Domenico Cutrì dal carcere: “non mi do pace per quanto successo”

domenico-cutrì-tuttacronacaIl parlamentare di Sel Daniele Farina si è recato al carcere di Opera, dove ha incontrato l’ergastolano Domenico Cutrì, ora in isolamento dopo la rocambolesca evasione a Gallarate durante la quale ha perso la vita il fratello Antonino. Il politico milanese ha poi parlato a Repubblica, riportando le parole dell’uomo che ha espresso il proprio pentimento: “Penso a quello che è successo e non mi do pace. E non posso prendermela con nessuno se non con me stesso. Nino morto, Daniele (il fratello più giovane, ora in cella per l’evasione, ndr) in carcere. Penso a mia madre e a mio padre, e a mia sorella… Spero di incontrarli presto”. Il fratello Antonino, invece, “è morto per colpa mia, e nessuno me lo può restituire”. Ora l’ergastolano trascorre le sue giornate leggendo e scrivendo lettere: “Voglio che la mia famiglia sappia che sono l’unico responsabile di quello che è successo. Mea culpa. So di aver commesso degli errori, so di avere fatto cose che non valeva la pena fare, ma non voglio finire i miei giorni dietro le sbarre. A 32 anni non posso immaginare di finire morire qui dentro”. Cutrì continua anche a dichiararsi innocente per quel che riguarda l’omicidio, del quale secondo l’accusa sarebbe il mandante, di un polacco ucciso nel 2006 perchè avrebbe dato uno sguardo di troppo alla sua fidanzata. “Io non c’entro niente”, afferma. Della sua innocenza era convinto anche il fratello Antonino, che ha organizzato l’evasione proprio perché convinto del fatto che il fratello non dovesse stare in carcere. Una vicenda che ha dato l’avvio a tutto, e ora a Cutrì resta solo “un senso di colpa lacerante”.

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Antonino Cutrì è stato ucciso dal fuoco amico? La Procura indaga

nino-cutrì-tuttacronacaLa Procura ha iscritto sul registro degli indagati i cinque componenti del commando che il 3 febbraio scorso assaltarono un furgone della polizia penitenziaria per far evadere Domenico Cutrì. I cinque devono rispondere anche dell’omicidio di Antonino: ad uccidere il fratello dell’ergastolano, infatti, potrebbe essere stato il “fuoco amico”, e non gli agenti di polizia penitenziaria.I cinque sono il 48enne Davide Cortesi, il 25enni Danilo Grasso e Christian Lianza, il 31enne Aristotele Buhne e il 23enne Daniele Cutrì, terzo fratello dell’evaso. Per martedì pomeriggio è stata fissata l’autopsia, della quale sarà necessario attendere l’esito per avere un ulteriore riscontro sulla dinamica della sparatoria. Ma dai primi esami medico-legali era emerso come il proiettile che ha ucciso Antonino Cutrì fosse giunto non dalle sue spalle ma dal fianco: entrato dalla parte destra del collo, era uscito dalla nuca. E quindi sarebbe stato sparato non dagli agenti di polizia penitenziaria ma dai complici del commando. Oltre all’autopsia, sarà necessario quindi affidarsi anche alle perizie balistiche, che dovranno stabilire le traiettorie dei 33 colpi di tre diversi calibri esplosi durante la sparatoria: 24 sarebbero stati sparati dagli agenti e 9 dai banditi.

Lazio-Roma: sugli spalti lo striscione per ricordare Nino Cutrì

nino-cutri-tuttacronacaDurante il derby della Capitale, oggi ha fatto la sua apparizione uno striscione che non poteva non catturare l’attenzione. Due ragazzi hanno infatti steso un telone bianco con la scritta: “R.I.P. Nino Cutrì”, riferendosi ad Antonino Cutrì, fratello dell’ergastolano Domenico, arrestato oggi dai carabinieri non distante da Inveruno, nell’Alto milanese. Il 30enne Antonino ha perso la vita durante il conflitto a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria che ha avuto luogo quando, con un comando, il giovane ha assalto il furgone per permettere l’evasione al fratello.

Termina la caccia all’uomo: catturato l’ergastolano evaso

arresto-cutrì-tuttacronacaL’ergastolano fuggito dal tribunale di Gallarate, in provincia di Varese, ha terminato la sua fuga: Domenico Cutrì è stato catturato dai carabinieri. L’evasione era avvenuta dopo una sanguinosa sparatoria in cui ha perso la vita il fratello Antonino. Cutrì è stato preso non distante dalla zona in cui è verificata l’evasione. Era lunedì 3 febbraio, intorno alle 15, quando un gruppo armato era entrato in azione davanti al tribunale di Gallarate dove l’ergastolano doveva sostenere un processo. Cutrì e l’uomo che si trovava con lui, Luca Greco, sono stati catturati dalle teste di cuoio dei carabinieri del Gis (Gruppo intervento speciale). Il covo era stato invece individuato grazie alle indagini dei carabinieri di Varese, Milano e del Ros (Raggruppamento operativo speciale). La pistola 375 magnum che Mimmo Cutrì aveva con sè aveva il colpo in canna, ma gli investigatori lo hanno sorpreso nel sonno e non è stato in grado di usarla. Cutrì si trovava in una palazzina in ristrutturazione di due piani in via Villoresi, poco lontano dal centro di Inveruno (Milano) e dalla casa dove vivono i genitori, e dove viveva in condizioni di degrado, e per cucinare utilizzava un fornelletto da campeggio. Il cortile dove si trova la palazzina è circondato da altre case ma, come raccontano alcuni residenti, nessuno si sarebbe accorto di movimenti sospetti. Domenico Cutrì, 32 anni, era stato condannato in appello all’ergastolo come mandante dell’omicidio di un polacco che aveva insidiato la sua fidanzata. I carabinieri hanno accertato che del comando che ha permesso l’evasione facevano parte Raffaella Zappatini e i fratelli dell’evaso, Antonino, 30 anni, ucciso nel conflitto a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria, e Daniele, 23 anni, fermato due giorni fa. Altri quattro componenti del commando erano stati fermati a Cellio (Vercelli) dove era stato allestito un covo e un quarto a Napoli. Carlotta Di Lauro, fidanzata di Antonio Cutrì, è a sua volta in carcere perchè accusata di aver fornito supporto logistico all’evasione. La donna è stata trovata ieri sera in casa dei genitori dopo tre giorni in cui era stata irriperibile con il figlio di cinque anni avuto da una precedente relazione.

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Ergastolano evaso: fermate quattro persone

evaso-gallarate-tuttacronacaA seguito dell’evasione di Domenico Cutrì, sono state prima interrogate e poi fermati dai carabinieri di Gallarate, in provincia di Vare, tre residenti nell’hinterland milanese che sono sospettati di aver fatto parte del commando in azione lunedì. Una quarta persona è stata invece fermata a Napoli. Si tratta di un pregiudicato di origini napoletane che da tempo abitava nel milanese. L’interrogatorio delle tre persone è durato tutta la notte e i fermati hanno negato qualsiasi addebito. Contro di loro, tuttavia, i Cc hanno raccolto “gravi elementi di colpevolezza”. Sono stati quindi trasferiti nel carcere di Busto Arsizio. Uno di loro ha importanti precedenti pensali. I tre hanno cercato di coprirsi il volto per non farsi fotografare e riprendere dalle telecamere. Uno di loro si è coperto il volto con l’ordinanza di fermo.

La caccia all’evaso Cutrì si espande in tutta Italia

cutrì-evasione-tuttacronacaIeri a Gallarate, in provincia di Varese, un commando ha fatto evadere l’ergastolano 32enne Domenico Cutrì mentre il fratello minore, il 20enne Antonino, è morto in ospedale a causa delle ferite riportate nello scontro a fuoco con gli agenti della Polizia penitenziaria durante l’assalto armato al furgone della polizia. Ora le ricerche si sono estese in tutta Italia e carabinieri e polizia, oltre all’evaso, cercano altri due o tre uomini.

