Berlusconi smentisce: “Non ho licenziato Marinella”

MARINELLA-BRAMBILLA-tuttacronacaAveva destato scalpore, nella mattinata di oggi, un articolo comparso su Il Messaggero e intitolato “Il cerchio magico allontana Marinella”, che si riferisce a chi attornia Berlusconi, con Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi in prima linea, mentre Marinella Brambilla è la segretaria storica del leader di FI, con lui da trent’anni. Ora è lo stesso Berlusconi a smentire la notizia con una nota: “Non corrisponde al vero quanto affermato in un articolo odierno di Maria Latella a proposito della mia collaboratrice signora Marina Brambilla. ‘Marinella’, come tutti la chiamano, per impegni di famiglia (un bimbo piccolo) ha concordato con me una diversa sede di lavoro (Milano) e ridotti orari di presenza rispetto al passato”. Nell’articolo si riporta tra virgolette una affermazione di una parlamentare che attribuisce al capo dello staff Maria Rosaria Rossi il “licenziamento” di Marinella che sarebbe stata l’unica “a tenere testa” al gruppo che sta facendo “terra bruciata attorno a Berlusconi”.

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Berlusconi e il cerchio magico: via Marinella Brambilla, storica segretaria

marinella-brambilla-tuttacronacaMarinella Brambilla è stata licenziata. Si tratta della segretaria storica di Silvio Berlusconi, con lui da 30 anni. E questo sembra confermare che il leader di Forza Italia ormai è completamente stretto nel cerchio magico con Francesca Pascale e Maria Rosaria Rossi in prima linea. A parlarne è Maria Latella sul Messaggero di Roma, molto addentro nelle segrete cose di casa Berlusconi, sia dell’era Veronica sia dopo, avendone anche scitto dei libri. Come spiega anche Blitz, “Che Berlusconi sia una specie di ostaggio in mano alle sue intime è una voce che avvelena l’atmosfera dei vertici di Forza Italia. Qualcuno era arrivato a sussurrare che Francesca Pascale ha talmente messo sotto il suo fidanzato Silvio che arriva a picchiarlo. Questo deve preoccupare i figli e gli altri eredi, deve preoccupare anche chi oggi per accedere al soglio di Berlusconi deve passare per le forche caudine del suo cerchio magico, una situazione che ha del comico e del tragico assieme, perché ricorda tanto le vicende che hanno portato alla caduta di Umbero Bossi.” Così scrive la Latella:

Marinella Brambilla, sposata, un bambino voluto a 50 anni con la caparbietà e la tenacia che tutti le riconoscono, non è più la segretaria di Silvio Berlusconi. Possibile? Possibile. Il Cavaliere, che di sé tiene sempre a sottolineare che «nella mia storia di imprenditore non ho mai licenziato nessuno», stavolta di qualcuno fa a meno: la storica, fedele, devotissima assistente di una vita.La notizia corre da Milano a Roma, stupisce e preoccupa non poco i forzisti di più lunga carriera e soprattutto le parlamentari di Forza Italia, quelle legate a Berlusconi ma non al cerchietto magico guidato con mano ferma dal capo dello staff Maria Rosaria Rossi. Il licenziamento non nasce da un’incrinatura nei rapporti tra lo storico datore di lavoro e l’assistente personale che per lui si è sempre sentita quasi una figlia.
«Berlusconi non avrebbe mai fatto a meno di Marinella – spiega una parlamentare – Pare sia stata Maria Rosaria Rossi a imporgli il licenziamento».
Le confidenze, intanto si susseguono, in modo anonimo ma non senza far mancare inquietudine:
Chi fa politica sa che prima o poi si tornerà a votare e le liste le farà Verdini, come sempre, ma questa volta non proprio da solo. «Intorno a Berlusconi stanno facendo terra bruciata – continua la parlamentare preoccupata – Marinella era l’unica che poteva tenere loro testa e sono riuscite a farla fuori». Il non detto traspare: se sono riusciti a colpire Marinella cosa faranno a noi deputate e senatrici escluse dal cerchietto magico?
La giornalista passa dunque a parlare dell’ormai ex segretaria:

Marinella entrò nella vita di Silvio Berlusconi nei primi anni 80. Sua madre era la governante di via Rovani, la prima casa del Berlusconi imprenditore. Gli segnalò la figlia appena diplomata e lui la assunse come segretaria. Da allora, per dirla con chi conosce bene entrambi «il dottore e Marinella sono stati una cosa sola». E’ lei che ha fissato il primo appuntamento a Gianni Letta, lei che ha seguito tutte le tappe dell’ascensione berlusconiana: i tentativi di espansione, l’amicizia con Craxi, il boom della tv commerciale e, infine, lo sbarco in politica.
Veronica Lario, che con Marinella ha sempre conservato l’amicizia nata appunto nella casa di via Rovani, la definiva «lo scudo umano di Silvio» e così la raccontava nel 2004 nel libro Tendenza Veronica: «Marinella è una delle poche persone sinceramente affezionate a Silvio. Lei e lui hanno la stessa devozione assoluta al lavoro, la stessa capacità di macinare attività a ritmo incessante. Al lavoro Marinella ha dedicato molto, ne ha fatto una delle ragioni della sua vita. Ogni tanto sospira, ma continua ad avere orari impossibili e la valigia in mano».
E’ stato così per più di trent’anni. Spazio per la vita privata? Occasionale. Dal 1994, anno in cui Berlusconi si trasferisce stabilmente a Roma, Marinella Brambilla diventa romana anche lei, vive gli stessi ritmi del capo. Visibile, presente, ma trasparente. Mai un’intervista. Mai ad una festa romana. A mezzanotte ancora in ufficio a passargli le telefonate. Come tutta la squadra berlusconiana arrivata a Roma in quegli anni, anche lei abitava un piccolo appartamento del centro storico romano, non lontano da Campo de’ Fiori: ogni tanto, alle sette del mattino, potevi incrociarla mentre in tuta e cellulare in mano, correva sul Lungotevere. Il solo spazio riservato a sé. Il resto della giornata è sempre stato dedicato al «dottore». Da più di trent’anni, lei lo chiama così.
Si capisce che, stando cosi le cose, il suo primo matrimonio non poteva durare. Ci ha riprovato quasi a 50 anni, sposando Luca Pandolfi, nel team della sicurezza di Berlusconi. Un matrimonio allegro, celebrato nel comune di Lesmo. Un paio di anni dopo, la notizia a sorpresa: Marinella aspetta un bambino. Anche le dure cedono, talvolta. Lei, che aveva tenuto testa ad assalti di ogni genere, dagli interrogatori ai processi, dalle sentenze alle insistenze dei politicanti periferici e non, avvertiva il disagio di una nuova stagione berlusconiana, sempre più fuori controllo. Perciò, per quasi due anni, Marinella ha fatto la mamma ed è rimasta lontana da Arcore, lontana da via del Plebiscito.
Poi, in autunno, il ritorno. Per sua scelta. Perché «il dottore» per lei è molto più di un generoso datore di lavoro. «Non voglio lasciarlo solo», aveva confidato, e la voce le si era incrinata per l’emozione, lei che in pubblico mostrava sempre la stessa faccia, e al telefono non tradiva emozioni mai, neppure quando il dottore perdeva le elezioni. Il timbro era sempre lo stesso, una certa secca e milanese rapidità, la stessa che si avvertiva quando, nel primo governo Berlusconi, chiamava i cronisti a tarda sera: «Ti passo il dottore. Veloce, mi raccomando».
«Non voglio lasciarlo solo», aveva detto rientrando ad Arcore. Ma tanto solo Berlusconi non era. Il ritorno di Marinella è durato poco più di tre mesi. Com’è che cantava Fabrizio DeAndre? «E come tutte le più belle cose/tenesti il posto un giorno solo/come le rose».

In giornata, Berlusconi ha smentito che la Brambilla sia stata licenziata.

