Grande paura per Giangrande, ricoverato in rianimazione

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Grande paura per il l brigadiere dei carabinieri Giuseppe Giangrande, che fu ferito davanti a Palazzo Chigi durante il giuramento del governo. E’ stata diffusa la notizia infatti che il carabiniere è stato ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale Santo Stefano di Prato , dov’era tornato a casa nel periodo natalizio dopo un lungo ricovero a Roma e nel modenese. Il ricovero si era reso necessario a causa di una insufficienza polmonare, per la quale si era resa necessaria anche una tracheotomia. Dall’ultimo bollettino medico si evince che: «Il paziente è cosciente, orientato e collaborante. I parametri emodinamici sono stabili. Le condizioni respiratorie sono in miglioramento». È quanto si legge nel bollettino medico diffuso oggi dalla Asl di Prato in riferimento alle condizioni cliniche di Giangrande ricoverato dal 5 gennaio scorso presso il reparto di terapia intensiva dell’ospedale Santo Stefano di Prato. Oggi il brigadiere ferito davanti a Palazzo Chigi in aprile è stato sottoposto ad una tracheotomia «come preventivato già nei giorni scorsi al fine di agevolare la successiva fase di riabilitazione».

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Il brigadiere Giangrande passerà il Natale a casa. Lo annuncia la figlia

brigadiere-giangrande-tuttacronacaIl 28 aprile, mentre il governo prestava giuramento, Luigi Preiti apriva il fuoco davanti a Palazzo Chigi, ferendo il brigadiere Giuseppe Giangrande. La figlia Martina oggi ha partecipato a un incontro al comando provinciale dei Carabinieri, a Milano, alla presenza del comandante Maurizio Stefanizzi, dove le sono stati consegnati due  assegni del Consorzio commercianti corso Buenos Aires. “Finalmente papà potrà lasciare l’ospedale, questo Natale lo trascorreremo assieme”, ha spiegato ai presenti. Ai rappresenti del consorzio, ha detto: “Vi ringrazio tantissimo, non mi aspettavo tanta generosità. Voi non ci conoscete neppure ma avete fatto così tanto. Questo è un segnale importante, di grande speranza. Mi auguro che papà possa presto incontrarvi per ringraziarvi di persona, magari che possa stringervi la mano”.  Il brigadiere Giangrande attualemnte si trova nell’ospedale di Imola, dove ritornerà (dopo la prossima pausa) verso aprile per un intervento che dovrebbe consentirgli di migliorare la sua mobilità degli arti superiori. Ancora, la figlia ha spiegato: “È migliorato in questi mesi ma non posso dire che stia bene, utilizza una carrozzina elettrica per gli spostamenti che attiva col mento, ma l’intervento potrebbe essere una svolta”. E ha raccontato che, in sette mesi di degenza, l’attenzione nei loro confronti non è mai venuta a mancare: “Anzi, è rimasta uguale, ho raccolto un migliaio di lettere scritte a mano, destinate a me o a mio padre- per non parlare delle e-mail: pensate che ogni martedì uno sconosciuto ci invia un mazzo di fiori diverso e non siamo ancora riusciti a scoprire di chi si tratta”.  L’ultimo pensiero è per Luigi Preiti, l’attentatore. “L’ho incontrato al processo, l’ho guardato negli occhi ma non ho sentito niente per lui. Il perdono? È un sentimento che non posso provare, almeno non ancora”.

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La testimonianza di Giangrande, Preiti non è un pazzo, era lucido

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Era il 28 Aprile e il nuovo Governo Letta stava giurando davanti al Presidente della Repubblica quando Luigi Preiti fece fuoco sui carabinieri che prestavano servizio davanti a Palazzo Chigi. Giuseppe Giangrande, che sta compiendo un lungo percorso di riabilitazione dopo che il proiettile lo ha colpito racconta quei tragici momenti in cui rimase ferito gravemente: “Non sono un eroe. Preiti mi ha chiesto di passare lo sbarramento – racconta il carabiniere a Libero – nel momento in cui gli ho detto di no mi ha sparato”.

