Napolitano si fa lo yatch? Per la Marina è una bufala

Sanjir-yatch-tuttacronacaIl suo nome è russo, “Sanjir”, come l’uomo che lo ha fatto costruire prima di finire in mezzo a un mare di guai giudiziari per una presunta evasione fiscale di quasi 2,2 milioni di euro. Per questo l’Agenzia delle Dogane e la Finanza ha sequestrato l’imbarcazione: come spiega il Tirreno, oltre 38 metri di lusso galleggiante in vetroresina costata 12,5 milioni di euro.L’imbarcazione verrà quindi trasferita all’Arsenale di La Spezia, dove gli uomini della Marina Militare dovranno realizzare i lavori di trasformazione per renderla conforme alle esigenze alle quali dovrà fare fronte. L’imbarcazione, infatti, farà anche da indroambulanza, una barca soccorso per recuperare i feriti. Dopo di che, prenderà il posto dell’attuale yacht presidenziale, il 24 metri in legno “Argo”, l’ex nave spia sulla quale hanno viaggiato sia Carlo Azeglio Ciampi che Giorgio Napolitano. La vicenda, com’era prevedibile, ha sollevato molto clamore. Il Giornale scrive: “L’operazione andrà in porto una volta superate le ultime obiezioni sollevate davanti al tribunale di Livorno dai legali di Alexander Besputin, il milionario moscovita che nel 2006, attraverso una società con sede ai Caraibi, aveva incaricato i cantieri navali di Pisa di forgiare la regina del lusso”. Del resto, oltre alle 35 auto di rappresentanza, i 228 milioni l’anno per il funzionamento del Quirinale, i 240mila euro annui di stipendio, forse non si sentiva troppo la mancanza di uno yatch a disposizione del capo dello Stato. Il Giornale, inoltre, aveva sottolineato:

“Che se ne farà il presidente d’un Paese dilaniato da precarietà, disoccupazione e disperazione di un mini transatlantico il cui valore è stimato attorno ai 12 milioni di euro? Lo userà per assolvere funzioni pubbliche. Perché la Repubblica italiana possa continuare a essere degnamente rappresentata anche tra le onde, la vecchia Argo, ex spy boat riconvertita in nave presidenziale e utilizzata sia da Re Giorgio II sia dal suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi I, andrà in pensione: coi suoi 24 metri in legno, e il peso di un incendio che nel 2009 ne danneggiò la sala macchine, rischia di non riuscire più a reggere la forza dei mari”.

A stretto giro di posta però, stando a quanto riporta GrNet.it, è arrivata la smentita della Marina: «In merito a quanto riportato in data odierna dal quotidiano “IL GIORNALE”, relativamente al Motor Yacht “SANJIR”, si rappresenta quanto segue:

  • Il Motor Yacht in oggetto, con atto del Tribunale Penale di Livorno, è stato affidato in custodia giudiziale alla MM su proposta del Dipartimento Marittimo di La Spezia “con facoltà d’uso su tutto il territorio nazionale, acque territoriali ed alto mare, per il perseguimento della propria missione istituzionale, con particolare riferimento alla salvaguardia della vita umana in mare ed al controllo e tutela dei cetacei”;
  • Al momento lo SMM sta valutando l’opportunità di una sua eventuale acquisizione per gli scopi di cui sopra;
  • Attualmente non sono programmati, né finanziati, né in atto interventi lavorativi di alcun genere;
  • Eventuali proposte/comunicazioni in merito verso le Superiori Autorità saranno conseguenti alle determinazioni che verranno assunte;
  • Per quanto attiene Nave ARGO l’unità è classificata e normalmente impiegata come “unità servizi vari”, tra i quali rientra il compito di “idro ambulanza”.

Si precisa infine – conclude la nota dello stato maggiore Marina – che nessuna imbarcazione della Marina Militare è stata mai assegnata al Capo dello Stato, né adibita, né proposta come “nave presidenziale” e pertanto le affermazioni riportate nell’articolo, riconducibili alla persona del Presidente, sono destituite di ogni fondamento».

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Via da Lampedusa: i profughi lasciano il centro

 

cei-lampedusa-tuttacronaca“Iniziano i trasferimenti da Lampedusa. Due voli e dovremmo essere finalmente riusciti a liberare questo centro entro oggi. Grazie a chi in queste ore sta sostenendo questa nosta battaglia comune e grazie al governo per averci ascoltato. Buongiorno da Lampedusa”. E’ quanto ha comunicato questa mattina il parlamentare Khalid Chaouk, rinchiusosi due giorni fa nel Cpsa, annunciando l’intenzione di rimanervi fino a quando non sarà risolto  il problema “dei 7 sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre, per i quali occorre una autorizzazione del giudice”. Il parlamentare ha fatto sapere che un primo gruppo di cento profughi, sui 219 presenti nel centro di Lampedusa, sta lasciando la struttura per essere trasferito in aereo a Palermo. Un secondo gruppo di migranti raggiungerà successivamente il capoluogo siciliano, sempre a bordo di un volo speciale.

