La morte misteriosa: il decesso della hostess

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Nessun segno di violenza, nessuna malattia pregressa, nessun motivo per suicidarsi. Una morte avvolta nel mistero quella di Azzurra Matiddi, 24enne, hostess di terra per Alitalia che viveva in un appartamento a Fiumicino non lontano dallo scalo romano dove prestava servizio. La madre non riuscendola a contattare sin dalle prime ore del mattino, ha deciso poi di recarsi nell’abitazione della figlia in via Federico Martinengo. Qui la tragica scoperta, Azzurra era riversa a terra in bagno, vestita e senza apparenti ferite. La ragazza non soffriva di nessun disturbo, anche perché sarebbe stato evidenziato dalle visite mediche a cui devono sottoporsi anche le hostess di terra. Era una ragazza solare, senza apparenti motivi per tentare il suicidio. Una morte quindi avvolta nel mistero. Il magistrato della Procura di Civitavecchia ha affidato la salma all’Istituto di Medicina legale del Policlinico Umberto I: sarà, dunque, l’autopsia a svelare il mistero della morte della giovane.

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Sicurezza in volo? Ci pensa la Virgin a dare le istruzioni!

virgin-hostess-tuttacronacaSicurezza in volo? A rendere più piacevoli le “istruzioni” delle hostess ci ha pensato la compagnia aerea Virgin, che ha diffuso un video per la sicurezza durante il volo. Un modo per far sì che i passeggeri apprendano le procedure di sicurezza quando spesso ignorano quello che spiegano le stesse hostess. Ecco il video perfetto per catturare l’attenzione, con 36 ballerini e partecipanti di So You Think You Can Dance e American Idol che cantano e ballano per circa 5 minuti.

Il sindaco di Taranto ha le veline?

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Taranto, città dilaniata dall’inquinamento ambientale e con problematiche complesse ha dovuto anche assistere, durante la presentazione del programma natalizio nella città jonica, alla comparsa di due “veline”. Due hostess che in minigonna, scollatura e fiocco rosso, sono state poste di fianco al tavolo, accanto al sindaco Ippazio Stefano, all’assessore alle Attività produttive Cisberto Zaccheo, a quello delle Politiche giovanili e sport Gionatan Scasciamacchia, e al dirigente dell’Ufficio Sviluppo economico Carmine Pisano. la manifestazione che avrà il nome “A Natale regalati Taranto” conterà circa 70 appuntamenti distribuiti tra il 25 dicembre e Capodanno.

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Sexy doccia per due hostess della British Airways: il video diventa virale

hostess-british-tuttacronacaE’ il Daily Mail a riportare la notizia secondo la quale la British Airways avrebbe avviato un’inchiesta per verificare se tra i loro dipendenti ci siano anche due assistenti di volo che stanno rapidamente diventando famose in rete. Le due hostess, che indossano la divisa della compagnia di bandiera britannica, appaiono infatti in un video che le riprende mentre fanno una doccia e s’insaponano. Il filmato è diventato virale in brevissimo tempo facendo il giro del mondo.

Giallo in mare: hostess trovata morta nella sua cabina

titti-hostess-morta-tuttacronacaLavorava a bordo della Msc Preziosa la 27enne di Positano  (Salerno) Maria La Camera, trovata ieri sera nella sua cabina senza vita da alcuni colleghi che la stavano cercando perchè in ritardo a prendere servizio per il suo turno di lavoro. La nave su cui si trovava Titti, come la chiamano gli amici, ha attraccato questa mattina alle 11.30 al porto di Napoli, come da programma, in una delle tappe della crociera del Mediterraneo che tocca Marsiglia, Barcellona e Tunisi. La ragazza sarebbe morta mentre l’imbarcazione si trovava nei pressi di Genova e, stando al primo esame medico a bordo, si sarebbe trattato di aneurisma. E’ prevista per domani, al Policlinico di Napoli, l’autopsia.