Ma quanto ci costa Roma, “capitale del debito”?

ignazio-marino-tuttacronacaSi continua a parlare del Salva Roma e Fosca Bincher affronta l’argomento su Libero in un pezzo dal titolo “La capitale del debito” spiegando che, così come lo è la città, è “Eterno pure il salva Roma. Ci costerà altri 15 miliardi”. Quello che accadrà ora, spiega la giornalista, è che la Capitale “sarà salvata a puntate, ma il copione è già scritto, e il conto della spesa pure: 15 miliardi di euro. Ora è arrivata la tranche da 600 milioni di euro (570 +30) con il decreto legge di Matteo Renzi che pur borbottando si è piegato alle minacce del sindaco capitolino Ignazio Marino”.

Ma il conto della spesa è ancora lungo, e facendo veni- re un brivido sulla schiena dei contribuenti italiani l’ha ben spiegato ieri sul quotidiano Il Messaggero il professore Mas- simo Varazzani, che da metà 2010 guida la gestione com- missariale del debito pregres- so di Roma. Il manager (e banchiere: ha maturato esperienze in Ban- kitalia, al Credito italiano e al- la Cassa depositi e prestiti), quando arrivò il 26 luglio 2010 si trovò di fronte un vero e proprio muro del debito: 22 miliardi e 400 milioni di euro. In gran parte erano debiti fi- nanziari (prestiti e mutui bancari) che ammontavano a 13,8 miliardi di euro. Ma c’erano anche debiti non fi- nanziari per 8,6 miliardi di euro (dalle multe a quelli commerciali). Varazzani si mise al lavoro.

Ottenne una entrata certa da parte del Te- soro: un contributo annuale perpetuo da 500 milioni di euro. Il governo poi si fa rida- re dal Comune di Roma 200 milioni di euro, che per 180 milioni sono pagati dai citta- dini della Capitale grazie a un aumento ad hoc dell’Irpef co- munale, e per 20 milioni sono assicurati dai viaggiatori di tutto il mondo costretti a pa- gare una sovrattassa di im- barco agli aeroporti di Fiumi- cino e Ciampino. Varazzani a quel punto ha la certezza di avere in tasca ogni anno 500 milioni di euro «per sempre». Si mette al lavoro. Scopre che alcuni debiti sono inesigibili, e semplicemente li cancella. Al Comune di Roma avevano svuotato come si dice tutti i cassetti senza nemmeno guardare. Salta fuori ad esempio che continuavano a inseguire 360 milioni di euro di vecchie multe ormai estinte perché da anni era intervenuto un condono. Un credito inesigibile che quindi viene cancellato. Per fortuna accade pure con qualche vecchio debito. Che risulta al primo controllo già saldato. Varazzani dice al governo allora in carica: «Per i debiti finanziari dove posso ricontratterò. Cercherò di fare in fretta e pagare tutti i debiti non finanziari. Quando avrò saldato l’ultimo cent di questa partita però me ne andrò, e la gestione commissariale dovrà esser chiusa». Grazie al contributo perpetuo da 500 milioni è andato dalle banche, e ha scontato con varie operazioni che vengono rinnovate già 30 anni di contributi. E cioè 15 miliardi di euro futuri, che verranno presi per 6 miliardi dalle tasche dei ro- mani e per 9 miliardi da quelle di tutti gli italiani. Man mano ha pagato i debiti, con un lavoro che ha fatto risparmia- re centinaia di milioni di euro di interessi passivi.

Al 31 dicembre scorso ne sono restati in tutto 14,9 miliardi, la gran parte finanziari. Secondo il suo ruolino di marcia nel 2017 avrà pagato tutti i debiti non finanziari, a patto che Marino si dia da fare e regoli debiti fuori bilan- cio, contenziosi ed espropri che in tutto valgono un mi- liardo di euro. A quel punto Varazzani se ne andrà, e la gestione commissariale sarà chiusa. Ma attenzione, non per le tasche degli italiani. Perché – ed è lui stesso a spiegarlo – a quel punto resterebbero i mutui. Quanto? «Qualcosa più di 5 miliardi di euro». Nove già scontati in banca per il futuro, qualcosa più di 5 miliardi alla fine, e 600 milioni di euro ora nella prima tranche: ecco fat- to il conto finale di 15 miliardi prelevati dalle tasche degli italiani (più altri 6 miliardi che verranno da quelle degli abitanti e viaggiatori di Ro- ma). Se vuole restare in sella fino alla fine della legislatura – dunque – Renzi è meglio che metta da parte risorse per Ro- ma. Perché fra 3 anni gli ar- riverà un conto dieci volte su- periore a quello pagato con- trovoglia oggi. «Lo Stato deci- derà che fare. O versa un nuovo contributo annuale per pagare le rate di quegli ol- tre 5 miliardi di mutui, oppu- re salda la cifra subito e li chiude tutti risparmiando su- gli interessi e spalmandosi la spesa su più anni, cosa che la gestione commissariale non può fare…».

Pisapia e la frecciata a Marino: “Milano ce l’ha fatta da sola”

pisapia-milano-tuttacronacaOggi a Palazzo chigi si è discusso del decreto Salva-Roma e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, non ha mancato di lanciare una frecciata a distanza al suo collega romano Ignazio Marino: “Milano, ancora una volta, ce l’ha fatta da sola. È chiaro che, quantomeno, non ci deve essere, rispetto alle spese straordinarie per Expo, un silenzio da parte del governo, ma so che c’è una grande attenzione, tanto è vero che lunedì saranno, a Milano, 4 ministri, con cui discuteremo delle nostre necessità e, una delle prime, è, sicuramente, la deroga al Patto di Stabilità, quantomeno per le opere di Expo”. A margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tar di Milano Pisapia ha inoltre assicurato: “Non voglio fare polemiche con altre città, con altri sindaci, quello che è necessario è che ci sia un rilancio dell’intero Paese”, e ha spiegato: “Non è un problema di Roma o di Milano ma dell’intero Paese”. Quindi ha concluso: “È l’intero Paese che deve essere smosso, deve essere rilanciata l’economia, dare possibilità di nuova occupazione e, sicuramente, Milano ha dimostrato che è all’avanguardia: ha resistito e superato la crisi e qua devono esserci gli investimenti necessari per salvare il Paese da una crisi profonda”. A quanto ha appreso l’Ansa, nel testo del decreto Salva Roma approvato dal Consiglio dei Ministri sono stati inseriti 25 milioni di euro destinati a Expo 2015, che erano già stati previsti nel precedente Salva Roma.

Il primo Cdm dell’era Renzi… e Topo Gigio come ambasciatore!

topo-gigio-tuttacronacaSi è tenuto il primo Consiglio dei Ministri dell’era Renzi ed è stato il via libera a un nuovo dl Salva Roma, che servirà a colmare il buco di bilancio della capitale. Il sottosegretario Delrio ha precisato: “La cifra rimane la stessa ma le modalità sono diverse: non c’è un trasferimento di soldi dal governo al comune di Roma, ma tra il Commissario (che dal 2008 gestisce il piano di rientro governativo, varato nel 2008, ndr) e il Comune. I soldi anziché essere diluiti nel tempo vanno erogati. Ovviamente ci vuole poi un piano di rientro”. Ancora, il sottosegretario ha parlato della Tasi: “è una tassa municipale che andrà regolata dai sindaci come è giusto che sia e che saranno in grado di renderla più equa e flessibile” . Questo significa sostanzialmente che gli enti locali potranno anche effettuare i ritocchi verso l’alto concordati con il precedente esecutivo. Un punto, questo, che ha subito scatenato i commenti negativi di Forza Italia. Sempre nel corso del CDM, che ha dato il via libera alla nomina dei nuovi sottosegretari e viceministri, “è stata introdotta una procedura unica per la domanda e l’autorizzazione del permesso di soggiorno e quella del lavoro. Un unico documento in cui vengono unificate le due procedure”. Infine, è stata cancellata la cosiddetta web-tax. Lo ha spiegato Delrio in conferenza stampa e lo ha confermato lo stesso premier via Twitter. Che ha puntualizzato: “Rimossa la web tax, ne riparleremo in un quadro di normativa europea”.