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Il deputato Pd che si “autoimprigiona” al Cie di Lampedusa

deputato-pd-tuttacronacaCome spiega La Stampa, il deputato del Pd Khalid Chaouki, di origini marocchine, alle 11 di stamattina è entrato al Centro di prima accoglienza dell’isola in qualità di parlamentare per poi annunciare la volontà di “autoimprigionarsi”. E spiega: “Non mi muoverò da qui fino a quando il ragazzo siriano che ha girato il video e i naufraghi illegittimamente trattenuti da oltre due mesi non saranno trasferiti da Lampedusa”.  Le ragioni del suo gesto sono manifestate in una lettera che lo stesso deputato ha inviato al quotidiano:

Ho deciso di compiere questo gesto forte di protesta, rinchiudermi insieme ai profughi dentro il Centro di accoglienza qui a Lampedusa e rifiutarmi di abbandonare i profughi siriani ed eritrei nella loro solitudine e inascoltata protesta perché qui a Lampedusa vengono tuttora lesi i diritti fondamentali della persona, così come non vengono rispettate le leggi del nostro Paese e le direttive in materia di protezione dei rifugiati. Non abbandonerò questo Centro finché non verranno rilasciati, come previsto dalla legge, tutti profughi e destinati nei centri idonei per la loro accoglienza. A partire da Khalid e dai superstiti alla tragedia dello scorso 3 ottobre.

 Ho voluto attendere l’Informativa del Ministro dell’Interno Angelino Alfano sulla vergogna di Lampedusa documentata dal giornalista del Tg2 Valerio Cataldi, che ha dato voce al coraggioso profugo siriano conosciuto con il nome di “Khalid” in merito alle “spruzzate” anti-scabbia. Ascoltare e capire, insieme a tutto il Parlamento, da parte del nostro governo come fosse stato possibile permettere quell’oscenità nel nostro Paese. Era soprattutto nostra intenzione conoscere finalmente le proposte messe in campo per riformare questo sistema dell’accoglienza anche alla luce di quello che sta succedendo nel Cara di Mineo, nel Cie di Ponte Galeria e in tante altre parti. Una delusione. La versione dei fatti raccontata in Parlamento non ci ha convinto cos ì come le sue promesse per noi sono fuori tempo massimo.

 Già all’indomani della tragedia dello scorso 3 ottobre tutta l’Italia, insieme alle maggiori istituzioni europee e mondiali, tutti si mobilitarono. Chiedemmo e ottenemmo una giornata di lutto nazionale, ci furono pianti e lacrime per il dolore condiviso con i parenti di quelle vittime senza nome. Poi il nulla rispetto ad un nuovo piano di accoglienza e integrazione per i profughi e richiedenti asilo. Il Premier Enrico Letta è riuscito a coinvolgere le Istituzioni europee, sono state salvate tantissime vite grazie all’operazione “Mare Nostrum”. Ma il Centro di “accoglienza” qui a Lampedusa è rimasto quello di prima. La vergogna più grande sono i naufraghi eritrei sono ancora bloccati qui dallo scorso 3 ottobre, isolati come criminali nella solitudine della disperazione. Colpevolizzati di essere stati testimoni di una tragedia che tutto il mondo ha conosciuto.

Abbiamo celebrato come martiri i loro compagni di viaggio inghiottiti dal mare. Loro invece sono qui, rinchiusi e disperati. Questa paradossale ingiustizia è intollerabile. È uno scandalo! Piangiamo i morti e puniamo i vivi. Questa ipocrisia non può più essere accettata. A questo punto le parole non bastano più e l’Italia non può più permettersi di collezionare figuracce mondiali a causa di chi, irresponsabilmente, non ha vigilato sul rispetto dei principi basilari del rispetto dei diritti umani e chi, fino ad oggi, considera Lampedusa, come altri centri, di fatto zona franca e fuori dalla legalità.

