio 1992: in via Mariano D’Amelio Paolo Borsellino viene ucciso dalla mafia. Per lui, e la sua scorta, è stata scelta una morte uguale a quella dell’amico e collega Giovanni Falcone, ucciso a Capaci il 23 maggio dello stesso anno. Rita e Salvatore, fratelli del magistrato, in occasione del 21esimo anniversario hanno detto di voler “consegnare la memoria alle nuove generazioni”. Nessuno deve pensare che “Paolo Borsellino possa essere ricordato un solo giorno all’anno. In quel giorno di 21 anni Paolo Borsellino, dopo aver pranzato a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, si recò assieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Una fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione con circa 100 kg di esplosivo a bordo detonò al passaggio del giudice, uccidento oltre al magistrato anche i cinque agenti di scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Solo antonino Vullo sopravvisse: al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

Il magistrato Antonino Caponnetto, in un’intervista alla Rai, ha dichiarato che, secondo gli agenti della scorta, la strada era pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente a una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa. Il Comune non accolse la richiesta. La bomba che provocò la morte del giudice e della scorta era radiocomandata a distanza, ma non è mai stata definita l’organizzazione della strage. Paolo Borsellino era a conoscenza di un carico di esplosivi arrivato in città appositamente per essere utilizzato contro di lui. Oggi sono tante le manifestazioni in ricordo di quella strage, una ferita ancora aperta della Storia italiana. Nel vento sventolano agende rosse, simili a quella che utilizzava il giudice e che si era pensato di aver riconosciuto in un video d’epoca. La scientifica decise poi che si trattava solo di un parasole. Rita Borsellino ha affermato: “Dopo 21 anni di false verità e buchi neri, non posso cedere alla debolezza ma devo avere la certezza di arrivare alla verità, altrimenti non crederei più nello Stato, in quella parte dello Stato che deve poter trovare giustizia e libertà”.

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Altra nebbia sul caso Borsellino… non è ancora ora della verità?

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19 luglio 1992. E’ la mattina dopo il massacro. L’ufficio di Paolo Borsellino, al secondo piano del palazzo di giustizia, è ancora con i sigilli. Sono i figli Lucia a e Manfredi Borsellino che insieme alla polizia li rimuovono e scoprono che i cassetti di Giovanni Falcone sono stati manomessi, svuotati. «Nostro padre era ordinatissimo. Era chiaro che qualcuno aveva messo le mani in quella stanza. Non c’erano carte, fascicoli, interrogatori legati alle inchieste sulle quali lui lavorava. E nessun appunto importante su Capaci», così i figli di Borsellino.  Nebbia su nebbia, documenti che come al solito, quando si parla di mafia, scompaiono. Sono come tanti testimoni che non ricordano e se ricordano poi cambiano versione. I figli lo dissero alla madre e fu Agnese che lo rivelò al suo giornalista “confidente” Sandro Ruotolo, chiedendogli però di non farne cenno, attendere gli sviluppi giudiziari. Un «patto» che Ruotolo ha tenuto fermo fino al 5 maggio quando, deceduta dopo lunga malattia la signora Agnese, ha chiesto ai figli di essere svincolato dall’intesa e di potere raccontare l’amarezza e la rabbia della madre.

La presunta agenda di Borsellino è un parasole?

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Sembra risolto il giallo dell’oggetto rosso ripreso sul luogo della strage in cui morì il giudice Paolo Borsellino in un video del vigili del fuoco: non si tratterebbe dell’agenda del magistrato, ma del parasole di un’auto usato per coprire i resti dell’agente di scorta Emanuela Loi. Lo avrebbe accertato la Scientifica di Roma.

I “non ricordo” di Ayala! C’erano i servizi in via d’Amelio?

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Chi ha preso la borsa di Paolo Borsellino? Ayala non ricorda. E non ricorda neanche a chi poi lui l’ha passata. E come lo giustifica il magistrato che è stato uno dei primi ad arrivare sul luogo della strage? “Io in via D’Amelio c’ero solo fisicamente. Ma quello che rimane nella mia memoria è che la borsa è transitata solo per pochissimo tempo nelle mie mani, perché non avevo titolo per tenerla, l’ho consegnata a un ufficiale dei carabinieri. Se materialmente l’ho presa io o me l’hanno consegnata non me lo ricordo. La cosa importante è che l’ho avuta in mano e l’ho consegnata a un ufficiale”.