Come in un poliziesco… assalto a un furgone della polizia nel Varesotto!

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Sembrava un poliziesco, ma invece a Gallarate, intorno alle 15, un furgone della polizia penitenziaria è stato assaltato da un commando armato in via Milano, vicino al Tribunale. Un detenuto, Domenico Cutrì, 32 anni, è scappato e due poliziotti  aggrediti dal commando, sono stati feriti in modo lieve. Uno dei due agenti, spinto dalle scale ha riportato un trauma cranico. L’altro ha dei problemi agli occhi perchè i malviventi hanno usato uno spray urticante. Non è stato ancora precisato il numero degli assalitori, arrivati su due auto, una delle quali abbandonata, con a bordo armi. La polizia ha comunque diramato le caratteristiche dell’auto usata per la fuga dai banditi: una C3 di colore nero targata EM 197 ZE. E’ morto invece uno dei banditi, il fratello di Cutrì, che aveva partecipato all’evasione. Il corpo è stato “scaricato” davanti all’ospedale di Magenta, nel Milanese. Cutrì, calabrese residente a Legnano, era detenuto nel carcere di Busto Arsizi, condannato all’ergastolo per l’omicidio di un polacco, Luckasz Kobrzeniecki, ucciso a colpi di pistola nel 2006 a Trecate (Novara).

Buffon e la D’Amico, galeotta fu la conferenza stampa

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Buffon in crisi con la Seredova, ma in love con la D’Amico? Cupido sarebbe arrivato il 16 ottobre del 2013 durante una conferenza stampa

“Quel giorno… – ricostruisce “Libero”  – lei, castigatissima con un dolce vita bianco e gli occhiali neri da professoressa. Lui, capello lungo e fascia d’ordinanza, un sobrio abito nero. A unirli, una nobile causa: i due avevano convocato la stampa per ufficializzare il loro impegno a favore dell’associazione onlus Amo la vita. Ai giornalisti seduti in sala, però, non era sfuggita la loro intesa: sguardi languidi, sorrisetti complici e un feeling difficile da nascondere. Pare che il portierone della nazionale non abbia resistito. La sbandata, rivelata in radio da Alfonso Signorini, sarebbe nata proprio in quest’occasione”

Oroscopo per i gay su “Novella 2000”: ultima frontiera della discriminazione?

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E’ polemica sull’introduzione da parte di “Novella 2000” dell’oroscopo per gli omosessuali. Infatti se prima le stelle indicavano il futuro a “lei” e “lui” ora vengono lette anche per i “gay” come se fossero una categoria a parte che non rientra tra uomini e donne. Al di là dell’orientamento sessuale non sono infatti “lei” o “lui” anche gli omosessuali? A che pro fare una sezione a parte? In particolare il problema è stato sollevato dal quotidiano “Libero” che ha definito giustamente “inquietante” l’iniziativa anche per il modo con cui all’interno delle previsione degli astri vengono usati alcuni doppi sensi di pessimo gusto che il quotidiano definisce “sottile discriminazione seppur avvolta da un’apparente simpatia pitonata”.
Ad esempio si può leggere:
“Vergine: fortunati sia in amore che al gioco. Il premio in palio: un pesciolone da cucinare a piacere’. Oppure: ‘Ariete: fissati col frustino, andate matti per il suo sibilo mentre il pesciolino chiede pietà: troppo gusto abbrevia il gioco’. O ancora: ‘Acquisti dall’ortolano per fare l’insalata: peperoni cetrioli, cornetti, funghetti, anche le patatine? Perché no?”. 
E ha ancora ragione Libero a sottolineare anche il disinteresse per questa brutta pagina che viene scritta in un momento in cui invece in Italia e nel mondo si parla e si dibatte su unioni civili e matrimonio tra persone dello stesso sesso:
Chi sorride a leggere sotto la voce “Capricorno” «niente scuse, oggi lo dite a papà. Di certo vi aspettate la sua risposta “e allora sei dei nostri!”»?. Noi ci vediamo solo la sfacciata presa per i fondelli del comimg out, della rivelazione ai propri genitori. Un atto che, di fatto, è il primo grande dramma di un adolescente gay. Che cosa a che vedere questo con l’oroscopo? Ci immaginiamo decine di intellettuali -da Sedaris a Colm Toibin, da Tondelli a Golinelli-, gente che da anni cerca di dare dignità a un mondo fino a qualche decennio fa tormentato -specie dalle sue caricature- . Ce li immaginiano scuotere la testa: «bastano due righe a settimana, e rovini  anni di battaglia..». Purtroppo non abbiamo visto ancora nessuna Concia, o Cecchi Paone, o Luxuria o Grillini, inalberarsi contro i segni zodiacali idioti.

I renziani all’attacco dei pensionati… soprattutto se si chiamano Scalfari!

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Vendetta trasversale? Renzi e il suo gruppo all’attacco dei pensionati? In un articolo scritto da Franco Bechis su Libero e intitolato “La pugnalata dei renziani a Scalfari: vogliono tagliargli la pensione – Un emendamento alla legge di stabilità vuole impedire altri redditi per chi ha un vitalizio lordo da 150mila euro l’anno. Come fondatore di Repubblica, assai critico con Renzi…”:

“La firma è quella del capogruppo Pd alla Camera dei deputati, Roberto Speranza. Ma dietro la sua seguono decine di altri deputati, e spiccano i bei nomi del gruppo più legato a Matteo Renzi: da Matteo Richetti a Sandra Bonafè a Maria Elena Boschi. Grazie a quelle firme – apposte sotto a un emendamento alla legge di stabilità – il Partito democratico ha lanciato la sua personale caccia ai pensionati più facoltosi di Italia. Tutti, pubblici e privati.

Chiedendo che nessuno che sia andato in pensione con il vecchio sistema retributivo possa percepire redditi di qualunque natura di altro tipo se la sua pensione lorda supera i 150 mila euro annui. Da lì in su bisognerà scegliere fra altri tipi di emolumenti e la pensione, perché gli istituti di previdenza sono comunque tenuti a scalare i redditi extra dall’importo pensionistico fino ad assorbirlo del tutto.

Fra i redditi che farebbero scattare la tagliola sono stati inseriti sia quelli tradizionali da lavoro dipendente (qualsiasi sia la forma in cui vengono percepiti), che quelli di lavoro autonomo. Secondo la norma ideata dal Pd rischia di perdere la pensione ad esempio chi percepisca diritti di autore o redditi da collaborazione varia. Se a uno scrittore riesce un libro di successo, è probabile che d’ora in avanti debba rinunciare alla sua pensione tradizionale, a meno che l’importo percepito non sia assai contenuto.

Non dovrebbero essere tantissimi i pensionati a più di 150 mila euro lordi l’anno che rischiano l’improvvisa tagliola del Pd. E siccome la norma proposta sembra avere avuto l’imprimatur del nuovo segretario Pd, Matteo Renzi (che sull’attacco alle pensioni alte aveva impostato buona parte della sua campagna per le primarie), si è scatenata una sorta di caccia alle vittime predestinate. C’è qualche preda in particolare per cui è stata immaginata questa norma? Ufficialmente nessuno lo ammette, ma in privato non manca una rosa di nomi delle possibili vittime.

E fra tutti il più gettonato sembra essere quello di Eugenio Scalfari, fondatore ed editorialista di Repubblica. Lui è sicuramente in pensione da giornalista, e con il metodo retributivo l’emolumento non deve essere così basso. Oltretutto viene cumulato con il vitalizio da circa 40 mila euro lordi annui che Scalfari ha come ex parlamentare.

A quanto ammonti tutto ciò, non è noto, anche se per l’anno 2005 grazie a Vincenzo Visco il reddito di Scalfari come quello di tutti gli italiani è finito online per una notte: come redditi da lavoro dipendente (dove c’erano le pensioni) dichiarava in tutto 418.585 euro.

Il fondatore di Repubblica sarebbe certamente vittima della norma Pd che piace tanto a Renzi, e potrebbero nascergli problemi sia per il contratto da editorialista con Repubblica che per eventuali diritti di autore percepiti con i libri.

