Burger King e il video degli indigeni. Sfruttamento?

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Una campagna pubblicitaria promossa dal grande competitor di MacDonald’s, Burger King, che questa volta però sembra aver superato i limiti e il web s’indigna per lo spot che ritrae gli indigeni del mondo che assaggiano gli hamburger ed esprimono il loro parere.  Campagna pubblicitaria offensiva e scandalosa”, fanno sapere le organizzazioni umanitarie, che definiscono lo spot un altro esempio dello sfruttamento grossolano dei popoli indigeni del mondo. La domanda quindi non è più Whopper o Big Mac, ma piuttosto dignità o sfruttamento?

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Il lago a macchie!

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Si chiama Spotted Lake e si trova in Canada  vicino alla città di Osoyoos, nella regione della British Columbia e attira visitatori da tutto il mondo proprio per la sua conformazione. Lo specchio d’acqua infatti risulta “macchiato” per via della concentrazione molto elevata di numerosi minerali, come il solfato di magnesio, calcio, solfati di sodio e piccole concentrazioni di argento e titanio. La maggior parte dell’acqua del lago evapora durante l’estate, lasciando grandi “macchie” di minerali. A seconda della composizione mineraria, queste macchie saranno di colore bianco, giallo pallido, verde o blu. Il solfato di magnesio, poi, in estate si cristallizza e si indurisce, creando “passerelle” naturali intorno alle macchie. Durante la prima guerra mondiale i minerali di Spotted Lake sono stati usati nella produzione di munizioni. Si racconta che gli operai cinesi abbiano raccolto fino a una tonnellata al giorno di materiale dalla superficie del lago per spedire il tutto a fabbriche di munizioni del Canada orientale. Conosciuto come Kliluk dagli indigeni di Okanagan Valley, il lago è un luogo sacro e culturalmente significativo il cui potenziale per lo sfruttamento commerciale ha di recente generato molte polemiche. La qualità terapeutiche delle sue acque sono note da millenni: proprio gli indiani nativi usavano il fango per guarire dolori e disturbi di vario tipo.

Gli indios brasiliani rivogliono la loro terra: Occupy Mato Grosso

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E’ la volta di “Occupy Mato Grosso”: i popoli originari del Brasile rivendicano la terra che era stata dei loro antenati con archi e frecce. Centinaio di indios brasiliani, tutti di etnia Terena hanno occupato la “Esperança”, un’enorme fazenda di 12mila ettari ad Aquitana, nello stato del Mato Grosso, proprietà di un politico locale. La zona occupata, non lontana dai confini di Bolivia e Paraguay, in pieno Pantanal, è una delle più grandi produttrici di soia dell’intero Brasile e da sempre i nativi hanno stabilito un forte legame. Motivo per il quale in questi ultimi giorni le tensioni sono davvero forti.  Ma “Esperança” non è la prima fazenda ad essere stata occupata, la settimana scorsa, infatti, era stata presa di mira, nella stessa regione,  un’altra fazenda a Sidrolândia. In quell’occasione, difendendosi salle accuse affermando di essere stati aggrediti con archi e frecce, durante gli scontri i poliziotti hanno ucciso uno dei manifestanti e feriti altri otto nel tentativo di disperdere gli “occupanti”. Per quel che riguarda la Fazenda Esperança “la situazione continua a rimanere tesa”, spiega Moraes, portavoce della Polizia stessa. Secondo il Cimi, il Consiglio indigenista missionario, uno studio della Fondazione nazionale dell’Indio (Funai) avrebbe dimostrato e riconosciuto che 33 mila ettari di tutta questa regione sono “terra indigena tradizionale”, aggiungendo che sarebbe imminente l’ampliamento della riserva Taunay/Ipeg in grado di accogliere circa seimila indios.  occupy-mato-grosso

Quella macchia nella storia brasiliana che tutti vogliono coprire

 

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The Guardian si occupa di quello che i giornali brasiliani si ostinano a ignorare: il Rapporto Figueiredo, che la stessa Commissione per la Verità brasiliana, relativa ai tempi della dittatura, ha definito “uno dei documenti più importanti prodotti dal governo brasiliano nell’ultimo secolo”.. Creduto perduto in un incendio, è rimasto celato per quasi 40 anni ma ora è riemerso da quel passato così oscuro. E’ stato l’avvocato per i diritti umani Marcelo Zelic a scovarlo, nel Museo Indiano di Rio de Janeiro e ne ha scorse le 7mila pagine in cui sono segnati i nomi e numeri dello sterminio delle popolazioni indigene per opera delle dittuature e degli interessi economici. Una testimonianza unica sull’attività criminale dell’agenzia governativa SPI, oggi FUNAI, all’epoca strumento di spietata repressione di quelle stesse popolazioni che, teoricamente, avrebbe dovuto tutelare e proteggere. Lo si trova dichiarato nel documento: c’era “una favolosa eredità indiana ed è ben gestita. Non hanno bisogno di un centesimo d’assistenza governativa per vivere ricchi e in salute nelle loro vaste proprietà”. Peccato che quelle stesse terre siano state strappate loro. Ma tra le pagine si spiega anche come avvenne lo sterminio: parla di torture, violenza, schiavitù, diffusione di vaiolo e zucchero mescolata a stricnina. E se ancora non era risolutivo, restava il bombardamento dei villaggi per mezzo della dinamite. La filiale locale di Survival International, che si occupa della protezione dei nativi, trae la sua origine proprio da questo rapporto: contiene i nomi e i crimini, ma ancora si attende venga fatta giustizia.

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