Ma cosa si aspetta Giangrande dai giudici che dovranno processare Preiti?  “Mi aspetto che venga punito in base ai capi d’imputazione e sia riconosciuto colpevole perché matto non è. Era molto lucido quando ha parlato con me. So che hanno già tentato di farlo passare per folle, ma la richiesta è stata respinta dal tribunale”. Preiti non è quindi il pazzo di cui si era parlato nei primi momenti dopo il tragico attentato, ma, secondo Giangrande, era un uomo lucido e consapevole del gesto che stava compiendo. 

Segue il ricordo di quel drammatico giorno: “Mi sono trovato al posto giusto nel momento sbagliato. Se questo soggetto passava il blocco in un attimo di distrazione dei miei colleghi, era una strage. Con Preiti prima che sparasse ci ho parlato. Mi ha chiesto di passare lo sbarramento. Gli ho detto che era impossibile e ha scaricato tutto il caricatore su di me e i colleghi vicini”. Ci sono stati altri quattro feriti, tra cui un altro carabiniere, per fortuna nessun morto. Ora però Giangrande guarda avanti: a Natale tornerà a casa e non vede l’ora. “Ci stiamo preparando a fare il panettone in casa. Sono molto felice.”

 

 

“Voglio tornare a correre”: parla Giangrande, il carabiniere ferito

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E’ un combattente il brigadiere dell’Arma Giuseppe Giangrande, ferito da Preiti il giorno della sparatoria all’esterno di Palazzo Chigi, mentre i nuovi ministri prestavano giuramento. Ricoverato da venti giorni in un istituto di riabilitazione a Montecatone, sulle colline imolesi, è riuscito a conquistare il diritto di tornare a sedersi su una sedia e poter tornare a guardare la gente negli occhi e, soprattutto, il suo futuro. Ma anche quello che sta accadendo attorno a lui: ecco allora l’importanza di avere tra le mani un telecomando “perché debbo seguire tutto, debbo tenermi informato” e quella quotidiana domanda alla figlia Martina: “Mi controlli la posta su facebook?”. Perchè saluti, incoraggiamenti e messaggi, tutti per lui, corrono in rete. Ma non solo, la ragazza si preoccupa anche delle lettere: “Rispondo a tutte le lettere che hanno un mittente, a una a una. Ma non c’è verso: più io rispondo e più loro scrivono”. E poi ci sono i regali, consegnati a mano alla stessa Martina e che finiscono nella stanza del padre. Tra i tanti, uno in particolare ha riscaldato il cuore di quello che ormai è considerato un eroe: una maglietta arrivata dal fratello Pietro con stampata la sua foto e sotto la scritta “Corro anche per te”: un capo cehe ha fatto dichiarare al brigadiere, sportivo da sempre: “Voglio tornare a correre, spero proprio di farcela”. Quello di cui non riesce a parlare è invece quanto è accaduto quella maledetta mattina, anche se al fratello ha chiesto più volte informazioni sul processo a Preiti. “Gli abbiamo spiegato -racconta Pietro Giangrande- che è un faccenda lunga, che per arrivare al processo ci vuole tempo, più tempo di quanto lui dal letto d’ospedale possa aver pensato”. Intanto le sue giornate, durante le quali ha sempre qualche attenzione per i medici e le infermiere che si prendono cura di lui, si dividono in due: la mattina è per la dura terapia a cui si sta dedicando, e che offre i suoi frutti, il pomeriggio per le visite, in primis la figlia Martina, poi tutti gli altri, in particolar modo i colleghi del Battaglione Toscana, che non l’hanno lasciato solo un momento. Poi ci sono gli incontri con le autorità, il comandante dell’Arma Gallitelli, il presidente del Consiglio Letta, il presidente della Regione Emilia Romagna Errani. “Sapesse come si prepara con cura” racconta la figlia al Mesaggero. Ogni volta lui che le dice: “Voglio farmi vedere pronto anche da loro”. E così questi brevi colloqui durano qualche minuto in più del previsto, il brigadiere diventa sempre più forte e riesce a compiere qualche minimo movimento. Con il sogno, sempre, di riprendersi quella vita che conosceva, perchè a restare con i piedi per terra è la figlia, che dalla psaratoria si dedica esclusivamente a lui. “Sono piccoli passi, la strada è lunga”. Una cosa è certa: quel “piccolo esercito molto sgarruppato” non è solo, come testimonia la rete.