Chiacchiera per chiacchiera, la tagliola sulla pensione di Scalfari viene raccontata nel gruppo Pd come una sorta di vendetta di Renzi e buona parte del partito per l’eccesso di ostilità mostrato nei confronti del cambio generazionale nel primo partito della sinistra.

Poco più di un mese fa Scalfari aveva scritto parole molto taglienti sul nuovo segretario del Pd: «Il talento glielo riconosco ed è anche simpatico quando si ha l’occasione di incontrarlo, ma non credo che lo voterò alle primarie del Pd per la semplice ragione che, avendo promesso tutto, la sua eventuale riuscita politica rappresenta un’imprevedibile avventura e in politica le avventure possono giovare all’avventuriero ma quasi mai al paese che rappresenta».

Ora la risposta assai più dura del segretario affiancato da mezzo partito: portare via la pensione a Scalfari.

E chissà se l’idea non sia stata suggerita proprio dall’interno di Repubblica, dove da Ezio Mauro in giù l’appoggio a Renzi è quasi monolitico.

Certo per Scalfari dovere lavorare gratis non sarà incentivo a super-produzioni extra (dalle interviste al Papa in poi…) Naturalmente la legge varrebbe anche per altri pensionati più che noti.

Quelli ricchissimi e in testa alle classifiche, grazie alle famose norme sulla previdenza telefonica come Mario Sentinelli (il pensionato più ricco di Italia) e i vari Mauro Gambaro, Alberto De Petris, Gianfranco Fanelli e Vito Gamberale (anche loro dovrebbero rinunciare alla pensione o parte di essa per percepire altri emolumenti). Ma finirebbero nella tagliola anche altri personaggi di primo piano, e in particolare gli ex di Bankitalia.

Verrebbero tagliati i diritti di autore anche all’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi(appena festeggiato per il suo 93° compleanno) e l’ex direttore generale, Lamberto Dini. Ne sarebbe vittima perfino l’attuale ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che dovrebbe esercitare gratis il suo mandato. Identico rischio anche per l’attuale governatore della Bce, Mario Draghi, che però al momento percepisce uno stipendio da banchiere centrale interamente dichiarato (e generosamente tassato) all’estero.

Tensioni in casa Kyenge dopo l’intervista del marito a Libero!

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Domenico Grispino, marito di Cecile Kyenge ha rilasciato un’intervista a Libero che ha alzato molte polemiche dichiarando, tra l’altro “Le hanno fatto firmare un impegno a restituire 34mila euro di spese elettorali, ma la campagna l’ho pagata tutta io”.

Questa è una parte dell’intervista di Grispino pubblicata su Libero a cura di Giacomo Amadori:

(…) Non pare avere un alto concetto della politica.

«Mangiano tutti. Destra e sinistra. Non si salva nessuno. A parte mia moglie, che è una persona perbene e avrebbe fatto meglio a continuare a fare il medico, professione in cui è bravissima. Io ho scritto a Beppe Grillo sa? Gli ho detto: io, se non fossi costretto a dimezzarmi lo stipendio, sarei pronto a scendere in campo. Non mi ha neppure risposto. Così in Parlamento ci vanno quelli che guadagnano meno di 2.500 euro o i disoccupati. Delle scamorze. Ma là servono i migliori e non i somari».

Viste tutte le polemiche che accompagnano Cécile, non teme che possano chiederle di dimettersi come hanno fatto con Josefa Idem?

«Pensa davvero che la Idem l’abbiano fatta dimettere per tremila euro di Ici? Da qualche giorno parlava di Dico, unioni di fatto. E questo non è piaciuto ai cattolici del partito. Il resto lo ha fatto Enrico Letta. E comunque su mia moglie che polemiche ci sono? Quelle sul fatto che è nera?»

Ma perché sua moglie non risponde alle domande?

«È colpa del clima che c’è nell’entourage. Sono tutti pronti a farti lo sgambetto. E in pochi hanno festeggiato quando è stata eletta».

È la politica…

«È una politica di me**a».

Dawa è stata un trampolino politico per sua moglie?

«Io non credo. La sua fortuna è che Livia Turco l’ha segnalata a Pier Luigi Bersani e Bersani ha ascoltato il suggerimento. Altrimenti non sarebbe mai stata eletta. Il partito per le primarie aveva puntato su altri tre nomi».

Quindi non avete fatto campagna elettorale?

«Sì che l’abbiamo fatta. Il partito le diceva dove andare a parlare e lei andava. Ma a spese proprie. Per i tre mesi di campagna ho investito io quasi duemila euro perché in giro non raccoglieva niente».

Beh, quei soldi adesso li avrete recuperati.

«Mia moglie oggi guadagna circa cinquemila euro netti. Poi ne ha tremila di diaria con cui affitta la casa a Roma e paga le spese di trasferta e altri tremila da rendicontare, di cui ben duemila vanno al Pd».

Perché?

«Questa è una bella domanda visto che prendono anche il finanziamento pubblico. Le hanno fatto firmare un accordo molto generico per presunte spese elettorali con cui lei si impegna, dopo l’elezione a versare al Pd 34 mila euro. Ma quali sono queste spese elettorali? Era nel listino. Il partito non le ha dato niente e sono anche stupidi perché quei contratti sono atti impugnabili ».

…Veniamo alla Dawa. Libero ha svelato che non avete pagato le assicurazioni per i volontari, obbligatorie per legge. Di chi è la colpa?

«Mia, è solo mia. Io sono il più intelligente dell’associazione (ride, ndr) e avevo il compito di occuparmi delle questioni burocratiche».

Però la firma sui documenti è di sua moglie e le raccomandate con il sollecito di pagamento sono inviate a Cécile Kyenge.

«Che vuole che le dica? Lei quella roba non la guarda. Mettete in croce me. Si va in galera per questo?».

No, non si va in cella, ma è una grave irregolarità: i vostri volontari andavano in Africa senza assicurazione.

«Sono tornati tutti a casa. E allora dove è il problema? Purtroppo di quelle questioni non mi sono mai occupato. Se di ignoranza devo morire, morirò».

Poi è arrivato il comunicato di Cecile Kyenge dopo l’intervista del marito a Libero: “Mi dissocio e mi rammarico”.

E Giacomo Amadori su Libero scrive:

(…) Nel pomeriggio la doccia fredda della presa di posizione della consorte. Verso le 16 telefoniamo a Grispino che si è appena svegliato da una pennichella. Gli domandiamo se abbia letto le dichiarazioni di Kyenge. Si stupisce: «Non so nulla, Cécile non mi ha detto un casso, non ha mica avuto il coraggio di telefonarmi ». Non è con lei? «No, è a Napoli per una manifestazione con Erri De Luca e padre Alex Zanotelli». Oggi non l’ha sentita? «Assolutamente no. Ma non mi chiamerà, tranquillo ». L’ha contattata qualcun altro? «Alcuni renziani per farmi i complimenti. Mia moglie dovrebbe essere contenta: lei sostiene il sindaco di Firenze e alcune cose che ho detto possono fargli comodo ». «SOLO LA VERITÀ» Gli leggiamo il comunicato: «È vero la responsabilità è mia. Si dissocia? È un italiano che non capisco. Sono frasi alla casso. Ci avranno pensato tutto il giorno per decidere cosa scrivere e alla fine l’avrà messo giù l’ufficio stampa. Però mi devono dire se ho detto delle cose false, di quelle devo rispondere». Sua moglie sembra essersi schierata con il partito: «Lei stia con chi vuole, io sto con la mia onorabilità. Se avrò le mani libere dovranno avere paura davvero. Vorrà dire che diventerò famoso e scenderò in politica ».

Adesso la sua consorte non le chiederà mica il divorzio? «Me lo aspetto, io sono più intelligente degli altri e anticipo le situazioni. Ma non mi rimangio niente: certe cose vanno dette. Bisogna spiegarlo che c’è gente in giro che guadagna 4 mila euro al mese e non ha mai lavorato». Si fermi, altrimenti sua moglie la butterà fuori casa. «A me non mi sbatte fuori nessuno, perché le case sono tutte mie».