“Parti in orario”, i cinesi pregano: i loro voli sono sempre in ritardo

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Ai cinesi non è rimasto altro da fare che pregare, i loro voli sono perennemente in ritardo. Così anche le hostess della Xiamen Airlines di affidano ai riti propiziatori.  Il cartello sull’altarino reca la scritta “parti in orario”… sperimo che qualche divinità li ascolti!

 

Ustica… il Mig23 libico cadde la notte della strage

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Il maresciallo Giulio Linguanti ha 76 anni e nel 1980 era forza al reparto del Sios Aeronautica nell’aeroporto di Bari. La sua memoria è limpida così come è logico il suo pensiero:

“Quando sarà, io me ne voglio andare con la coscienza a posto. Perché se lassù incontrerò anche uno solo di quegli ottantuno poveretti che stavano sull’aereo, non voglio che mi sputi in faccia”.

Nel 1982 Giovanni Spadolini parlò su Ustica:

“Risolvete il giallo del Mig23 e avrete trovato la chiave per scoprire la verità su Ustica”

E quella verità forse potrebbe conoscerla proprio Linguanti che per un mese, per ben due volte, organizzò sulle montagne della Sila il recupero del Mig23 libico. Lì i vermi lunghi cinque centimetri avevano fatto il nido nel cadavere già putrefatto del pilota, non precipitò il giorno del suo ritrovamento ufficiale (18 luglio) ma almeno tre settimane prima. Probabilmente il 27 giugno, la stessa sera dell’abbattimento del DC9 Itavia.

 Nell’intervista rilasciata dal maresciallo all’Huffington Post ripercorre quella ricognizione sulla Sila:

“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.

Si schiantò su un costone di roccia a strapiombo, l’aereo militare libico e per raggiungerlo il Linguanti camminò per   chilometri in mezzo a un bosco.

“Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto per dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Tornando in macchina verso il paese, lo dissi al colonnello Somaini. Li ha visti anche lei? Lui girò la testa vago, guardò il cielo e fece: mah, chissà da che parte è arrivato ‘st’aereo… E capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.

Prima di quell’estate, i libici Linguanti li aveva già visti volare e pure atterrare in tranquillità sul territorio italiano.

“Una volta ci ritrovammo una intera squadriglia di elicotteri di Gheddafi sull’aeroporto di Bari. Mandammo gli equipaggi in mensa e scattammo più foto che potevamo”.

Non fu un episodio isolato.

Secondo il maresciallo i piloti di Gheddafi si addestravano a Galatina alla scuola di volo dell’Aeronautica. I mig atterravano spesso, ma c’era il divieto di diffondere questa notizia, perché al tempo Gheddafi era un nemico italiano, ma soprattutto il numero uno dei nemici sia per francesi che per americani. L’Italia che ufficialmente era distante dalla Libia in realtà aveva molti interessi economici e più di una volta salvò la vita al comandante libico, forse anche la notte della strage di Ustica.

Il Linguanti ricorda ancora:

“C’erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l’era portata via”.

Chi la portò via? Non era facile scendere da quel punto tanto che il Genio fece uno sterrato per facilitare poi le operazioni.

Ma gli americani che ruolo ebbero? Racconta ancora l’Huff:

Altra storia quella dell’Americano spedito di corsa a ispezionare il relitto, che alcuni ritengono fosse il responsabile di una squadriglia di Mig “donati” da Sadat agli Stati Uniti dopo l’abbandono del padrinato sovietico. E altri pensano fosse il capostazione della Cia a Roma: Duane “Dewey” Clarridge, l’uomo che durante lo scandalo Iran-Contras (armi a Teheran in cambio di denaro per i controrivoluzionari in Nicaragua) stava per mandare a casa Reagan con un impeachment e fu graziato da George Bush senior il giorno prima di lasciare la Casa Bianca, l’uomo che secondo il Washington Post non lavorava per gli interessi degli Stati Uniti ma “solo per quelli della Cia”. In una intervista che gli avevo fatto a bruciapelo, Clarridge aveva messo in crisi la versione del governo italiano sulla caduta del Mig23 sostenendo di aver mandato i suoi uomini sulla Sila il 14 luglio, quattro giorni prima del ritrovamento ufficiale. Lo confermò anche a Priore, durante una rogatoria a Washington, ma ritrattò tutto nel processo contro i generali dell’Aeronautica accusati per depistaggio e poi assolti. Mostro a Linguanti la foto di Clarridge sull’Iphone. “È lui. L’ho portato io a vedere l’aereo. È rimasto un paio d’ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d’acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”.

Altri dettagli agghiaccianti riguardano il giorno dell’autopsia del cadavere del pilota. Fu dato ordine al maresciallo di fare una consegna “speciale” a un colonnello che veniva da roma a bordo di un elicottero proprio per prendere in consegna alcuni resti di quel cadavere.

“Mi diedero un barattolo pieno di formalina con dentro un dito e il pene di quel poveretto e un fumogeno per segnalare all’elicottero dove sarebbe dovuto atterrare. Mi dissero che servivano per le impronte digitali e per accertare se fosse circonciso. La cosa mi faceva un po’ schifo, trovai un pezzo di carta geografica e la arrotolai intorno al barattolo, accesi il fumogeno e per poco non prendeva fuoco il campo. L’elicottero arrivò, io consegnai il barattolo e ripartirono subito”.

Di quei resti poi non si è saputo più nulla… inghiottiti dal segreto di stato.

“Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell’aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato. Era caduto molto prima, la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l’Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”, così afferma Giulio Linguante.

Nel processo il maresciallo fu delegittimato in ogni modo, fu fatto a pezzi dagli avvocati della difesa, ma di su di lui il giudice istruttore Priore scrisse:

“Questo teste appare uno dei rarissimi che riferiscono fatti e notizie, mostrando ottima memoria e completo distacco all’Arma di appartenenza. Delle sue dichiarazioni dovrà tenersi conto in più occasioni, dalle considerazioni sullo stato del cadavere a quelle sul relitto”.  

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Hostess arrestata, aveva una pistola nel bagaglio

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Un hostess americana di circa 60 anni è stata arrestata all’aeroporto di Fiumicino, dopo che nel suo bagaglio è stata rinvenuta una pistola a tamburo smontata.  L’hostess ha soggiornato a Roma nei giorni in cui nella Capitale si è verificata una serie di gambizzazioni. I sospetti ora sono ricaduti sulla hostess, anche se al momento sono solo ipotesi e nessun dato è emerso che possa confermare la correlazione tra l’assistente di volo e i ferimenti avvenuti negli ultimi giorni a Roma.

La pistola a tamburo modello “Sig Sauer” calibro 40, è stata rinvenuta durante i controlli di sicurezza a cui la donna, J.J., è stata sottoposta come di routine. A insospettire gli agenti della polizia di frontiera dello scalo romano sono stati gli strani gesti della hostess che continuava a compiere nel suo bagaglio a mano.

Alle domande degli inquirenti, l’hostess ha risposto che l’arma l’aveva portata a Roma dagli Stati Uniti dove, stando al suo racconto, i controlli sugli equipaggi in partenza vengono fatti a campione.

La hostess è stata arrestata per porto d’arma abusivo e trasferita nel carcere di Civitavecchia. E’ stata aperta un’indagine per consentire agli inquirenti di fare ulteriori indagini sulla donna e sull’arma.

