“Si vede tutto!” Quell’albergo dalle pareti di vetro nel Veneziano

antony-palace-hotel-tuttacronacaSi fa subito notare l’Antony Palace Hotel, a Marcon, nel Veneziano. Spicca per le sue pareti di vetro. Le stesse che fanno sorgere le lamente dei residenti dei piani alti di due palazzine residenziali di Via Mattei. Il motivo? Gli ospiti dell’albergo non sempre si ricordano di chiudere le tende e così, la sera, con le luci delle stanze accese, le camere diventano dei grandi schermi attraverso i quali si può osservare ogni loro gesto. Anche quelli più personali. Con i residenti obbligati, loro malgrado, ad assistere quotidianamente a quanto avviene all’interno delle camere del quattro stelle: inconsce esibizioni i cui protagonisti sono gli ospiti distratti della struttura impegnati a sfilarsi i vestiti, stendersi nel letto, passeggiare, spesso con poche cose addosso, lungo la stanza, senza contare i momenti più intimi di coppia.

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Accusato di frode fiscale, viene assolto: “non è colpa sua”

evasione-assolto-marcon-tuttacronacaUn imprenditore di Oderzo, che è anche delegato di un’azienda elettronici di Marcon, nel Veneziano, è stato assolto dall’accusa di frode fiscale con una sentenza che potrà avere effetti dirompenti. La motivazione, in sintesi, spiega che “Non voleva frodare il Fisco, ma non poteva pagare perché non aveva il denaro. Il motivo? I Comuni, Magistrato delle acque e due colossi della telefonia mobile per i quali lavorava non gli saldavano le fatture”. L’imprenditore non avrebbe infatti pagato 135mila euro di Iva, che ora sta versando a rate, non perchè fosse un evasore, ma a causa della crisi di liquidità dovuta al fatto che i principali clienti, tra cui anche enti e amministrazioni pubbliche, avevano spostato il saldo delle fatture di oltre un anno. A causa della mancanza di liquidità l’imprenditore non aveva potuto versare l’Iva, ritrovandosi così iscritto sul registro degli indagati per frode fiscale e finendo a processo. L’avvocato difensore Franco Miotto ha presentato però delle argomentazioni per il quale il giudice di Venezia gli ha riconosciuto la buona fede e l’ha assolto. La ditta di Marcon fattura oltre 3 milioni di euro e dà lavoro a 25 dipendenti ma per l’amministrare delegato l’incubo era iniziato due anni fa con l’accusa di non aver versato all’Erario oltre 135mila euro di Iva. Al processo, però, è riuscito a dimostrare la propria correttezza: il mancato pagamento dipendeva, come dimostrano le perizie contabili e i testimoni, dal fatto che gli Enti pubblici per i quali lavorava non lo liquidavano. Spiega l’avvocato Miotto: “La crisi di liquidità era fisiologica per l’azienda di Marcon sia per tipologia dei clienti (Comuni), termini dei pagamenti e sistema fiscale. A causa della crisi, la mancanza di liquidità si era aggravata e, pur aumentando il fatturato, il cliente non riusciva a incassare quanto gli spettava”. Una volta che i Comuni sono tornati a pagare, il manager ha onorato i suoi debiti con l’Erario. “Quando le fatture sono state pagate – precisa il legale – il cliente ha chiesto e ottenuto la rateizzazione dell’Iva”. Per il giudice è insussistente l’elemento soggettivo del reato: da qui l’assoluzione. “Al contrario – conclude l’avvocato – il cliente andrebbe premiato perché, nonostante crisi e mancanza di liquidità, ha mantenuto in vita l’azienda e salvato 25 posti di lavoro. Spero che questa sentenza faccia scuola. Per la prima volta un giudice recepisce la grave situazione finanziaria delle nostre aziende alle prese, tra l’altro, con un sistema fiscale ormai inadeguato”.

Ha un tumore… LICENZIATO!

Oliviero Biancato-tuttacronaca

L’Italia non è un Paese per i giovani, per donne, per gli anziani, per gli stranieri, per gli onesti, per i disoccupati, per i cassa integrati, per gli esodati, per… i malati!

Nonostante nella nostra Carta si dichiari che l’Italia è un Paese fondato sul lavoro, è proprio questo diritto che è stato negato a Oliviero Biancato, elettricista 52enne di Marcon che si è visto recapitare una lettera dalla sua ditta di Mestre, nella quale aveva lavorato fino al 29 aprile perchè:

«Ha esaurito i giorni di malattia concessi in tre anni (sono 274, ndr) per potersi curare – spiega – è stato operato a giugno scorso, poi ha cominciato una prima fase di tre cicli di chemioterapia che non sono andati bene». La trafila è lunga. Dentro e fuori dall’ospedale. Anche perché serve tempo per riprendersi dalle sedute. Per rimettersi in forze. «Tra novembre e dicembre siamo stati nel limbo perché non si capiva che terapie dover seguire. A metà febbraio c’è stato un nuovo ricovero, perché la malattia è ripresa», racconta la moglie. Il countdown quindi è scattato di nuovo. Inesorabile. Poi la decisione inaspettata dell’azienda: il licenziamento. «Il 24 maggio mio marito dovrà sottoporsi al sesto ciclo di chemio – racconta la donna – se la tac fosse andata bene lui aveva tutta l’intenzione di tornare al lavoro. Invece è stato convocato dai dirigenti della ditta perché volevano parlare con lui. Non ce l’aspettavamo».

Cosa gli viene prospettata a Oliviero Biancato? Una pensione d’invalidità. Ma come spiega la moglie «Non è una questione economica, ma di avere almeno il diritto di ammalarsi. Pensi che mio marito voleva rientrare al lavoro e lasciar perdere le terapie. Non vuole neanche pensare di andare in pensione anticipata, ne soffrirebbe troppo nelle sue condizioni. Se per curarsi si perde il posto, allora uno per che cosa lotta a fare».

E pensare che di lotte Oliviero ne ha fatte molte… l’ultima quando incurante della sua malattia, quasi un anno fa, si gettò nelle acque del Marzenego per salvare una donna che si era gettata dal cavalcavia di San Giuliano e ancora la moglie ricorda: Mio marito è stato la sola persona a muoversi, e ce n’erano altre sul cavalcavia. Non so in che Paese viviamo»

Non lo sa nessun cittadino onesto in che Paese vive… sicuramente dove si viene tartassati di tasse, accusati di razzismo, di violenza, dove la stampa deve seguire pedissequamente le linee guida del governo e dove i fondi per una pluralità di informazione vengono tagliati ( che poi i fondi per l’editoria dovevano essere rivisti sicuramente non vi erano dubbi, ma non falcidiati). Dove il diritto alla malattia non c’è più e dove la pensione è un mero faro in lontananza le cui modalità cambiano in continuazione lasciando nell’incertezza milioni di cittadini… in che Paese viviamo? Ma soprattutto che Paese vorremmo?

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