Nel frattempo Cino Tortorella, meglio noto come Mago Zurlì, ha parlato del Salva Roma: “Propongo Topo Gigio come ambasciatore del made in Italy in tutto il mondo. Aiuterei sia Marino che Renzi”. A chiamarlo in causa, ieri, era stato proprio il sindaco di Roma: “Io non sono il mago Zurlì”, aveva detto Marino. E lui oggi si dichiara disponibile ironicamente ad aiutare il primo cittadino: “Ieri mi ha citato il sindaco Marino e qualche tempo fa lo stesso Renzi – ha spiegato – e li ringrazio entrambi per avermi evocato perchè ormai Mago Zurlì è un personaggio come Mago Merlino. Resto a disposizione per fornire a loro, ed a chi veramente voglia fare qualcosa di concreto per l’Italia ma soprattutto per i cittadini italiani. Con me c’è anche Topo Gigio che si offre come ambasciatore del Made in Italy. Sarò felice di dare il mio modesto contributo a titolo gratuito. Per il compenso di Topo Gigio, credo che possa bastare un pezzo di Groviera”. Tortorella ha poi aggiunto: “Il mio è stato solo uno scherzo e non una critica. Vivo a Milano e se dicesse qualcosa il sindaco della mia città, una piccola critica gliela farei. Ho quattro figli e vorrei sicuramente una Italia più serena. A Renzi di sicuro una mano – conclude – gliela darei volentieri non solo con i superpoteri di mago Zurli ma anche come Cino Tortorella se facesse qualcosa di utile per i bambini perchè per loro ci sarei sempre al di là del partito politico che me lo chiede”.

Il braccio di ferro Renzi-Marino: oggi in CDM il nuovo decreto Salva Roma

salvaroma-tuttacronacaRenzi è sempre stato il difensore del “partito dei sindaci” ma non per questo Ignazio Marino ha una strada preferenziale e ormai con il neo premier è già ai ferri corti. Tutto è iniziato quando il governo ha ritirato il dl Salva Roma. Il primo cittadino della Capitale ha risposto con attacchi frontali: “Io da domenica blocco la città. Quindi le persone dovranno attrezzarsi, fortunati i politici che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare, i romani no”. Un messaggio letto come assist all’antipolitica, in perfetto stile grillino, proprio mentre i partiti di governo tentano di salvare la Capitale dal default. E mentre il tempo scorreva, Marino diventava sempre più allarmista: “Per marzo non ci saranno i soldi per i 25 mila dipendenti del Comune, per il gasolio dei bus, per tenere aperti gli asili nido o per raccogliere i rifiuti”. E giusto per gettare altra benzina sul fuoco: “neanche per organizzare la santificazione dei due Papi, un evento di portata planetaria”. Marino è sul piede di guerra: “Sono veramente arrabbiato, anche i romani sono arrabbiati e hanno ragione, dovrebbero inseguire la politica con i forconi”. Quest’ultima uscita non è piaciuta a nessuno del Pd e ha mostrato una volta in più come i rapporti siano sempre più tesi. Il sindaco della Città Eterna, poi, se la prende contro chi si è opposto al Salva Roma e vi ha fatto piovere sopra un numero enorme di emendamenti: “Il parlamento non può essere un centro studio o un centro divertimento per gli onorevoli della Lega o del M5S”, dice. Ma non risparmia un sarcasmo che sembra avere obiettivi ben più ampi: “Questo decreto è rimasto 42 giorni in Senato, io nello stesso tempo mi sarei laureato in fisica”. Ma a MArino non piace neanche il nome “bugiardo” dato al decreto Salva Roma e attacca ancora i leghisti: “In altri Paesi movimenti sorti da persone che bruciano la bandiera di solito li mettono in prigione e buttano le chiavi”. Ma le dimissioni, in questo momento, non sono un suo pensiero: “Si annunciano quando si è pronti a dimettersi. In questo momento non risolverebbero”. Il primo cittadino si è placato solo dopo delle telefonate infuocate con Palazzo Chigi, in particolare con un Renzi furioso per le uscite del sindaco di Roma. E alla fine, Marino fa un respiro: “Io ho fiducia perché sia Delrio che Renzi sono stati sindaci e conoscono cosa significa gestire un bilancio ed avere a che fare con le esigenze dei cittadini”.

“Roma si blocca già da sola”: Brignano commenta Marino

brignano-tuttacronacaDopo che il governo ha annunciato il ritiro del dl Salva Roma, il primo cittadino della Capitale, Ignazio Marino, oggi ha minacciato di bloccare la città la prossima domenica. Enrico Brignano ha voluto esprimere la sua opinione al riguardo commentando all’Ansa: “È difficile bloccare Roma, era appannaggio dei grandi imperatori. Tanto comunque Roma si blocca già da sola, quindi gli rimane facile”. Lo showman, che ha preso la parola margine della presentazione del programma Il meglio d’Italia, ha quindi proseguito: “Tutti dicono, ‘lo vedi, ecco Marino’. Spero che il sindaco comunque riesca alla fine a salvare questa città. Come? Non lo so se bloccandola, impacchettandola, incellofanandola, veda lui… Insomma, che alla fine sia illuminato. Del resto questa è una città che era difficile governare dai tempi del papa re e di Traiano. Ma io sono convinto che Marino alla fine ce la farà, lasciamolo lavorare”.

Niente Salva-Roma? Marino minaccia il blocco della città

ignazio-marino-tuttacronacaIeri il governo ha bloccato il decreto Salva-Roma e ora il primo cittadino della Capitale, Ignazio Marino, minaccia che in assenza di risposte rapide bloccherà la città. Intervenendo a Radio24 ha detto: “Da domenica blocco la città. Quindi le persone dovranno attrezzarsi, fortunati i politici del Palazzo che hanno le auto blu, loro potranno continuare a girare, i romani non potranno girare”.

La Capitale a rischio default: il governo ritira il Salva Roma

default-roma-tuttacronacaIl governo ha ritirato il decreto Salva Roma prima della sua conversione in legge. Come comunicato dal ministro ai capigruppo di Montecitorio riuniti Maria Elena Boschi, infatti, il governo ha preso atto dell’ostruzionismo e per questo ha ritirato il provvedimento. Lo stesso decreto era stato bloccato ieri alla Commissione Bilancio da 350 emendamenti di M5S e Lega (che oggi rivendica la vittoria parlamentare). Vista la situazione, non ci sarebbe stato tempo per la conversione entro il 28 febbraio. Lo stesso Partito democratico ha così deciso per il ritiro e il Governo si è adeguato, anche se ora il Comune di Roma rischia seriamente di essere commissariato. Quello di ieri è il secondo stop, dopo il ritiro dalla legge di stabilità di fine anno: il default, la bancarotta è vicina. Preoccupati anche i sindacati, con Cgil, Cisl e Uil che affermano: “bloccare il Salva Roma è un grave danno per la città” mentre gli imprenditori temono il blocco delle commesse. Scrive Mauro Evangelisti su Il Messaggero:

L’anno scorso Roma registrava un disavanzo di 816 milioni di euro: il decreto ha consentito un travaso di risorse dalla gestione commissariale per circa 300 milioni. Stessa musica nel 2014: lo squilibrio è vicino al miliardo e altri 175 milioni arrivano dal Salva-Roma che prevede un percorso di affiancamento da parte del Ministero dell’Economia, con il Campidoglio chiamato a presentare un piano di rientro triennale.

Il neoministro per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento ha inoltre annunciato che il Governo varerà “un nuovo provvedimento, dopo una valutazione dei contenuti”, che contenga anche le norme sull’Expo e sulla Sardegna. Quello a cui si mira è evitare un’altra pioggia di emendamenti ostruzionistici, anche se l’ipotesi di una fiducia sul nuovo decreto è stata scartata dal sottosegretario Del Rio. Per evitare, certo, che il Governo Renzi prosegua con la cattiva prassi della fiducia che annulla il dibattito: ma, da più parti, si scorge il tentativo di far fuori il sindaco Marino, magari spingendolo alle dimissioni. Da parte sua, il primo cittadino della capitale denuncia l’irresponsabilità dei grillini con i quali aveva cercato anche una difficile interlocuzione. La Capitale, in caso di default, rischia un danno enorme a partire dai pagamenti, alla tenuta delle imprese, alle obbligazioni sottoscritte.