Questo Centro di prima accoglienza non può trasformarsi di fatto in un carcere disattendendo le regole e le leggi italiane ed europee. Alcune leggi, a partire dalla Bossi-Fini, non ci convincono per niente. Ma qui nemmeno quelle vengono rispettate. Per la legge la permanenza qui a Lampedusa dei richiedenti asilo deve durare al massimo 96 ore, non 3 mesi. Sono stato la prima volta qui a Lampedusa nel 2008, sono tornato tante altre volte. Ma nulla è cambiato in questi anni e io, noi, non possiamo più permetterci di girare la faccia dall’altra parte di fronte a un grido di dolore da parte di chi è fuggito da una sanguinosa guerra in Siria o da una crudele dittatura in Eritrea. Oggi abbiamo il dovere di passare dalle parole ai fatti e rialzare la testa chiedendo che l’Italia ritorni ad essere quello che è sempre stata: un Paese accogliente e rispettoso dei diritti umani e dei profughi. Sono qui per i profughi, ma soprattutto per l’Italia. Un Paese di cui vorrei essere fiero nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo.

 Khalid Chaouki

Deputato PD – Coordinatore Intergruppo parlamentare sull’immigrazione

Il video-shock di Lampedusa. Il direttore: “Una messinscena degli immigrati”

centro-accoglienza-lampedusa-tuttacronacaLegacoop Sicilia ha dato indicazione ai soci di “Lampedusa Accoglienza”, la cooperativa che gestisce il centro per migranti, “di rimuovere e rinnovare il management attuale e di avviare immediatamente una migliore organizzazione con altre professionalità”. La decisione è stata presa dopo la messa in onda del video del Tg2 sul trattamento riservato agli immigrati. Nel frattempo, però, come riporta Articolo3, Cono Galipò, amministratore delegato della cooperativa, ha raccontato a Radio Città Futura che “Il trattamento che noi stavamo facendo, previsto da un protocollo, stava durando da un’ora e mezza e a un certo punto alcuni immigrati si sono spazientiti, si sono spogliati e hanno chiaramente inscenato quanto si vede”. Galipò spiega così le immagini choc trasmesse dal Tg2 in cui si vedono alcuni ospiti in fila, nudi, sottoposti a un trattamento contro la scabbia e spruzzati con una pompa collegata a un compressore. Ha quindi spiegato: “Il tutto va contestualizzato. Abbiamo avuto tre sbarchi in cui il sospetto di scabbia era molto alto e normalmente quando i casi sono pochi i trattamenti si fanno in infermeria, ma quando sono 104 ci vogliono dei locali disponibili”. Quello di cui si dispiace è quindi di “non aver bloccato l’iter e l’operazione quando i due immigrati si sono innervositi. Certo, non siamo d’accordo su quelle condizioni, ma ribadisco che tutto va rapportato al momento”. Attualmente il centro, dove la situazione “è totalmente tranquilla” ospita 391 migranti, tra i quali 27 donne e 38 minori. Ancora, il responsabile ha aggiunto che è già stata inviata alla Prefettura di Agrigento una relazione sul filmato trasmesso del Tg2 in cui si vedono alcuni profughi completamente nudi mentre vengono sottoposti al trattamento contro la scabbia. “Nella relazione spieghiamo in modo dettagliato qual è il protocollo che è stato seguito”. E ammette infine: “Alcune criticità ci sono, ma sono legate alla situazione della struttura. Quando abbiamo preso in gestione il Centro, il primo giugno del 2007, la stampa lo ha definito ‘un albergo a quattro stelle’, oggi ci accusano invece del contrario. Certamente ci sono alcune carenze strutturali che vanno risolte, ma di sicuro non è un lager”. Galipò difende infine “il lavoro svolto con professionalità” all’interno del Centro da una cinquantina di operatori tra medici, infermieri, psicologi e mediatori culturali.

Il video shock da Lampedusa: l’Ue indaga e minaccia l’Italia

lampedusa-video-shock-tuttacronacaFanno il giro del mondo le immagini trasmesse dal Tg2 dove vengono mostrati i migranti sottoposti alla procedura di disinfestazione e il commissario europeo, Cecilia Malstrom commentandole afferma che sono “spaventose e inaccettabili. La Ue ha già cominciato un’indagine”. Quindi avverte: “La nostra assistenza e sostegno alle autorità italiane nella gestione dei flussi migratori può continuare solo se il Paese garantisce condizioni umane e dignitose nel ricevimento di migranti, richiedenti asilo e rifugiati”. Ora la Ue chiede venga fatta chiarezza al riguardo: “Contatteremo le autorità italiane per chiedere maggiori informazioni su questi eventi e chiederemo loro di fare piena luce su quanto accaduto”. Ma anche in Italia si cerca di chiarire eventuali responsabilità e la procura di Agrigento ha aperto un’inchiesta sui trattamenti disumani ai quali sarebbero stati sottoposti alcuni profughi. I reati ipotizzati, a carico di ignoti, sono quelli di violenza privata e maltrattamenti nei confronti di persone sottoposte a cura e custodia. Gli inquirenti acquisiranno la versione integrale del filmato, parzialmente trasmesso dal Tg2, che denuncia quanto accade sull’isola.  Nel frattempo il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, fa sapere di attendere l’esito dell’inchiesta prima di esprimere un giudizio: “Le immagini fanno impressione ma bisogna vedere tutta la procedura cosa comporta, va fatta un’inchiesta. Il video fa stare male ma può darsi che le immagini distorcano la realtà”.

