Giulio Andreotti, attraverso la lente del figlio Stefano

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“Aveva abitudini molto precise, e orari stressanti. Quindi la sua presenza, in termini di ore, era scarsa. Ma, in termini qualitativi, ci ha riservato un’attenzione assoluta”. Parla così di Giulio Andreotti il figlio Stefano, intervistato dalla rivista Vanity Fair. L’attenzione viene poi spostata sulla madre:è mai stata gelosa? “Non credo. Non ho mai sentito tra loro mezzo litigio. Anche quando uscì quella sua foto a braccetto con Anna Magnani, e ci furono alcune insinuazioni, la considerammo un’invenzione dei giornali. Del resto, papà era sottosegretario di De Gasperi con la delega sul cinema. Parlo di quando il cinema italiano ancora si poteva definire tale. Non come oggi, e mi riferisco a qualcosa che ha riguardato mio padre”. Al Divo di Sorrentino? “Appunto. Quel film parte da un’idea preconcetta. Perfino papà, che non era mai diretto, dopo la proiezione disse che era stata ‘una vera mascalzonata’ “.  Ma al terzogenito del senatore a vita da poco scomparso non viene chiesto solo del rapporto con la famiglia, preferendo ripercorrere le tappe della sua carriera politica, parlando anche del giorno immediatamente successivo alla morte del padre, quando Umberto Ambrosoli è uscito  dall’aula del Consiglio regionale della Lombardia quando si è osservato un minuto di silenzio per la scomparsa del politico. Episodio che Stefano Andreotti giustifica: “Che Umberto Ambrosoli ce l’abbia con lui è più che comprensibile. Se io sono arrabbiato per quello che è successo a papà, figurarsi lui, che suo padre lo ha visto ammazzato”. E’ lui stesso a definire “infelice” la definizione del padre, che ne parlò, in una puntata del programma La storia siamo noi dedicata all’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, come di “una persona che se l’andava cercando”.L’intervista tratta anche i processi per concorso esterno in associazione mafiosa, che Stefano andreotti così spiega: “Stava per scoppiare Tangentopoli, si voleva spazzare via un’intera classe politica. Ma mio padre non aveva mai maneggiato denaro pubblico: dovevano incastrarlo in un altro modo. Qualche mese prima che i pentiti parlassero, Gerardo Chiaromonte, politico comunista, lo chiamò per avvisarlo della trappola che gli stavano tendendo. Che tragedia: mia madre ha sofferto di depressione e ancora oggi ne porta il segno. A 92 anni, soffre di una malattia degenerativa. Non si è neppure resa conto della scomparsa di papà”. Ma racconta anche di quello che provò il padre in quei frangenti, lui che all’esterno sembrava freddo: “In realtà soffrì moltissimo. Lo trovavo il sabato mattina sulla poltrona a dormire – lui che non dormiva mai – imbottito di psicofarmaci per stare tranquillo. La fede l’ha aiutato: diceva che era una prova da superare per quello che aveva avuto, doveva scontare qualche peccato”. Il discorso  cade anche sui giudizi, pesanti, che Aldo Moro scrisse nei diari del sequestro. “Tra mio padre e Moro potevano esserci state divergenze, ma i rapporti erano stati ottimi. Appena si seppe che Moro era stato sequestrato, chiamai papà: era sconvolto. Chi arrivò a ipotizzare che dietro quel rapimento ci potesse essere Andreotti non sa di che cosa parla. A noi figli, papà disse chiaramente che al posto di Moro ci poteva essere lui. Secondo lui, avevano scelto Moro solo perché abitava in Via Fani, una posizione che garantiva una via di fuga più agevole”. Huffington Post ha poi raggiunto Umberto Ambrosoli, che ha preferito non tornare sull’episodio menzionato dal figlio del senatore a vita e da lui ridimensionato come “una frase oltremodo infelice, che mio padre però ha subito rettificato, e che soprattutto ha pronunciato quando non era ormai lucido.” “Preferisco non commentare, stiamo parlando di una persona che fa valutazioni legittime sul piano personale ma non mi sembra il caso di aggiungere altro. Ho visto il video di quell’intervista, l’ho visto integralmente e mi sono fatto un’idea, e tale rimane. In ogni caso – conclude Ambrosoli – apprezzo la comprensione manifestata da Stefano Andreotti”

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Miss Italia, la mercificazione del corpo femminile… e quello strano no della Rai!

