De Blasio salva l’edicola di Sex and the City

edicola-sexandthecity-tuttacronacaIl nuovo sindaco di New York, Bill De Blasio, riapre una delle edicole icona della grande Mela, quella del giornalaio di ‘Sex and the City’ Jerry Delakas. Si tratta di un’edicola in Astor Place, nel Greenwich Village di Manhattan, e il suo proprietario era stato costretto alla serrata dopo che le autorità lo avevano scoperto senza regolare licenza. Come ricorda Blitz Quotidiano, per oltre due decenni, Delakas, immigrato greco, ha venduto giornali, sigarette, caramelle vicino al famoso cubo girevole di Astor Place. Il suo volto e la sua edicola sono apparse nella serie tv ‘Sex and the City’ e in numerosi annunci pubblicitari. Il neo sindaco era già a conoscenza della questione e già a suo tempo aveva sostenuto che la chiusura rappresentava un torto alla città, promettendo il suo aiuto. Detto fatto: Delakas ha riaperto ora i battenti dietro il pagamento, pero’, di una multa di 9 mila dollari.

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Poco più di 4 milioni per vivere come Jimi: la casa di Hendrix in vendita

jimi-hendrix-tuttacronacaPoco più di quattro milioni di euro, sei milioni di dollari, per realizzare il sogno di vivere nella casa newyorkese di Jimi Hendrix, ora in vendita. L’annuncio lo dà il sito immobiliere.it che spiega che l’appartamento di uno dei pilastri di Woodstock misura duecento metri quadri e si trova all’undicesimo piano di Greenwich Village, nel cuore di Manhattan. Dello stile del chitarrista, tuttavia, non è rimasto molto, visto che è stato risistemato da un’importante azienda di design. L’appartamento, diviso su due unità, è al 59 West 12th Street, e gode di una vista mozzafiato su uno degli skyline più belli New York. A renderlo ancora più speciale i vicini di casa. Nello stesso palazzo infatti, costruito nel 1931 su un progetto di Emery Roth, vivono anche Cameron Diaz e Marisa Tomei.

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Ciao a Richie, fu il primo a salire sul palco a Woodstock

Richie Havens-tuttacronaca

Il cantante e musicista folk americano Richie Havens è morto nella sua casa di Jersey City, in New Jersey, stroncato di un infarto. Lo ha reso noto la sua agenzia. Nato 72 anni fa a New York, cominciò la sua ascesa dal Greenwich Village della città, negli anni ’60, e si consolidò definitivamente quando nel 1969 fu il primo artista a salire sul palco del Festival di Woodstock. Nel 1993 suonò al concerto d’inaugurazione della presidenza di Bill Clinton.

Dove abita Batman? Ora si può andare a trovarlo!

batman

E’ ufficiale, Gotham City, la città dove coabitano Batman e i suoi compatrioti è situata geograficamente sulla costa Est degli Stati Uniti. Per essere esatti l’eroe vive nel New Jersey, a qualche chilometro da New York.

Un po’ si sapeva- lo aveva scritto nel 1990 The Atlas of the DC Universe. Ma il sito americano BuzzFeed l’ha ricordato agli internauti, con annesse mappe e gift animate sul New Jersey.

Per i suoi creatori Batman sarebbe nato in campagna. Willam Safire scriveva per esempio nel 1990 sul New York Times che Gotham City era una certa parte che si vedeva della metropoli.

“Come tutti i fans di Batman sanno, Gotham City è New York, in particolare la parte della città sopra la 14. avenue: da Soho a Greenwich Village, il quartiere di Bowery, Little Italy, Chinatown e le zone vicine ai ponti di Manhattan e a Brooklyn”.

Christopher Nolan, regista di The Dark Knight Rises, ultima opera della sua trilogia consacrata al super-eroe, ha pregferito girare la maggior parte delle scene a Chicago, salvo qualcuna a Wall Street.

Ecco, la mappa di Gotham secondo Nolan:

GOTHAM-NOLAN- batman - map

MUORE ROBIN E I FANS SONO IN RIVOLTA SUL WEB.

Ma mentre si svela posizione geografica esatta di Batman, i fans piangono la morte programmata di Robin, il figlio del super-eroe, la cui fine è raccontata nel numero apparso martedì 26 febbraio, Batman Incorporated. Il personaggio partner di Batman dal 2006, non è altro che Damian Wayne, figlio di Bruce Wayne e di Talia al Ghul  (interpretato da Marion Cotillard in The Dark Knight Rises).