+++ ATTENZIONE! IL VIDEO POTREBBE URTARE LA VOSTRA SENSIBILITÀ+++

Trovato un migrante morto mentre non si placano le proteste sul centro di Lampedusa

migrante-morto-tuttacronaca Gli uomini della Marina Militare hanno recuperato 110 uomini in un gommone in difficoltà a sud di Lampedusa. Sull’imbarcazione, soccorsa dalla nave Cassiopea, è stato trovato anche un uomo morto. Il gommone sovraccarico e non aveva dotazioni di sicurezza. I migranti provengono da Ghana, Mali, Togo, Gambia e Pakistan e ora saranno trasportati a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, in attesa di essere trasferiti in un centro di accoglienza.migranti-lampedusa-tuttacronacaNel frattempo, non si placa la bufera sul centro di accoglienza di Lampedusa dopo che sono state trasmesse ieri sera, dal Tg2, le immagini choc della procedura di disinfestazione adottata nei confronti dei migranti sbarcati sull’isola. Nelle immagini trasmesse si vedono immigrati messi in fila e nudi, al gelo, per essere sottoposti al trattamento contro la scabbia. E’ stato uno degli ospiti a far le riprese con un telefonino. Al riguardo, la presidente della Camera Laura boldrini ha detto: “Il trattamento riservato agli immigrati nel Centro di Lampedusa, documentato nel servizio trasmesso ieri sera dal Tg2, è indegno di un Paese civile. Quelle immagini non possono lasciarci indifferenti”. Commenta l’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Cei e presidente di Migrantes, in merito alle immagini diffuse dal Tg2 sul Centro di prima accoglienza di Lampedusa: “Esprimo profonda indignazione per il trattamento a cui sono sottoposti i migranti nel Centro di prima accoglienza di Lampedusa e chiedo che venga fatta chiarezza su quello che i telespettatori hanno potuto vedere e che venga percorsa ogni strada per affermare la verità dei fatti”. “La situazione emergenziale che si vive all’interno del Centro – prosegue – non può giustificare situazioni e trattamenti che poco hanno a che fare con il rispetto della dignità umana e dei diritti dell’uomo come quelle trasmesse. E questo proprio alla vigilia della Giornata Internazionale dei diritti dei migranti, stabilita dall’Onu”. Dura anche la reazione del ministro dell’Interno Angelino Alfano: “Accerteremo le responsabilità e chi ha sbagliato pagherà”. Il Comitato 3 ottobre, nato dopo il naufragio di Lampedusa costato la vita a 366 profughi, scrive in una nota: “Le modalità con cui viene effettuato il trattamento antiscabbia ai migranti nel centro di soccorso e prima accoglienza di Lampedusa non sono degne di un Paese civile. Le immagini andate in onda nel corso del Tg2 delle 20.30 di ieri sera sono lì a dimostrarlo. Il Comitato 3 ottobre chiede alle autorità competenti un immediato chiarimento sulle procedure adottate”. E sostiene: “E’ necessario un rapido accertamento dei fatti per capire di chi siano le responsabilità delle indegne modalità con cui i migranti vengono sottoposti alle docce antiscabbia al freddo e nudi in fila nell’attesa nel pieno mese di dicembre. Una modalità che non tiene in nessun conto la dignità delle persone. In particolare – conclude il Comitato 3 ottobre – ci chiediamo se il Ministero dell’Interno sia a conoscenza di queste pratiche e quali iniziative urgenti intenda adottare”.

Vendiamo macchine di lusso, armi ed elicotteri d’assalto… con la Cavour?

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Di voci ne circolavano molte, ma ora arrivano le foto pubblicate da The National, quotidiano di Abu Dhabi, scattate dalla sua inviata, Silvia Razgova, salita a bordo dell’ammiraglia della Marina italiana,  la portaerei Cavour. Secondo tale testimonianza sulla nave da guerra italiana ci sarebbero auto di lusso, armi ed elicotteri d’assalto pronti a essere venduti all’estero. Così la portaerei salpata nelle ultime ore per il suo tour porti dell’Africa e del Medio Oriente potrebbe avere, almeno secondo quanto denunciato da Sel e da M5S, il compito di “vendere armi e beni di lusso”. Anche il Pd aveva fortemente criticato questa missione dai contorni ambigui, ma la nave da guerra alla fine è partita ugualmente. L’indignazione è sul web e molti vedendo le foto scattate, il 2 dicembre, sono rabbrividiti: negli stand allestiti sulla portaerei vengono fatti trovare ai visitatori fucili d’assalto Arx 160. Inoltre nelle vetrine sono esposte  pistole automatiche e lanciagranate Beretta e sul ponte ci sono anche  elicotteri d’assalto, siluri della Wass e caccia Av8 B+ Harriers. Inoltre c’è una fiammante Dh16 Lamborghini, un vero gioiello made in Italy, oltre a abiti delle più famose case di alta moda italiane.

