Altre minorenni erano nel “giro” delle baby squillo

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Tanti altri nomi spuntano nell’inchiesta delle baby squillo dei Parioli. Ci sarebbero altre ragazze che erano pronte a entrare nel giro della prostituzione. La rivelazione ha aggravato la posizione di Mirko Ieni, uno dei cinque arrestati dell’inchiesta. E’ emerso così che l’ex barista della Luiss, in veste di improvvisato manager dell’hard, non avrebbe solo affittato l’appartamento ai Parioli per facilitare gli incontri tra i clienti e le due ragazzine che incassavano seicento euro al giorno, ma avrebbe anche cercato di mettere in piedi un mercato selezionato della prostituzione con escort italiane, giovani, meglio se baby.

«Una volta», ha raccontato, «io e la mia amica abbiamo incontrato altre due ragazze che gestiva Ieni. Noi sapevamo quello che facevano e loro di noi». «Ma voglio ribadirlo- ha aggiunto poi l’adolescente – mia madre non sapeva nulla della prostituzione. Pensava che spacciassi. Per un periodo le ho dato cento euro al giorno, ma solo perché era in difficoltà economica. E quando mi spronava a muovermi, come risulta dalle intercettazioni, lo faceva per mandarmi a scuola e non ai Parioli».
«Mi piaceva l’idea di fare tanti soldi e farli in modo rapido e senza faticare troppo», ha sostenuto Agnese davanti al gip Maddalena Cipriani. «Ho visto che la mia amica si poteva permettere tutto. Acquistava vestiti di marca e cellulari di ultima generazione: volevo farlo anche io». «Ai clienti che mi chiedevano l’età dicevo di avere 18, 19 anni. A conoscere la verità credo fosse solo Mirko Ieni. Lui dovrebbe averlo intuito». Con l’incidente probatorio delle due ragazze (Angela, la più grande 16 anni, è stata sentita due giorni prima) si avvia alla chiusura il primo filone di inchiesta sul giro delle baby squillo. Il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il sostituto Cristiana Macchiusi potrebbero chiedere il giudizio immediato per i cinque arrestati e per i primi clienti identificati. L’unico indagato che potrebbe uscire di scena è Patrizio Plos. Angela lo ha detto chiaramente: «Lui non era un cliente. Abbiamo avuto una storia. E non ne voglio parlare». E il passaggio di uno spinello e di una dose di coca non erano il pagamento.

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“I nostri figli non si drogano”: la polizia mostra loro le foto in Facebook…

festine-droga-tuttacronacaAlcuni ragazzi delle città a sud di Ancona ricevevano in regalo, da parte di amici in gita in Olanda, dosi di stupefacenti acquistate nei coffee shop. Il fatto è finito la centro dell’inchiesta dei regalini alla droga da Amsterdam, che presenta interessanti retroscena. Come racconta il Messaggero, tra questi, anche il fatto che i genitori non credano che i figli adolescenti facciano uso di droghe e si convincano solo quando la polizia mostra loro le immagini postate dai ragazzi su Facebook che li ritraggono in pieno sballo, mentre fumano hashish e marijuana. I giovani erano convinti, sostengono gli stessi, che essendo sostanze in libera vendita il loro comportamento non fosse reato. Spiega ancora il quotidiano:

L’inchiesta è destinata ad allargarsi e coinvolgere studenti di altre città a sud di Ancona. Ai cinque universitari di Osimo e Castelfidardo di 21 anni denunciati per spaccio, potrebbero affiancarsi nuovi indagati. La Polizia sta mettendo in controluce la ragnatela di rapporti che il quintetto aveva intessuto con i coetanei. Il gruppo è, infatti, composto da un trentina di studenti, residenti in varie città della Valmusone. I cinque raggiunti da avviso di garanzia sono tutti ragazzi benestanti, di buona famiglia. Ma nei mesi scorsi anche i loro altri amici erano partiti in mini comitive di 5 o 6, alla volta di Amsterdam.

Gli investigatori sospettano, pertanto, che non siano stati i soli ad aver escogitato il trucco di utilizzare la Posta per recapitare il “fumo” a casa degli amici. Il Commissariato di Osimo per ora ha intercettato alcuni plichi, sequestrando 6-7 dosi e risalendo ai mittenti della lettere olandesi grazie anche agli elementi di prova forniti dai social network. Certo la vicenda ha lasciato un retrogusto di amarezza ai genitori dei 21enni: disorientati ma scettici alle parole dei poliziotti, si sono dovuti ricredere davanti alle foto postate su facebook che ritraevano i loro ragazzi supini intenti a fumare un narghilè.