La borsa di Preiti

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Stasera il Tg5 ha mostrato il contenuto della borsa di Luigi Preiti, l’uomo che  ha sparato a due carabinieri davanti a Palazzo Chigi. Cosa c’è in questa borsa? Oltre alla pistola usata per l’attentato, una scatola con 9 cartucce, un kit per la manutenzione dell’arma,  una cartina del centro di Roma per turisti, una bottiglietta d’acqua, un cambio di biancheria intima, oltre ai panni sporchi, una punta di trapano e un’altra decina di scovolini, alcuni usati e altri no. Come mai un manovale ha un kit di manutenzione per l’arma? Come mai ha ben 9 cartucce? E poi gli scovolini, alcuni usati e altri no? Davvero è stato solo un gesto di follia? Davvero si può credere che un uomo qualsiasi riesce a sparare al collo tra il casco e il giubbotto antiproiettile senza essere un professionista o una persona che ha già un’esperienza di armi? Chi è Luigi Preiti?

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Il mistero della borsa di Preiti.

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E’ inequivocabile il fermo immagine di una delle telecamere di sicurezza installate su  Montecitorio che ha ripreso l’attimo esatto in cui Preiti ha fatto fuoco sui carabinieri: prende la mira e tende il braccio come un vero e proprio professionista prima di premere il grilletto. Come fa un uomo che non ha mai sparato ad essere così freddo e preciso?

L’altro mistero è sulla borsa. Preiti  ripreso da una telecamera di sorveglianza nei pressi della stazione di Gioia Tauro poco prima di partire per Roma, aveva in mano una borsa chiara, la stessa che compare nelle immagini registrate davanti a palazzo Chigi immediatamente dopo gli spari. Una borsa che la sorella nega avesse quando è uscito di casa: «Quando è uscito di casa mia madre ha detto che aveva il solito marsupio, solo quello. Se avesse avuto una borsa – ha aggiunto – gli avrebbe chiesto dove andava».

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Luigi Preiti: disperato o killer?

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Mentre il bollettino medico parla di situazione stazionaria e resta riservata la prognosi per il brigadiere Giuseppe Giangrande, il carabiniere ferito al collo durante la sparatoria davanti a Palazzo Chigi, Luigi Preiti, l’attentatore, resta nel carcere di Rebibbia. Oggi il ministro Alfano riferirà alle Camere su un caso di cui alcuni punti restano tutt’ora irrisolti. L’uomo, che ha chiesto di poter vedere il figlio ed ha spiegato di essere disperato perchè non riusciva a mantenerlo, è accusato di triplice tentato omicidio, detenzione e porto illegale di armi. Oltre a Giangrande, un altro carabiniere, Negri, è stato ferito ad ambo le gambe ed un terzo, il vice brigadiere Marco Murrighile, che non è mai stato portato in ospedale, è stato colpito al busto, ma non ha riportato ferite perchè il giubbotto antiproiettile ed il portafoglio hanno bloccato la pallottola. Per l’atttentatore non è stata richiesta nessuna perizia psichiatrica: l’indagato era lucido al momento del fatto ed erano già venti giorni che, come lui stesso ha spiegato, organizzava l’attacco teso a colpire i politici rei della crisi economica che gli ha fatto perdere il lavoro e la possibilità di mantenere il figlio. Ci sono vari interrogativi ancora senza risposte: come può un muratore sparare, come mostrano i filmati registrati dalle telecamere di Palazzo Chigi, con la precisione di killer professionista, a sangue freddo, mirando direttamente alle zone non protette dal giubbotto antiproiettile? Se la Procura ritiene l’uomo un esibizionista, le indagini cercano anche di risalire alla matricola dell’arma, una calibro 7.65. Era gisà stata utilizzata per commettere altri reati? E realmente Preiti l’ha acquistata quattro anni fa al mercato nero di Genova con la matricola già cancellata? Mentre si cerca di ricostruire gli spostamenti dell’uoo nelle ore immediatamente precedenti l’attentato, è legittimo porsi delgi interrogativi. Si è parlato prima di “balordo” e poi di “disperato”, ma Preiti si è presentato sul posto “ben vestito”, il che significa che ha scelto gli abiti per potersi confondere tra gli agenti in borghese presenti sul luogo, nella sua borsa è stata rinvenuta una punta di trapano, forse utilizzata per punzonare l’arma, con sè aveva una mappa con gli obiettivi cerchicati e, come si è detto, è rimasto impassibile mentre prendeva la mira, una questione di secondi, ed ha aperto il fuoco. L’unica cosa certa è che si sarebbe trattato di un gesto isolato, ma gli inquirenti continuano a indagare per scoprire eventuali complici.