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A spiegare il “no” ufficiale a Miss Italia ci ha pensato Anna Maria Tarantola, presidente della Rai designata dal vecchio governo Monti: “Puntare sulla qualità e non sul sensazionalismo e la ‘tv del dolore’” e aggiunge “la qualità, sempre, in tutto  informazione, fiction, intrattenimento. Qualità vuol dire equilibrio, correttezza, no al sensazionalismo, no alla Tv del dolore… abbiamo abolito ‘L’isola dei famosi’ e ‘Miss Italia’ perché non rientravano in questo progetto…”. E poi: “l’informazione per la Rai è ovviamente un prodotto cardine. Se ci sono persone che hanno la capacità di fare approfondimento con elevata qualità e di arrivare con grandi ascolti al pubblico ben vengano…”. Spiega ancora la Tarantola: “Credo che la Rai, come concessionaria del servizio pubblico in Italia, debba avere una sua distinguibilità, una sua cifra. Penso che una persona, quando accende la Tv, debba capire se sta guardando la Rai o un’altra emittente… Dobbiamo raccontare anche le cose negative perché se non le si conosce, non le si può combattere. Ma dopo il racconto, bisogna offrire un messaggio di proposta per affrontare il problema. Vorrei un’informazione verificata, con un pluralismo non solo politico, ma di genere, di culture, di territorio, di voci”.

Ma allora perchè trasmettere il matrimonio in diretta di Valeria Marini? “Un incidente!” Chissà quanto è costato quell’incidente alla Rai e quindi al popolo italiano? Intanto il vicepresidente di Rai1 Daniele Toaff rischia il posto, ma chi lo conosce già dice che sarà battaglia tra Toaff e l’azienda.

Ma in quest’ottica non era prezioso un programma come La Storia Siamo Noi, che invece è stato barbaramente cancellato?

Come mai i conti alla Rai non tornano mai?

E la polemica dilaga tra chi parla di punto e a capo con la mercificazione del corpo femminile a invece un utile e dilettevole spettacolo d’intrattenimento. 

Intanto Silvana Amati ha fatto una interrogazione parlamentare “Sono su i quotidiani di oggi – ha detto una settimana fa la Amati – le dichiarazioni del direttore di RaiUno Giancarlo Leone, secondo il quale la cancellazione di Miss Italia dalla programmazione della rete ammiraglia risponderebbe al criterio di premiare la ‘vera bellezza che è dentro le donne’. Da convinta sostenitrice dei diritti femminili, oltre ad essere tra le prime firmatarie del disegno di legge del Pd contro il femminicidio, ho sottoscritto nella passata legislatura una mozione sempre del Pd finalizzata a rendere l’immagine della donna trasmessa dai media, televisione in primis, più rispettosa e coerente con il ruolo delle donne nella società. Sarei quindi davvero lieta se tutti i programmi di tutti i canali della Rai, pubblicità compresa, si conformassero all’esigenza di rispettare il corpo, la bellezza, l’intelligenza, il ruolo delle italiane. Tuttavia, credo che i veri motivi che abbiano portato alla cancellazione dal palinsesto di Miss Italia siano altri e non vorrei che si prefigurasse il tentativo di agevolare aziende competitor. Anche perché, come ho scritto nell’interrogazione, la trasmissione di Miss Italia rappresenta un’occasione per ragazze belle e intelligenti ed è diventata uno strumento per grandi campagne di comunicazione sociale contro l’anoressia, a sostegno delle donne invalide del lavoro, contro l’abbandon o degli animali e il randagismo. Per rendere più trasparente e comprensibile l’intera vicenda – conclude Amati – è necessario un intervento del ministro Zanonato che faccia chiarezza sugli introiti complessivi della trasmissione”.  

Quello che desta scalpore è il comportamento del Pd che definisce Miss Italia “un’occasione per ragazze belle e intelligenti ed è diventata uno strumento per grandi campagne di comunicazione sociale contro l’anoressia, a sostegno delle donne invalide del lavoro, contro l’abbandon o degli animali e il randagismo”.  Ci sono parole per definire queste frasi? Serve ancora ricordare ceh magari tali battaglie si possono fare con una pubblicità e con dei programmi che non mirino solo a mostrare una bellezza stereotipata e irreale del corpo femminile? Dobbiamo ripeterci le lunghe lotte femministe fatte in questi anni (e  a quanto sembra cadute nel dimenticatoio)?  Dobbiamo ricordare che è quantomeno immorale parlare di ragazze “belle e intelligenti” in una parata di corpi che rappresentano l’ennesimo esempio distruttivo per l’adolescenza femminile? L’intelligenza coem si evince da un programma come Miss Italia? La bellezza è data da 90-60-90? Che poi queste parole siano in bocca a una parlamentare del pd fa ancora più male!

Rai sorda agli appelli di Pd e Pdl: perché chiudere “la storia siamo noi”?

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Vendette private? Costi troppo alti? La Rai parla solo di termine del contratto con Minoli… Pd e Pdl chiedono spiegazioni, ma sembra che hai piani alti c’è chi vuole invece portare la tv di Stato verso una tv d’intrattenimento spicciolo e certi programmi non trovano spazio in un palinsesto sempre più volto a fare concorrenza alla tv commerciale e sempre meno servizio pubblico.

