Google non censura: metterebbe a rischio la libertà di pensiero

no-censura

Tre manager di Google erano stati condannati perchè sul web era apparso il video di un giovane disabile vessato dai compagni, secondo il giudice la rete non può essere “una sconfinata pirateria” dove “tutto è permesso e niente può essere vietato”. Oggi a Milano i tre sono stati assolti in appello: secondo la Corte non si può infatti chiedere ad un gestore di servizi Internet di effettuare una “verifica preventiva di tutto il materiale immesso dagli utenti” in quanto si rischierebbe di comprimere la “libera manifestazione del pensiero”. I tre manager erano finiti alla sbarra per il video, girato in un istituto tecnico di Torino, caricato in una nota sezione di ricerca nel 2006. Nel 2010 la notizia della condanna a 6 mesi, poi sospesa, ha fatto il giro del mondo, in quanto si trattava del primo processo che portava in aula dei dirigenti di un provider Internet per la pubblicazione di contenuti sul web. Nel dicembre 2012 la prima sezione della corte d’appello di Milano ha però ribaltato il giudizio assolvendo i tre manager in quanto “il fatto non sussiste”. In quell’occasione è stato anche confermato il proscioglimento di un quarto che doveva rispondere unicamente di diffamazione, accusa caduta in primo grado.

I giudici Malacarne, Arienti e Milanesi hanno ora depositato le motivazioni di una sentenza che ha accolto la linea della difesa, secondo la quale Google non aveva alcun obbligo nè di controllo preventivo sui contenuti caricati né l’informativo in relazione al trattamento dei dati personali. Era piuttosto dovere della ragazza che aveva pubblicato il video “l’obbligo di acquisire il consenso al trattamento dei dati personali”, sulla base anche di una sentenza della Corte di giustizia europea. Il collegio ha inoltre segnalato un vuoto legislativo: non ci sono norme che impongono all’Internet provider “di rendere edotto l’utente circa l’esistenza e i contenuti della legge della privacy”. I giudici hanno inoltre fatto notare che “non può essere ravvisata la possibilità effettiva e concreta di esercitare un pieno ed efficace controllo sulla massa dei video caricati da terzi, visto l’enorme afflusso di dati”. Da queste premesse ne deriva che Google non poteva mettere alcun “filtro preventivo”, sia a causa della “complessità tecnica di un controllo automatico”, sia perché si tratterebbe di una “scelta da valutare con particolare attenzione in quanto non scevra di rischi” per i suoi riflessi sulla “libera manifestazione del pensiero”. Inoltre, essendo Google Video un “servizio gratuito” e non essendo associati al filmato “link pubblicitari”, non è possibile parlare di un possibile profitto dato dalle visualizzazioni. Per concludere, niente filtri per Google ma un faro acceso sulla complessità della “questione” del “governo di Internet”.

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