Il killer della Sacra Corona Unita che costa allo Stato 700 euro al giorno

ospedale-tuttacronaca700 euro al giorno. Tanto spende lo Stato per permettere a un killer della Sacra Corona Unita, la mafia pugliese, di vivere in ospedale, perchè i giudici hanno deciso che non può scontare la pena in carcere. Lui è Francesco Cavorsi ed è stato condannato all’ergastolo per tre omicidi. Tuttavia da 10 anni si trova all’ospedale Niguarda di Milano, su una sedia a rotelle e in una camera doppia ad uso singolo. All’ergastolo sono concesse visite a piacere, e senza il controllo di un piantone, e permessi di libera uscita, nonostante abbia confessato di aver ucciso tre persone, scrive Paolo Berizzi su Repubblica, nonostante fosse su una sedia a rotelle dal 1988:

“spari ordinati dal capo ‘ndranghetista Pepè Flachi che vuole eliminarlo. Lui rimane paraplegico, ma questo non gli vieta di eseguire personalmente i suoi regolamenti di conti. La tecnica è sempre la stessa, una specie di marchio di fabbrica: il padrino pugliese si fa accompagnare in auto da due gregari; fa salire le vittime a bordo per parlare. Poi lascia la parola alla sua pistola calibro 7,65. «Bum, bum, bum, bum, bum… cinque colpi ci ho sparato, perché quello non meritava di morire troppo velocemente»: così, nell’estate del ‘92, intercettato dalle cimici piazzate dal pm Maurizio Romanelli, un compiaciuto Cavorsi racconta l’omicidio, eseguito sei mesi prima, di un piccolo trafficante di droga, Virgilio Famularo.

È il suo terzo delitto in tre anni: nel ‘90 uccide il veterano della mala milanese Oreste Pecori; nel ‘91t occa a Antonio Di Masi, spacciatore legato agli slavi. Tre omicidi confessati davanti ai giudici della terza Corte d’assise di Milano. E dunque: nel ‘96, due anni dopo l’arresto (operazione “Inferi”), il 33enne Cavorsi è condannano all’ergastolo con la teorica aggiunta di altri 53 anni di carcere”.

Condannato all’ergastolo, Cavorsi per i giudici non può stare in carcere e nel 2001 arriva al Niguarda:

“Cinquantunenne, risulta domiciliato all’“ospedale Niguarda Cà Granda, piazza dell’Ospedale Maggiore, 3, Milano”. Per essere un ergastolano con alle spalle tre omicidi vive, diciamo, in condizioni non particolarmente restrittive: non c’è nessun agente di piantone che lo controlla; riceve normali visite; gira liberamente in ospedale su quella stessa sedia a rotelle dalla quale vent’anni fa — quando era un killer e muoveva da un ristorante di via Padova, base logistica della mafia pugliese — chiudeva per sempre la bocca ai suoi nemici. Ogni tanto Cavorsi esce in permesso: il via libera arriva via fax dal giudice di sorveglianza”.

La direzione sanitaria del Niguarda spiega che Coversi è detenuto in chirurgia da “4 anni”, ma il conto di Repubblica è diverso:

“A quanto risulta a Repubblica, la lungo degenza, anzi, la lunga detenzione, risale a molto prima. Almeno dieci anni fa, appunto. Quel che si può apprezzare con certezza è l’imbarazzo provocato tra i vertici ospedalieri, e non da ieri, dalla presenza del paziente ergastolano, e da un’“anomalia” che viene a galla solo adesso”.

Fiamme al Café de Paris a Roma, dalla Dolce Vita all’ndrangheta

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Nella notte si è sviluppato un incendio, che probabilmente è stato innescato  in uno sgabuzzino sotterraneo, vicino ad uno spogliatoio, che ha provocato danni all’interno del Cafè de Paris a Roma, locale simbolo della “Dolce vita” a via Veneto, ultimamente al centro di un’inchiesta giudiziaria sulla ‘ndrangheta. Tra le possibili cause una sigaretta accesa, ma gli inquirenti devono ancora capire se il rogo ha origine dolosa o si tratta di un incidente.

 