Sulla strage di Ustica qualcuno mente, ma chi? C’era una portaerei!

ustica

27 giugno 1980. Attorno alle 20.50 Domenico Gatti, comandante dell’aereo Dc9 I-Tigi decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a Punta Raisi, saluta, per quella che sarà l’ultima volta, i 77 passeggeri del volo e i suoi 3 colleghi. Alla vigilia del 33° anniversario della strage di Ustica, Stragi80.it, l’archivio storico-giornalistico creato dai giornalisti Daniele Biacchessi e Fabrizio Colarieti, ne ha pubblicato l’audio:

“Signore e signori, buonasera”, dice Gatti, “brevi informazioni sul volo dalla cabina di pilotaggio. Stiamo procedendo a una quota di 7500 metri e circa due minuti fa abbiamo lasciato l’isola di Ponza per volare in linea retta su Palermo, dove stimiamo di atterrare tra circa mezz’ora. Il tempo, procedendo verso sud, è in miglioramento. Per cui a Palermo è previsto tempo buono e visibilità ottima, temperatura di 22 gradi e leggero vento”.

Nessun problema quindi, dopo il ritardo di un paio d’ore con cui quel volo è iniziato poco prima. La conferma arriva anche durante la comunicazione al centro di controllo di Ciampino: “Abbiamo lasciato Ponza”, annuncia chi sta portando quell’aereo a Palermo. “Molto gentile, grazie”, gli risponde l’operatore all’altro capo della comunicazione. E Gatti aggiunge: “È assolutamente a posto”. Risponde a un addetto alla manutenzione dell’Itavia che lo contatta via charlie, la frequenza dedicata agli equipaggi, per chiedergli conto delle condizioni dell’aereo. Alle 20.58. il Dc9 entra nel punto Condor, nel tratto sopra il mare tra l’isola di Ponza e quella di Ustica. Un minuto dopo, l’aereo scompare dai radar. Nell’agosto 1999 il giudice istruttore romano Rosario Priore ha presentato il risultato della sua inchiesta: quell’aereo fu abbattuto, ha stabilito la Corte di Cassazione nel gennaio 2013, da un’azione di guerra. Ma manca ancora un tassello: la nazionalità dell’aereo militare da cui partì il missile che provocò la morte di 81 persone.