Luigi Gubitosi, il direttore generale Rai, spiega in questi termini la decisione della Rai: ”La Storia siamo noi non chiude. Termina semplicemente il contratto con Giovanni Minoli che era andato già in pensione tre anni fa ed aveva avuto un contratto triennale per i 150 anni dell’Unità d’Italia che scade il 31 maggio. Il format della Storia siamo noi è della Rai, era stato ideato da Renato Parascandolo, poi gestito da Minoli per una fase che adesso si chiude”, ha aggiunto Gubitosi, che non esclude collaborazioni future con lo stesso Minoli. Termine molto elegante per dare un ben servito?

Il Pd e il Pdl si mobilitano. Michele Anzaldi e Andrea Marcucci, parlamentari del Pd, hanno immediatamente protestato ”Secondo quanto riportato sulla stampa – spiegano i parlamentari – la direzione generale della Rai ritiene un’esperienza finita la trasmissione condotta da piu’ di dieci anni da Gianni Minoli. Non c’è stata, però, nessuna comunicazione ufficiale e nessuna trasparenza. E’ difficile pensare che la tv pubblica, pagata con i soldi dei contribuenti, possa cancellare dalla sera alla mattina un appuntamento cosi’ caratterizzante per il servizio pubblico, popolare tra i telespettatori ben oltre gli appassionati del racconto della storia in televisione, senza che ci sia la dovuta chiarezza. L’azienda renda pubbliche le motivazioni alla base di una scelta del genere in modo da poter verificare tutte le opzioni. Prima di arrivare alla chiusura possono essere valutate altre strade, come la riduzione dei costi o l’utilizzo di risorse interne, tenendo comunque conto che la quota maggioritaria di finanziamento della Rai è il canone. ‘La storia siamo noi’ rappresenta un patrimonio del servizio pubblico, merita perlomeno una riflessione approfondita prima di arrivare all’esclusione dai palinsesti”.

“Sono incomprensibili le ragioni per le quali la Rai ha deciso di cancellare, dopo ben 12 anni, una delle sue trasmissioni piu’ importanti e autorevoli, ‘La storia siamo noi’ di Gianni Minoli”, avevano invece dichiarato in una nota stampa congiunta le deputate del Pdl, Mariastella Gelmini e Stefania Prestigiacomo. “Si tratta infatti di un programma di cultura e storia, di grande interesse e qualita’ che ha ricevuto negli anni innumerevoli premi e riconoscimenti a livello internazionale per la meticolosa e approfondita ricostruzione dei fatti trattati, programma realizzato peraltro a costi bassissimi, che risponde pienamente agli obiettivi, alla missione e al ruolo del servizio pubblico. Abbiamo presentato, insieme ai parlamentari Dario Nardella e Paolo Gentiloni, un’interrogazione al governo per conoscere i motivi di tale decisione che riteniamo essere una grave perdita per la Rai e i suoi telespettatori e per chiedere, dunque, che ‘La storia siamo noi’ non sia eliminata dal palinsesto”.

 

Si preferiscono i “Pacchi” alla “Storia siamo noi”?

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Sembra che la sintesi del palinsesto Rai sia questa: via libera ai programmi d’intrattenimento che spesso sono anche alienanti sia per il linguaggio utilizzato che per il format proposto, ma viene sottratto un programma che ha anche vinto il prestigioso  ”History Makers International”, praticamente  l’Oscar del Congresso mondiale dei produttori televisivi di storia, con la motivazione che rilevava com il programma fosse stato di enorme impulso per la crescita “di questo genere di approfondimento televisivo in Italia”.

All’estero quindi avevano rilevato come mancasse nel nostro palinsesto televisivo un programma che portasse avanti una televisione volta anche all’educazione oltre che all’intrattenimento. Giovanni Minoli l’ideatore della “Storia siamo noi” non ha voluto commentare questa scelta della Rai ma proprio in occasione del premio aveva sottolineato come la televisione deve essere “il più grande strumento per aiutare l’uomo a crescere: Chi non lo usa anche in questo modo si assume una responsabilità enorme”.

La tv di Stato però preferisce guardare all’intrattenimento, ma cosa comporta l’eliminazione di un programma come “la storia siamo noi” dal palinsesto italiano?

Prima di tutto stiamo impedendo ai giovani e agli stranieri di entrare in contatto con il nostro passato. Di conoscere, attraverso un programma asciutto e sintetico, che non cadeva mai nel retorico o nel luogo comune, l’analisi di periodi storici complessi, di personaggi spesso emarginati dalle pagine dei libri di testo e dimenticati dai più. Stiamo perdendo la possibilità di entrare a contatto con quell'”universo” che ci riguarda da vicino, perché quello che oggi noi siamo è frutto di quel che è stato creato in passato. Ogni guerra, ogni manifestazione, ogni scelta politica ed economica ci hanno condotto a questo 2013… capire il passato per interpretare il futuro e vivere a 360° il presente: stiamo perdendo la nostra storia e la possibilità di dialogo che essa può creare interagendo con altre culture.

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