‘ndrangheta: 7 arresti. Tra questi un giudice corrotto con il sesso

arresti-ndrangheta-tuttacronacaLa squadra mobile di Reggio Calabria ha eseguito ieri sette ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione, denominata “Abbraccio”, contro la cosca Bellocco, che opera nella Piana di Gioia Tauro. Tra le persone finite in manette anche l’ex gip Giancarlo Giusti, già sospeso dalle funzioni perché coinvolto in una precedente vicenda giudiziaria. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di corruzione in atti giudiziari aggravata e di concorso esterno in associazione mafiosa. Come spiega TgCom24, Giancarlo Giusti, ex gip del Tribunale di Palmi, era già ai domiciliari per una condanna a 4 anni nell’ambito di una inchiesta della Dda di Milano sulla presunta cosca dei Valle-Lampada, in un filone relativo alla cosiddetta “zona grigia”, ed era stato sospeso dal Csm. Giusti dopo la condanna aveva tentato il suicidio in carcere. La Dda di Milano gli aveva contestato di essere sostanzialmente a “libro paga” della ‘ndrangheta. I Lampada infatti non solo gli avrebbero offerto “affari”, ma avrebbero appagato le ossessioni sessuali del magistrato, facendogli trovare prostitute in alberghi di lusso milanesi. Dall’inchiesta condotta negli anni scorsi dalla Dda di Milano a carico del giudice Giusti, è emerso un quadro che lo vedeva “ossessionato” dal sesso e anche capace di dire ”io dovevo fare il mafioso, non il giudice”. Agli atti dell’inchiesta milanese, che si era conclusa con una condanna in primo grado a 4 anni di reclusione, c’e’ una telefonata intercettata dagli inquirenti in cui Giglio, parlando con Giulio Lampada, dice: ”Non hai capito chi sono io… sono una tomba, peggio di … ma io dovevo fare il mafioso, non il giudice”. Giusti, secondo quanto scrisse il gip di Milano nell’ ordinanza di custodia cautelare, aveva inoltre ”l’ossessione per il sesso” e per ”divertimenti, affari, conoscenze utili”. In un ”diario informatico” sequestrato dagli inquirenti milanesi, in cui Giglio annotava tutto cio’ che faceva, sono state trovate varie annotazioni, tipo: “venerdì notte brava con (…) Simona e Alessandra. Grande amore nella casa di Gregorio”. L’accusa, formulata sulla base di intercettazioni telefoniche ed ambientali all’ex gip, è di aver incassato una somma di 100mila euro per disporre la scarcerazione di alcuni esponenti di spicco della cosca Bellocco.Il fatto, secondo l’accusa, risale al 27 agosto 2009 quando Giusti, in qualità di componente del Tribunale del riesame di Reggio Calabria, dispose la scarcerazione di alcuni esponenti dei Bellocco contribuendo, così “al rafforzamento del programma criminoso” della cosca.

Blitz congiunto polizia-Fbi: 26 arresti. Si voleva creare un ponte per la droga

new-bridge-tuttacronacaSi chiama New Bridge l’operazione condotta da polizia e Fbi che ha portato, in diverse regioni italiane e negli Stati Uniti, a 26 tra arresti e fermi nei confronti di soggetti legati alla ‘ndrangheta e a famiglie mafiose americane e responsabili di un traffico internazionale di droga. Sono invece oltre 40 le persone indagate. A finire in manette, tra gli altri, Francesco Ursino, considerato a capo dell’omonima cosca di Gioiosa Ionica e figlio del boss Antonio (già in carcere), e Giovanni Morabito, nipote del boss Giuseppe detto “u’ tiradrittu”, storico padrino della cosca egemone nella zona ionico-reggina, anch’egli detenuto. Gli investigatori ritengono che l’obiettivo dell’organizzazione fosse quello di aprire un collegamento tra la Calabria e gli Stati Uniti, per consentire alle ‘ndrine e alle famiglie mafiose americane di creare un nuovo canale per il traffico di droga tra le due sponde dell’oceano, puntando a conquistare, nel tempo, il posto occupato per anni dai clan di Cosa Nostra. Come spiega TgCom, gli arresti e i fermi sono stati eseguiti dagli uomini della Squadra mobile di Reggio Calabria e del Servizio centrale operativo della polizia di Stato nelle province di Reggio Calabria, Napoli, Caserta, Torino, Benevento, Catanzaro e a New York negli Stati Uniti. L’inchiesta, denominata “New Bridge” (nel 2008 l’operazione “Old Bridge” svelò le connessioni nel traffico di droga tra le famiglie mafiose siciliane e quelle di oltreoceano) e coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, è nata due anni fa grazie alla collaborazione tra la polizia italiana e le autorità americane, resa possibile dal protocollo tra Italia e Stati Uniti in base al quale è previsto lo scambio di investigatori esperti nella lotta alle organizzazioni mafiose. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati oltre otto chili di droga a New York e Reggio Calabria.

Operazione “Inganno”: arrestati l’attivista Rosy Canale e l’ex sindaco di San Luca

rosy-canale-tuttacronacaUn simbolo dell’antimafia calabrese è crollato: si tratta di Rosy Canale, fondatrice del movimento “Donne di San Luca”, scrittrice di libri sulla ‘ndrangheta e vittima delle cosche mafiose della Locride. Ad arrestarla, i carabinieri di Reggio Calabria mentre i magistrati le contestano le accuse di truffa e peculato. Come spiega Il Fatto:

con il suo movimento e la fondazione “Enel Cuore”, aveva ottenuto l’affidamento di uno stabile confiscato alla cosca Pelle di San Luca e un finanziamento di 160mila euro per allestire la sede dell’associazione antimafia. Quel denaro, in realtà, solo in minima parte è stato utilizzato per inaugurare la struttura che non ha mai funzionato. Piuttosto che compare gli arredamenti e avviare il movimento, Rosy Canale avrebbe intascato i soldi elargiti dalla prefettura e dalla presidenza del Consiglio Regionale della Calabria. Soldi pubblici che sono stati utilizzati per motivi privati.