I magistrati sono certi al “mille per cento” che ci fosse una portaerei nel triangolo di mare tra Napoli, la Sardegna e Palermo, quella notte, e che sicuramente ha “visto”, tramite radar, e probabilmente era coinvolta nello scenario di guerra nel quale il DC9 Itavia fu abbattuto per errore. Poi si è allontanata, dopo l’esplosione, insieme al convoglio di navi d’appoggio da cui era circondata. Questo risulta dalle carte che la Nato ha inviato alle autorità, dai grafici radar che mostrano le tracce di velivoli ed elicotteri militari che originano dal mare e in mare spariscono prima, durante e dopo la strage, dalle rilevazioni dei controllori di Roma-Ciampino che quella notte videro un traffico intenso di caccia nel Basso Tirreno tra Ustica e Ponza e dalle ultime testimonianze dirette di piloti e assistenti di volo che viaggiavano sulla stessa rotta del DC9 prima dell’esplosione e interrogati negli ultimi mesi. Ma Maria Monteleone e Arminio Amelio, i magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage, hanno qualcosa di più concreto, coperto dal riserbo, per affermare che in quello scenario di guerra si trovasse anche una portaerei. Ora è necessario scartabellare gli archivi della Marina militare, in cerca di annotazioni o occultamenti sui movimenti, che dovevano essere registrati e capire chi mente: Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna continuano a ripetere, infatti, che nessuna delle loro navi si trovava nella zona in cui avvenne la strage. Erano gli anni in cui una forte tensione gravava sul Mediterraneo, gli stessi delle minacce di Gheddafi, all’epoca acerrimo nemico degli USA, ma il Pentagono ha sempre dichiarato che il 27 giugno 1980 la portaerei USS Saratoga (CV-60), comandata dall’ammiraglio James H. Flatley III, rimase in rada a Napoli con i radar praticamente spenti per non disturbare le frequenze televisive. In tutto questo il Deck Log, il libro mastro sull’attività di bordo della Saratoga, presentava delle anomalie sospette proprio nel giorno della strage: è stato compilato da uno stesso ufficiale per cinque turni consecutivi di quattro ore (dalle otto di mattina in poi). L’ammiraglio si giustificò spiegando che si trattava di una “bella copia” redatta a posteriori, atteggiamento non in linea con i severi regolamenti della US Navy. Sul fronte francese, le autorità affermano che sia la porte-avions Clemenceau (R 98), al comando dell’ammiraglio Jean de Laforcade, che la sua gemella Foch (R 99), comandata dall’ammiraglio Alain Coatanea, la notte del 27 giugno 1980 erano in porto o al largo della base di Tolone: molto lontane dal mare di Ustica quindi. Le affermazioni non sono facili da verificare, quello che è certo è che la Foch si trovasse a Palermo alla fine di maggio e la Clemenceau in porto a Propriano (Corsica) il 7 e 8 giugno. In compenso, l’operativo della fregata lanciamissili Duquesne, quasi sempre al seguito delle due imbarcazioni, fornisce dettagli molto interessanti: a giugno la partecipazione a una missione di squadra Rialto, seguita da un’esercitazione Dasix con i caccia de Armée de l’Air e con la Saratoga. I magistrati italiani sono riusciti comunque ad ottenere di interrogare 14 militari che la notte del 27 giugno 1980 erano in servizio nella base di Solenzara in Corsica da dove, nonostante le smentite di Parigi, alcuni caccia individuati anche dalla Nato decollarono diretti verso il Basso Tirreno. Nel 2007, fu Francesco Cossiga a fare delle rivelazioni poi messe a verbale: secondo l’ex presidente ad abbattere il DC9 con un missile aria-aria “a risonanza e non a impatto” fu un caccia decollato proprio da una portaerei dell’Armèe de mer, mentre tentava di intercettare e colpire un aereo libico con a bordo il colonnello Gheddafi. “Credo però che non si saprà mai nulla di più. La Francia sa mantenere un segreto e si è sempre rifiutata di rispondere alle nostre domande. L’altro Stato coinvolto è l’ex Unione Sovietica”, dichiarò Cossiga.

Ma molte sono ancora le zone d’ombra: alcuni caccia di nazionalità belga si trovavano sulla base di Solenzara, ma il Belgio ha opposto un rifiuto alle domande dei magistrati per “motivi di sicurezza nazionale”. Mentre la Libia, nel caos dopo la fine del regime di Gheddafi, non ha mai ufficialmente risposto alle richieste delle nostre autorità. Silenzio anche da parte del maggiore Abdel Salam Jalloud, per 24 anni braccio destro del colonnello e poi passato all’opposizione a pochi giorni dalla sua esecuzione. Il maggiore ora vive nel nostro Paese, protetto dai nostri servizi segreti, ma non ha risposto alle domande poste dai magistrati. Anzi, al termine dell’incontro si sarebbe persino rifiutato di firmare il verbale.

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Non le affidano i figli a causa del suo lavoro: hostess di volo

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I giudici del Tribunale civile di Ariano Irpino, nell’Avellinese, dovendo dirimere la questione dellaffidamento di due bambini  di nove e sei anni di una coppia in via di separazione, si sono pronunciati in favore del padre. Una delle motivazioni è che la madre, assistente di volo per Alitalia, impiegata su tratte intercontinentali, è costretta a lunghi trasferimenti e non sarebbe quindi in grado di garantire il pieno e completo accudimento dei figli. ”Una rilevanza determinante assume l’attività lavorativa della signora – si legge nell’ordinanza – Ella, avendo sede lavorativa presso l’aeroporto di Milano Malpensa ed essendo impegnata come assistente di volo su tratte intercontinentali, pur potendo disporre di una settimana di riposo al mese, è costretta a lunghi trasferimenti dalla residenza dapprima a Napoli e poi a Milano con necessità di pernottare almeno tre notti al mese a Milano, oltre ovviamente ai pernottamenti che deve fare all’estero”. E continua: ”Non vi è dubbio, pertanto che la sua presenza nella localita’ di residenza dei figli risentirà dell’inevitabile fatica che gli spostamenti lavorativi comporteranno (…). Va precisato che, come la stessa hostess ha dichiarato, in sua assenza i bimbi vengono accuditi dai nonni materni”. ”Al contrario, il padre lavora quale socio in un negozio al piano terra ubicato nello stesso stabile ove si trova la casa coniugale, che è di sua proprietà esclusiva. Egli potrebbe pertanto assolvere alla sua attività lavorativa e contemporaneamente essere una figura di costante riferimento per i figli”. La hostess impugnerà ora la decisione.