La verità della giornalista che ha intervistato il figlio di Preiti

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Mannuela Iatì interviene via Facebook sulle polemiche che l’hanno vista protagonista in merito all’intervista al figlio di Preiti, è infatti tra quanti hanno intervistato il figlio dello sparatore, anche se l’intervista girata da lei in particolare non è andata in onda.

“Torno da Predosa e all’improvviso mi accorgo che sono montate polemiche accesissime sulla messa in onda dell’ “intervista” al figlioletto di Preiti. Bene, siccome amo la verità dei fatti e non sopporto che si parli di “sciacallaggio” anche quando non è così, vi spiego com’è andata, essendo una delle tre giornaliste presenti al momento dell’ “intervista”: a chiedere ESPRESSAMENTE che, attraverso le tv, il bambino potesse dire al padre che gli vuol bene anche se ha sbagliato, é stata la mamma. La signora Ivana (che è stata peraltro garbata, disponibile e dignitosa nel rilasciarci le sue dichiarazioni) lo ha portato davanti alle telecamere di sua iniziativa, senza che neanche minimamente qualcuna di noi si fosse sognata di chiedere una cosa del genere. Anzi, aggiungo che, fosse stato per lei, il bimbo sarebbe stato addirittura ripreso in viso, così come ci aveva chiesto. Se invece è stato ripreso di spalle e col cappuccio in testa é soltanto grazie alla sensibilità e professionalità delle colleghe che lo hanno fatto appunto girare, proprio per tutelarlo. Io non so cosa sia andata in onda dell'”intervista”, non ho visto, forse l’aspetto della richiesta espressa del bimbo e della madre di mandare un messaggio d’affetto al papà poteva essere esplicitato, cosí da non creare equivoci. E forse qualche domanda nella parte finale di questa “intervista” era un “di più” che poteva essere evitato. In ogni caso, però, ritengo che, prima di sollevare pesanti accuse contro “un certo modo di fare giornalismo”, bisognerebbe informarsi meglio. E lo posso dire con ancora maggiore tranquillità per il fatto che non ho alcun interesse specifico nella questione, dal momento che sapevo già stamattina che non avrei usato e messo in onda quel tipo di ripresa per un mio servizio in trasmissione, essendo non adatta alla tipologia del mio racconto. È tutto”.

Nonostante ci sia la Carta di Treviso, come ha ricordato  Carlo Gubitosa, che impegna i giornalisti a non avvalersi mai dei minori, nemmeno se autorizzati dai genitori in trasmissioni che possano turbare o ledere il ragazzo, nulla a fermato i giornalisti. C’è poi un mero fatto etico che dovrebbe fermare ogni giornalista sul confine tra scoop e buon senso. Anche se la madre in un attimo di shock abbia chiesto che il ragazzino parlasse, sarebbero stati i giornalisti a non voler accogliere quella richiesta chiaramente dettata da un istinto poco lucido in un momento drammatico di una famiglia immersa in una tragedia. I giornalisti hanno pensato come quelle parole potessero essere accolte dalla figlia del carabiniere ferito? Come quelle parole potessero generare rabbia e sconcerto in altre famiglie?