Tra le spese della donna, infatti, i carabinieri hanno scoperto che ci sono anche una Smart e una Fiat 500 utilizzate “esclusivamente per motivi personali”. E così è stato anche per i 40mila euro che la prefettura le aveva assegnato per il progetto “Le Botteghe artigianali”, che doveva servire a promuovere l’attività manifatturiera del sapone. Piuttosto che valorizzare e finanziare l’impegno delle donne di San Luca che avevano aderito al movimento, Rosy Canale acquistava direttamente il sapone da rivendere con il logo della sua associazione. Assieme all’esponente dell’antimafia calabrese, è stato arrestato l’ex sindaco Sebastiano Giorgi, che ha guidato il Comune di San Luca fino a giugno quando il governo ha disposto lo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose (guarda).

Sarebbe stato eletto con i voti della ‘ndrangheta e avrebbe favorito le cosche. Alle ditte mafiose, infatti, Giorgi avrebbe assegnato gli appalti per la metanizzazione del territorio e tutta una serie di lavori pubblici che dovevano essere eseguiti con urgenza. Anche lui, pochi giorni dopo lo scioglimento del Comune, aveva dichiarato di essere contro la mafia e aveva contestato la decisione del governo di inviare i commissari prefetizzi a San Luca. Con l’operazione “Inganno”, quindi, si pone un problema “antimafia” che, in Calabria, è diventato quasi un business gestito da associazione più attente alla partita iva che al reale contrasto alla ‘ndrangheta.

Ne è convinto il procuratore aggiunto di Reggio Nicola Gratteri che, nel corso della conferenza stampa, h dichiarato: “Da tanti anni dico di stare attenti a chi si erge a paladino dell’antimafia senza avere alle spalle una storia. Non è tollerabile perché c’è gente che è morta per la lotta alla mafia. C’è gente che lucra con l’antimafia e che ci fa un mestiere. Noi dobbiamo essere vigili a queste condotte non sono solo illecite dal punto di vista penale ma anche eticamente riprovevoli. E’ una cosa bruttissima parlare di lotta alla mafia, andare a San Luca, incontrare decine di donne, magari reduci da lutti e delusioni di mille politici che a turno sono andati a promettergli la luna, fare la stessa cosa. E poi troviamo che si comprano le auto. Sono cose inaccettabili. Bisogna essere seri. Non c’è né se e né ma: bisogna essere intransigenti e non accettare nessun accomodamento. I giornalisti devono essere feroci, stanare con gli articoli queste campagne antimafia e stare attenti ad elogiarle. Se uno vuole fare antimafia non ha bisogno di sovvenzioni pubbliche”. “C’è un problema antimafia in Calabria” ha ribadito il procuratore capo Federico Cafiero De Raho secondo cui si tratta di “un problema viene di volta in volta riconosciuto e individuato. Non vorrei, però, che da questa situazione se ne tragga un insegnamento contrario: l’antimafia c’è, esiste ed è impersonificata da tantissime persone che si dedicano con tutta la propria dedizione e il loro impegno. Avere individuato una persona che si era mossa per un tornaconto personale, non deve gettare discredito su tutti coloro che si impegnano quotidianamente e rischiando in modo serio pur di dare il massimo loro contributo al miglioramento di questa terra”.

A Reggio Calabria sciolto il comune: contiguità con la mafia

Reggio_Calabria-tuttacronacaIl Tar del Lazio ha confermato lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria per contiguità mafiose dopo che la I sezione, presieduta da Calogero Piscitello,  ha respinto il ricorso proposto dall’ex amministrazione comunale. Tale ricorso vedeva come primo firmatario l’ex sindaco di Reggio Calabria, Demetrio Arena ed era stato presentato per contestare il provvedimento del 10 ottobre 2012 che disponeva lo scioglimento del Consiglio comunale per 18 mesi e la nomina di una Commissione straordinaria per la gestione provvisoria dell’Ente. In quella data, l’allora ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, spiegò che si trovavano all’atto per episodi che riguardano gli amministratori come mancati “controlli per gli appalti e la gestione dei beni confiscati alla mafia”. All’epoca il Comune era amministrato dal centrodestra.