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Trovato morto in caserma, indagini per determinare le cause

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Il corpo del 2° Capo Fcm, Mirko Capriotti, di 35 anni è stato ritrovato esanime questa mattina all’interno della camera che occupava presso la Caserma Paolucci della Marina Militare a Roma. Dopo il ritrovamento è stato fatto intervenire il 118 e sono iniziati gli accertamenti per determinare le cause, probabilmente, secondo una prima ipotesi, si sarebbe trattato di un malore improvviso.

Esplosione su un sottomarino in India: almeno 18 morti

esplosione-sottomarino-tuttacronacaTragedia al porto di Mumbai dove un sommergibile della Marina militare indiana,  l’Ins Sindhurakshak, della classe Kilo, di fabbricazione russa, è stato coinvolto in un’esplosione provocando la morte di almeno 18 marinai intrappolati a bordo. Subito dopo lo scoppio parte dell’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo, pur riportando ferite di varia entità. L’esplosione è avvenuta poco dopo la mezzanotte locale in una zona di massima sicurezza del porto. Anche se si pensa che l’esplosione sia stata provocata da un cortocircuito, le autorità non escludono l’ipotesi di un attacco e la Marina indiana ha aperto un’inchiesta sulle cause dell’incidente, che ha provocato l’affondamento del battello: alcuni testimoni hanno riferito che il sottomarino è adagiato sul fondo del porto, con solo una parte visibile in superficie. “A causa del danno, non ancora noto, provocato dall’esplosione”, ha riferito un portavoce della marina, è rimasta in superficie solo una parte del sottomarino, messo al servizio della Marina indiana nel 1997. Il sottomarino è tornato dalla Russia a maggio, dopo che sono stati effettuati dei lavori di manutenzione e aggiornamento per 80 milioni di dollari.

Sbarchi della disperazione.. lunga notte a Lampedusa: BASTA CON L’ECATOMBE!

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Lampedusa e l’infinita storia delle tragedie di migranti. L’ultima è di poche ore fa quando un barcone che stava cercando di raggiungere l’isola è stato intercettato a 80 miglia di distanza dalla terraferma.  Due motovedette della Guardia costiera e una nave della Marina militare hanno portato  in salvo gli extracomunitari sopravvissuti. Ci sarebbero alcuni morti.

Nella notte erano arrivati altri extracomunitari: 227, tra i quali 41 donne e quattro bambini oltre a numerosi minori. Tra di loro anche due giornalisti francesi che sono stati accompagnati in caserma. Sempre nella notte un altro barcone è stato soccorso al largo della costa calabrese. A bordo 65 immigrati.

Persone che continuano a venire in Italia in cerca di una terra che possa offrire un’opportunità. Spesso invece trovano solo crisi economica che non riesce più a dare futuro a nessuno. Perché illudere i migranti? Chi specula sui disperati? Chi ha interesse agli sbarchi a Lampedusa? In un Italia con il record di disoccupazione più alto dal 1977 è criminale ancora portare migranti sulle nostre coste? Poi per spedirli con 500 euro in Germania?

Ustica… il Mig23 libico cadde la notte della strage

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Il maresciallo Giulio Linguanti ha 76 anni e nel 1980 era forza al reparto del Sios Aeronautica nell’aeroporto di Bari. La sua memoria è limpida così come è logico il suo pensiero:

“Quando sarà, io me ne voglio andare con la coscienza a posto. Perché se lassù incontrerò anche uno solo di quegli ottantuno poveretti che stavano sull’aereo, non voglio che mi sputi in faccia”.

Nel 1982 Giovanni Spadolini parlò su Ustica:

“Risolvete il giallo del Mig23 e avrete trovato la chiave per scoprire la verità su Ustica”

E quella verità forse potrebbe conoscerla proprio Linguanti che per un mese, per ben due volte, organizzò sulle montagne della Sila il recupero del Mig23 libico. Lì i vermi lunghi cinque centimetri avevano fatto il nido nel cadavere già putrefatto del pilota, non precipitò il giorno del suo ritrovamento ufficiale (18 luglio) ma almeno tre settimane prima. Probabilmente il 27 giugno, la stessa sera dell’abbattimento del DC9 Itavia.