“Non credo che potrò perdonare” così la figlia del cc ferito.

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“Non credo potrò perdonare Luigi Preiti. Adesso devo pensare”. Lo ha detto tra le lacrime Martina Giangrande, la figlia del carabiniere ferito nella sparatoria davanti a Palazzo Chigi. “Ringrazio – ha aggiunto – l’Arma, come i rappresentanti delle istituzioni che mio padre stava con orgoglio vigilando e proteggendo”. La ragazza, intervistata al Policlinico Umberto I, ha poi ricordato che “proprio oggi sono tre mesi che mia madre è mancata. Sono fiera di mio padre che ha dedicato tutta la sua vita alle istituzioni. Grazie a tutte le istituzioni che mi hanno trattata come una figlia, grazie a chi mi ha trasmesso umanità. Mi ha toccato molto la sensibilità della signora Boldrini, la presidentessa della Camera, che vorrei incontrare nuovamente. Ora dovrò rimodulare la mia vita, come ho già fatto, ho lasciato il lavoro. Mi dedicherò a questa famiglia al momento sgangherata”, ha poi concluso.

Intanto le condizioni mediche di Giangrande restano stazionarie e l’ultimo bollettino medico parla di: “stazionarietà grave” ma anche di una sospensione progressiva dei sedativi che hanno mostrato come il paziente sia lucido e in grado di di respirare autonomamente per un breve periodo”.

La famiglia si stringe intorno a Giangrande

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Giuseppe Giangrande, il carabiniere ferito gravemente ieri davanti a Palazzo Chigi, “resta sedato, intubato e ventilato meccanicamente” mentre nel suo bollettino medico si parla di moderato ottimismo. Amalia Allocca, direttore sanitario del policlinico Umberto I, non fa però previsioni sulla futura mobilità del militare, sottolineando che “per ora la condizione neurologica non è valutabile”. Giangrande, in questo periodo,stava cercando di riprendersi dal lutto della moglie, avvenuto appena due 2 mesi fa. L’uomo non resta comunque solo, tutta la famiglia gli si è stretta attorno e con lui si trova la figlia 23enne, Martina, arrivata nella capitale dopo aver appreso la notizia. I giornalisti non paghi del bollettino medico, “freddo e impersonale” e che non fa scoop, hanno approfittato della presenza del fratello Pietro per farsi rilasciare ulteriori dichiarazione, in cerca di dettagli che rendano più “saporite” le notizie.  “Mio fratello ha trascorso la notte tranquillamente, ha riconosciuto la figlia, l’ha vista. Ha mosso le palpebre. Ha cercato di parlare, ha tentato di rassicurarla come a dire ‘vai a casa nulla è accaduto”, racconta Pietro Giangrande prima di aggiungere: “Ha riconosciuto la figlia Martina e ha mosso le spalle. In nottata ha respirato da solo”. Un altro velo squarciato, quello che c’è di più sacro, la vicinanza di un padre ed una figlia, gettato sotto gli occhi di tuttti. La ragazza, che lo zio Ciro definisce forte, è ora circondata dall’affetto dei familiari e dai colleghi del padre e, secondo quanto dicono i parenti, ha ssorbito bene il colpo. E’ giusto intervistare i parenti, voler sapere ogni dettaglio della vita di Giangrande? Se ha riconosciuto la figlia, se ha mosso le spalle, se ha cercato di parlare? E’ giusto puntare l’ “obiettivo” sulla figlia, su una ragazza di 23 anni che ancora deve elaborare il lutto della madre e che si trova a dover affrontare un nuovo dramma? Ma a volte anche quest’intrusione sembra non bastare, la vita che si trasforma in un reality passa anche per i social network e per una frase postata tempo fa  dal carabiniere nel suo profilo Facebook: A volte la vita ti riserva delle brutte sorprese che ti fanno pensare a tante cose, l’importante è non abbattersi e ricominciare tutto da capo”. Deve ripartire da questo punto Giangrande, dalla sua famiglia, dalla sua stessa vita… non dalle troppe parole. Non è importante sapere che fosse una brava persona, un buon padre, uno stimato professionista. E’ stato la vittima innocente di una crisi nazionale di cui non ha colpa. Una crisi che ha spezzato tante vite ma questa volta, per fortuna, non ce l’ha fatta. Per questo va rispettato, la sua famiglia con lui, senza dover ogni volta per forza buttar giù una porta per osservarli nella loro intimità.