I lunghi tentacoli del riciclaggio: perquisizioni in Germania

'ndrangheta-germania-tuttacronacaPassaggi di denaro tra Italia e Germania attraverso una banca tedesca. E’ su questo che gli inquirenti tedeschi stanno tentando di far luce con 25 perquisizioni a proprietà e imprese in sei diversi Laender . L’indagine sul riciclaggio di denaro sporco coinvolge la cosca di ‘ndrangheta degli Arena e si riferisce al finanziamento della costruzione di un parco eolico a Crotone, sequestrato nel luglio dello scorso anno e che si sospetta sia stato acquistato dalla ‘ndrangheta con i proventi di estorsioni, traffico di droga e altre attività criminali. A riferire dell’inchiesta internazionale sulla ‘ndrangheta per presunto riciclaggio di denaro è stato il procuratore di Osnabrueck, nel nord della Germania, Alexander Retemeyer. Perquisizioni, ha riferito a Reuters, sono state effettuate anche in Austria. Secondo le Nazioni Unite, Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra investirebbero nell’economia reale 116 miliardi di euro provenienti da attività illegali. Come spiega Reuters, “Oggetto delle perquisizioni sono state anche le filiali di Hsh Nordbank, banca tedesca controllata all’85% dalle regioni di Amburgo e Shleswig-Holstein, che ha finanziato il parco eolico da 225 milioni di euro vicino a Isola di Capo Rizzuto, nel crotonese. La banca e i suoi impiegati non sono sotto inchiesta, ha precisato il magistrato. Gli inquirenti italiani hanno iniziato ad indagare sul parco eolico nel 2008 e il tribunale di Catanzaro ne ha ordinato il sequestro nel 2012 sul sospetto che fosse di proprietà del clan Arena attraverso una complessa serie di prestanome e società. Al momento del sequestro, il parco da 48 turbine era considerato il più grande d’Europa. Il procuratore Retemeyer ha spiegato che il suo ufficio sta indagando su diverse società nella regione di Emsland, sospettate di essere coinvolte nel riciclaggio. Il magistrato ha aggiunto che la sua procura sta collaborando con le autorità italiane.”

Papa Francesco piace alla gente ma non alla ‘ndrangheta

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“Papa Francesco sta facendo innervosire la mafia finanziaria […]. Se i boss potessero fargli uno sgambetto, non esiterebbero. E di certo ci stanno già riflettendo”, l’allarme è stato lanciato dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri in un’intervista a Il Fatto Quotidiano “Questo Papa – spiega al quotidiano – è sulla strada giusta. Ha da subito lanciato segnali importanti: indossa il crocifisso in ferro, rema contro il lusso. È coerente, credibile. E punta a fare pulizia totale”. Questo può dare molto filo da torcere alla mafia finanziaria che da tempo investe e ricicla denaro anche, secondo quanto afferma il procuratore, nutrendosi “delle connivenze con la Chiesa”. “Chi finora si è nutrito del potere e della ricchezza che derivano direttamente dalla Chiesa è nervoso, agitato. Papa Bergoglio sta spostando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto, non esiterebbero”.

Come riporta l’Huffington Post citando sempre Il Fatto Quotidiano:

Secondo il procuratore aggiunto di Reggio, il Papa può essere davvero in pericolo. “Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa – precisa – ma di certo ci sta riflettendo. Può essere pericoloso”. Gratteri, che dal 1989 vive sotto scorta, ha scritto insieme allo storico Antonio Nicaso un libro intitolato “Acqua Santissima” in cui racconta i profondissimi legami che esistono tra mafia e Chiesa. Nella sua esperienza sa come i preti vadano “di continuo a casa dei boss a bere il caffè, regalando loro forza e legittimazione popolare”.

Il boss è affetto da gravi patologie? Niente 41-bis, lo dice la Cassazione

carcere-legge-tuttacronacaE’ stato accolto in Cassazione il ricorso dell’81enne Filiberto Maisano, ritenuto un capomafia della ‘ndrangheta reggina per il quale nel 2010 venne disposto il “carcere duro”, regime previsto dal 41 bis. Il detenuto, che si trova nel carcere di Novara, aveva chiesto fosse modificata la misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari “per gravi motivi di salute”. Il ricorso è stato accolto e da Piazza Cavour hanno  disposto un nuovo esame davanti al Tribunale della Libertà di Reggio Calabria. La Suprema Corte ha sottolineato che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” aggiungendo che è necessario equilibrare “le esigenze di giustizia, quelle di tutela sociale con i diritti individuali riconosciuti dalla Costituzione”. Questo anche quando si tratta di esponenti di spicco della criminalità. Il boss, sottolinea la sentenza 43890, presenta “un quadro patologico serio caratterizzato da patologie cardiache, artrosiche, discali e neurologiche” che l’hanno condotto a uno stato di depressione.

Il maltempo svela la discarica abusiva: radioattivi?

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Piove e con il maltempo emergono i rifiuti. Questo l’atroce spettacolo che si è verificato nel metapontino dove le precipitazioni dei giorni scorsi hanno fatto venire alla luce quei rifiuti seppelliti a pochi centimetri da terra. Basilicata24 ha subito lanciato la notizia specificando che la discarica emersa si troverebbe nei pressi di Fosso Lavandaio, tra i comuni di Pisticci e Marconia, in provincia di Matera.

L’acqua qui infatti ha creato come una piccola frattura nel terreno che ha messo a nudo uno strato di rifiuti che era nascosto sotto la terra.