La consegna della “Campanella”: temperature glaciali tra ex e neo premier

passaggio-campanella-letta-renzi-tuttacronacaCon una parola si potrebbe definire gelido il tradizionale passaggio di consegne, a palazzo Chigi, tra Enrico Letta e Matteo Renzi, con la consegna della ‘Campanella”. Una rapida stretta di mano e zero sorrisi tra Enrico Letta, di fatto “cacciato” e sfiduciato dal suo ruolo, e Matteo Renzi, colui che con qualche forzatura ne ha assunto il ruolo, neanche uno sguardo. La scena è destinata a rimanere impressa, con quell’uscita di Letta quasi di corsa e la mancanza di cordialità tra due politici che fanno anche parte dello stesso partito. Perfino Berlusconi, nel 2011, sorrise e si trattenne qualche secondo con Mario Monti. Letta qualche minuto dopo pubblica un tweet sibillino: “Lascio #Chigi. Grazie Napolitano e tutti quelli che mi hanno sostentuto! Ora uno stacco via da Roma per prendere le migliori decisioni. #Futuro”. Decisioni migliori per il futuro…una sfida lanciata a Renzi, non sul terreno del governo, ma evidentemente su quella del partito. Non è detto che Letta continuerà a rimanere nel Pd, lascia presagire questo tweet. Prima del passaggio delle consegne, il clima era diverso, con i ministri in posa come da tradizione con il Presidente della Repubblica per la foto di gruppo. Giorgio Napolitano al centro dell’inquadratura, al suo fianco la responsabile degli Esteri Federica Mogherini e la ministra degli affari regionali, Maria Carmela Lanzetta. Matteo Renzi e Angelino Alfano sorridenti fianco a fianco.

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Il giuramento di Andrea Orlando… passa per i social!

orlando1Quando il giuramento si fa social. Dopo aver recitato la formula di rito al Quirinale, in occasione del giuramento del nuovo governo Renzi, il neo ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che con Letta si trovava alla guida del Ministero dell’Ambiente, ha voluto giurare anche di fronte al popolo della rete: ecco infatti che nella sua pagina Facebook ha scritto: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Il post è poi stato prontamente condiviso anche su Twitter.

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Governo Renzi al via: il giorno del giuramento

giuramento-renzi-tuttacronacaPrima del giuramento, Matteo Renzi ha voluto inviare un messaggio di ringraziamento via Twitter: “Grazie per i messaggi. Compito tosto e difficile. Ma siamo l’Italia, ce la faremo. Un impegno: rimanere noi stessi, liberi e semplici”. Al giuramento dei ministri del nuovo Governo Renzi, non parteciperà il neo ministro dell’Economia Giancarlo Padoan, che rientrerà a Roma da Sydney solo in serata. Padoan si trovava nella città australiana per partecipare ai lavori del G20. I nuovi ministri giunti al Quirinale hanno scambiato poche, rapide battute con i giornalisti prima di prestare giuramento. Il ministro designato alla Difesa, Roberta Pinotti, è stata chiara: “Prima si giura poi si parla”. Al Colle è giunto anche Maurizio Lupo, riconfermato alle Infrastrutture: “Dobbiamo continuare nel lavoro fatto in questi nove mesi con più forza e più coraggio. Nessuno riesce a tenere i propri posti. È un governo di emergenza, ma un po’ di continuità serviva per non buttare via il lavoro svolto. Dobbiamo approvare piano casa nel primo Consiglio dei ministri”. Da parte sua il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato: “So cos’è il lavoro, ho iniziato a lavorare nei campi a 6 anni”. Ha quindi aggiunto: “Da cooperatore dico che bisogna favorire la partecipazione dei cittadini, non bisogna lasciare nessuno a casa e dare un’opportunità a tutti”. Matteo Renzi, arrivato al Quirinale con la moglie e i figli, è stato il primo a prestare giuramento, seguito da tutti i nuovi ministri. Il governo Renzi è ufficialmente in carica.

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La renziana doc promossa a ministro: Maria Elena Boschi

MARIA-ELENA-BOSCHI-tuttacronacaA 33 anni, Maria Elena Boschi è diventata uno dei ministri più giovani della storia della Repubblica grazie alla chiamata, arrivata da Matteo Renzi, a guidare il dicastero per le Riforme e i Rapporti con il Parlamento. Nata a Montevarchi, in provincia di Arezzo, la Boschi si è laureata in Giurisprudenza ed è finora vissuta a Firenze dove ha lavorato come avvocato. Il neo ministro rientra nell’ala dei fedelissimi del nuovo premier fin dal 2012, quando fu scelta da Renzi per coordinare insieme ad altre due donne (Simona Bonafè e Sara Biagiotti) l’organizzazione del tour in camper per le 108 province d’Italia. Ha fatto parte della direzione del Pd di Firenze ed è stata consigliera di Pubbliacqua, la società che gestisce gli acquedotti del capoluogo e di altre province toscane. Eletta alla Camera nelle elezioni dell’anno scorso, la sua ascesa è iniziata quando Renzi, diventato Segretario, l’ha voluta nella segreteria nazionale con il ruolo di responsabile delle riforme. In questa veste ha seguito le trattative tra il Pd e le altre forze politiche sulla nuova legge elettorale e sulla riforma del Senato.

“Andare a Palazzo Chigi: ma chi ce lo fa fare?”: così Renzi

matteo-renzi-tuttacronacaAndrà in onda domani mattina su Rai3, nel corso della trasmissione Agorà, un’intervista registrata oggi da Matteo Renzi nel quale il sindaco fiorentino spiega: “Sono tantissimi i nostri che dicono ‘ma perché dobbiamo andare a Palazzo Chigi, ma chi ce lo fa fare?” I segretario dem spinge lontana l’ipotesi che sia lui a sostituire in corsa Enrico Letta nel ruolo di presidente del Consiglio e liquida la faccenda: “Ci sono anch’io tra questi – richiamandosi al ‘chi ce lo fa fare’ della base e dei colonnelli – nel senso che nessuno di noi ha mai chiesto di andare a prendere il governo”. Le parole di Renzi richiamano quelle pronunciate in precedenza da Maria Elena Boschi: “Il mio augurio è che Matteo diventi presidente del Consiglio attraverso l’investitura popolare – aveva detto durante un’iniziativa del partito in Calabria – In questa fase abbiamo, però, la necessità di procedere speditamente sul piano delle riforme sulle quali il partito è unito”. Anche Davide Faraone, responsabile Welfare della segreteria Dem, si era unito al coro: “Chi propone Matteo Renzi premier, lo fa con lo spirito di quei democristiani che volevano far fuori un leader e lo ‘promuovevano’ a Palazzo Chigi”.

Come si finanzia la scalata di Matteo Renzi?

matteo-renzi-finanziamenti-tuttacronaca

Se lo sono chiesti in molti, ma le risposte sono state spesso insufficienti a chiarire da dove siano arrivati i finanziamenti per sostenere l’ascesa di Matteo Renzi. I più critici hanno ipotizzato anche fondi non trasparenti, ma nessuno ha poi avuto prova di tali voci, atte più a gettare fango sulla figura dell’astro nascente del Pd piuttosto che a evidenziare presunti illeciti. E’ Davide Vecchi su il Fatto Quotidiano a disegnare una mappa dei finanziamenti di Renzi, anche se lo stesso Vecchi asserisce di aver incontrato non poche difficoltà quando ha cercato di approfondire l’argomento:

“I misteri del tesoro di Matteo Renzi. Quattro milioni e associazioni opache […]

La ricostruzione fatta da Davide Vecchi parte dal 2009, ” quando Renzi era portaborse di Lapo Pistelli, attuale vice ministro agli Esteri” , e arriva a oggi  quando “il sindaco di Firenze è ormai segretario del Pd…  In cinque anni, scrive Davide Vecchi, Matteo Renzi è riuscito a sostenere quattro campagne elettorali. Due nel 2009 (primarie e amministrative a Firenze), una nel 2012 e un’altra nel 2013, entrambe per la segreteria del Pd. Il tutto senza sostegno economico da parte del partito, rimborsi elettorali né fondi pubblici.