Morto il giudice del caso Cesaroni, la compagna chiede un’inchiesta

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Antonio Cappiello, fu il giudice che indagò sull’omicidio di Simonetta Cesaroni in via Poma, ed è morto il 30 novembre. Cappiello era in coma da 80 giorni dopo esser stato sottoposto a un intervento chirurgico nella clinica Quisisana. Ora Rita Caltagirone, compagna di Cappiello, ha chiesto di fare luce sulle circostanze della morte del giudice e un’inchiesta per omicidio colposo è stata aperta.

Giulio De Santis sul Corriere della Sera scrive:

“Il pm Claudia Alberti dovrà chiarire cosa sia successo dopo la denuncia presentata dalla convivente di Cappiello, Rita Caltagirone: è stata lei a sostenere che l’operazione si era svolta con una tecnica non invasiva perché non prevedeva l’incisione con il bisturi. Subito dopo l’intervento, la toga aveva ripreso conoscenza nella sala «risveglio» e aveva dato l’impressione di essere in buona salute. Poi nel quarto d’ora successivo, il contrattempo che ha provocato danni irreversibili al cervello”.

Il fascicolo sull’intervento era stato aperto lo scorso settembre, ma le accuse erano di lesioni colpose:

“Questa mattina il pm conferirà l’incarico per lo svolgimento dell’autopsia necessaria per tentare di chiarire le cause della tragedia. L’inchiesta è stata aperta a metà settembre e fino allo scorso weekend il procedimento è rimasto rubricato con l’accusa di lesioni colpose gravissime senza indagati. Il decesso del giudice ha imposto la modifica del titolo di reato”.

La carriera di giudice di Cappiello è stata lunga prima del pensionamento nel 2011, scrive De Santis:

“Nel corso della lunga carriera, Cappiello – andato in pensione nel 2011 – ha ricoperto diversi ruoli nella funzione di magistrato giudicante: negli anni novanta è stato giudice delle indagini preliminari, poi è diventato presidente della quinta sezione collegiale e, infine, è stato nominato presidente della Corte d’Assise d’Appello. Oltre a prosciogliere Valle dall’accusa di omicidio e il portiere Pietro Vanacore dal favoreggiamento per il delitto di via Poma, Cappiello è stato anche il gup che nel 1995 ha prosciolto l’ex presidente della Suprema Corte Corrado Carnevale dall’accusa di abuso d’ufficio contesta dalla Procura per il sospetto di aver manovrato processi in Cassazione. Nel 2005 come presidente della Corte d’Assise d’Appello ha anche assolto i generali dell’aeronautica Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, accusati di alto tradimento per i presunti depistaggi sulla strage di Ustica”.

Guai per il Trota: indagato per la laurea in Albania

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 Samjr Tahiri, ministro dell’Interno albanese, ha parlato ai microfoni di Radio 24 dell’inchiesta sugli studenti fantasma degli atenei privati albanesi, dove anche il Trota, il figlio di Umberto Bossi, avrebbe conseguito nel settembre del 2010 la laurea triennale in Gestione Aziendale presso la Facoltà di Economia dell’università privata Kristal, a Tirana. “Sono una decina gli studenti italiani indagati a Tirana, per aver conseguito una laurea senza aver mai seguito le lezioni nelle università private albanesi”. Il ministro ha spiegato: “Non vogliamo il turismo delle lauree comprate, questi studenti fantasma sono indagati per corruzione, abuso d’ufficio e altri reati”, sottolineando che “anche Renzo Bossi è uno dei casi”.  A Tirana, il Governo ha avviato un’operazione di verifica di qualità sul business degli atenei privati aperti. Al riguardo Tahiri dichiara: “Affidiamo ad una società internazionale di valutazione di verificare gli standard di qualità degli atenei. Gli studenti fantasma sono un danno per tutti. Sono meno di dieci gli studenti italiani su cui stiamo indagando, hanno preso la laurea in Scienze sociali senza essere venuti neanche un giorno”. Alla domanda se gli indagati potranno vedersi revocato il titolo, il ministro ha precisato: “Quella sarà una decisione amministrativa. Noi stiamo indagando anche su quanti vanno all’estero per individuare le persone che vogliono questa laurea e pagano”.