Fabrizio Corona, lettera dal carcere

fabrizio_corona_tuttacronacaFabrizio Corona, condannato a 14 mesi per corruzione, dopo aver rivisto il figlio Carlos, che vorrebbe di nuovo stare con il suo papà, ha scritto una lunga lettera alla trasmissione condotta da Silvia Toffanin “Verissimo”, durante la quale afferma che, nel carcere di Opera, a Milano, ha “avuto tempo di riflettere sui miei errori e finalmente capire chi sono”.  L’ex fotografo, nella missiva pubblicata da Libero, spiega anche: “Continuo a combattere come ho fatto dal primo giorno che sono entrato in questo nuovo mondo, con questa nuova vita, per dimostrare che nei momenti di difficoltà si deve niente affatto ripiegare le ali”. Queste le parole di Corona:

“A chiunque incontro e mi chiede come sto, rispondo sempre la stessa cosa: «Sto bene, molto bene». Ma risponderei così anche dopo 30 coltellate, sanguinante, in fin di vita. Ho sempre risposto così, a tutti. Penso che dopo la scoperta di una grave malattia, il carcere sia la cosa più brutta che possa accadere ad un uomo. È la realtà dell’inferno in terra, dove colpevoli e innocenti sono costretti a vivere in condizioni vergognose e disumane nell’indifferenza istituzionale. Io però, in questo momento, non provo più rabbia, né rancore per chi mi ha condannato e inflitto questa pena così eccessiva e così assurda, ma anzi lo ringrazio perché mi ha dato la possibilità di capire tante cose, mi ha aiutato a riconoscere i tanti sbagli, ad ammettere gli errori, a guardarmi dentro, nel profondo della mia anima e a capire finalmente, a quasi quarant’anni, chi sono e cosa voglio veramente.

Il mio avvocato mi dice sempre: «Sii forte del fatto che ciò che è giusto alla fine vince», e io continuo a combattere come ho fatto dal primo giorno che sono entrato in questo nuovo mondo, con questa nuova vita, per dimostrare che nei momenti di difficoltà si deve niente affatto ripiegare le ali, abbassare il tiro, ma anzi, tentare di rilanciarsi lavorando sui propri margini di miglioramento e sulla riscoperta dei valori veri e dei sentimenti come l’orgoglio e il coraggio, perché alla fine, quello che conta veramente (nothing else matter) è il carattere e il cuore che metti nella tua vita. Bisogna saper rispondere alla disperazione con un sorriso di sfida e il dito medio alzato. E questo, oggi, deve essere d’esempio e di aiuto ai molti che pensano di non farcela e decidono di lasciarsi andare… Io non l’ho fatto e mai lo farò! Stare in prigione in questo paese è come morire lentamente, ma io continuo a vivere lo stesso, di notte, nei miei sogni, anche attraverso i ricordi di quella che è stata la mia incredibile vita: le tante emozioni provate, il grande amore dato e quello ricevuto, convinto, ancora oggi, che i sogni, se li desideri veramente e fai di tutto per raggiungerli, prima o poi diventano realtà. Oggi, chiuso dentro la mia cella, la numero 1 del primo reparto del carcere di massima sicurezza di Opera, guardandovi seduto dal mio sgabello di legno mezzo rotto, attraverso un minuscolo televisore degli anni Settanta, voglio vedere mia madre sorridere: ha già pianto e sofferto troppo. Un bacio e un ringraziamento speciale a te, Silvia. Con affetto”

Secondo Libero, Violante avrebbe legittimato la compravendita dei deputati

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Libero estremizza un concetto di Violante espresso durante la Commissione d’Indagine del 1999 e quello che viene fuori dall’articolo potrebbe compiere l’ennesima deflagrazione. Secondo Libero la frase di Violante sotto la lente di ingrandimento che potrebbe a detta del quotidiano prefigurare una certa legittimità alla compravendita dei deputati si evincerebbe in questa frase:  “Questi cambi si sono manifestati sin dalla scorsa legislatura e si sono moltiplicati in modo del tutto legittimo (…) Gli inviti al cambio di gruppo avvengono in molte sedi, anche autorevoli (…) Oggi tutto questo è formalmente legittimo”.

Ecco l’articolo su Libero:

La sinistra non ha alcun problema ad avere a che fare con ciò che lui descrive come un «collaudatissimo “sistema corruttivo”». Non deve porsi alcuno scrupolo di fronte a qualsiasi forma di shopping di deputati. E, soprattutto, può anche evitare di dipingere il Cavaliere come responsabile di chissà quale inaudito misfatto. Non lo diciamo noi bensì un autorevole esponente progressista, ovvero Luciano Violante. Il quale, nel 1999 – da presidente di una commissione d’indagine composta da Lorenzo Acquarone, Pierluigi Petrini, Alfredo Biondi e Carlo Giovanardi – certificò che comprare un parlamentare è legittimo. Deprecabile e un po’ vergo – gnosetto, certo. Ma comunque legittimo. Sta tutto scritto negli atti parlamentari della Camera, precisamente nel resoconto stenografico datato 21 dicembre 1999. Questi i fatti. Il 16 dicembre di quell’anno, onorevole Paolo Bampo – espulso dal gruppo della Lega e passato nel gruppo minsto – dichiara all’Ansa di aver ricevuto una proposta indecente.

L’onorevole Luca Bagliani gli ha offerto duecento milioni «in cambio del passaggio al gruppo parlamentare dell’Udeur». Su richiesta divari parlamentari, il 18 dicembre viene istituita una commissione di indagine, guidata da Luciano Violante dei Ds (allora presidente della Camera), con il compito di stabilire se effettivamente l’onorevole dell’Udeur abbia offerto soldi al collega per fargli cambiare schieramento e se tale proposta avesse qualche rapporto con la crisi di governo e la costituzione di un nuovo esecutivo. La commissione interroga vari parlamentari e il quadro che emerge è abbastanza chiaro. Prima Luca Bagliani nega di aver offerto soldi, poi ripensa. Anche perché saltano fuori testimonian- ze di altri parlamentari che sostengono di aver ricevuto proposte di questo genere da parte sua. Cesare Rizzi fa sentire alla commissione una registrazione telefonica in cui Bagliani spiega di aver ricevuto parecchi vantaggi col suo passaggio nell’Udeur e «promette analoghi vantaggi all’onorevole Rizzi». A questo punto, la dinamica dei fatti è cristallina. Ecco dunque ciò che scrivono Violante e soci a conclusione del loro lavoro:

«La commissione, all’unanimità, ritiene che l’onore – vole Bagliani abbia offerto utilità economiche all’onorevole Bampo in cambio di un suo passaggio al gruppo parlamentare dell’Udeur». Insomma, la compravendita c’è stata, anche se non è andata a buon fine. Bene, e a questo punto che succede? Salta fuori Woodcock da un cespuglio ad arrestare tutti per corruzione? Appare Travaglio su un bianco destriero a giustiziare tutti i parlamentari dell’Udeur da Mastella in giù? No. Non accade assolutamente nulla. Anzi, la commissione certifica che tutto va bene. Si legge nel verbale che dai lavori «è emersa la facilità con la quale si può conversare di utilità economiche e di carriera in cambio di passaggi di gruppo e di schieramento. Questi cambi si sono manifestati sin dalla scorsa legislatura e si sono moltiplicati in modo del tutto legittimo». Segue breve reprimenda, in cui si fa presente che lo shopping parlamentare non è proprio il massimo. Tuttavia «la formazione di nuovi gruppi parlamentari, tanto di maggioranza quanto di opposizione, spesso risponde a rispettabili esigenze politiche. Gli inviti al cambio di gruppo avvengono in molte sedi, anche autorevoli, come è emerso nel corso delle audizioni». Ed ecco il passaggio più interessante: «Oggi tutto questo è formalmente legittimo». La commissione precisa che i cambi di gruppo non fanno bene alla stabilità delle istituzioni e possono gettare «un’ombra su tutti coloro che in queste istituzioni lavorano». Ma non c’è corruzione che tenga: o si cambiano leggi e regolamenti oppure tutto è «legittimo». Speriamo che, lette le dichiarazioni di stimati rappresentanti della sinistra, il Giannini di Repub – blica si metta il cuore in pace. E se lo stimato collega non si fida, ce lo faccia sapere. Gli possiamo passare le fotocopie. Gratis, s’intende.