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Il problema lo si conosceva da tempo. Alcuni anni fa un pentito infatti avrebbe rivelato che in quell’area erano stati seppelliti diversi fusti pieni di scorie radioattive che erano poi state nascoste nell’entroterra lucano su richiesta della ‘ndrangheta. Ora si sta cercando di individuare la natura e la provenienza di quei rifiuti. Soprattutto ci si interroga se tali sostanze possano essere altamente nocive per la popolazione che vive in queste zone e coltiva i terreni.

Un fatto simile accadde già nel 2011 quando una piccola frana in  Val d’Agri (Potenza) fece venire alla luce un’altra discarica, quasi certamente abusiva. A documentarlo c’è un video:

Esplosione a Reggio Calabria: opera della ‘ndrangheta?

bomba-mary-reggiocalabria-tuttacronacaE’ stato distrutto, attorno alle 23 di venerdì sera, il Cafè Mary in via Ravagnese, a Reggio Calabria. Proprietaria della pasticceria-panetteria è la 40enne Maria Grazia Ficara, moglie di Domenico Ecelestino, considerato il “factotum” del cognato,  il boss e trafficante di droga Orazio Ficara, detto il “Coccodrillo”, da anni in carcere per traffico di droga. La squadra mobile della città sta concentrando le indagini sugli ambienti della criminalità organizzata visto che dietro l’esplosione potrebbe esserci la mano della ‘ndrangheta, date anche le modalità del danneggiamento. Vicina all’aeroporto, la zona è altamente frequentata ed è stato un caso che l’esplosione non abbia provocato feriti. Il Cafè Mary, davanti al quale è necessario transitare per raggiungere lo scalo, sorge a meno di 50 metri dal luogo in cui, nel gennaio 2010, è stata trovata un’auto imbottita di armi il giorno della visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Stando ai primi rilievi effettuati dalla Scientifica, sembrerebbe che qualcuno si sia introdotto nel locale cospargendolo di benzina, dopo di che i vapori del carburante avrebbero saturato l’ambiente fino a provocare un esplosione. Al momento si sta cercando di capire se l’esplosione vada inquadrata in un contesto mafioso, di estorsioni subite dai familiari di Orazio Ficara o se il movente non sia piuttosto da ricercarsi negli ambienti del traffico di sostanze stupefacenti.

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Arrestato il latitante Nitra: tentava di confondersi con la folla a Termini

nitra-arrestato-tuttacronacaI Finanzieri del Comando Provinciale di Roma hanno arrestato, alla Stazione Termini, il latitante di Locri Francesco Nitra, contiguo a esponenti delle cosche di ‘ndrangheta Nirta alias “Terribile” e Mammoliti alias “Fischiante”, ricercato dal dicembre dell’anno scorso. Il 26enne cercava confondersi tra la gente che affolla la stazione romana. Nirta era sfuggito all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico di sostanze stupefacenti emessa a dicembre 2012 dal tribunale di Reggio Calabria. Il latitante è stato individuato nell’ambito delle attività di monitoraggio tese a verificare la presenza di elementi di consorterie criminali sulla piazza capitolina. Il giovane, che tentava di farsi passare per uno studente fuorisede (dichiarerà poi essere iscritto alla facoltà di Architettura dell’Università di Messina), è salito sul convoglio diretto a Reggio Calabria delle 13,45. Erano trascorsi circa 10 minuti dalla partenza del treno quando le Fiamme Gialle, accertatesi della corrispondenza dei tratti somatici del ricercato, l’hanno fermato chiedendogli i documenti. Esaminando la scarna documentazione in suo possesso, sono poi risaliti a un’abitazione nel quartiere Appio, a Roma, in via Manlio Torquato. Qui è stato rinvenuto un dispositivo elettronico per la ricerca di microspie.

Rosario Fiarè tra ‘ndragheta e violenza sessuale

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Rosario Fiarè, di 64 anni, ritenuto capo dell’omonima cosca di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia),  sorvegliato speciale con obbligo di dimora, oltre che essere invischiato con ‘ndragheta aveva anche il vizio di stuprare le sue domestiche. Assieme a Fiarè è stato condannato a 12 anni anche Francesco Pannace, di 25 anni. Entrambi erano accusati a vario titolo di violenza sessuale di gruppo, violenza sessuale, induzione alla prostituzione, tentata violenza privata e violazione degli obblighi. Insieme a loro anche Saverio Ferrise, condannato in appello a quattro anni di reclusione per tentato concorso in sfruttamento della prostituzione e concorso anomalo in violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Le vittime dei tre uomini erano giovani italiane, bulgare e magrebine. Le donne venivano attirate con la promessa di un lavoro come badante, domestica o fornaia e poi si trovavano coinvolte nel giro di prostituzione. Tra le vittime delle violenze anche una quarantenne di Lamezia Terme con una situazione di disagio familiare alle spalle e la necessità di lavorare alla quale venne proposto un posto come badante di un anziano del vibonese. La donna accettò e lo stesso giorno fu costretta a subire una violenza sessuale che denunciò ai carabinieri. Da qui partirono le indagini che oggi hanno portato alla sentenza di appello.