Federico Perna, morto in carcere a 34 anni. Aperta un’indagine interna

federico-perna-tuttacronacaL’8 novembre moriva nel carcere di Poggioreale, in provincia di Trapani, Federico Perna e ora la madre, Nobilia Scafuro, chiede di conoscere la verità, dopo aver denunciato delle anomalie e il fatto di non aver ricevuto risposte. Il ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri, attraverso il capo del Dap Giovanni Tamburino, ha disposto una “rigorosa indagine amministrativa interna” al riguardo. Il guardasigilli, che ha espresso “le sue condoglianze e la sua personale vicinanza alla mamma del giovane”, “auspica che sulla vicenda sia fatta completa chiarezza, assicurando la massima collaborazione alla Procura della Repubblica che ha già avviato una sua inchiesta”. Dal canto suo la madre di Perna ha fin da subito raccontato una storia che lei ritiene essere piena di punti bui, sia per quello che riguarda i momenti successivi alla morte che, soprattutto, quelli precedenti, quando il 34enne stava male e forse, denuncia la donna,  qualcuno non ha fatto quello che doveva fare. L’uomo, racconta la madre, aveva bisogno di un trapianto di fegato e da giorni perdeva sangue dalla bocca quando tossiva. Si trovava nel Padiglione Avellino, cella numero sei, insieme ad altre undici persone. “Federico non doveva restare in carcere, ma essere ricoverato in ospedale: aveva bisogno di un trapianto ed era stato dichiarato incompatibile con la detenzione da due diversi rapporti clinici, stilati dei Dirigenti Sanitari delle carceri di Viterbo e Napoli Secondigliano – questo il racconto della mamma pochi giorni dopo la morte del figlio – Invece, da Secondigliano è stato trasferito a Poggioreale, dove le sue condizioni di salute si sono ulteriormente aggravate: sputava sangue, letteralmente, e chiedeva il ricovero disperatamente da almeno dieci giorni lamentando dolori lancinanti allo stomaco”. La famiglia ha appreso della sua morte “da una lettera di un compagno di cella”. “Non sappiamo nemmeno dove sia morto, perchè le versioni sono diverse – la denuncia della mamma – ci dicono che è morto nell’infermeria del carcere di Poggioreale, di attacco cardiaco e senza la possibilità di essere salvato con il defibrillatore, poi ci dicono che è morto in ambulanza, poi ancora che è morto prima di essere caricato in ambulanza o addirittura in ospedale, e anche su questo ci hanno nominato più di una struttura possibile”.

Creduto morto, respira ancora all’arrivo del medico legale

creduto-morto-tuttacronacaUn 79enne di San Vito, frazione di Rimini, si è sparato un colpo alla testa nella sua abitazione. L’uomo è stato creduto morto ma, all’arrivo del medico legale, era ancora vivo e il dottore ha richiamato l’ambulanza. A quel punto, però, per l’anziano era troppo tardi: è deceduto prima del trasporto in ospedale. Ora sarà un’inchiesta dell’Asl della città romagnola a fare luce sull’accaduto, aperta per accertare il rispetto delle procedure da parte del personale sanitario. Il medico del 118 aveva accertato gravi lesioni cerebrali, irreversibili, e il decesso del paziente, chiamando quindi il medico legale, il quale però ha constatato che l’uomo respirava ancora.

Quei fondi pubblici regionali usati per comprare 90 maialini

maialini-fondi-pubblici-tuttacronacaE’ la procura di Cagliari, che sta indagando sui fondi ai gruppi del Consiglio regionale della Sardegna, a ritenere che il consigliere Pdl Sisinnio Piras avrebbe usato 24mila euro di fondi pubblici destinati ai gruppi politici per offrire 90 maialetti durante sei convegni su temi medico-sportivi e sull’obesità. Inoltre, sarebbe stato lo stesso consigliere Piras, attraverso la sua azienda agricola, a bandire le tavole con i maialetti. Come riporta La Nuova Sardegna, ora il pubblico ministero Marco Cocco vuole però arrivare a capire se cene e buffet si siano svolti realmente, o non siano piuttosto un’invenzione del consigliere regionale per giustificare spese incompatibili con la destinazione dei fondi pubblici. Quello che non convince è “il fatto che dei convegni non sembra esserci traccia, malgrado risalgano ad appena tre anni fa. Poi le attrezzature di accoglienza. Risulta che ad ogni appuntamento abbiano partecipato circa trecento persone, ma quando la polizia giudiziaria ha chiesto dove si trovassero le sedie usate in quei giorni, tra gennaio e aprile del 2010, la risposta è stata sconcertante: ‘Se le portavano da casa’”.Lo stesso quotidiano parla anche di altri aspetti emersi durante l’udienza del riesame, dove sono state valutate le ordinanze di misura cautelare in carcere per tre indagati.

Al centro della discussione le esigenze cautelari ordinate dal gip Giampaolo Casula per Mario Diana (Pdl), Carlo Sanjust (Pdl) e Riccardo Cogoni (l’imprenditore accusato di coprire i politici con fatture di comodo), tutti indagati per concorso in peculato aggravato. Il pm Cocco ha riferito che Onorio Petrini, altro indagato, fra le dichiarazioni spontanee rese in Procura ha sostenuto che Cogoni collaborava anche con altri gruppi politici. Ci sono documenti chiari a confermarlo. Ma se per l’accusa è provato che l’imprenditore cagliaritano forniva al Pdl fatture di comodo, rivolte a coprire spese illegittime, i servizi prestati dalle sue quattro società agli altri gruppi sono oggetto di indagine. Ecco perché – secondo il pm – Cogoni, così come Diana e Sanjust, deve restare in carcere. Se tornasse in libertà potrebbe far sparire documenti utili alla Procura.