 Nell’intervista rilasciata dal maresciallo all’Huffington Post ripercorre quella ricognizione sulla Sila:

“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.

Si schiantò su un costone di roccia a strapiombo, l’aereo militare libico e per raggiungerlo il Linguanti camminò per   chilometri in mezzo a un bosco.

“Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto per dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Tornando in macchina verso il paese, lo dissi al colonnello Somaini. Li ha visti anche lei? Lui girò la testa vago, guardò il cielo e fece: mah, chissà da che parte è arrivato ‘st’aereo… E capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.

Prima di quell’estate, i libici Linguanti li aveva già visti volare e pure atterrare in tranquillità sul territorio italiano.

“Una volta ci ritrovammo una intera squadriglia di elicotteri di Gheddafi sull’aeroporto di Bari. Mandammo gli equipaggi in mensa e scattammo più foto che potevamo”.

Non fu un episodio isolato.

Secondo il maresciallo i piloti di Gheddafi si addestravano a Galatina alla scuola di volo dell’Aeronautica. I mig atterravano spesso, ma c’era il divieto di diffondere questa notizia, perché al tempo Gheddafi era un nemico italiano, ma soprattutto il numero uno dei nemici sia per francesi che per americani. L’Italia che ufficialmente era distante dalla Libia in realtà aveva molti interessi economici e più di una volta salvò la vita al comandante libico, forse anche la notte della strage di Ustica.

Il Linguanti ricorda ancora:

“C’erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l’era portata via”.

Chi la portò via? Non era facile scendere da quel punto tanto che il Genio fece uno sterrato per facilitare poi le operazioni.

Ma gli americani che ruolo ebbero? Racconta ancora l’Huff:

Altra storia quella dell’Americano spedito di corsa a ispezionare il relitto, che alcuni ritengono fosse il responsabile di una squadriglia di Mig “donati” da Sadat agli Stati Uniti dopo l’abbandono del padrinato sovietico. E altri pensano fosse il capostazione della Cia a Roma: Duane “Dewey” Clarridge, l’uomo che durante lo scandalo Iran-Contras (armi a Teheran in cambio di denaro per i controrivoluzionari in Nicaragua) stava per mandare a casa Reagan con un impeachment e fu graziato da George Bush senior il giorno prima di lasciare la Casa Bianca, l’uomo che secondo il Washington Post non lavorava per gli interessi degli Stati Uniti ma “solo per quelli della Cia”. In una intervista che gli avevo fatto a bruciapelo, Clarridge aveva messo in crisi la versione del governo italiano sulla caduta del Mig23 sostenendo di aver mandato i suoi uomini sulla Sila il 14 luglio, quattro giorni prima del ritrovamento ufficiale. Lo confermò anche a Priore, durante una rogatoria a Washington, ma ritrattò tutto nel processo contro i generali dell’Aeronautica accusati per depistaggio e poi assolti. Mostro a Linguanti la foto di Clarridge sull’Iphone. “È lui. L’ho portato io a vedere l’aereo. È rimasto un paio d’ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d’acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”.

Altri dettagli agghiaccianti riguardano il giorno dell’autopsia del cadavere del pilota. Fu dato ordine al maresciallo di fare una consegna “speciale” a un colonnello che veniva da roma a bordo di un elicottero proprio per prendere in consegna alcuni resti di quel cadavere.

“Mi diedero un barattolo pieno di formalina con dentro un dito e il pene di quel poveretto e un fumogeno per segnalare all’elicottero dove sarebbe dovuto atterrare. Mi dissero che servivano per le impronte digitali e per accertare se fosse circonciso. La cosa mi faceva un po’ schifo, trovai un pezzo di carta geografica e la arrotolai intorno al barattolo, accesi il fumogeno e per poco non prendeva fuoco il campo. L’elicottero arrivò, io consegnai il barattolo e ripartirono subito”.

Di quei resti poi non si è saputo più nulla… inghiottiti dal segreto di stato.

“Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell’aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato. Era caduto molto prima, la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l’Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”, così afferma Giulio Linguante.

Nel processo il maresciallo fu delegittimato in ogni modo, fu fatto a pezzi dagli avvocati della difesa, ma di su di lui il giudice istruttore Priore scrisse:

“Questo teste appare uno dei rarissimi che riferiscono fatti e notizie, mostrando ottima memoria e completo distacco all’Arma di appartenenza. Delle sue dichiarazioni dovrà tenersi conto in più occasioni, dalle considerazioni sullo stato del cadavere a quelle sul relitto”.  

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Sulla strage di Ustica qualcuno mente, ma chi? C’era una portaerei!