“Come ha finanziato la sua attività politica? Attraverso quali canali è riuscito a creare un tale consenso in appena cinque anni? Qualcuno lo ha aiutato a costruire il suo bacino elettorale? E come?”.

La ricerca di Davide Vecchi è risalita fino al 2007, individuando due personaggi chiave: Marco Carrai e Alberto Bianchi, la cui contiguità a Matteo Renzi risale rispettivamente al 2007 e al 2009:

“Complessivamente hanno messo assieme oltre quattro milioni di euro per coprire le spese della corsa alla guida del Paese del loro amico Matteo Renzi. Bianchi e Carrai oggi fanno parte del consiglio direttivo della Fondazione Open, cioè l’evoluzione della Fondazione Big Bang a cui lo scorso novembre è stato cambiato nome e composizione: Renzi ha azzerato il vecchio consiglio, confermando solo Bianchi e Carrai, inserendo Luca Lotti e Maria Elena Boschi, nominando quest’ultima segretario generale”.

Nella ricostruzione di Davide Vecchi compare  Maria Elena Boschi, sempre accanto a Matteo Renzi, che nella segreteria del Pd l’ha incaricata delle riforme .

“Nel 2013 la fondazione ha raccolto 980 mila euro di donazioni, 300 mila euro in più rispetto all’anno precedente. Nel 2012 aveva chiuso il bilancio con una perdita di 535 mila euro dovuta a debiti ancora da estinguere e, stando ai resoconti che il Fatto ha potuto leggere, nel corso del 2013 la perdita si è assottigliata a poco più di 300 mila euro e le entrate sono aumentate del 30 per cento”.

[…]

“Negli anni precedenti l’attività politica di Renzi passa attraverso due associazioni: Link e Festina Lente,   che non hanno mai avuto siti internet né rendicontazione pubblica.

“Praticamente sconosciuta in particolare la Festina Lente. Anche qui figurano Carrai e Bianchi. Fondata nel giugno 2010 cessa le sue attività di fund raising nel maggio 2012. L’ultimo evento che organizza è una cena di raccolta fondi per Renzi nel gennaio 2012 al Principe di Savoia di Milano. Raccoglie 120 mila euro e ha ancora all’attivo circa 40 mila euro. Questa associazione è citata solamente una volta: nel resoconto delle spese elettorali sostenute da Renzi per le amministrative del 2009. Il comitato dell’allora candidato sindaco dichiara di aver speso 209 mila euro, 137 raccolti tra i sostenitori e gli altri 72 mila euro che mancano all’appello coperti da un mutuo acceso e poi garantito dalla Festina Lente.”

“Mutuo concesso dalla banca di credito cooperativo di Cambiano (presieduta dal potente sostenitore Paolo Regini e usata anche per le ultime primarie) con a garanzia una fidejussione firmata da Bianchi. È il maggio 2009 e la Festina Lente nasce solo l’anno successivo. Si fa carico del mutuo e lo estingue immediatamente accendendone però un altro (oggi in via di rimborso) per avviare le attività di fund raising. Complessivamente però questa associazione organizza solamente due eventi, oltre alla cena milanese, in due anni”.

Da dove sono arrivati i 750 mila euro di Link? si chiede a questo punto Davide Vecchi che si risponde così:

“La Link nasce nel 2007, quando Renzi era presidente della Provincia di Firenze. Con il solito Carrai, nell’atto costitutivo figurano buona parte di quelli che ancora oggi sono al fianco del rottamatore:

“Lucia De Siervo, direttore della cultura ed ex capo segreteria di Renzi, figlia di Ugo, presidente della Corte Costituzionale [per cinque mesi fra il 2010 e il 2011], e moglie di Filippo Vannoni, presidente di Publiacqua.

“Vincenzo Cavalleri, ora direttore servizi sociali di Palazzo Vecchio.

“Andrea Bacci, oggi presidente della Silvi (società pubblica partecipata dal Comune). Fu intercettato nel dicembre 2008 al telefono con Riccardo Fusi (ex patron del gruppo Btp condannato a due anni in primo grado per i lavori alla Scuola marescialli e imputato per il crac del Credito cooperativo fiorentino di Denis Verdini e indagato per bancarotta fraudolenta) per organizzare un viaggio in elicottero a Milano per Renzi. Poi però saltato. Per ben due volte.

“Infine, a firmare l’atto costitutivo della Link, ci sono anche Simona Bonafè, ex assessore oggi onorevole e Marco Seracini, il presidente” .

[…]

“Nel 2009, anno delle primarie e delle amministrative, Link spende 330 mila euro e chiude con una perdita di 154 mila. Che viene in parte appianata nel 2010 attraverso erogazioni liberali ricevute per 156.350 euro e in parte nel 2011, ultimo anno di vita dell’associazione Link che termina la sua esistenza con una perdita di 3.500 euro.

“Complessivamente questa associazione raccoglie e investe nell’attività politica di Renzi circa 750 mila euro.

“Da dove arrivano queste “erogazioni liberali”? Abbiamo cercato per giorni inutilmente il presidente Marco Seracini sia nel suo studio, dove venne registrata l’associazione, sia al cellulare. Ci siamo rivolti a Carrai che pur rispondendo molto gentilmente al telefono e rendendosi inizialmente disponibile a incontrarci, ha poi preferito non rispondere né in merito alla Link né ad altro.

“Cavalleri, infine, ha risposto. Al telefono, non alle domande sui donatori dei quali, ha detto, “non so niente”. Però ci ha spiegato che “l’associazione è una delle scatole a cui ho partecipato, non ho molte informazioni, non ho mai neanche partecipato agli incontri che organizzava”.

“Che tipo di incontri? “Raccolta fondi ma non solo, non faceva attività politica però, erano incontri sociali diciamo”.

“Sociali? “Sì, eventi promozionali per diciamo sviluppare le idee di cui Renzi era portatore”.

“E cene elettorali? “Non ricordo”.

“Nel 2009, dopo aver vinto le primarie, Renzi partecipò ad alcune iniziative organizzate anche da Denis Verdini, all’epoca coordinatore regionale di Forza Italia e oggi colui che deve scegliere il candidato sindaco da contrapporre a Renzi per le prossime amministrative di maggio.

“Nel 2009 l’allora rottamatore sedette al tavolo d’onore insieme a Verdini e consorte alla festa de Il Giornale della Toscana. Presenti tutti i parlamentari forzisti dell’epoca: Mazzoni, Parisi, Bonciani, Amato e altri.

“E mesi dopo partecipò a un evento organizzato dalla signora Verdini, Maria Simonetti Fossombroni. Molti del Pdl ricordano inoltre che la scelta di candidare sindaco nel 2009 l’ex calciatore Giovanni Galli fu considerato un “regalino” al giovane prodigio Renzi. Che lo asfaltò. Verdini non ha mai negato la propria simpatia per il rottamatore.

“Gentile e disponibile quanto Carrai si dimostra anche Alberto Bianchi, che come Carrai alla domanda non risponde. Da dove arrivano i fondi e come ha coperto il mutuo Festina Lente? E come è riuscito ad appianare il debito della Fondazione e a raccogliere il 30 per cento in più l’anno successivo? Neanche a queste domande riceviamo risposte. Una cosa è certa: l’imprenditore e l’avvocato fanno benissimo il loro lavoro di fund raiser. Sempre dall’ombra, mai in prima fila.

“Meno si parla di loro meglio è. Per dire: la cena di finanziamento di Renzi a Milano nell’ottobre 2012 che passò come un evento organizzato da Davide Serra in realtà è stata opera esclusiva di Carrai. L’amico di Renzi mal sopporta la pubblicità, i suoi interessi sono nel privato. Ha affiancato Renzi nel 2009 solamente per tre mesi. Oggi è, fra l’altro, presidente di Aeroporto Firenze, della C&T Crossmedia, della Cambridge Management Consulting e della D&C, mentre giovedì ha lasciato la carica di amministratore delegato della Yourfuture srl. Inoltre è socio dell’impresa edile di famiglia Car.im, società che ha realizzato la trasformazione della storica libreria fiorentina Martelli in un negozio Eataly, proprio davanti alla sede della Fondazione Open.