Il gip ha disposto oggi gli arresti domiciliari per Cogoni.

Ecclestone confessa: “Ho pagato tangenti a Prost e Jordan”

bernie-ecclestone-tuttacronacaBernie Ecclestone l’ha ammesso: bustarelle milionarie l’hanno aiutato a mantenere il controllo sul circus della Formula Uno. Delle tangenti hanno beneficiato anche alcuni dei protagonisti più in vista di quel mondo, come Alain Prost e Eddie Jordan, il cui consenso Ecclestone ha letteralmente comprato con una regalia da 10 milioni di dollari. Al riguardo, Ecclestone ha specificato: “Pagata direttamente sul loro conto corrente privato, non su quello delle scuderie che rappresentavano”. Come spiega La Stampa:

Ma più che un pentimento, quella del patron della F1 assomiglia molto ad un’ammissione di colpevolezza fuori tempo massimo. E oggi forse anche superflua, dal momento che la sua integrità nel paddock è sempre stata considerata inversamente proporzionale al talento di businessman. Ciononostante le sua dichiarazioni, raccolte dall’Alta Corte di Londra, sono destinate a far rumore. E non poco, considerato il peso specifico dei personaggi tirati in ballo: Prost, Jordan e Tom Walkinshaw (i primi due ex team principal delle omonime scuderie, il terzo a capo della Arrows). L’episodio – rivelato dallo stesso Ecclestone – risale al 1998 quando si discuteva il rinnovo del «Patto della Concordia» tra la società di marketing di Ecclestone, la Federazione Automobilistica Internazionale e ile scuderie partecipanti al mondiale. Per convincere alcuni team ad accettare la sua proposta economica Ecclestone non ha dunque esitato ad aprire la sua cassaforte personale, comprandosi così il voto dei rispettivi team principal. Secondo la testimonianza di Ecclestone, sia Jordan (oggi opinionista della Bbc) che Prost, quattro volte campione del mondo, hanno accettato i versamenti provenienti dalla Valper Holdings, una sussidiaria della Bambino Holdings, il trust della famiglia Ecclestone. «Ma non bisogna considerarla una tangente perché nessuno dei tre era un dirigente né ricopriva cariche pubbliche. E non so che fine abbiano fatto quei soldi. Io li ho pagati perché accettassero la mia proposta», si è giustificato Ecclestone. Il patron della F1 ha raccontato l’episodio nell’ambito del processo che lo vede imputato di corruzione nei confronti del banchiere Gerhard Gribkowsky al fine di indirizzare a proprio favore la vendita dei diritti commerciali della Formula 1.

LE 1000 MORTI DI CANCRO A SAVONA, fanno aprire l’inchiesta per Tirreno Power

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Sono arrivate a 1000 nella provincia di Savona le morti per cancro da quando la centrale Tirreno Power è arrivata a Vado Ligure. Questo è il dato esaminato dagli dai consulenti della procura di Savona nell’ambito dell’inchiesta coordinata da Francantonio Granero e Chiara Maria Paolucci. L’azienda è stata quindi messa sotto inchiesta per le emissioni di polveri bianche e rosse che sembrerebbero fuoriuscire dalla centrale a carbone.

I reati ipotizzati dai magistrati nel fascicolo aperto, per ora contro ignoti, sarebbero di disastro ambientale e, più difficile da dimostrare, di omicidio colposo, spiega Giovanni Ciolina su Il Secolo XIX:

“Se i consulenti della procura sono infatti sicuri di poter sostenere la responsabilità dell’impianto a carbone vadese nell’aumento della mortalità per cause tumorali, altrettanto difficile per gli inquirenti appare abbinare il nome di una vittima ad un caso specifico. In sostanza la procura sottolinea come le emissioni inquinanti abbiamo contribuito ad aumentare la mortalità, ma senza essere ancora in grado di individuare un caso specifico di decesso per tumore, la cui insorgenza possa essere attribuita con certezza solo alle emissioni e non anche ad altre cause (familiarità, fumo ecc.)”.

Dopo circa due anni di indagini sul caso Tirreno Power la procura rimane cauta perché teme fughe di notizie prima che le indagini siano del tutto concluse:

“Il sostituto procuratore Chiara Maria Paolucci starebbe aspettando ancora alcune relazioni investigative della polizia giudiziaria, considerate indispensabili alla conclusione dell’inchiesta e alla identificazione di eventuali responsabili da iscrivere nel registro degli indagati per disastro ambientale, la tesi accusatoria più concreta e considerata più “solida” giuridicamente. Così come, peraltro, era successo per una precedente inchiesta sulle sacche di sangue infetto condotta proprio dal procuratore Granero, quando gli investigatori erano riusciti a stabilire l’infezione dei pazienti, ma non la certezza della morte di uno di loro per quel fatto”.