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27 giugno 1980. Attorno alle 20.50 Domenico Gatti, comandante dell’aereo Dc9 I-Tigi decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a Punta Raisi, saluta, per quella che sarà l’ultima volta, i 77 passeggeri del volo e i suoi 3 colleghi. Alla vigilia del 33° anniversario della strage di Ustica, Stragi80.it, l’archivio storico-giornalistico creato dai giornalisti Daniele Biacchessi e Fabrizio Colarieti, ne ha pubblicato l’audio:

“Signore e signori, buonasera”, dice Gatti, “brevi informazioni sul volo dalla cabina di pilotaggio. Stiamo procedendo a una quota di 7500 metri e circa due minuti fa abbiamo lasciato l’isola di Ponza per volare in linea retta su Palermo, dove stimiamo di atterrare tra circa mezz’ora. Il tempo, procedendo verso sud, è in miglioramento. Per cui a Palermo è previsto tempo buono e visibilità ottima, temperatura di 22 gradi e leggero vento”.

Nessun problema quindi, dopo il ritardo di un paio d’ore con cui quel volo è iniziato poco prima. La conferma arriva anche durante la comunicazione al centro di controllo di Ciampino: “Abbiamo lasciato Ponza”, annuncia chi sta portando quell’aereo a Palermo. “Molto gentile, grazie”, gli risponde l’operatore all’altro capo della comunicazione. E Gatti aggiunge: “È assolutamente a posto”. Risponde a un addetto alla manutenzione dell’Itavia che lo contatta via charlie, la frequenza dedicata agli equipaggi, per chiedergli conto delle condizioni dell’aereo. Alle 20.58. il Dc9 entra nel punto Condor, nel tratto sopra il mare tra l’isola di Ponza e quella di Ustica. Un minuto dopo, l’aereo scompare dai radar. Nell’agosto 1999 il giudice istruttore romano Rosario Priore ha presentato il risultato della sua inchiesta: quell’aereo fu abbattuto, ha stabilito la Corte di Cassazione nel gennaio 2013, da un’azione di guerra. Ma manca ancora un tassello: la nazionalità dell’aereo militare da cui partì il missile che provocò la morte di 81 persone.

I magistrati sono certi al “mille per cento” che ci fosse una portaerei nel triangolo di mare tra Napoli, la Sardegna e Palermo, quella notte, e che sicuramente ha “visto”, tramite radar, e probabilmente era coinvolta nello scenario di guerra nel quale il DC9 Itavia fu abbattuto per errore. Poi si è allontanata, dopo l’esplosione, insieme al convoglio di navi d’appoggio da cui era circondata. Questo risulta dalle carte che la Nato ha inviato alle autorità, dai grafici radar che mostrano le tracce di velivoli ed elicotteri militari che originano dal mare e in mare spariscono prima, durante e dopo la strage, dalle rilevazioni dei controllori di Roma-Ciampino che quella notte videro un traffico intenso di caccia nel Basso Tirreno tra Ustica e Ponza e dalle ultime testimonianze dirette di piloti e assistenti di volo che viaggiavano sulla stessa rotta del DC9 prima dell’esplosione e interrogati negli ultimi mesi. Ma Maria Monteleone e Arminio Amelio, i magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage, hanno qualcosa di più concreto, coperto dal riserbo, per affermare che in quello scenario di guerra si trovasse anche una portaerei. Ora è necessario scartabellare gli archivi della Marina militare, in cerca di annotazioni o occultamenti sui movimenti, che dovevano essere registrati e capire chi mente: Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna continuano a ripetere, infatti, che nessuna delle loro navi si trovava nella zona in cui avvenne la strage. Erano gli anni in cui una forte tensione gravava sul Mediterraneo, gli stessi delle minacce di Gheddafi, all’epoca acerrimo nemico degli USA, ma il Pentagono ha sempre dichiarato che il 27 giugno 1980 la portaerei USS Saratoga (CV-60), comandata dall’ammiraglio James H. Flatley III, rimase in rada a Napoli con i radar praticamente spenti per non disturbare le frequenze televisive. In tutto questo il Deck Log, il libro mastro sull’attività di bordo della Saratoga, presentava delle anomalie sospette proprio nel giorno della strage: è stato compilato da uno stesso ufficiale per cinque turni consecutivi di quattro ore (dalle otto di mattina in poi). L’ammiraglio si giustificò spiegando che si trattava di una “bella copia” redatta a posteriori, atteggiamento non in linea con i severi regolamenti della US Navy. Sul fronte francese, le autorità affermano che sia la porte-avions Clemenceau (R 98), al comando dell’ammiraglio Jean de Laforcade, che la sua gemella Foch (R 99), comandata dall’ammiraglio Alain Coatanea, la notte del 27 giugno 1980 erano in porto o al largo della base di Tolone: molto lontane dal mare di Ustica quindi. Le affermazioni non sono facili da verificare, quello che è certo è che la Foch si trovasse a Palermo alla fine di maggio e la Clemenceau in porto a Propriano (Corsica) il 7 e 8 giugno. In compenso, l’operativo della fregata lanciamissili Duquesne, quasi sempre al seguito delle due imbarcazioni, fornisce dettagli molto interessanti: a giugno la partecipazione a una missione di squadra Rialto, seguita da un’esercitazione Dasix con i caccia de Armée de l’Air e con la Saratoga. I magistrati italiani sono riusciti comunque ad ottenere di interrogare 14 militari che la notte del 27 giugno 1980 erano in servizio nella base di Solenzara in Corsica da dove, nonostante le smentite di Parigi, alcuni caccia individuati anche dalla Nato decollarono diretti verso il Basso Tirreno. Nel 2007, fu Francesco Cossiga a fare delle rivelazioni poi messe a verbale: secondo l’ex presidente ad abbattere il DC9 con un missile aria-aria “a risonanza e non a impatto” fu un caccia decollato proprio da una portaerei dell’Armèe de mer, mentre tentava di intercettare e colpire un aereo libico con a bordo il colonnello Gheddafi. “Credo però che non si saprà mai nulla di più. La Francia sa mantenere un segreto e si è sempre rifiutata di rispondere alle nostre domande. L’altro Stato coinvolto è l’ex Unione Sovietica”, dichiarò Cossiga.