“Ma certo, sono affari privati”.

Italicum: l’accordo è servito

italicum-tuttacronacaPartito Democratico e Forza Italia avrebbero trovato un’intesa sulla soglia di accesso al premio di maggioranza al 37%. A darne conferma il presidente della commissione Affari Costituzionali che spiega che l’accordo “è in dirittura d’arrivo per il senso di responsabilità di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, due leader che hanno abbandonato le contrapposizioni per il bene del paese”. L’accordo sulla legge elettorale, stando a quanto riporta l’agenzia Agi, prevede che la soglia per far scattare il premio di maggioranza passi dal 35 al 37 per cento. Tra i punti dell’accordo, anche la norma cosiddetta ‘salva-Lega’. Sarebbero risultati decisivi i nuovi contatti telefonici di questa mattina tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Ma l’accordo prevede anche un abbassamento della soglia per i partiti in coalizione dal 5% al 4,5%. Ancora, il premio di maggioranza per i partiti o le coalizioni che superano il 37% dei voti è stato fissato al 15%.

Eataly è con Matteo Renzi, e “sfama” la segreteria!

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Riuniti a Firenze per stare lontano dall'”aria mefistofelica” di Roma i componenti della segreteria del Pd che oggi sono stati riuniti dal neo segretario Matteo Renzi per la prima volta, i dodici membri sono stati sfamati da Eataly, il locale di Oscar Farinetti, inaugurato pochi giorni fa dal sindaco di Firenze. Erano circa le 13 quando alcuni addetti hanno portato in buste di plastica: panini, coca cola e pizza. Un vero e proprio pranzo al sacco?

Renzi tra la “diffidenza decrescente” con Napolitano e la “partita a scacchi”

Matteo-Renzi-tuttacronacaTra Matteo Renzi e Giorgio Napolitano corre una “diffidenza decrescente”, come spiega il neo segretario del Pd, colpito dall’incontro con il Capo dello Stato. “Un’ora faccia a faccia. Incontro serio, buono, importante”. La differenza tra i due è di cinquant’anni, con tutto quello che ne deriva. Come spiega La Stampa: “due mondi sideralmente distanti, in mezzo una guerra, la ricostruzione, l’Italia che si rimette in piedi. Eppure, un punto d’incontro lo si trova: il Paese va salvato di nuovo e, per farlo, servono riforme e stabilità.” I due si ritrovano proprio su questo punto. E intanto Renzi non rinuncia alle sue convinzioni: ” Credo che Napolitano vorrebbe che il governo andasse avanti, molto avanti, altro che 2015… Io non dico di no, però insisto: stabilità non può voler dire l’attuale immobilismo”. Il sindaco di Firenze si dimostra comunque soddisfatto delle sue prime ore da segretario. ” Il Presidente ha apprezzato, credo, il fatto che io non intenda imporre miei modelli in materia di legge elettorale – dice -. Ma contemporaneamente, ha chiaro che il Pd non mollerà sulla necessità di fare una riforma. Quel che mi pare di poter dire, al di là dell’incontro, è che molte cose sono già cambiate in appena tre giorni. Mi sembra si vada affermando – conclude soddisfatto – l’idea che la riforma vada fatta in tempi molto brevi, e credo sia ormai deciso che se ne occuperà la Camera: per cui Giachetti può interrompere il suo digiuno. E questa è quella che si può chiamare una buona notizia”.  Con Napolitano tutto bene quindi, così come sulla via della riforma della legge elettorale, lungo la quale, tuttavia, si muove con “crescente diffidenza”. “Temo che Angelino Alfano voglia perder tempo e menare il can per l’aia. Io con lui parlerò, figurarsi, ma non mi lascerò incantare e nemmeno rallentare: ho una mia exit strategy, un canale aperto anche con Berlusconi e Grillo, che la riforma adesso la vogliono davvero. E se il Nuovo centrodestra divaga, vuol dire che lavoreremo con qualcun altro”. Per quel che riguarda il leader del M5s, del resto, l’avversione è reciproca. Il segretario del Pd non ha affatto gradito, per esempio, l’ultima uscita del leader Cinque Stelle che lo ha sfidato a rinunciare al finanziamento pubblico, come ha già fatto il suo movimento. Renzi gli ha prima replicato con un tweet: “Caro Grillo ti rispondo nei prossimi giorni con una sorpresina che ti sto preparando”. E la “sorpresina” sembra essere già pronta: “Credo proprio che gli risponderò da Milano, all’Assemblea nazionale -dice -. Mi chiede di firmare una lettera di rinuncia al finanziamento pubblico? Troppo semplice. Facciamo le cose per bene: firmi lui una lettera nella quale dice sì ad una legge elettorale maggioritaria, alla riforma del Titolo V, all’abolizione del Senato e del finanziamento pubblico ai partiti. Vediamo se è pronto. Ma quel che è più importante è che deve mettersi in testa anche lui che l’agenda delle cose da fare la detta il Pd, e che non staremo più a rincorrere né lui né altri”. Soddisfatto della segreteria che ha impostato, resta però ancora il nodo Cuperlo e il neosegretario attende di sapere se ci stia davvero ripensando e alla fine accetterà la carica di Presidente dell’Assemblea nazionale. “So che ci ragiona – dice Renzi -. Sul momento mi aveva detto di no, ma nella sua componente si è aperta una complicata discussione e alla fine – io lo spero – potrebbe ripensarci. Comunque sia, non è che accetterò qualunque nome mi verrà proposto. So che D’Alema è furioso, per esempio, perchè ho annunciato che non lo ricandiderò alle Europee. Ma si volta pagina, e non sono preoccupato: anche in Direzione, su 120 membri una ottantina almeno è in maggioranza con me”. I campi sui quali si muove, insomma, sono molti e il livello è più alto: ” Fino a ieri, parliamoci chiaro, giocavo a tennis: cioè, buttavo la palla dall’altra parte del campo. Adesso è una partita a scacchi. Difficile. E se sbagli una mossa…”. Proprio questo è il problema, come sanno i suoi predecessori, solo per far due nomi, Veltroni e Bersani, che non possono che confermarlo.

Il presepio del Pd: Renzi fa il Bambinello!

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Un presepio anomalo è comparso su Facebook nelle ultime ore e la Natività di Pietro Ivaldi, grazie al lavoro in photoshop di  Ciro Becchimanzi, dirigente renziano del Pd a Prato e blogger è stata trasformata in una vera e propria cartolina del Pd con i protagonisti che nelle ultime settimane hanno sostenuto o contrastato il sindaco di Firenze e oggi neo segretario del Partito Democratico. Grazie a photoshop  al lavoro di Becchimanzi, Renzi conquista il centro della scena e dà il suo volto al Bambinello, che viene vegliato Maria Elena Boschi nel “ruolo” di Maria e Dario Parrini, segretario regionale in pectore che impersona Giuseppe. Il bue e l’asinello sono rispettivamente assegnati a  Nico Stumpo e Stefano Fassina.

Tra i pastori in adorazione si riconoscono la senatrice Maria Rosa Di Giorgi con in braccio in bambino-Dario Nardella, il portavoce Marco Agnoletti e Brenda Barnini, candidata sindaco a Empoli, il senatore Andrea Marcucci, il sottosegretario alle infrastrutture Erasmo D’Angelis, il ministro Graziano Delrio, in ginocchio come Dario Franceschini e la parlamentare renziana Simona Bonafè.

Enrico Letta invece è raffigurato come un agnello ai piedi della culla-mangiatoia.