Se dopo anni di studi, anche si licheni, l’inquinamento nella zona di Vado Ligure è stato confermato, la Tirreno Power ha respinto le accuse:

“In questi anni, l’azienda si è sempre difesa sostenendo la non completa affidabilità dei dati e manifestando il totale impegno ( con interventi specifici) a ridurre l’emissione di qualsiasi polvere che possa provocare danni di qualsiasi tipo alla popolazione del savonese. In ballo ci sono centinaia di posti di lavoro e quindi la prudenza è d’obbligo, ma l’influenza delle eventuali emissioni sulla salute pubblica non può certo essere sottovalutata nell’analisi del caso Tirreno Power”.

 

I marò non hanno risposto alle domande della polizia indiana?

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In esclusiva sul quotidiano indiano Hindustan Times è uscita a notizia secondo cui Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si sarebbero rifiutati di rispondere alle domande della polizia indiana (Nia) durante un incontro che si sarebbe tenuto nel mese scorso. La polizia aveva convocato i fucilieri per registrare le loro dichiarazioni, ma entrambi, su consiglio dei loro legali, si sarebbero rifiutati di rispondere.

”L’indagine ha stabilito – ha ancora detto la fonte – che quel 15 febbraio 2012 c‘è stato un tiro al bersaglio. Un pescatore è stato colpito alla testa, un altro al cuore. Noi – ha sottolineato – vogliamo sapere quello che ha spinto i marò a sparare ai due pescatori”. Il quotidiano aggiunge che ora la Nia vuole ascoltare gli altri quattro marò che si trovavano nel team della sicurezza a bordo della Enrica Lexie perché si tratta di testimoni centrali dell’incidente. ”Ma l’Italia non li ha per il momento mandati in India – ha concluso la fonte – nonostante una assicurazione fornita alla Corte Suprema di metterli a disposizione quando necessario. Abbiamo chiesto al ministero degli Esteri di sollevare la questione con l’Italia”.

La Bonino cosa risponderà? Piegheremo ancora la testa e consegneremo altri nostri militari? Magari anche un intero corpo di Marina? Perché passano i mesi e per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone cala il silenzio sulla stampa italiana?

 

Importati tessuti umani? Torino apre un’inchiesta

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La Procura di Torino ha aperto un’inchiesta contro ignoti per violazione dell’articolo 27 del decreto legislativo 191 del 2007, che prevede che ”salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque preleva, procura, raccoglie, conserva, lavora, distribuisce cellule e tessuti destinati all’applicazione sull’uomo, nonché prodotti fabbricati derivati da tessuti e cellule umani destinati ad applicazioni sull’uomo è punito con l’arresto da uno a tre anni e con l’ammenda da 5.000 a 15.000 euro”. I tessuti umani sarebbero stati importati dall’estero attraverso ditte private  e, secondo quanto scoperto dal pubblico ministero Raffaele Guariniello, tali importazioni avrebbero portato a violare i principi stabiliti in materia dall’Unione Europea, che costituiscono il fulcro della legislazione italiana: gratuità, tracciabilità ed autosufficienza nazionale.

In particolare a  5 ditte, che avrebbero avuto il ruolo di intermediari, viene contestato il reato di importazione di tessuti umani donati e utilizzati per prodotti chirurgici e odontoiatrici che non sarebbero transitati all’interno di strutture pubbliche come le Banche dei tessuti, ma che sarebbero invece state direttamente importate dall’estero, rendendo così le ditte di intermediazione veri e propri monopoli. 

Il ministro degli Esteri indiano sui due marò

marò-tuttacronacaDopo le affermazioni di questa mattina di Emma Bonino, il ministro degli Esteri indiano, Salman Khurshid, ha dichiarato all’ANSA: “Sono contento che da parte italiana ci sia una migliore comprensione e spero che tutti questi nostri sforzi portino a una decisione veloce” da parte del tribunale ad hoc incaricato di giudicare i due marò.

Emma Bonino fiduciosa: marò a casa entro Natale?

bonino-marò-tuttacronacaIl ministro degli Esteri Emma Bonino si è detta “molto fiduciosa” per quello che riguarda la vicenda dei due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, alla quale “stiamo lavorando”. La nuova svolta potrebbe riportarli in Italia entro Natale. La Bonino ha spiegato: “Ho potuto riscontrare da parte delle autorità politiche indiane grande desiderio di chiudere in modo rapido ed equo per tutti questa vicenda. Non demorderemo”. Ha quindi aggiunto che l’inviato speciale del governo, Staffan De Mistura, “è appena rientrato ma tornerà” in India “ancora prima delle vacanze”. Ha quindi concluso: “Credo che la costanza ci premierà e soprattutto riporterà a casa i marò con le loro famiglie”. Anche il ministro della difesa Mario Mauro è entrato nel merito: “Sono arrivate indicazioni confortanti. Per il nostro governo il caso è una priorità e non avremo assolto al nostro compito se non risolvendolo. Serve estrema attenzione e discrezione”.