“Salva il mondo e muore da eroe assoluto”, ha annunciato in una intervista esclusiva al New York Post lo sceneggiatore Grant Morrison.

E subito i fans rendono pubblico il loro malcontento. Sul blog di DC Comics, hanno espresso il loro rimpianto. Lo sceneggiatore ha affermato che “non si può mai dire mai nei fumetti. In ogni caso Batman avrà sempre un compagno”.

robin-muore- batman

 

Una notte fuori

r1b Si era svegliata di notte e non era più riuscita a prendere sonno. Aveva provato a leggere qualche pagina del libro che aveva sul comodino, ma si era imbattuta in una  descrizione lunghissima di una fattoria nel New Hampshire, che l’aveva annoiata a morte. Ma perché nei thriller c’era spesso una fattoria del New Hampshire?
Chiuse il libro, guardò Blues addormentato nella cuccia… Muoveva ritmicamente la testa a destra e sinistra… “Buffo yorkshire” pensò Betha, poi si complimentò con se stessa “Aveva scelto il nome giusto per il nuovo arrivato!”
Tre giorni prima era stata indecisa, lei aveva già la sua gatta Kobi, prendersi un cane la preoccupava. Lo vedeva impegnativo. Poi aveva ceduto e come sempre aveva dato retta alla sua amica Selma e aveva lasciato che  Blues le invadesse casa.
Guarda la sua e-mail… Solo spam… D’altronde sono le due di notte…
Accende la tv e inizia a fare zapping… non trova nulla d’interessante.
Torna a letto… cambia più volte posizione… E poi decide… Passeggiata!
Si veste in fretta ed è… St. Mark Pl.
Cammina sul marciapiede, con un andatura stranamente lenta per lei. In quel venerdì sera, le strade sono silenziose, le persone hanno iniziato a uscire anche dagli ultimi locali, quelli che tirano avanti fino a tarda notte. E’ uscita solo con le chiavi di casa e $20 in tasca… Vuole prendere aria in quel fine luglio afoso, arrivare fino alla bakery aperta tutta la notte, prendersi un azuki croissant o una fetta di green tea tiramisu e poi tornarsene a casa.
E’ davanti alla libreria quando una signora la ferma.
“Le è caduto questo!” E le mostra una collana con un pendente indiano con piume e ossi.
Betha istintivamente lo sfiora con la mano, poi si allontana e continua a fissarlo “non è mio”.
La signora dai pantaloni larghi di lino marrone, la maglia nera morbida che cade sulle braccia e un foulard in tinta con i pantaloni, le fissa il collo scoperto dalla maglia a V  “E’ più adatto a una ragazza che a una signora… Lo prenda!”
Betha è a disagio. Lo afferra solo per non far restare male la signora, glielo ha offerto in un modo che non lo poteva rifiutare. Ancora qualche passo e arriva alla bakery. Prima di entrare lascia la collana appesa alla ringhiera di una scala che porta a un’abitazione.
In quel negozio sono sempre gentili, le regalano anche due macarons. Uscita dal negozio, girato l’angolo, davanti ai suoi occhi ondeggia il pendente indiano. Per un attimo crede che sia la sua immaginazione, invece poi mette a fuoco anche la signora che lo tiene in mano.
“Questa volta lo hai perso sul serio!”
Passa dall’imbarazzo all’irritazione in un secondo.
“Se lo metti al collo, forse non lo perdi” e il caschetto biondo sfrangiato ancora da ragazzina sbarazzina si muove sul viso della signora fino a scoprirle alcune rughe che prima erano nascoste.
“Non è mio!” risponde Betha e se ne va. Tra sé pensa che era meglio che non fosse uscita, quella signora le incute paura. Si sente seguita, perseguitata. La sta destabilizzando.
All’improvviso torna indietro… è come se quel pendente le mancasse… si sente in colpa per averlo trattato male… come se avesse assunto un significato, un’anima… ha paura di una maledizione… non che lei creda a queste cose… ma è un periodo che qualsiasi cosa che potrebbe andare storta, lo diventa, anzi va peggio. r2
Vuole avere quell’amuleto, forse non porterà fortuna, ma non si sentirà succube psicologicamente di quella sfortuna  che le potrebbe ricadere addosso.