E poi i consiglieri regionali Enzo Brogi e Nicola Danti ma anche, un po’ distanti che indicano il Bambinello, Piero Fassino e Walter Veltroni. Sullo sfondo, lontani, Bersani, D’Alema e gli sfidanti Cuperlo e Civati, mentre in alto, nel ruolo di cherubini, con il cartiglio Gloria in eccelsis Dei, il coordinatore della campagna di Renzi, Stefano Bonaccini e altri strettissimi collaboratori del sindaco: Luca Lotti, Matteo Biffoni e Marco Carrai.

Ultimo tocco, anzi ritocco, del ”presepe” nel quale anche l’autore si è raffigurato seminascosto, un tacchino che troneggia sul tetto di colonne in rovina.

Il dream team di Renzi! Chi sono e cosa fanno?

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Ecco come Renzi rivoluziona il Pd: 7 donne e 5 uomini. Filippo Taddei all’Economia, Davide Faraone al Welfare, Francesco Nicodemo alla Comunicazione, Maria Elena Boschi alle riforme istituzionali, Marianna Madia al Lavoro, Federica Mogherini a Europa e affari internazionali, Debora Serracchiani alle infrastrutture, Alessia Morani all’Ambiente, Stefano Bonaccini agli Enti Locali, Luca Lotti all’Organizzazione e Pina Picierno alla Giustizia. Lorenzo Guerini sarà il portavoce della segreteria.

Chi sono?

Filippo Taddei, bolognese, vicino a Civati, insegna alla Johns Hopkins University – School of Advanced International Studies (SAIS) di Bologna ed è research fellow del Collegio Carlo Alberto. Dice di essere “diventato adulto a New York“. Sulla situazione del nostro paese ha dichiarato: “da noi accade che quando qualcuno comincia a lavorare (se comincia a lavorare) questo paese non è più dalla sua parte. Non lo è come tassazione, non lo è come servizi. Questo perché l’Italia ha scelto di non essere dalla parte di chi produce, ma dalla parte di chi possiede“.

Davide Faraone eletto deputato regionale nelle file del Partito Democratico nel 2008 ,con più di 8.000 preferenze nel collegio di Palermo. A Palazzo dei Normanni Davide è tra i più giovani e produttivi deputati in carica: membro della quarta commissione parlamentare Ambiente e territorio, primo firmatario di ben 24 disegni di legge, 54 interrogazioni, 7 interpellanze, 4 mozioni, 7 ordini del giorno. È cofirmatario di 58 disegni di legge, 33 mozioni e 65 ordini del giorno. Per tutto questo Davide Faraone può vantare di essere fra i primi cinque deputati più attivi all’Ars.

Francesco Nicodemo, un passato da consigliere comunale di Napoli e dirigente del partito, ha saputo trovare il modo di cogliere gli umori del popolo democratico; quelli che vengono dal cuore e dalla pancia di simpatizzanti, tesserati, attivisti ed amministratori. In un’intervista rilasciata a La Discussione alla domanda se la politica è davvero così lontana dai cittadini e dai loro bisogni Nicodemo rispose così: “Secondo me si. Ce ne siamo accorti ben prima dell’elezione del Presidente della Repubblica e dei siparietti ad essa legati a cui abbiamo assistito. I partiti storici della seconda repubblica insieme non rappresentano nemmeno il 50% degli italiani. Il voto a Grillo ha ulteriormente confermato questa sfiducia.”

Maria Elena Boschi: laureata in Giurisprudenza, svolge la professione di avvocato a Firenze, membro del CdA di Publiacqua, e già membro della direzione del Partito Democratico di Firenze. Renziana di ferro da sempre sostenitrice del sindaco di Firenze.

Marianna Madia: è figlia del giornalista e attore Stefano Madia. Ha frequentato il Lycée Chateaubriand di Roma ottenendo la maturità francese. Dopo il conseguimento dellalaurea con lode in scienze politiche, si è specializzata all’Istituto di Studi Avanzati di Lucca, dove ha conseguito il dottorato di ricerca in economia del lavoro. Collabora con l’ufficio studi dell’AREL, l’Agenzia di ricerche e legislazione fondata da Nino Andreatta[2]. Vi coordina la redazione della rivista mensile telematica ELE (Europa Lavoro Economia). Dal giugno 2012 è membro del comitato direttivo dell’Arel. Dal 2011 componente del comitato di redazione della rivista Italianieuropei. La sua storia politica inzia nel 2008 quando viene scelta da Walter Veltroni per candidarsi alle politiche. Presentata come capolista della XV Circoscrizione (Roma e provincia) è stata eletta alla Camera dei deputati, nella quale è proclamata il 22 aprile 2008 e confermata il 18 dicembre dello stesso anno. È membro della Commissione permanente XI Lavoro pubblico e privato. Eletta alla Camera dei deputati nella XVII legislatura. È confermata membro della Commissione lavoro.

Federica Mogherini: studia Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma, dove si laurea con una tesi di filosofia politica sul rapporto tra religione e politica nell’Islam, fatta durante l’Erasmus a Aix-en-Provence, in Francia. Nel 1996 si iscrive alla Sinistra giovanile. Nel 2001 è entrata nel Consiglio Nazionale dei DS, successivamente nella Direzione Nazionale e nel Comitato Politico. Nel 2003 ha iniziato a lavorare al Dipartimento Esteri dei DS, prima come responsabile del rapporto con i movimenti, poi come coordinatrice del Dipartimento, e da ultimo come responsabile delle Relazioni Internazionali. Ha seguito in particolare i dossier relativi all’Iraq, l’Afghanistan, il processo di pace in Medio Oriente. Ha tenuto le relazioni con il Partito Socialista Europeo, l’Internazionale Socialista, ed i partiti che ne fanno parte. Ha curato in particolare i rapporti con i Democratici americani.

Debora Serracchiani: presidente della regione Friuli Venezia Giulia. Nel 2009 sostenne Dario Franceschini nella sua corsa alla riconferma come segretario del Partito Democratico, contribuendo a creare la lista per le primarie Semplicemente Democratici, che aveva come punti salienti il ricambio e ringiovanimento della classe dirigente del Partito Democratico, la promozione di politiche a sostegno dei giovani e la legalità e trasparenza del partito.

Alessia Morani: impegnata fin da giovanissima nell’associazionismo e nel volontariato, l’attività politica inizia nel 1995 con l’elezione a segretario provinciale della Sinistra giovanile di PesaroUrbino. Successivamente viene eletta segretario dei Ds della sezione di Macerata Feltria (PU) responsabile di zona del Montefeltro e membro della segreteria provinciale. Nel 2006 entra a far parte del consiglio nazionale dei Ds. Dal 2007 e’ membro dell’assemblea provinciale e regionale delle Marche del Pd. Ha ricoperto dal 2003 al 2009 l’incarico di consigliere ed assessore del Comune di Macerata Feltria (PU). Dal 2009 al 2013 ha ricoperto l’incarico di assessore della Provincia di Pesaro e Urbino. Ha partecipato alle elezioni primarie per la scelta dei parlamentari del Pd, piazzandosi quarta nella Regione Marche. Viene eletta deputata della Repubblica alle elezioni di febbraio 2013. E’ membro della Commissione giustizia della Camera dei Deputati. Il 9 dicembre 2013 viene scelta da Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico, ad occuparsi della materia giustizia all’interno dell’ufficio di segreteria del partito.

Stefano Bonaccini, come riporta Il Fatto Quotidiano: il segretario del Partito democratico dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini è stato assolto dal giudice per le udienze preliminari di Modena Eleonora Pirillo, nell’ambito del processo Chioscopoli, nel quale il politico, braccio destro della campagna elettorale di Matteo Renzi, era accusato di abuso d’ufficio. Bonaccini ha commentato a caldo con ilfattoquotidiano.it: “Sono molto soddisfatto, avevo chiesto io il rito abbreviato perché volevo che ci fosse un tempo certo per la sentenza. Mi avete sempre sentito sereno – ha spiegato al telefono il segretario Pd, che potrebbe correre anche per la poltrona di sindaco a Modena – perché nella mia vita ho sempre interpretato il rispetto delle leggi come una delle qualità fondamentali per la politica. Voglio ringraziare tutte le persone che mi stanno mostrando e mi hanno mostrato la loro lealtà. Di fronte a una assoluzione piena mi auguro che qualche scusa arriverà” . Poi Bonaccini spiega di avere sentito anche Matteo Renzi via sms: “Gli ho detto dell’assoluzione e lui mi ha risposto ‘ Non avevo dubbi’”

Luca Lotti:  Laureato in Scienze di governo e dell’amministrazione all’Università di Firenze nel 2006, Lotti era già capo dello staff del presidente della Provincia nonché ai vertici di gabinetto del Comune di Firenze. Dallo scorso anno siede alla Camera dei Deputati, in commissione Difesa.