I guai del patron della Formula 1: Ecclestone indagato

ecclestone-incriminato-tuttacronacaIl patron della F1, incriminato dalla procura di Baviera, è chiamato a rispondere davanti ai giudici di corruzione dell’ex banchiere Gerhard Gribkowsky. L’ambito dell’inchiesta riguarda la vendita dei diritti del circus detenuti dalla Bayern-LB. L’accusa per “Nonno Bernie” è di aver pagato 44 milioni di dollari l’ex banchiere tedesco Gerhard Gribkowsky al fine di convincerlo a cedere i diritti alla CVC, il fondo d’investimenti britannico di cui lo stesso Ecclestone è direttore esecutivo. L’inchiesta, partita nel 2011, aveva già portato a una condanna a otto anni e mezzo di carcere per Gribkowsky, che ha confermato di aver ricevuto il denaro da Ecclestone nel 2006 e 2007. Ora si aggiunge un elemento, portato alla luce dall’accusa, una tangente che Ecclestone avrebbe pagato attraverso una fondazione a nome della moglie e alcune società fantasma domiciliate ai Caraibi e nell’Oceano Indiano. Senza contare che, nel periodo relativo al pagamento, Gribkowsky non avrebbe potuto ricevere denaro in quanto dipendente di una banca pubblica. La versione di Ecclestone, che ha sempre negato ogni coinvolgimento, è di aver girato dei soldi all’ex banchiere che aveva minacciato di ricattarlo.

De Mistura: tempi brevi per il processo ai marò

marò-india-tuttacronacaL’inviato speciale del governo Staffan De Mistura, a New Delhi per la questione dei marò, ha assicurato che:  “I tempi del processo non saranno lunghi, ma è necessario agire con calma e seguendo una strategia chiara che porterà a una soluzione che, come mi è stato detto da parte indiana, sarà equa e rapida”. De Mistura ha quindi aggiunto che: “Tutto indica un volontà di finire l’inchiesta a carico di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in agosto”.

Ecco le prove dell’innocenza dei marò?

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Mario Mauro, ministro della Difesa,  si auspica che i marò possano scontare la pena in Italia. Il ministo degli Esteri, Emma Bonino, appena qualche giorno fa, aveva affermato che si poteva arrivare a una   soluzione “rapida e giusta” alla vicenda che si protrae da un anno e mezzo. I marò sono in India e sottoposti a una corte indiana,  che in base al diritto internazionale non può essere il giudice naturale per un fatto avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane. Questi sono i fatti di un agghiacciante caso internazionale in cui l’Italia ha mostrato tutta la sua debolezza e inadeguatezza per difendere Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

 Ora altri documenti emergono e sembrano provare la piena innocenza dei marò. Innocenza che noi di Tuttacronaca abbiamo già ampiamente espresso anche in articoli precedenti. Oggi è il Tg Com a riportare una possibile dinamica dell’incidente che scagionerebbe completamente i due militari italiani:

Tra le 16 e le 16.30 – ora indiana – la Enrica Lexie è avvicinata da un’imbarcazione sospetta. Non ricevendo risposta a segnalazioni luminose e acustiche, il team dei fucilieri di marina a bordo spara dei colpi in acqua, mentre l’equipaggio viene fatto riparare nei locali blindati della cosiddetta “cittadella”. L’imbarcazione sospetta cambia rotta e si allontana. Nella circostanza il comandante Vitelli lancia l’allarme SSAS Alert, che avvisa in tempo reale, tra gli altri, anche la Guardia Costiera indiana.

Alle 19.16 il comandante Vitelli invia una mail riferendo l’accaduto allo MSCHOA del Corno d’Africa e all’UKMTO (UK Maritime Trade Operations). La Guardia Costiera indiana riceve copia della mail. Alle 23.20 il peschereccio St Anthony rientra nel porto di Neendankara. A bordo di sono due pescatori uccisi da colpi d’arma da fuoco. Il capitano e armatore Freddy Bosco dichiara alle televisioni che l’incidente di cui sono state vittime è avvenuto intorno alle 21.30. E conferma di aver allertato immediatamente, via radiotelefono la Guardia Costiera indiana.

Alle 21.36 la Guardia Costiera indiana si è messa per la prima volta in contatto con la Enrica Lexie, invitandola a rientrare a Kochi . Con tutta evidenza ha avuto notizia da pochi minuti dei due morti, e ha collegato il fatto con la notizia dell’incidente della Lexie.