Le basta fare pochi passi per ritrovare la signora. E’ lì con l’amuleto in mano davanti alla libreria.
Non deve neppure chiedere, glielo porge direttamente la signora, lì davanti al bookshop.
“Sai che lo volevano far chiudere…”
“Ma di che sta parlando” pensa Betha. Non ha idea a cosa si riferisce la signora.
“La libreria… la volevano fa chiudere… poi hanno trovato un accordo… hanno chiesto anche contributi su internet… sarebbe un peccato se chiudesse è qui dal 1977”
“1977” Quel numero diventa una cifra che risuona nel cervello di Betha. Lei all’epoca non era neppure nata.
“Non era così all’epoca… io ci venivo spesso… era un po’ come la biblioteca di un amico, ci trovavi i titoli più comuni e  qualche curiosità”
Betha non ha idea perché continui ad ascoltare quella vecchia pazza. C’è qualcosa però nella voce di quella donna che le è famigliare… Non si ricorda dove l’ha sentita, ma sicuramente da qualche parte. Non sa che dire, quel silenzio inizia a disturbarla. Deve trovare un modo per andar via senza essere scortese. “Sarebbe stato un peccato se avesse chiuso e…” non riesce a finire la frase che la signora prende l’occasione al volo per riprendere la parola.  “La domenica sera qui si incontravano Susan e Annie…”
La faccia di Betha è perplessa, non sa veramente di chi stia parlando.
“Susan Sontag e Annie Leibovitz”
Ora Betha ricorda… La scrittrice e la fotografa… si parlò molto di quella coppia alla fine degli anni’90, lei era ancora una bambina, ma sua sorella maggiore, fissata con il gossip, doveva averle accennato qualcosa… o almeno le sembrava… in ogni caso anni dopo lesse l’”Amante del Vulcano” appassionandosi al triangolo amoroso tra Emma e William Hamilton con Horatio Nelson.
“Ginsberg e Glass… sempre qui, fra queste mura iniziarono a collaborare”.
Betha prova di nuovo ad andare via “ Sì, il Greenwich è un posto storico, conserva le memorie dei suoi personaggi”
La signora sorride “Per voi americani qualsiasi cosa con più di vent’anni è storica… è una bella visione… per noi europei i vostri monumenti storici sono semplicemente vecchie cose moderne”
“Vecchie cose moderne?”
“Il moderno già visto… nelle foto, nei film, nelle descrizioni dei libri… diventano vecchie conoscenze… le mitizziamo, ma difficilmente riusciamo a immergerci nelle vostre atmosfere, in quelle più vere… come Jim Power”
Quella frase colpisce Betha… lei amava l’arte di Jim… aveva una cartella sul computer dedicata ai suoi mosaici… Lei la domenica la passava spesso a girare New York per fotografare l’arte di strada, quell’arte in divenire, quell’arte del momento che ha vita breve, ma comunica una forte emozione. Non a caso aveva studiato sociologia alla Columbia University e dopo si era affittata una casa lì… nel quartiere più eterogeneo di New York.”
Betha fino a quel momento non ci aveva fatto caso all’enorme borsa marrone che la signora tiene a tracollo. Da quella borsa esce una vecchia copertina spiegazzata di un disco… The Freewheelin’, Bob Dylan, Suze Rotolo e il Greenwich… “Prima c’erano i miti… adesso c’è la gentrification… Bisogna conservare la memoria non solo dei monumenti, dei palazzi… ma delle atmosfere… l’umido del Gaslight…quando il Cafe Wha? in una sola notte diventava il mondo a 360 gradi… L’Hotel Griffou, ora è un luogo dove mangiare polpette tenere… I luoghi cambiano insieme alle persone, oggi invece il problema è che gran parte della gente è tutta uguale e i luoghi si assomigliano tutti… sarebbe bello poter assaporare ancora le sfumature e invece finiamo per appiattirci dentro dei situazioni confortevoli, soft, anestetizzate…”
r3Betha ha appena il tempo di sistemarsi una ciocca che le è caduta davanti agli occhi.
“Ti porto a vedere una cosa”  le dice la signora e inizia a camminare.
Betha è incuriosita e allucinata, vittima di quelle parole che si trasformano in un vortice che l’avvolge e la trascina a seguirla.