Ma chi è questo ufficiale e, passando da quali mani, poi la borsa, piena di vari oggetti ma non dell’agenda rossa, è arrivata poi nelle mani della polizia che conduceva le indagini e che l’ha repertata? Ayala non fa nomi, non ricorda. Eppure, stando a diverse testimonianze, sarebbe stato proprio lui a passare quella borsa ad un uomo in abiti civili e non in divisa.

Era qualcuno dei servizi?

“Devo dire, per un problema di coscienza, a distanza di 21 anni, che quando sono arrivato sul posto della strage, c’erano almeno quattro, cinque uomini dei servizi. Avevano la spilletta del Ministero dell’Interno. Era gente di Roma e non capivo che cosa facevano. Ma sono certo, perchè li conoscevo”. Lo ha detto deponendo al processo quater sulla strage di via D’Amelio, il sovrintendente di polizia Francesco Maggi, che intervenne sul luogo dell’agguato. “Sono arrivato – ha aggiunto – quasi subito, ma le fasi erano molto concitate. Vidi i corpi dilaniati, una cosa che mi ha segnato. Non c’era più niente da fare, ma ho notato che c’erano gli uomini dei servizi segreti. E ancora oggi non mi spiego come fossero sul posto e chi li avesse avvisati in così poco tempo”. Alla domanda del Pm se conoscesse i loro nomi il teste ha risposto: “quella è gente che non dà confidenza e poi non potevo chiedergli cosa facessero lì”.

Chi conferma, invece, che fu proprio il magistrato a fare in modo che la borsa arrivasse nelle mani di un “uomo in abiti civili”, è l’ex capo scorta di Ayala, Roberto Farinella, che nei giorni scorsi in udienza ha dichiarato: “Presi la borsa del magistrato, volevo consegnarla al giudice Ayala ma lui chiamò un uomo in abiti civili che mi indicò come ufficiale. Questi prese la borsa e si allontanò senza aprirla”. Chi era quell’uomo? La deposizione di Ayala non scioglie i dubbi.

AAA: Arcangioli, Ayala e l’Agenda! Dove sono i confini della Mafia?

Giovanni-Arcangioli-tuttacronaca

Un’agenda che avrebbe davvero cambiato la storia d’Italia? L’agenda che avrebbe evitato il tunnel di criminalità sotterranea e spesso infiltrata negli organi più alti delle istituzioni e dello stato? O solo un’agenda di un magistrato in cui vi erano riflessioni e spunti personali, su cui magari negli anni si è mitizzato?

Quell’agenda è sparita… questo è un fatto innegabile. Altri fatti inopinabili sono le dichiarazioni di chi quel giorno arrivò sul luogo della strage:

«Non ricordo chi mi consegnò quella borsa e a chi successivamente l’ho poi consegnata». Questa la testimonianza di Giovanni Arcangioli, l’ufficiale dei carabinieri che il 19 luglio del 92 prese la cartella del giudice Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio. Rispondendo ad una domanda del procuratore, Sergio Lari, il testimone dichiarò di aver aperto la borsa e di aver notato al suo interno la presenza del Crest dei carabinieri ma di non essere andato oltre: «Credo ci fosse altro nella borsa, ma non ho guardato con attenzione», ha affermato. Alla domanda se ci fosse qualcuno accanto a lui, l’ufficiale ha risposto che forse c’era il giudice Giuseppe Ayala, ma ha aggiunto di non poterlo affermare con certezza. «A quella valigetta -ha detto- non attribuii alcun tipo di valore, probabilmente sbagliando. La mia mente era ottenebrata da ciò che avevo interno».

Cosa risponde il giudice Giseppe Ayala?

“Qualcuno ha aperto la borsa di Paolo Borsellino, ha preso l’agenda e deciso, tradendo lo Stato, di farla sparire”.

Qualcuno è responsabile della sparizione della borsa e dell’agenda oppure dobbiamo ritenere che si sia trattato di casualità? Di mitizzazione di documenti che avevano un valore relativo e circoscritto a quegli anni? Per quanto tempo ancora ci devono far credere che in fondo “sono cose di mafia”?

Il problema è capire quali sono i confini della mafia… dove si ferma il crimine organizzato, quel potere occulto, quel traffico illecito, quella sorta di Stato parallelo?