Una focacceria contro la mafia che dilaga a Roma

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Ne parla il New York Times (forse argomento scomodo da trattare per i giornali italiani?) di uno dei simboli che ha Roma è nato per la lotta alla mafia e per arginare il “controllo” del territorio. , L’Antica Focacceria San Francesco, aperta nel 2012, rappresenta un simbolo contro il dilagare sempre più allarmante di Cosa Nostra nella capitale. Alcuni mesi fa era stato Giorgio Santacroce, presidente della Corte d’Appello romana, a denunciare come “le organizzazioni criminali mafiose avessero acquisito, anche a prezzi fuori mercato, immobili, società ed esercizi commerciali nei quali impiegano risorse economiche di provenienza delittuosa”.

L’ l’Antica Focacceria San Francesco, di proprietà dell’imprenditore Vincenzo Conticello, è nota proprio per il suo proprietario che nel 2006 divenne protagonista delle cronache locali e nazionali per essersi rifiutato di pagare il pizzo e denunciando i propri estorsori, affermando che a Palermo più del 75% dei negozi pagavano per non incorrere in ritorsioni. Conticello ora è costretto a vivere sotto scorta.  

Fu anche vittima di numerose intimidazioni: le macchine dei suoi clienti venivano danneggiate, la merce rubata, ma Conticello non si è arreso. Le sue continue segnalazioni alla polizia hanno dato avvio all’indagine che ha permesso, quattro mesi e mezzo più tardi, di arrestare il boss che gestiva le attività di estorsione a Palermo. Più tardi denunciò di aver subito richieste di pizzo anche a Roma.

Lui si rifiuta categoricamente di pagare le organizzazioni criminali e coraggiosamente acquista il caffè e i suoi prodotti soltanto da imprenditori antimafia, ovvero altri colleghi che si sono rifiutati di piegarsi alla mafia. “E’ possibile acquistare i prodotti di Libera Terra  – afferma – anche nel centro di Roma, alla ‘Bottega dei Sapori e dei Saperi della Legalità’, un negozio dedicato alla memoria di Pio La Torre, il parlamentare siciliano ucciso dalla mafia nel 1982″.

Pasta, marmellate, vino, olio: tutti i prodotti venduti sono stati coltivati ​​sui terreni confiscati alle mafie in tutta Italia, dalla Sicilia al Piemonte. ”So che molti preferiscono pagare il pizzo”, ha spiegato Conticello al Nyt, sottolineando come, accettando, si diventi “schiavi della criminalità”: “Rifiutarsi di pagare il pizzo dovrebbe essere un gesto normale”, incalza.

Speriamo che diventi davvero un esempio oltre che un simbolo per altri imprenditori che vogliano denunciare i propri estorsori, anche se, in un paese su cui giace l’ombra di probabile accordo Stato- mafia, e di un governo che non mette, in tempo di crisi, tra le sue priorità la lotta alle organizzazioni criminali, che potrebbero far recuperare risorse, sembra davvero utopico sperare in un ravvedimento, ma i miracoli possono sempre accadere! 

Un altro locale nel mondo che celebra la malavita: Arte de Mafia

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Non bastavano le polemiche sul locale viennese “Don Panino”, dove il menu prevede piatti come Don Falcone e Don Peppino, oltre a una varietà di ricette ispirate ai boss mafiosi, in Argentina, a Palermo, c’è un locale dov’è possibile assaggiare “gli squisiti sapori della mafia”. Il posto è “Arte de Mafia”, ristorante italiano a Buenos Aires.

Il brand mafioso serve quindi per attirare clienti, celebrando i peggiori boss della storia, con piatti dedicati ai capi di Cosa Nostra (Provenzano, tra gli altri), ‘Ndrangheta e Camorra. Diversamente da “Don Panino”, qui i simboli dell’antimafia non vengono accomunati, nel menu, ai boss della malvita, ma è identica la spettacolarizzazione del fascino criminale. Un lettore de LiveSicilia pone al riguardo un interessante interrogativo: “Siamo certi che l’Argentina non protesterebbe con l’Italia se da noi un locale celebrasse, per dire, il dittatore Videla?”.

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Scompare boss dell’ndrangheta: doveva deporre al processo

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Avrebbe dovuto testimoniare al processo “Archi-Astrea”, contro alcuni clan di Reggio Calabria, invece Nino Lo Giudice, tra i più importanti pentiti di ‘ndrangheta ed ex capofamiglia, è scomparso. Probabilmente manca dalla sua località segreta, dove sconta gli arresti domiciliari, già dal pomeriggio di ieri.