 Naturalmente questa è solo un’opinione, voi che ne pensate?

L’accusa di Libero: l’Italia aiuta la Germania! Ed è polemica

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Le tasse degli italiani, calcolate in miliardi di euro, finirebbero nel fondo salva Stati, in questo modo, secondo la tesi di Gianluigi Paragone su Libero, l’Italia contribuisce a sostenere il valore dei titoli di Stato tedeschi,  i bund che sono l’unico impiego visibile del denaro accumulato nel fondo stesso.

Su Libero, Paragone scrive:

“Mentre si dibatte su come far ripartire minimamente l’economia reale, i governi italiani continuano a farsi prendere per i fondelli dai tedeschi. Nel caso specifico, la colossale presa per i fondelli si chiama fondo salva stati, l’Esm. È l’en – nesimo mostro europeo quotato 700 miliardi. Se ne parlò parecchio nelle settimane della crisi greca e in quella spagnola. La Germania è il principale azionista, l’Italia il terzo. Finora – tra il governo Monti e quello Letta – questa Italia che non riesce a pagare le sue imprese creditrici, che non riesce a mettere nella busta paga dei lavoratori una sommetta dignitosa, che si barcamena tra creatività tributarie, insomma questa Italia che ben conosciamo versato al fondo Esm la bellezza di 11,4 miliardi ogni anno prossimi a diventare 14,3 dal 2014. Per un totale di 125.

A cosa servono questi miliardi? Come vengono investiti? A un tubo! Poiché infatti la Germania sta bloccando ogni utilizzazione a favore dei Paesi del Sud Europa, tale capitale è per grossa parte bloccato. Quel po’ che si muove è per l’acquisto di bond tedeschi. In altre parole, quell’Italia con le pezze al culo sta finanziando i ricchi tedeschi comprando i loro titoli di Stato, in quanto sono tra i pochi con la tripla A!

Alla luce di queste verità che stanno venendo a galla – non fosse altro perché il bubbone sta scoppiando – il sottosegretario Fassina dichiara che non si è dimesso dal governo perché vuole evitare lo strapotere europeo! Bene, allora (lui e tutti quelli che si lamentano dello strapotere dei burocrati di Bruxelles) dovrebbe farsi dare indietro quei soldi bloccati (roba che con quelle cifre rimettevamo in sesto un credito vicino alle imprese e alle famiglie). E poi dovrebbe ordinare al governo di sforare il tetto del 3 per cento per consentire all’economia reale italiana di tornare a girare.

Invece nulla di tutto questo sta accadendo né accadrà. Anzi, il raggiungimento del fantomatico parametro è salutato con entusiasmo. Il sistema Italia sta franando e a Roma sono contenti di fare i camerieri della Troika. Così nessuno si domanda del perché Draghi scrive lettere per proteggere le banche italiane (non è che alla vigilia dell’ingresso nell’eurozona qualcuno chiese al sistema bancario di sottoscrivere montagne di derivati per avere i conti apparentemente in ordine?). O del perché Obama sia tanto contento delle politiche rigoriste dei governi Napolitano? Ho un maledettismo dubbio: non è che con le nostre tasse stiamo sistemando i casini degli altri?

Ogni giorno che passa la legge di stabilità porta a galla le sue crepe e soprattutto le sue ingiustizie.

Se è vero che Enrico Letta e Alfano non hanno bisogno di intercettare voti (il primo perché è un Gastone della politica, il secondo perché voti suoi non ne ha mai avuti come dimostrano le batoste siciliane e i sondaggi) tutti gli altri devono rendere conto ai propri elettorati. Chi promise di abbassare le tasse, chi di rilanciare il lavoro, chi questo e chi quell’altro. Anche ieri non sono mancati i commenti sul presunto assalto alla diligenza da parte dei partiti, un assalto che ammonterebbe a otto-dieci miliardi di euro. A cosa servirebbero questi soldi da reperire? A rendere un po’ più pesante la busta paga dei lavoratori, per esempio. A rendere meno ingannevole l’abolizio – ne dell’Imu trasformata in Trise- Tari-Tasi. A bloccare l’au – mento dei ticket sanità (il cui spettro è qualcosa di più del semplice sospetto). A garantire che i finanziamenti a favore della protezione del territorio contro possibili disastri naturali (già, ci sono anche quelli in Italia…) non si fermino ai miseri e inutili 30 milioni oggi a bilancio. Sono regalie?

Non credo proprio. Sono il minimo minimo minimo utile per far sì che la moneta ricominci a circolare e generi una ripresa dei consumi. Insomma non mi sembra che si tratti di concessioni elettorali; direi piuttosto che siamo in presenza di un sussulto politico.

La manovra sembra fatta guardando esclusivamente ai parametri di Bruxelles piuttosto che al bene dei cittadini italiani. Non credo che dalla dismissione del patrimonio immobiliare pubblico si ricaveranno quei sei miliardi di cui ha parlato ieri il Corriere della Sera con toni entusiasti. Perché mai dovrebbero sbloccarsi oggi più di ieri? Per farla breve non c’è alcun assalto alla diligenza: dalla legge di Stabilità i cittadini non avranno alcun beneficio.”

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Ma non è l’unico Libero a riportare la notizia. Infatti la si può leggere anche su La Repubblica in un articolo di Federico Fubini:

Più si avvicina l’unione bancaria, più viene allo scoperto la tensione nell’area euro. In Germania prevale il sospetto che l’Europa del Sud voglia usare il fondo salvataggi (Esm), nel quale il governo di Berlino è primo azionista, senza poi rimborsare.

Il timore ormai è così radicato che sfugge il lato opposto dell’equazione: per com’è stata strutturata la risposta all’eurocrisi, i contribuenti tedeschi oggi stanno ricevendo un sussidio silenzioso da parte di quelli italiani.

Né gli uni né gli altri lo hanno mai voluto, né probabilmente se ne sono resi conto. Eppure il trasferimento di risorse da Sud a Nord delle Alpi vale ormai diversi miliardi.

In Germania in realtà si cerca soprattutto di evitare l’opposto, gli aiuti all’Europa meridionale. La priorità tedesca oggi è rendere il fondo salvataggi europeo quasi inutilizzabile per l’unione bancaria. Di qui l’ultima proposta di Wolfgang Schaeuble, il ministro dell’Economia: prima che i fondi dell’Esm vengano spesi per sostenere una banca in difficoltà – chiede Schaeuble – vanno imposte perdite a tutti i creditori dell’istituto. Secondo Schaeuble ciò deve riguardare non solo gli obbligazionisti subordinati, quelli legalmente più esposti a un’insolvenza, ma anche chi ha comprato i bond più protetti.

La Germania fa poi un passo in più: chiede che queste perdite siano applicate fin da subito anche per istituti non in dissesto, ma che potrebbero esserlo in uno scenario (ipotetico) di crisi futura. È il modo tedesco di interpretare i cosiddetti “stress test”, che 130 banche europee stanno per affrontare: si simula una caduta del Pil e si misura l’effetto che potrebbe avere sui bilanci degli istituti.