Ma molte sono ancora le zone d’ombra: alcuni caccia di nazionalità belga si trovavano sulla base di Solenzara, ma il Belgio ha opposto un rifiuto alle domande dei magistrati per “motivi di sicurezza nazionale”. Mentre la Libia, nel caos dopo la fine del regime di Gheddafi, non ha mai ufficialmente risposto alle richieste delle nostre autorità. Silenzio anche da parte del maggiore Abdel Salam Jalloud, per 24 anni braccio destro del colonnello e poi passato all’opposizione a pochi giorni dalla sua esecuzione. Il maggiore ora vive nel nostro Paese, protetto dai nostri servizi segreti, ma non ha risposto alle domande poste dai magistrati. Anzi, al termine dell’incontro si sarebbe persino rifiutato di firmare il verbale.

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Marò respingono i pirati!

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I marò del Nucleo di protezione imbarcati a bordo di un mercantile italiano hanno sventato un attacco di pirati nel golfo di Aden. Il cargo era partito dal porto di Gibuti diretto a Mascate, nell’Oman. La Marina militare sottolinea che “non sono stati riportati danni al personale di bordo e al mercantile, e la nave è ora fuori pericolo”.

Quando lo spionaggio si fa sottomarino… arrivano i delfini-killer!

 

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Gli elementi per una film di spionaggio ci sono tutti: i killer, la fuga e l’immancabile storia d’amore. Ma i protagonisti sono alquanto fuori dagli schemi. Si tratta di tre delfini-killer della Marina militare Ucraina scappati dalla loro base di Sebastopoli probabilmente attratti dal richiamo dell’amore. Usciti dalla base militare insieme ad altri due esemplari, i delfini addestrati non sono tornati indietro ma ci sono speranze che lo faranno al più presto: ‘Il controllo sui delfini – ha spiegato l’ex ufficiale della Marina sovietica Iuri Pliacenko – era molto comune negli anni Ottanta. Se un delfino maschio vedeva una femmina durante la stagione degli amori le andava immediatamente dietro, ma poi tornava dopo una settimana o giù di li”.

Lontani dall’immaginario comune che vede i delfini come i migliori amici acquatici dell’uomo, in questo caso si tratta di animali addestrati e muniti di particolari coltelli e pistole che servono a localizzare mine sottomarine e attaccare i sommozzatori nemici. L’utilizzo militare dei delfini risale al 1973 e tutt’oggi in Ucraina si continua l’addestramento: attualmente il governo di Kiew sta formando un plotone di dieci esemplari.

Migranti in mare: aumenta il numero delle vittime

 

Sono ormai dieci i cadaveri strappati al mare a 35 miglia dalla costa libica, sette donne e tre uomini. La Guardia Costiera e la Marina Militare continuano le ricerche per trovare altre vittime del naufragio del gommone di migranti partiti ieri dalla Libia.

Immigrati in mare

Un gommone con una settantina di immigrati a bordo è naufragato al largo delle coste libiche. Il via ai soccorsi è stato dato dalle autorità malesi, allertate da una telefonata. Sul posto si trovano due motovedette della Guardia Costiera e una nave della marina militare. Molti immigrati sono dispersi, mentre altri restano aggrappati all’imbarcazione che sta per affondare.

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