Detto “u nanu”, si era assunto la responsabilità dell’esplosione al portone della Procura Generale, del 3 gennaio 2010, e di quella al porta d’ingresso del palazzo in cui vive il Procuratore generale, Salvatore Di Landro, del 26 agosto successivo. Fu lui a far ritrovare un bazooka ‘destinato’ all’allora procuratore Giuseppe Pignatone a poche decine di metri dalla Procura della Repubblica. Episodi di cui si era autoaccusato come mandante, indicando anche gli esecutori materiali.

Nino Lo Giudice è anche stato l’accusatore di Alberto Cisterna ex numero due della Dna nel procedimento per il quale la stessa Dda della città dello Stretto ha poi chiesto l’archiviazione. Lotito è considerato il boss dell’omonimo clan.

Il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho ha detto in conferenza stampa  “E’ una vicenda delicata sulla quale l’ufficio ha avviato le indagini che rientrano nella sua competenza . Stiamo cercando di capire, è prematuro fare ogni valutazione, dovremo accertare se si è trattato di un allontanamento volontario”.

Odore di ‘ndrangheta nel fotovoltaico di Roma?

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Sembra proprio che l’energia pulita sia sempre più terreno per le organizzazioni criminali. Il futuro è verso nuove fonti di energia e così ‘ndrangheta si organizza e si lancia a conquistare nuove fette di mercato. A Roma sembra che il business delle cosche calabresi stia cercando di infiltrarsi nel fotovoltaico. Secondo fonti investigative,  “l’uomo giusto”  per portare a termine l’operazione era l’ex assessore regionale ai lavori pubblici della giunta Marrazzo Vincenzo Maruccio, ex capogruppo Idv, anche se al momento l’uomo non è indagato.

Secondo il Corriere della Sera, in un articolo a firma di  Fulvio Fiano, questa sarebbe la ricostruzione di quanto stava accadendo nella capitale nel mercato del fotovoltaico:

Ad aprire il nuovo fronte alcune intercettazioni su uno dei nomi chiave dell’«operazione Lybra», l’imprenditore Guido Della Giacoma, titolare della Medialink. Fin qui era entrato nell’inchiesta come vittima delle estorsioni del clan Tripodi, che attraverso la sua ditta fatturavano lavori mai eseguiti e cercavano coperture per entrare in appalti importanti. Tra questi, l’impianto di videosorveglianza in fibre ottiche per Roma. L’affare sfumò, ha raccontato a verbale Della Giacoma (non indagato), quando lui stesso si tirò indietro fiutando l’illecito. Ma ora almeno tre telefonate raccontano il titolare della Medialink tutt’altro che sottomesso ai boss. Ecco quindi che gli inquirenti stanno esaminando tutti i lavori forniti in subappalto da Della Giacoma a piccole imprese con fin qui insospettabili tratti malavitosi. Una di queste è la ditta di costruzioni di Cristian Sicari, 28 enne di Vibo Valentia, già impiegata dalla Medialink in Veneto. E il fotovoltaico sarebbe il settore dove più forti sono stati (in attesa di riscontri) i tentativi di infiltrazione della ’ndrangheta. Un reticolo di imprese e di subappalti non autorizzati che gli inquirenti puntano a ricostruire con la documentazione fornita da Della Giacoma e quella che è stata invece autonomamente acquisita agli atti.

Lea Garofalo: quattro ergastoli per i suoi assassini

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Lea Garofalo, testimone di giustizia, fu uccisa a Milano il 2004 novembre 2009. Oggi i giudici della corte d’Assise e d’Appello di Milano hanno confermato la condanna all’ergastolo, emessa in primo grado, per l’ex compagno di Lea Garofalo Carlo Cosco, il fratello Vito e Massimo Sabatino e Rosario Curcio, entrambi collaboratori della famiglia legata alla ‘ndrangheta. Per i due fratelli Cosco e per Curcio il sostituto pg Marcello Tatangelo aveva chiesto l’eragastolo. Per Sabatino, invece, aveva chiesto l’assoluzione in base alle rivelazioni del pentito Carmine Venturino, ex fidanzato della figlia di Lea, Denise, che aveva scagionato anche Giuseppe Cosco, ora assolto. I giudici hanno cancellato il carcere a vita anche per il pentito Carmine Venturino, condannato a 27 anni, al quale sono state concesse le attenuanti generiche: l’uomo ha contribuito alla rilettura della vicenda iniziando a collaborare dal carcere con i pm nel luglio scorso e facendo ritrovare i resti della donna in un campo in Brianza. Per la figlia di Lea Garofalo, Denise, che si è costituita parte civile contro il padre Carlo Cosco, i giudici hanno confermato un risarcimento di 200mila euro. La ragazza, che oggi ha 21 anni, era presente al momento della lettura del verdetto, coperta da un paravento. Il legale della ragazza, Vincenza Rando, ne ha annunciato l’intenzione di celebrare il funerale della madre a Milano. “L’impianto accusatorio ha tenuto – ha affermato il difensore – Denise è contenta che sia stato trovato il corpo della madre e ora vuole fare un funerale a Milano”.