Così diventerebbe quasi impossibile usare il fondo salvataggi nell’unione bancaria, anche
perché la fiducia nelle banche sarebbe scossa molto prima. È qui però che la corrente nei vasi comunicanti fra paesi inizia a invertirsi. Con l’Esm di fatto inservibile per le banche, l’Italia in recessione e indebitata inizia a sussidiare una Germania sana e in ripresa. Possibile?
L’Esm ha una forza di fuoco potenziale di 700 miliardi di euro, raccolti in gran parte emettendo bond sui mercati. La sua base però è il capitale versato direttamente dai governi dell’area euro. La settimana scorsa hanno tutti trasferito la quarta tranche, per un totale di 64 miliardi, e entro la prima metà del 2014 si arriverà a ottanta. Poiché la Germania è primo azionista con una quota del 27,14%, ha già pagato al fondo europeo 17,3 miliardi e alla fine dovrà versarne 21,7. L’Italia, che è terzo azionista con il 17,91% (secondo è la Francia), ha versato 11,4 miliardi e nel 2014 saranno 14,3.

Le risorse pagate dal governo di Roma, se solo fossero rimaste in Italia, probabilmente basterebbero a gestire i problemi delle banche. Invece sono immobilizzate nell’Esm a Lussemburgo. Ciò sarebbe utile nel caso in cui il fondo europeo potesse essere usato per le banche senza prima distruggere la fiducia degli investitori. Per ora però di quei soldi dell’Esm si fa un uso diverso: vengono investiti prevalentemente in titoli di Stato tedeschi. Ciò contribuisce, con i soldi dei contribuenti italiani, a ridurre i tassi sui Bund e su tutto il sistema finanziario in Germania, quindi ad allargare lo spread e lo svantaggio competitivo delle imprese in Italia.

L’Esm non comunica in dettaglio come gestisce il capitale affidatogli, ma i criteri sono chiari: non può comprare titoli con rating sotto la “doppia A” (dunque Italia e Spagna sono fuori) e compra “attività liquide di alta qualità”. Dunque certamente in buona parte Bund tedeschi.
È una scelta comprensibile, ma di fatto ciò significa che l’Europa del Sud sta sussidiando la Germania, senza poi poter attingere all’Esm per sostenere le proprie banche.

C’è poi un secondo, sostanziale trasferimento di risorse da Sud a Nord. Nel 2011 la Banca centrale europea acquistò circa 100 miliardi di euro in Btp in una fase in cui i rendimenti arrivarono anche a toccare l’8%. Fu un rischio e una scelta provvidenziale. Ma da allora il valore di quei titoli italiano è salito, in certi casi, anche di più del 20%. E il governo italiano ha onorato alla Bce cedole per oltre dieci miliardi in tutto. La Bce non aveva mai guadagnato tanto con un solo investimento e la Bundesbank, suo primo socio, ne beneficia per circa un terzo. Anche quei soldi sono andati dall’Italia al contribuente tedesco. Peccato che nessuno gliel’abbia mai spiegato.

Belpietro vince alla Corte europea dei diritti dell’uomo

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Nessun giornalista sarà più condannato alla violazione della libertà d’espressione se non per i reati di incitamento alla violenza o per diffusione di discorsi razzisti. Questo è quanto stabilito dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nella sentenza in cui dà ragione a Belpietro, condannato a 4 anni dalla Corte d’Appello di Milano.

Cosa aveva pubblicato Belpietro?

L’articolo intitolato ‘Mafia, 13 anni di scontri tra pm e carabinieri’,  che risale al novembre 2004, firmato da Raffaele Iannuzzi, era stato ritenuto diffamatorio nei confronti dei magistrati Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte.

La Corte dei diritti dell’uomo pur ritenendo giusta la condanna per diffamazione e anche il risarcimento a 110mila euro a favore di Forte e di Caselli, non ritiene invece giusta la condanna a quattro anni di prigione, anche se poi sospesa. La Corte infatti ritiene che, nonostante spetti alla giurisdizione interna fissare le pene, la prigione per un reato commesso a mezzo stampa è quasi sempre incompatibile con la libertà d’espressione dei giornalisti, garantita dall’articolo 10 della convenzione europea dei diritti umani.

Piccinin, prigioniero con Quirico: non ha usato Assad le armi chimiche

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Non si sbilancia Pierre Piccinin, ma afferma:

“E’ un dovere morale dirlo. Non è il governo di Bashar al-Assad ad avere utilizzato il gas sarin o un altro gas nella periferia di Damasco”. Queste le parole del compagno di prigionia di Domenico Quirico in un’intervista alla radio RTL-TVi, riferendo di una conversazione, ascoltata a sorpresa, tra i ribelli. Piccinin ha aggiunto che ammetterlo “mi costa perché da maggio 2012 sostengo con decisione l’esercito libero siriano nella sua giusta lotta per la democrazia. Per il momento, però, per una questione di etica Domenico ed io siamo determinati a non fare uscire i dettagli di questa informazione. Quando la ‘Stampa’ riterrà che è venuto il momento di dare dettagli su questa informazione, lo farò anch’io in Belgio”, ha spiegato l’insegnante belga.

Piccinin ha raccontato quindi che, quando il 30 agosto, lui e il giornalista italiano hanno appreso dell’intenzione degli Usa di agire in seguito all’uso, attribuito al regime, delle armi chimiche “avevamo la testa in fiamme: eravamo prigionieri laggiù, bloccati con questa informazione e per noi era impossibile darla”.

Le due false esecuzioni a Quirico, nel racconto del compagno di prigionia

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«Giochi crudeli» li chiama Pierre Piccinin, suo compagno di prigionia, liberato insieme al giornalista italiano Quirico e afferma che «Domenico ha subito due finte esecuzioni con una pistola» -, racconta al telefono Pierre Piccinin, di prima mattina.  L’«odissea tremenda» siriana del professore belga e dell’inviato de la Stampa è fatta anche di due tentativi di evasione. «Una volta abbiamo cercato di profittare del momento della preghiera – rivela -. Ci siamo impossessati di due kalashnikov e siamo fuggiti nella campagna per due giorni. Poi ci hanno ripreso e siano stati puniti molto severamente». Non era la prima volta. Tutta la storia dei cinque mesi di prigionia è stata segnata da «violenze fisiche molto dure».

Pierre Piccinin è rientrato a Bruxelles alle 5 e 40 del mattino e ad accoglierlo ha trovato il premier Elio Di Rupo, che ha avuto parole di grande elogio per il lavoro delle autorità italiane e la Farnesina.

«Ci siamo incontrati a un convegno a Torino, con Domenico», racconta Pierre: «E’ un giornalista straordinario, un grande conoscitore delle primavere arabe e degli intrecci mediorientali. Insieme abbiamo fatto otto viaggi in Siria, nel corso dei quali abbiamo visto cambiare la rivoluzione. All’inizio era un movimento democratico. Poi lo spirito positivo è evaporato, e tutto si è ridotto al tentativo di trarre il meglio per sé da queste drammatiche circostanze».

Piccinin ammette anche la trasformazione che si è avuta è andata in una direzione di estremismo islamico che non ha più nulla della Primavera araba a cui si era assistito anni fa: «In assenza del sostegno dell’occidente – confessa – i movimenti rivoluzionari sono stati gradualmente sostituti da cellule fondamentaliste islamiche, nelle quali sono confluiti anche gruppi marginali, delle bande di criminali. Tutto è degenerato, gli ideali sono caduti. Non volevano fare la rivoluzione, ma razziare le popolazione e trarne vantaggio».

Ai primi di aprile li hanno fermati le truppe dell’esercito ribelle, rivela il professore belga. Li hanno tenuti prigionieri «nella totale segretezza» per due mesi. Non hanno loro permesso di comunicare con le famiglie “che ci credevano morti”. «Quando l’assedio è diventato troppo duro, hanno tentato una sortita e son riusciti ad attraversare le linee governative, ci hanno portato con loro. Gli ultimi giorni sono stati terribili, eravamo chiusi in una cantina piena di scarafaggi». Era la notte fra il 4 e il 5 giugno. «E’ cominciata una lunga e terribile odissea attraverso il paese, con marce forzate di giorno e di notte. A qual punto siamo passati nelle mani di un gruppo che lavora per Al Faruk, eravamo nel nord del governatorato di Damasco. Da allora ci hanno trasferito continuamente per tutto il paese. Alla fine eravamo in una località vicino alla frontiera turca, a Bal al-Awa, senza esserne consapevoli. Quindi siamo riandati verso Est».