Forse la mappa di quei confini era proprio all’interno di quell’agenda. Era lì che Paolo Borsellino aveva ricostruito rapporti e legami che venivano a tracciare una rete ben organizzata e capace di operare in tutti i settori e trarre profitto e vantaggio da ogni piccola e insignificante pedina che si muoveva su quella scacchiera. Forse era per quell’agenda che era strettamente necessario stroncare la vita del magistrato perchè nessuno fino a quel momento aveva saputo così minuziosamente appuntare ogni singolo legame… supponiamo, anzi meglio entriamo in un romanzo criminale, irreale e immaginario, in cui ci vengono prospettati alcuni boss mafiosi.  Questi sicuramente sono il Male che l’eroe di turno si trova a dover controbattere quotidianamente, ma mentre combatte loro si appoggia anche a persone che sono il Bene, o lo dovrebbero essere. Istituzioni nate per essere di supporto e per condannare quel Male, nate per sconfiggere i Boss che invece pian piano sono diventati i centri in cui opera quello stesso Male. Dove quei “mafiosi” che si vogliono combattere sono pedine di quelle istituzioni corrotte e marce più del Male da battere. Ecco allora che il nostro Eroe traccia una mappa, con nomi e cognomi, con riflessioni, con dati, con fatti, con rapporti scomodi che toccano importanti personalità… Quell’Eroe diventa un “nemico pubblico”… quella persona diventa una specie di banca dati che può far saltare tutto l’apparato, può sconfiggere per sempre la mafia… e, sempre nel nostro romanzo, la mafia va solo combattuta per l’opinione pubblica… va sconfitta in quelle pedine insignificanti che poi passano per i grandi mali del paese, ma non va sradicata… Che facciamo davvero vincere i buoni come in un film americano?

Quell’agenda rossa che grida giustizia per Paolo Borsellino.

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“Se fosse vero, sarebbe pazzesco”: cosi” il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ha commentato la foto, pubblicata dal quotidiano La Repubblica, tratta da un video girato dai vigili del fuoco dopo la strage di Via D’Amelio, che immortala l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino accanto al corpo carbonizzato del magistrato.

Se fosse vero sarebbe agghiacciante…

Un colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli chiamato a deporre nel processo “Borsellino quater”, incriminato e poi prosciolto dal furto dell’agenda del magistrato, dinanzi alla Corte d’Assise ha ricostruito i suoi movimenti in via D’Amelio subito dopo la strage.

Nel filmato di Youtube si vede un sottoufficiale con pettorina azzurra che ha in mano la borsa del magistrato… di quella borsa poi non si è saputo più nulla, o quasi.

 Come di quell’agenda, una sorta di diario in cui Paolo Borsellino appuntava tutte le sue analisi e riflessioni investigative che scomparse il giorno dell’eccidio… eppure quell’agenda è in quel video girato dopo l’esplosione dai vigili del fuoco. Sicuramente il video è stato visionato dalla scientifica, ma nessuno ha rilevato che ci fosse qualcosa di interessante… una borsa… un’agenda… i collegamenti tra mafia e stato?

 
Dove era stata cercata quell’agenda? Nella borsa sparita dalla macchina e ritrovata vuota in uno scantinato non troppo tempo fa.
E se invece quell’agenda Paolo borsellino l’avesse tenuta sotto il braccio?
Il corpo del magistrato è stato ritrovato dilaniato… senza arti superiori come si può immaginare che l’agenda non si sia distrutta nell’esplosione e che invece fosse accanto al corpo del giudice? Quell’agenda della foto è davvero l’agenda di Borsellino oppure è un agenda diversa? Sono tanti, troppi gli elementi che stanno emergendo in queste ore su quella strage che per anni è stata sempre archiviata troppo in fretta… chi c’era da proteggere? Chi potrebbe essere coinvolto?

Muore la moglie di Borsellino, il fratello su Fb “Adesso saprà la verità”

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Dopo una lunga malattia è morta Agnese Borsellino, moglie del giudice Paolo, ucciso dalla mafia. Il fratello del giudice siciliano, Salvatore, tu Facebook scrive:  “E’ morta Agnese. È andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte”. Agnese Piraino Leto in Borsellino era figlia di Angelo Piraino Leto che fu magistrato e presidente del tribunale di Palermo. Si sposò con Paolo l’antivigilia di Natale del 1968 e da lui ha avuto tre figli: Lucia (1969), Manfredi (1972) e Fiammetta (1973).

Ma agli italiani chi racconterà la verità? Devono tutti morire per sperare di saperla? Forse sì, anche perché, si continua a voler insabbiare, si continua a distruggere intercettazioni, si dicono mezze verità che non si ha più voglia di ascoltare… ma gli italiani hanno ancora voglia di sapere oppure ormai sono rassegnati? La nostra rassegnazione è la prima arma su cui punta la mafia… non lasciamogliela usare!

Il sancta sanctorum dei segreti di Stato al M5S? Possibile!