RAPITA LA FIGLIA DEL RE DELLA COCA IN BULGARIA!

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E’ stata rapita a Sofia la figlia di 10 anni del presunto ‘re della cocaina’ bulgaro, Evelin Banev, detto ‘Brendo’. La ragazzina, in viaggio verso la scuola sull’auto del padre, e’ stata prelevata da tre uomini, che hanno sparato all’autista, ora ricoverato. Banev e’ stato condannato a febbraio a 7 anni e mezzo di carcere per riciclaggio. E’ sospettato anche di aver messo in piedi un’organizzazione criminale specializzata nel traffico di cocaina verso l’Italia, con la ‘ndrangheta calabrese.

5 mln! Confiscati a cosca mafiosa nel regginese

 

Tra i beni confiscati alla cosca dei Gioffre’ di Seminara (Reggio Calabria) ci sono aziende agricole, terreni e fabbricati!

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“Alla luce del sole” all’ombra di San Pietro

Tra i locali sequestrati c’e’ anche il ristorante Platinum in via dei Banchi Nuovi, nei pressi di Castel Sant’Angelo, e la societa’ Colonna Antonina srl, di proprieta’ dei due arrestati, Francesco Frisina e Carmine Sacca’. La Dia ha accertato infiltrazioni mafiose anche al bar Antiche Mura, a due passi dai Musei Vaticani.

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Cancellieri: “sul fronte dell’ndrangheta stiamo lavorando bene

”Se si scoprono le infiltrazioni significa che si lavora, che c’e’ qualcuno che lavora bene e che l’apparato funziona”. E riguardo Tizian aggiunge ‘L’ho incontrato mesi fa credo sarà contento degli arresti”

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Leggi articolo precedente.

Padre e figlia arrestati! Erano imprenditori collusi con una cosca mafiosa.

 

Giuseppe Crocè e la figlia Barbara, sono stati arrestati  per collusioni con la cosca Tegano.Gestivano un cartello per imporre la fornitura di beni e servizi a società “pulite”. BeFunky_ViewFinder_3d

Cronista sotto mirino, l’ndrangheta voleva ucciderlo.

 

Attraverso un’intercettazione si è appreso che l’ndrangheta voleva fare fuori Giovanni Tizian. IL cronista si occupava di portare alla luce le infiltrazioni mafiose in diversi settori del suo territorio. big-dimosiografoi

Giglio di Lecco, pizzeria confiscata ‘ndrangheta, nascondeva uno scheletro

Ritrovato uno scheletro, nella pizzeria sequestrata 20 anni fa alla ‘ndrangheta!

BENVENUTI IN ITALIA… TRA INDAGINI CHE DURANO DECENNI E COLPEVOLI MAI PUNITI!

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Videoslot e ‘ndrangheta, in corso maxi operazione in Emilia-Romagna

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Arresti criminalità organizzata: 20 a Caserta e 4 a Lamezia Terme

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Bomba a casa del cognato… regolamento di conti per gli arresti di questa mattina

Arresti a Lametia Terme e a seguire bomba davanti la casa di un pentito. Un gesto dimostrativo, che ha procurato pochi danni, ma messo in allarme la famiglia Torcasio. Angelo Torcasio ex affiliato al clan Giampà è ora un collaboratore di giustizia.

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I tedeschi chiedono l’istituzione del reato di mafia

Lo ha chiesto il presidente della polizia federale tedesca Joerg Ziercke motivando così la sua richiesta “l codice penale italiano comprende il reato di associazione mafiosa, e’ indispensabile che anche quello tedesco lo comprenda.La metà dei gruppi criminali identificati in Germania appartengono alla ‘ndrangheta. E’ il maggior gruppo criminale sin dagli anni ’80”.

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Sequestrati 4 immobili del deceduto boss ‘ndrangheta Iamonte

I locali erano in uno agli eredi del boss. Il sequestro è stato deciso sulla base della sproporzione tra i redditi dichiarati da Iamonte e il valore dei beni.

1 mln di beni sequestrato dalla Dia: sproporzione reddito/attività

La confisca ha colpito Salvatore Galluzzi, ritenuto contiguo a cosche e ‘ndrangheta, attualmente detenuto per traffico di droga e armi.

Operazione ‘Infinito’: 40 condanne per colpire la ‘Ndrangheta a Milano

Tra i condannati l’ex direttore Asl di Pavia Antonio Chiriaco (13 anni), Pino Neri (18 anni) e l’ex carabiniere Michele Berlingeri (13 anni e 6 mesi)

Reggio Calabria. Arrestati 3 affiliati a ‘Ndrangheta

 

Stati di fermo nel vibonese

11 persone sono in stato di fermo con l’accusa di omicidio o tentato omicidio nell’ambito della faida che imperversa ne vibonese.

Intanto a Caserta la Squadra Mobile della Questura ha arrestato Antonio Zagaria e Filippo Capaldo, rispettivamente fratello e nipote del boss Michele, ritenuto il capo dei Casalesi.

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