Sono tra la Waverly e Charles, quando si ferma davanti alla vetrina di una boutique di lusso dove una borsa gialla può costare oltre i $2000. “Prima ci suonava Fats Waller, era un locale clandestino negli anni ’30… Poi sono arrivati i Chong ed è iniziata l’era della lavanderia… per 60 anni, era un punto di ritrovo… ha lavato i vestiti di molti beatnik, il proprietario era un tipo simpatico…”
Betha si ricordava la scritta Harry Chong alla vetrina, ma quando lei era arrivata al Village lì c’era un parrucchiere… “hanno rimosso la scritta rossa”
“Sì… Quella scritta apparteneva a Chong, un uomo sempre sorridente, un cinese che ci era cresciuto in questo negozio… aveva i capelli bianchi, la faccia bonaria e amava il suo lavoro…   Una sera si mise a cucire. E fu l’ultima volta…”
Betha guarda all’interno del negozio e lo vede. E’ li seduto proprio davanti a quella macchina da cucire cinese, ha un rocchetto di filo in mano, alle pareti ci sono gli scaffali con le camicie piegate e i capi lavati a secco che pendono dal soffitto. Chong apre la porta, le saluta, chiude il negozio e va via.
“Mi hai sentito? Andiamo!” è un rimprovero scherzoso quello della signora. Chissà da quanto tempo la sta chiamando… Eppure fino a un attimo prima Harry era lì…
“Come ti chiami?” le chiede la signora mentre ci avviciniamo al lato Nord di Washington Square.
“Betha, in celtico significa Vita”
“Un’irlandese?”
“Un’americana!”
La signora sorride. Betha capisce che dietro a quel sorriso c’è un mondo che si apre e capisce che era solo una provocazione…
“La casa di Hopper…”
E’ lì che esce di casa, con la sua giacca sopra il gilet e il cappello a nascondergli la calvizie, è lì che scruta con quell’occhio fotografico i particolari di New York e li trasforma in pittura, in locandine, “nei verdi, nei gialli, nei blu, in quella luce calligrafica e in quelle ombre che diventano buchi neri. Nelle finestre a vetri c’è la vita interna degli edifici che ritrae, come se costringesse lo spettatore a diventare un “complice” in quel guardare attraverso…Morning in the city… Apartment House… Nighthawks”… E poi lo vede allontanarsi… man mano che il racconto della signora si dissolve…
E l’ultima tappa… Thomas Paine… Non è più una placca attaccata a un edificio… “Il rivoluzionario, diffamato da ogni parte, denunciato per i suoi vizi e dimenticato per le sue virtù, si ritrovò vittima del suo popolo… Non si fece scalfire dall’odio… Non aveva paura di prendere posizioni…” Betha vede il fuoco che divampa mentre distrugge i libri di Paine… Lui rimane saldo, lucido nelle su posizioni…
“Bethaaaaaaa!”, Betha si gira di scatto. “Io sono Viv” le grida la signora prima di girarsi e andar via. Betha rimane immobile qualche minuto. Viv Looper… Faceva radio negli anni ’60… Era una delle “voci” più ribelli… Ma dove sta Paine? Andato via insieme a Viv… E poi un altro ricordo… “Il divano di Viv” il programma radiofonico dove erano passati tutti…  Ogni settimana trasmetteva da un posto diverso… come aveva fatto a non riconoscerla? Betha inizia a ripercorre nella sua testa il viaggio di quella notte. Da quando si è svegliata al posto  dove si trova ora. “Strano incontro” pensa.
Hanno appena aperto il Christopher Park… si siede su una panchina, quella di fronte alle statue… Vede il quartiere popolarsi mentre mangia un macaron… Persone su persone che passano distratte per quelle strade… Hipster con le cuffie alle orecchie, ex sessantottini, ex rivoluzionari, ex bohemien… e stringe il pendente indiano e  si guarda nel profondo… e sa che lei, sì, anche lei appartiene a quel posto… non potrebbe vivere altrove… ha l’istinto di sopravvivenza, non quello dell’altruismo ad oltranza… Non potrebbe mai dire come Paine « My country is the world… and my religion is to do good. »
E Viv? Viv è una Paine. Sì, lei lo è.

Voi chi siete? Viv o Betha?

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