Pina Picerno: nata a Santa Maria Capua Vetere e residente a Roma, lavora come consulente in comunicazione e collabora con la cattedra di Metodologia e Tecniche della Ricerca Sociale dell’Università di Salerno. Diplomata al Liceo Pedagogico e sociale di Vairano Scalo, si è laureata con 110 e lode in Scienze della Comunicazione all’Università di Salerno con una tesi di laurea sul linguaggio politico di Ciriaco De Mita. Alle elezioni del 2008 è stata eletta alla Camera dei deputati. Dal 9 maggio 2008 ricopre l’incarico di ministro-ombra per lePolitiche Giovanili all’interno del governo ombra del Partito Democratico. Nel febbraio 2013 è stata ricandidata dal Partito Democratico alle elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei Deputati nella circoscrizione Campania 2 risultando nuovamente eletta.

Livia Pomodoro potrebbe sostituire la Cancellieri?

livia-pomodoro-tuttacronacaIn una nota della procura di Torino, a firma del procuratore Giancarlo Caselli, in merito alla vicenda Cancellieri-Ligresti si legge che nessun soggetto è stato iscritto nel registro degli indagati. La stessa nota spiega inoltre che è stato invece formato “un fascicolo modello K per quanto riguarda atti relativi a fatti nei quali non si ravvisano reati allo stato degli atti, ma che possono richiedere approfondimenti”. La nota precisa infine che “il fascicolo sarà trasferito alla procura di Roma in quanto territorialmente competente”. Ma in attesa di conoscere le decisioni dei pm, Anna Maria Cancellieri ha detto “La misura è colma. Senza la fiducia di tutte le forze della maggioranza non vado avanti”. Anche dal Pd in molti richiedono le dimissioni e a difenderla sono rimasti soltanto Forza Italia e il Nuovo Centrodestra di Alfano. Neanche l’ex premier Monti si è schierato al fianco del Guardiasigilli: “Ci sarà il voto palese (sulla mozione di sfiducia, ndr), e quindi lo saprete quel giorno come ciascuno voterà”, ha detto sibillino. Visto il clima, come riporta Affaritaliani.it, sembra che “dopo la riunione del gruppo del Pd alla Camera – salvo clamorosi ripensamenti – la Cancellieri rassegnerà le sue dimissioni irrevocabili da ministro della Giustizia.” E sul sito si legge:

Se le dimissioni sembrano provabilissime, è scattato il toto ministro, tanto che stanno emergendo ipotesi diverse: da Michele Vietti, a Luciano Violante, Renato Schifani, Giovanni Pitruzzella, a Giuliano Amato. Ma l’ipotesi più suggestiva riguarda il presidente del Tribunale di Milano, Livia Pomodoro. Personalità di indiscusso valore, già stretto collaboratore dell’ex ministro Claudio Martelli, sicuramente apprezzata anche dagli ambienti di Cl. Tra l’altro, proprio in un’intervista ad Affaritaliani.it, Livia Pomodoro, rilasciata il 20 marzo, Livia Pomodoro non aveva affatto disdegnato la possibilità di diventare ministro. Commentando l’ipotesi di Raffaele Guariniello guardasigilli, la presidente aveva detto: “Vorrà dire che farò domanda anche io per fare il ministro della Giustizia…”

La fiducia al ministro Cancellieri legata alla decisione del pm

Anna-Maria-Cancellieri-tuttacronaca“Il vecchio Pd mi avrebbe sostenuta…” Sono le sconsolate parole del ministro alla Giustizia Anna Maria Cancellieri, sempre più accerchiata dai rappresentati politici che ne richiedono le dimissioni dopo il caso della scarcerazione di Giulia Ligresti. Civati ha annunciato la mozione di sfiducia, Renzi ne chiede le dimissioni, Fassina prende le distanze. E non solo. In molti chiedono un passo indietro, Scelta Civica, oltre i Cinque stelle, Sel e la Destra di Storace. E il ministro sa che nelle prossime ore il presidente del Consiglio, Enrico Letta, potrebbe chiederle di fare un passo indietro. In mattinata, fonti di Palazzo Chigi hanno riportato a La Stampa che la fiducia del governo nei confronti del ministro verrebbe meno solo se dovesse cambiare le sua posizione per la magistratura. Spiega il quotidiano:

A rendere irreversibile questa decisione potrebbe essere l’annuncio del trasferimento da Torino a Roma del fascicolo Cancellieri. Poco importano le anomalie e le violazioni delle procedure. A partire dalla irrituale gestione dell’interrogatorio del ministro il 22 agosto, a Roma, da parte del procuratore aggiunto di Torino.  Naturalmente registrare l’interrogatorio sarebbe stato opportuno non foss’altro per riguardo del ruolo di Annamaria Cancellieri, e il non farlo non é stata comunque una violazione di procedure. Il ministro è stata convocata come persona informata dei fatti con una telefonata del procuratore aggiunto di Torino, Vittorio Nessi. La registrazione dell’interrogatorio avrebbe tagliato la testa al toro, rendendo granitica l’eventuale contestazione di omesse dichiarazioni al pm che la procura di Torino si accingerebbe a contestare al ministro, mandando nelle prossime ore gli atti alla procura di Roma. Il problema si complica ulteriormente perché in quell’interrogatorio diventato di dominio pubblico, vengono riassunte le risposte del ministro e non le domande del procuratore aggiunto. E, dunque, quando il ministro assicura di non aver escluso un bel niente, di aver chiarito al magistrato di aver ricevuto un sms al quale ha risposto a sua volta, dove sarebbe la omissione? O meglio, se Nessi avesse chiesto «in che modo ha risposto all’sms?». Sarebbe stato chiaro che il silenzio del ministro andava interpretato come un comportamento omissivo che avrebbe portato alla contestazione di false dichiarazioni del ministro.

La sorte del ministro Cancellieri a questo punto sembra davvero segnata dalla decisione della procura di Torino di spedire le carte a Roma, e dalle prese di posizione di esponenti del Pd. Che poi la novità che ha impresso un colpo d’accelerazione alla messa in stato d’accusa (strisciante) del ministro – e cioé i tabulati telefonici delle sei telefonate del marito con Antonino Ligresti, e della sua di sette minuti e mezzo sempre con il fratello medico di don Salvatore Ligresti – sia parte di una inchiesta non depositata, non rappresenta una questione decisiva. Nel caso Cancellieri la forma passa in secondo piano, conta di più la sostanza. E cioé le sue relazioni ingombranti.

Si riaffaccia la sfiducia per la Cancellieri, stavolta è il Pd che la vuole!

CIVATI-sfiducia-cancellieri-tuttacronaca

“Il Pd dice di non poter ‘sfiduciare’ la Cancellieri perché non si può votare la mozione del M5S, segnalo che ne possiamo presentare una noi”. Lo scrive Pippo Civati sul blog criticando l’atteggiamento del Pd sul ministro della Giustizia. “Martedì presenterò un testo all’assemblea del gruppo. Basta con l’ipocrisia. Non se ne può più”. fa eco anche Maria Elena Boschi, voce di Matteo Renzi in Parlamento, sottolineando che per il Guardasigilli “non pare ci siano profili di illegittimità nella sua condotta ma ha dato l’idea profondamente sbagliata di un sistema in cui solo se conosci qualcuno riesci a vedere tutelati i tuoi diritti”. “Se questa vicenda fosse arrivata dopo l’8 dicembre – osserva – il Pd avrebbe già chiesto le dimissioni. Al momento, il segretario Epifani vedremo cosa proporrà”.

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