Alle 22.20 la nave greca Olympic Flair comunica all’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale) di aver subito un attacco da due imbarcazioni pirata, che desistono davanti all’allerta dell’equipaggio. Che non ha subito danni, specifica il messaggio. La Guardia Costiera indiana a questo punto ha sul tavolo tre fatti: un incidente avvenuto alle 16.30 – la Lexie – due pescatori uccisi alle 21.30, un altro incidente avvenuto prima delle 22.20. Ma ha anche a disposizione la Lexie che sta rientrando a Kochi, mentre la nave greca è ben lontana. E si getta sulla prima pista, nonostante una differenza di cinque ore tra i due primi incidenti, e la sovrapposizione degli ultimi due (Attacco alle 21.30 secondo Bosco, allarme Olympic Flair 50 minuti dopo).

Come mai la nave greca viene lasciata andare e ci si accanisce su quella italiana? Forse un errore in buona fede oppure una speculazione politica alla vigilia di una campagna elettorale? Serviva un capro espiatorio e si aveva solo l’imbarcazione italiana a cui attribuire l’incidente? La verità è difficile da definire e si spera che la giustizia possa davvero far chiarezza su questa vicenda che sta assumendo sempre più i contorni di un agghiacciante labirinto kafkiano.

Secondo il Tg Com poi:

Un’ipotesi che possiamo avanzare è che intorno alle 21.30, in condizioni di oscurità, il mercantile greco venga attaccato da un’imbarcazione pirata. Nei pressi, sfortunatamente, c’è il St Anthony. I greci scambiano le due imbarcazione come parti di un unico attacco pirata. Il St Anthony viene preso nel mezzo (ciò che spiegherebbe la singolar inclinazione dei colpi finiti sul peschereccio, conficcatisi con traiettoria non inclinata, come i colpi che si sparano da una grande petroliera verso un barchino, ma quasi orizzontali). Chi potrebbe aver sparato dall’Olympic Flair ? A fatica i greci hanno ammesso che a bordo c’era un team di una security ellenica, la Diaplous. Secondo fonti greche, un team senza armi. Improbabile, e se fossero stati armati, avrebbero avuto armi con calibro Nato.

Al di là di ogni valutazione c’è un dato di fatto che emerge e che difficilmente potrà essere modificato: 5 ore tra i due incidenti. Un lasso di tempo ampio in cui sembrerebbe naufragare la diplomazia italiana e la giustizia indiana. E la vita dei due militari italiani non è forse diventata una merce di scambio per gli interessi internazionali?  

“Offshoreleaks”: lo scandalo fiscale di rilevanza mondiale

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Lo “scandalo fiscale planetario”, come lo definiscono alcune fonti giornalistiche francesi, coinvolge personaggi di vertice in tutto il mondo, Italia inclusa. Se le rivelazioni sui conti esteri di alcuni politici francesi sono stati resi noti, questa è solo la punta dell’iceberg di Offshoreleaks, e già i potenti tremano. Alcuni giorni fa l’ex ministro del Bilancio francese, Jerome Cahuzac, aveva ammesso, durante un interrogatorio davanti ai giudici, di avere trasferito fondi ‘neri’ per 600mila euro circa su un conto in Svizzera. Ora il quotidiano d’oltralpe Le Monde ha già reso noto che Jean-Marc Augier, uomo d’affari nel mondo dell’editoria nonchè tesoriere di Hollanda durante l’ultima campagna elettorale, è azionista di due società offshore alle isole Cayman. Nel frattempo, nel rapporto del consorzio investigativo Icij sui paradisi fiscali si legge che che ”Funzionari governativi e loro familiari e associati in Azerbaijan, Russia, Canada, Pakistan, Filippine, Thailandia, Canada, Mongolia e altri Paesi si sono uniti per l’uso di compagnie private e account bancari”. E ancora: “I super-ricchi hanno usato strutture offshore per possedere ville, yacht, capolavori artistici e altri beni guadagnando vantaggi fiscali nell’anonimato non disponibile per la gente comune”. Sempre grazie alle prime indicazioni dell’Icij, si scopre anche che “Molte delle grandi banche – incluse Ubs, Clariden (Credit Suisse) e Deutsche Bank – hanno lavorato aggressivamente per fornire ai propri clienti compagnie coperte dal segreto alle Virgin Islands e altri paradisi fiscali”.

Se nei prossimi giorni verranno pubblicati i risultati dell’investigazione, in Italia L’Espresso renderà noti venerdì duecento nome di italiani a cui appartengono conti bancari sospetti in Paesi fiscalmente opachi e “clementi” con i propri correntisti. La prima parte dell’inchiesta del settimanale vede al centro del mirino Gaetano Terrin, ex commercialista dello studio Tremonti; Fabio Ghioni, hacker dello scandalo Telecom; un sistema finanziario che coinvolge tre famiglie di imprenditori e gioiellieri lombardi e un trust diretto da Oreste e Carlo Severgnini, i commercialisti milanesi che hanno incarichi professionali nei principali gruppi italiani.