«All’inizio, per ingannare il tempo e vincere la tensione, abbiamo inventato un piccolo gioco. Pensavamo a dei personaggi storici, immaginavamo cosa avrebbero detto e fatto in quelle stesse circostanze in cui ci trovavamo. Poi le cose sono peggiorate, man mano che ci spostavano in lungo e in largo per la Siria crescevano i momenti di incertezza e scoramento. Ci dicevamo: “resisti, farlo per la famiglia, per chi ci vuole bene, ci aspettano”. E alla fine ci siamo riusciti».

Come si comportavano, con voi? «In certi casi sono stati corretti. Poi le cose sono peggiorate. Ci trattavano come occidentali, cristiani, con grande disprezzo. Certi giorni non ci hanno dato nemmeno da mangiare». Così la liberazione è stata a lungo una chimera. «Sino all’ultimo non siamo stati sicuri, ci dicevano “fra due giorni sarete liberi”, “fra una settimana sarete liberi”, ma non succedeva. Era un gioco crudele». Finito solo ieri, dopo cinque mesi esatti.

E ora? «Fisicamente sto bene, nonostante le torture. psicologicamente anche, eravamo due, ci siamo sostenuti a vicenda. Adesso tornerò a insegnare e a occuparmi di Medio Oriente – risponde Piccinin -, prima però voglio stare vicino ai miei genitori. Sono anziani e hanno molto sofferto. Il mio posto è con loro, adesso. Poi la vita tornerà al suo corso naturale. Per della gente come noi, in realtà, non credo ci sia alternativa».

QUIRICO LIBERO! Tweet del direttore de La Stampa

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Sarebbe libero il giornalista Domenica Quirico rapito in Siria il 9 Aprile scorso.  Il 6 giugno fu diffusa la notizia che il reporter era ancora vivo. Il ministro degli Esteri, Emma Bonino, ha avuto un colloquio telefonico con il direttore del quotidiano torinese, Mario Calabresi. Quirico è ora in volo verso l’Italia. Domenico Quirico, 62 anni, è da molto tempo in prima linea nei paesi del Nord Africa e della Primavera araba, di cui è un grosso conoscitore e a cui nel 2011 ha dedicato un libro dal titolo “Primavera araba”.

“Abbiamo avuto la magnifica notizia da Emma Bonino ed Enrico Letta. Sappiamo che hanno già contattato la famiglia. E’ una notizia magnifica”. Così il direttore de La Stampa, Mario Calabresi, ha commentato la notizia della liberazione del giornalista Domenico Quirico.

La notizia si è appresa tramite un tweet inviato dal Direttore de La Stampa che ne annunciava la liberazione.

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Sono seguite poi le dichiarazioni di rito. Il premier Letta ha sottolineato come “La speranza non era mai venuta meno e vengono, ora coronati dal successo tutti gli sforzi”.

Anche Giorgio Napolitano ha espresso “vivissimo apprezzamento per l’impegno dispiegato dal ministro Emma Bonino, dal ministero degli Esteri e dai Servizi per il successo”.

Basta il cinema sui poveri, l’Italia è piena di ricchi! Dove vive la Aspesi?

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Il cinema italiano porta a casa il Leone d’Oro di Venezia con “Sacro Gra” un film vero, sincero, documentaristico, che per la prima volta, dopo tanto tempo, ha echi al suo interno di quello spaccato di finzione-realtà dei grandi capolavori del neorealismo e di quel free cinema inglese che andava a indagare sugli individui e sull significato della quotidianità. Una vittoria, una pagina nuova che ci fa cambiare aria da quei film borghesi, statici, icone di un passato che troppo a lungo ha raccontato  storie da  vecchi telefoni bianchi. Ma sembra chi oggi ci sia ancora che ha  voglia di quell’aria stantia: “Si vorrebbe sapere perché il cinema ha smesso di raccontarci belle storie di gente ricca, bella, con belle case e belle vite: e sì che solo in Italia ce ne è tantissima e nessuno ne sa niente. Suggerimento al vincitore Rosi: il prossimo documentario lo faccia sul MMM, il Misterioso Mondo Miliardario“, così oggi sulle pagine di Repubblica leggiamo la delusione di Natalia Aspesi che poi conclude il suo pensiero sul cinema italiano parlando di immagini afflitte da una “valanga di disgrazie, atrocità, miserie, assassini, alcolizzati, famiglie orribili e stupratori di cadaveri”.

Forse Marisela Federici fa proseliti! 

Buonanotte a Marisela Federici

marisela federici-tuttacronaca

Marisela Federici, è entrata nel tam tam della rete e le sferzate verso la nobildonna venezuelana hanno colpito nel segno dopo la puntata di Presa Diretta e così oggi ha voluto scrivere una lettera al quotidiano Libero:

Caro Dott. Mainiero, non si arrabbi, uno dei grandi privilegi della saggezza è quello di non scomporsi mai. La ringrazio per condividere certe mie idee e averlo coraggiosamente scritto. Il bello della vita, si fa per dire, è che ognuno è diverso. Non vorrei ancora una volta essere fraintesa, siamo diversi nel ragionare. Con le mie parole non volevo ferire la sensibilità di nessuno. Quel distacco che le ha dato più fastidio è solo una difesa, ma io, accettando un’intervista senza informarmi dove andava a finire, sono stata molto imprudente! Ci sono persone che tra mille cose buone andranno a imbattersi nell’unico difetto che esiste e mentre lo censurano sono compiaciute. Una festa al mese? Sì, perché mi aiuta a essere positiva e a dimenticare per un giorno i problemi della vita. Non sembra, ma ne ho tanti, la salute dei miei cari, i figli, la loro lontananza. Sto male, mi creda, per le persone che si sono sentite offese. A volte offende più l’ostentazione della dignità che la dignità stessa, ma non vale la pena arrabbiarsi… Vorrei dormire, è molto tardi.

Buonanotte  a Marisela Federici e speriamo che possa fare sogni d’oro!

48 ore alla sentenza di Berlusconi: “non farò l’esule”

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“Non farò l’esule, come fu costretto a fare Bettino Craxi. Né accetterò di essere affidato ai servizi sociali, come un criminale che deve essere rieducato. Ho quasi 78 anni e avrei diritto ai domiciliari, ma se mi condannano, se si assumono questa responsabilità, andrò in carcere”. Questa la dichiarazione che Silvio Berlusconi avrebbe rilasciato a Libero a meno di 48 ore dalla sentenza della Corte suprema.

“Se non c’è pregiudizio, se non ci sono pressioni, la Cassazione non può che riconoscere la mia innocenza”, dichiara Berlusconi. “I miei avvocati hanno proposto 50 obiezioni alla decisione della Corte d’appello e la Cassazione già in altre occasioni ha riconosciuto che io non firmavo i bilanci, non partecipavo alle decisioni dell’azienda e non avevo alcun ruolo diretto nella gestione di Mediaset”, spiega. “Facevo il presidente del Consiglio, cosa ne potevo sapere io dei contratti per i diritti televisivi? Non me ne occupavo quando stavo a Cologno, figurarsi se lo potevo fare nei primi anni Duemila quando ero a Palazzo Chigi”.

Inoltre, prosegue il Cavaliere, “non avrei rischiato tutto questo per 3 milioni dopo averne corrisposti più di 500 in un solo esercizio. E poi, se fossi stato così fesso da evadere le imposte, a un certo punto avrei usato il condono tombale che il mio stesso governo aveva introdotto. Non ho dormito per un mese. La notte mi svegliavo e guardavo il soffitto, ripensando a quello che mi hanno fatto”, racconta Berlusconi. “In pochi mesi otto pronunciamenti contro di me. I diritti Mediaset, Ruby, la telefonata Fassino-Consorte, gli alimenti alla mia ex moglie, le richieste dei pm di Napoli e Bari, la decisione della Consulta sul legittimo impedimento, il respingimento della richiesta di trasferire a Brescia il processo per le cene di Arcore, l’abnorme risarcimento a De Benedetti”.