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Forse è una bella favola, forse è un’utopia, forse è solo una leggenda metropolitana… Ma potremmo davvero mettere le mani sui “segreti di stato”? verrà il giorno in cui potremo dare una risposta a

Portella della Ginestra, alla bomba senza artificieri di Piazza Fontana, alla strage di Brescia, a quella della stazione di Bologna, alla strage dell’Italicus, all’omicidio di Aldo Moro, a quello di Mauro De Mauro, alla morte di Ilaria Alpi e di Mauro Rostagno. A Pier Paolo Pasolini massacrato di botte da mani oscure e all’aereo del presidente dell’Eni Enrico Mattei. E poi a un altro aereo, quello caduto su Ustica senza un perché. All’ombra di Stay Behind dietro la strage di Alcamo Marina, agli apparati, ai servizi e ai boss che confezionano il botto in via d’Amelio, all’agenda rossa di Paolo Borsellino e alla scomparsa di Emanuela Orlandi, alla strage degli innocenti in via dei Georgofili. E poi a quella di Brindisi, alla scomparsa troppo presto dalle pagine dei quotidiani. Dipanare il filo rosso delle stragi irrisolte di questo Paese fa quasi impressione. Fa impressione soprattutto perché i botti senza colpevoli che hanno insanguinato la storia italiana sono molto più diffusi di quelli che hanno poi trovato ricostruzioni credibili nelle aule di tribunale.

Uno dei problemi di questo Paese è che non c’è ad oggi una narrazione condivisa della Storia italiana. A ben pensarci di storie d’Italia ne esistono più di una: una ufficiale, una ufficiosa e presunta, ed un’altra – la più importante – fatta di dubbi, domande e oscuri interrogativi. Tutte questioni alle quali hanno provato a dare una risposta inchieste giornalistiche e storiche. Ma quando si tratta di trovare il bollo di autenticità in un’aula di giustizia quei dubbi rimangono fermi e cristallizzati. Solo per fare un esempio, ci sono voluti 50 anni esatti perché un giudice terzo mettesse nero su bianco che l’aereo di Enrico Mattei non era caduto per un incidente ma era stato sabotato.

Eppure in questo Paese un sancta sanctorum delle verità occultate potrebbe anche esserci. Sono gliarchivi dei servizi, che troppo spesso hanno giocato molteplici e controversi ruoli sullo sfondo delle stragi. La procura di Palermo, indagando sulla scomparsa del giornalista dell’Ora Mauro De Mauro, chiese ai servizi di produrre i fascicoli delle operazioni messe in atto dal Sid (l’allora servizio informativo della difesa) nel periodo della scomparsa del cronista. “Il Servizio informazioni della Difesa ha comunicato di non aver svolto alcuna indagine sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro” fecero sapere gli 007 su carta intestata del Ministero della Difesa. Eppure più di un testimone aveva raccontato di come l’allora capo del Sid Vito Miceli si fosse precipitato a Palermo nel novembre del 1970 per ordinare di insabbiare le indagini sulla scomparsa di De Mauro. Forse di quelle operazioni non esistono fascicoli o prove scritte. Forse non esistono più. O forse semplicemente non verranno mai fornite ad una procura.

Adesso però si parla di una possibile presidenza del Copasir al Movimento Cinque Stelle. Un’ipotesi che sembra atterrire alcuni commentatori di indubbia autorevolezza. “Ma come? I grillini a guardia della sicurezza della Repubblica?”  Forse in questo modo scopriremo davvero il volto dell’Italia celato dai troppi segreti di stato!

Ingroia riceve minacce di morte come a Falcone e Borsellino!

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Una lettera agghiacciante contenente minacce di morte vere e proprie è stata recapitata all’Espresso e alla sede del Pdci.
Si chiede il ritiro dalla politica di Antonio Ingroia, definito, nel testo della lettera, come un “comunista di m****”.
“Si tratta – commenta Orazio Licandro, coordinatore della segreteria del Pdci, candidato alla Camera con Rivoluzione Civile – di un atto di stampo mafioso-fascista, teso a colpire una figura limpida della lotta alla mafia, della legalità e della buona politica come Antonio Ingroia. Questo sistema dell’informazione sta contribuendo a creare un clima pericoloso intorno alla lista“.

Salvatore Borsellino non ci sta! Rompe con Ingroia per disaccordo sulla lista

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Al vice presidente della commissione antimafia la relazione di Pisanu non piace!

Il vice presidente della commissione Antimafia, Fabio Granata afferma ”Grande rispetto per il presidente Pisanu, ma la trattativa eccome se ci fu. E su essa fu immolato Paolo Borsellino”.

BENVENUTI IN ITALIA!

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