E’ stato il quotidiano svizzero Le Matin a ricostruire la genesi dell’inchiesta, che ha coinvolto anche 86 giornalisti di tutto il mondo, iniziata quando l’Icij di Washington è entrato in possesso di oltre 2,5 milioni di file che rivelano i conti segreti e le transazioni nascoste nei “forzieri” dei grandi ricchi del mondo tra cui 4mila americani, ma anche oligarchi russi, uomini d’affari orientali e politici di tutto il mondo. Alcuni nomi presenti nelle liste sono quelli del presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev e sua moglie Mehriban, la moglie del vicepremier russo Igor Shuvalov e due top executive di Gazprom, la ex first lady filippina Imelda Marcos nonchè collezionista d’arte spagnola baronessa Carmen Thyssen-Bornemisza, oltre a decine di americani, tedeschi e svizzeri.

Sull’Ospite del San Raffaele si abbatte anche la procura di Napoli!

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La Procura di Napoli ha chiesto il giudizio immediato nei confronti di Silvio Berlusconi nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta compravendita di senatori. Analoga richiesta è stata formulata per il sen. Sergio De Gregorio e l’ex direttore dell’Avanti, Valter Lavitola. Il reato ipotizzato è di corruzione.

Tutta la magistratura al capezzale di Silvio Berlusconi?

L’inchiesta Mps si sposta in Svizzera… ed emergono le cause del suicidio di Rossi!

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Ieri i funerali, oggi indiscrezioni e nuove piste per gli inquirenti. Analizzando alcuni aspetti tecnici, quali tabulati telefonici, files sull’hard disk e pen drive, gli inquirenti avrebbero compilato un fascicolo ipotizzando l’istigazione al suicidio. Sembra infatti che David Rossi non fosse a conoscenza della decisione del Cda di avviare una causa civile di risarcimento (circa 1,2 miliardi di euro) contro le banche Nomura e Deutsche Bank. Venuto a conoscenza indirettamente, Rossi si sarebbe confidato con qualcuno, le ipostesi sono le più varie, che a sua volta abbia inviato la notizia al Sole 24ore. A questo punto la banca Nomura invia un fax a Londra per bloccare la giurisdizione inglese e non risarcire Mps.

Al vaglio degli inquirenti ora è il filone principale dell’inchiesta sull’Istituto di credito senese, in particolare sull’acquisizione dell’Antonveneta,  sui derivati tossici, sui meccanismi di controllo politico delle nomine nella Fondazione e della gestione e amministrazione della banca stessa. Ma chi è la vera anima nera di Mps? Sembra che ormai non ci siano dubbi, dovrebbe trattarsi proprio di Gianluca Baldassarri che viene indicato come l’ispiratore dell’associazione a delinquere e colui che avrebbe manovrato il presidente Giuseppe Mussari nonchè l’amministratore delegato Antonio Vigni.
Quello che emerge chiaramente, dopo le ultime settimane di indagini, è quell’accordo politico di divisione dei “posti chiave” all’interno di Mps operato da Pd e Pdl. Una ripartizione studiata a tavolino, in cui la politica è entrata prepotentemente nel sistema bancario sovvertendo completamente le mansioni e sottomettendo la finanza a logiche di partito.

La vera sorpresa è che Baldassari, a cui è stato anche confermato il carcere a Solliciano per associazione a delinquere, truffa e ostacolo alla Vigilanza, è indagato anche in Svizzera per riciclaggio.

E’ notizia delle ultime ore che le autorità svizzere avrebbero congelato le disponibilità economiche dell’ex dirigente Mps e ora la Procura di Siena attiverà le rogatorie per recuperare. Intanto i confini dell’inchiesta si allargano, sotto esame tornano i bilanci di Mps perchè ora da parte dei pm Natalini, Grosso e Nastasi c’è il sospetto ceh altri titoli e altri derivati possano aver provocato ammanchi consistenti nelle casse della banca senese. In particolare si parla di Casaforte, Chianti classico, Nota Italia, Patagonia e Anthracite. Sotto la lente degli inquirenti sono state iscritte anche altre cinque società di intermediazione i cui nomi non sono stati resi noti. Quindi lo scandalo non è più limitato a Lutifin ed Enigma. Si è scoperto anche che Baldassari avesse già in programma di fuggire all’estero e nell’attesa di spiccare il volo aveva preso un alloggio segreto a Milano che non conosceva neppure la sua compagna.

 

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Escort e Berlusconi? NOOOOOOOOO!

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