Quando i piloti… schiacciano un pisolino!

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Se un rapporto dell’Onu, stilato a marzo, ha piazzato l’India tra i 13 peggiori Paesi al mondo in materia di sicurezza aerea, forse un motivo c’è. Nel 2010 si era scoperto che alcuni piloti avevano false licenze di volo, all’inizio di quest’anno un altro pilota era stato trovato ubriaco poco prima di mettersi ai comandi, ora arriva la sospensione per due piloti che, a quanto pare, volevano godersi un riposino in prima classe. Sul Boeing 747 dell’Air India, partito da Bangkok e diretto a New Delhi, si trovavano 160 passeggeri quando pilota e copilota hanno deciso di affidare i comandi alle due hostess per schiacciare un pisolino. Tutto bene per i primi 40 minuti, ossia fino a quando i due uomini non sono stati costretti a tornare in cabina perchè le due assistenti di volo avevano incautamente disinserito il pilota automatico.

Ustica nuove rivelazioni, parla una hostess scampata al disastro

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Sembra incredibile che nel 2013 ancora non si sia fatta chiarezza su uno dei segreti di stato più contestati della storia della Repubblica italiana. Ora una hostess, ex dipendente dell’Itavia, racconta a Tgcom24 come è scampata al disastro di Ustica, il 27 giugno 1980. “Sentivo qualcosa che mi diceva di tornare a casa – testimonia a Top Secret, il programma-inchiesta a cura di Claudio Brachino – e così è stato, ho inventato una scusa, ho detto che stavo poco bene e non sono salita su quel volo. Quella bugia mi ha salvato la vita”. Poi, in un intervista al giornalista Giampiero Marrazzo, direttore responsabile del quotidiano Avanti spiega: “Ho pensato di far sentire la mia verità, perché per me è un peso importante”.

Ma la verità più agghiacciante è il racconto che la donna fa del giorno prima del disastro. Dalla sua memoria emergono dettagli veramente allarmanti. Il 26 giugno 1980, appena 24 ore prima che il Dc-9 fosse disintegrato, la hostess si trovava sul volo  Bologna-Palermo e ricorda che la chiamò il primo ufficiale pilota per vedere quello che stavano sorvolando: “Guardai dal finestrino della cabina di pilotaggio e vidi una nave enorme, seppi poi, proprio dal pilota, che si trattava di una portaerei. Mi disse che poteva trattarsi di una portaerei americana, ma forse era solo una sua intuizione”. “Il pilota – prosegue la hostess – quasi scherzando, mi disse: meno male che ci siamo noi, piloti veterani, altrimenti ci silurano”. Un altro testimone, un pilota di un volo di linea Alitalia, il 2 aprile ha dichiarato di aver sorvolato i cieli di Ustica e di aver notato “pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Palermo, una flottiglia di navi, una che sembrava una portaerei e almeno altre tre-quattro imbarcazioni”.

Se le tesi della hostess fossero confermate è chiaro che il disastro di Ustica avrebbe ora una lettura più chiara e si farebbe luce sui veri colpevoli della strage. 
 

 

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