Nel colloquio l’ex premier parla anche del futuro del governo. “Non farò cadere Letta – assicura – ma sarà il suo partito a farlo. Se venissi condannato, il Pd non accetterebbe di continuare a governare insieme con un partito il cui leader è agli arresti e interdetto dai pubblici uffici”

Ma poi arriva la smentita e in una nota di Palazzo Grazioli si legge:

«Il presidente Berlusconi non ha rilasciato alcuna intervista. Il direttore Belpietro ha liberamente interpretato il senso di un colloquio in cui sono state confermate l’assoluta infondatezza delle accuse rivolte al Presidente Berlusconi e la sua precisa volontà di continuare a offrire il suo contributo al popolo dei moderati.  Inoltre si rileva ancora una volta che alcuni quotidiani riportano tra virgolette frasi e giudizi attribuiti al Presidente Berlusconi che non sono mai stati pensati né pronunciati».

E’ stato rilasciato Daniele Stefanini, il fotografo fermato in Turchia

daniele-stefanini

Daniele Stefanini, il fotografo free lance livornese picchiato e fermato durante gli incidenti di domenica scorsa a Istanbul, è stato rilasciato. E’ stato lui stesso a telefonare ai familiari per informarli e la Farnesina ha confermato la notizia. Stefanini, fino a due anni fa, era era impiegato alla compagnia di navigazione Moby ma aveva lasciato il lavoro proprio per seguire la sua passione, come aveva spiegato all’ANSA la madre nei giorni scorsi:  “Mio figlio? Troppo appassionato di fotografia…”. Stefanini non è stato l’unico fotografo a subire un simile trattamento: anche molti altri reporter sono stati fermati e picchiati durante l’intervento repressivo delle forze dell’ordine turche voluto da Erdogan. La Turchia è il Paese al mondo con il più alto numero di giornalisti in carcere e molti altri sono in attesa di giudizio ben da prima che cominciassero le proteste, che tra l’altro hanno portato sanzioni per quei canali televisivi che hanno trasmesso le immagini delle folle in piazza.

“Il male ero io”. Maso e un libro catartico per redimersi

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Si può uccidere i propri genitori massacrandoli con l’aiuto di tre amici solo per soldi e poi redimersi?  il 17 aprile 1991 Pietro Maso non ebbe nessuna pietà per sua mamma e suo papà e li annientò solo per intascare la sua parte di eredità. Reo confesso per questo crimine agghiacciante che sconvolse l’Italia, fu condannato a 30 anni. Oggi, il 41enne Maso, è un uomo libero, sposato e lavora in una ditta milanese che assembla computer. Una vita normale, un lavoro ( che di questi tempi suona quasi come un privilegio) e un libro in arrivo dal titolo “Il male sono io”.

Senza falsi pudori e senza pregiudizi c’è da chiedersi se un giovane che oggi legge questa storia non possa gridare a un’ingiustizia sociale. Chi compie un delitto, si pente e può pubblicare un libro, c’è chi studia per anni, si laurea cerca una collaborazione in una casa editrice e si vede chiudere la porta in faccia. Se tutto va bene, ma bene veramente si ritrova per 1 anno con un contratto a progetto a fare fotocopie nel tentativo, quasi impossibile, di far arrivare il proprio manoscritto sulla scrivania di un editore. Ma c’è anche chi ripone il manoscritto nel cassetto e va a lavorare al fast food. I loro nomi resteranno per sempre soffocati da chi sale alla ribalta dell’attenzione pubblica con crimini efferati, di una violenza inaudita che fanno rabbrividire per la freddezza con la quale sono compiuti.

Ma Maso è solo l’ultimo ad avere un posto d’onore tra gli scaffali di una libreria.  Ricordiamoci di  “Una storia da dimenticare e Catene spezzate” di Luciano Lutring, il solista del mitra, o “Tre monete d’oro” di Bruno Brancher e “Waiting to be Heard” di Amanda Knox, con i presunti maltrattamenti di una guardia carceraria.

Il problema non è quindi la riabilitazione di un condannato, il problema è di ingiustizia sociale. Se in Italia si è ottimi universitari, con un brillante curriculum e una gran volontà di ottenere i frutti dei propri sforzi ci si troverà presto soffocati come quei genitori, stritolati da un sistema che ormai si basa solo sullo scandalismo. E allora va bene Maso, va bene Amanda, va bene Bruno Brancher, va bene Luciano Lutring.

E’ troppo semplicistico parlare di stupore per le polemiche, di un uomo come tutti gli altri, perchè Maso come tutti gli altri non lo è proprio. E’ un privilegiato con un lavoro fisso in una ditta, con un libro in uscita. E c’è chi onestamente ha lavorato e sudato una vita, chi non ha commesso omicidi efferrati, chi ha sempre assistito i propri genitori che ora non riesce ad arrivare a fine mese. E’ giustizia? E’ qualunquismo? E’ populismo? O è forse una fotografia tragica della nostra realtà italiana?

 

Libero Fiorito, lo decide il gip! Non c’è giustizia in Italia.

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Torna in liberta’ Franco Fiorito, ex capogruppo Pdl alla regione Lazio accusato di peculato per essersi appropriato di circa 1 milione 400mila euro dei fondi destinati al gruppo consiliare. Lo ha deciso il gip Rosalba Liso. Fiorito si trovava ai domiciliari dal 27 dicembre nella sua casa di Anagni. Lo scandalo porto’ al naufragio della giunta Polverini.

Caso Sallusti parte II… ora è sospeso!

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Il Consiglio dell’Ordine della Lombardia ha sospeso per 3 mesi Alessandro Sallusti per gli articoli pubblicati su Libero, che all’epoca dirigeva, e che lo avevano portato all’arresto. La sentenza è sospesa per la presentazione di un eventuale appello al Consiglio nazionale dell’Ordine. “Graziato da Napolitano per manifesta ingiustizia, condannato dai colleghi a tre mesi di sospensione. Buffoni” ha commentato il giornalista su Twitter.

La Casa Bianca apre al libero scambio con UE!

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La Casa Bianca ha formalmente comunicato al Congresso il progetto di iniziare dei negoziati con l’Unione europea per istituire un’area di libero scambio, nell’intento di creare la più vasta alleanza commerciale e finanziaria mondiale per stimolare una nuova crescita economica. Per Washington si tratta di opportunità per l’export e per l’occupazione Usa. La prassi vuole che la comunicazione preceda di 90 giorni l’inizio dei colloqui.

STOP ALLE PIZZERIE, ANDIAMO DA MAMMA’!

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Basta con ristoranti e pizzerie, la crisi morde e l’87% degli italiani riduce la spesa: si torna a mangiare da genitori e amici. In particolare il 44% a pranzo torna dai genitori o familiari, mentre la sera il 77% riscopre il piacere del convivio e della cena consumata con gli amici. E’ quanto emerge da un’analisi di Coldiretti su dati Eurispes. La tendenza a riunire più frequentemente la famiglia a tavola durante il tempo libero.

La necessità di stringere i legami familiari – osserva Coldiretti – e’ certamente spinta dalla situazione di crisi economica ma anche dalla ricerca di una migliore qualità. Il 37% degli italiani, infatti, dichiara che non taglierebbe mai sulla qualità dei cibi, contro il 7% che non rinuncerebbe agli abiti di marca e il 3% alle sedute dal parrucchiere ed estetista.I piu’ frequenti inviti di amici a cena – aggiunge Coldiretti – si devono anche alla riscoperta del piacere di cucinare e sperimentare nuove ricette. Il risultato e’ l’aumento del tempo trascorso davanti ai fornelli che nei giorni festivi raggiunge il record di oltre un’ora (69 minuti), al quale va aggiunto quello passato alla ricerca di ingredienti e curiosità nei negozi specializzati o nei mercatini. Una passione confermata dal fatto – conclude Coldiretti – che 21 milioni di italiani dichiarano di preparare alimenti in casa come yogurt, pane, gelato o conserve e di questi 11,2 milioni lo fanno regolarmente.

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