Scandalo in NFL e shock negli Usa, abusi, nonnismo e razzismo! L’inferno fuori dal campo

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Il football americano è una lotta all’ultimo centimetro di campo, ma la guerra si dovrebbe combattere solo sul campo e non negli spogliatoi. Invece secondo il rapporto dell’NFL i Miami Dolphins, una delle squadre più famose negli Usa, che milita appunto nella massima serie, avrebbe perpetrato reati che ora sono stati riassunti in 144 pagine dove emergono i dettagli di una storia di abusi, violenze e nonnismo che dura almeno da due anni.

Come racconta la Repubblica:

Nel capolavoro di Oliver Stone i difensori bianchi nel nome della superiorità ariana buttano piccoli coccodrilli nelle docce dei loro compagni neri al suono delle chitarre hard rock, nella realtà accade di peggio: insulti omofobi, minacce di stupro a madri e sorelle, frasi razziste e intimidazioni fisiche ai confini della violenza sessuale. L’indagine voluta da Roger Goodell, il commissario della Lega, descrive un clan all’interno del team in grado di condizionare tutti i giocatori e impedire ogni possibile tentativo di ribellione. Richie Incognito, John Jerry e Mike Pouncey sono i leader della banda, montagne da quasi duecento chili e due metri di altezza, capelli rasati a spazzola e facce poco inclini alla diplomazia. Nel mirino finisce il compagno di reparto Jonathan Martin, anche lui un omone grande e grosso, ma accusato di poca aggressività e scarsa predisposizione al gioco violento. Da qui, nel loro mondo macho, il passaggio a gay è inevitabile e così arrivano gli sms e le frasi con insulti omofobici. “Codardo” , “cagna” e  “femminuccia” sono l’antipasto. Poi simulazioni di atti sessuali sempre più esplicite e le allusioni (affatto allusive) alla sorella e alla madre: “Dovremmo fare un’orgia con loro”, gli urlano.

Per Martin è un incubo, entra in crisi, il medico della squadra lo cura con un antidepressivo ma l’aggressione continua e le medicine non possono far niente: pensa di andarsene dalla squadra, poi al ritiro, arriva persino ad ipotizzare il suicidio. Nei messaggi che manda alla famiglia e che ora sono agli atti dell’inchiesta si legge il suo progressivo smarrimento, sino alla resa: “Non riesco più a difendermi”.

Ma i tre non si accontentano di una vittima, se la passa male anche uno degli assistenti allenatori di origine giapponese. Per lui la gamma delle offese diventa a sfondo razziale: imitano il suo accento asiatico, lo irridono e nell’anniversario di Pearl Harbor lo circondano con in testa fasce bianche e rosse da kamikaze minacciandolo di picchiarlo per rappresaglia del bombardamento nipponico contro la base Usa. I colpevoli sono stati sospesi e per loro sono in arrivo pesanti sanzioni, il proprietario del club Stephen Ross annuncia: “Ho fatto capire a tutti che questi comportamenti non saranno più tollerati, lo spirito della nostra squadra è diverso. Quando ho letto quel rapporto sono rimasto disgustato dalle frasi che ho trovato”.

Ma forse il vaso di Pandora è stato solo scoperchiato ma i mali devono ancora emergere perché se è vero che il rapporto parla dei Miami Dolphins, è anche vero che “l’inferno” c’è in molte squadre: “Con minore o maggiore intensità questi episodi fanno parte dell’ambiente delle nostre squadre” spiega al New York Times Herman Edwards, un ex capo allenatore. E l’avvocato che segue il caso per la Lega, Ted Wells, aggiunge: “Purtroppo queste cose sono di norma in quasi tutte le squadre, i giocatori pensano facciano parte del loro lavoro: dobbiamo cambiare la mentalità altrimenti anche questa inchiesta sarà inutile”.
C’è quindi un lato oscuro del football americano che non è solo il mito della conquista di quel centimetro di campo in più per poi volare appena  possibile in touch down, non è il rito ceh si ripete ogni settimana della conquista della terra così cara e così insita nella cultura americana, non è la potenza dell’uomo che a volte solo contro l’intera difesa avversaria riesce a “fuggire” fino alla meta, c’è quell’altra parte della medaglia. Quella di una cultura omofoba e razzista, quella della violenza fisica anche fuori dal campo, della forza bruta incontrollata che in qualsiasi momento della giornata può riversarsi su un compagno di squadra o su un familiare.

Ma i tempi stanno cambiando e ora si guarda con speranza a quella star dell’università del Missouri, Michael Sam, che ha appena dichiarato con orgoglio la propria omosessualità. Può davvero tornare la luce anche fuori dal campo?

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“Bisogna indagare sull’11 settembre”: il giovane che s’imbuca alla conferenza stampa

Malcolm-Smith-11-settembre-superbowl-tuttacronacaEra imponente il servizio di sicurezza dello stadio dove domenica si è giocato il Super Bowl, la finalissima del campionato americano di football. Eppure un giovane di Broolyn, Matthew Mills, sembra munito di un pass stampa di un vecchio festival tenutosi in passato nella stessa location, e dicendo di lavorare all’organizzazione e di esser di fretta perchè in ritardo al checkpoint d’ingresso, è riuscito ad introdursi alla conferenza stampa del dopo partita. Qui ha strappato di mano il microfono a uno dei giocatori del Seattle Seahowks, la squadra vincitrice, e ha urlato: “Bisogna indagare sull’11 settembre. Gli autori sono state persone interne al nostro governo”. Il giovane sostenitore della teoria del complotto è stato subito trascinato via dai funzionari della Nfl presenti. Un piccolo fuori programma che ha fatto scalpore, provocando anche qualche ironia.

La partita più gelida della storia del football: a -29 gradi!

partita-sottozero-tuttacronacaI tifosi allo stadio Lambeau Field di Green Bay (Wisconsin) per la partita di football tra Green Bay Packers e San Francisco 49ers, vinta dai secondi, la più gelida della storia: si è giocato a temperature tra i -15 e i -29 gradi. Ma nonostante il gelo lo stadio Lambeau Field di Green Bay, in Wisconsin era pieno: sono stati infaitti 70 mila i coraggiosi tifosi che hanno gremito gli spalti per seguire l’incontro, con il vento che faceva percepire -46 gradi. Il maltempo che ha attanagliato gli Stati Uniti, però, non è riuscito ad avere la meglio sul calore dei supporters, dotati di scaldamani e bevande calde gratuite. Nonostante il freddo polare, le restrizioni di sicurezza sono rimaste in vigore, anche se è stato consentito introdurre nello stadio alcuni tipi di coperte. E sono stati rafforzati i servizi d’emergenza e soccorso.

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Uccide la fidanzata e poi si spara allo stadio

Sembrerebbe una storia di ordinaria follia, di un disperato, di un fallito o disoccupato che ha deciso in un sabato mattina di metter fine alla sua vita e a quella della sua ragazza. Invece, il protagonista è Jovan Belcher, giocatore 25enne professionista di football (linebacker) che gioca con i Chiefs di Kansas City. Secondo alcune fonti, il ragazzo si sarebbe ucciso davanti al suo allenatore.

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