Intervista shock al figlio di Preiti… scoppia la polemica in rete!

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Dove stiamo andando? Cosa significa oggi nel 2013 fare informazione? Possono sembrare domande retoriche e ritrite da anni di domande a cui non abbiamo saputo dare la giusta risposta, ma se al centro del dibattito c’è un bambino di 11 anni forse è il momento di affrontare seriamente il problema. L’intervista shock al figlio di Preiti, l’uomo che ieri ha ferito due carabinieri davanti a Palazzo Chigi, è stato superare il limite, ma non solo per il cattivo gusto del gesto, ma soprattutto per l’invasione nella privacy di un bimbo, con genitori separati, di appena 11 anni costretto a dover parlare di suo padre, dei suoi sentimenti, del suo dramma davanti alle telecamere.

Twitter insorge contro SkyTg24 e Studio Aperto e diversi utenti chiedono la sospensione della messa in onda. E finalmente arriva da parte di Sarah Varetto la sospirata sospensione.

“Appena sono iniziate le polemiche abbiamo deciso di interrompere subito la diffusione del video”, ha spiegato la Varetto, direttore di SkyTg24. “Non lo faremo più passare in televisione e lo abbiamo tolto anche da internet. Questo perché abbiamo il massimo rispetto per il bambino e per la sua famiglia. Detto questo abbiamo mandato in onda il bambino con tutte le cautele possibili: c’era il permesso della madre e non era riconoscibile in volto, aveva anche la voce alterata”.

Anche il presidente dell’Ordine Enzo Iacopino, dal suo profilo Facebook, ha condannato l’intervista: “Per registrare questa dichiarazione sorprendente (!), si piantona la casa di un ragazzo di 11 anni. Lo si intervista, forse convinti di aver fatto uno scoop. Ne viene fuori, invece, solo un modo di fare informazione che sento estraneo al mio cuore, ancor prima che alle regole elementari della professione”, si legge.

Un altro appello era arrivato anche dalla democratica Paola Concia che su Twitter ha chiesto

“Sull’intervista al figlio di #preiti dico ai #giornalisti con il cuore in mano: fermatevi! #SparatoriaChigi”

Il problema è nella morbosità che fa notizia, nei reality che forse hanno messo in tv sentimenti portandoli all’amplificazione massima e gli spettatori che cercano quotidianamente quelle emozioni che vengono riprodotte anche sull’attualità, nella quotidianità dove quella sfera emotiva è ben più fragile (a volte ancora in fase di sviluppo) e andrebbe preservata e non esposta sopratutto per rispetto di quei ragazzi che stanno vivendo un dramma personale e familiare. Possiamo iniziare a pensare un giornalismo non scandalistico che voglia raccontare le notizie senza ricercare lo scoop? Possiamo immaginare un informazione pluralista, ma che sappia darsi un etica? Possiamo aspirare a parlare dei drammi con “delicatezza” quella stessa che avremmo per i nostri cari, quella che non spinga un 11enne a dover rispondere ai microfoni:  “Ma secondo te cosa gli ha detto la testa a tuo padre?”.

Poi ci meravigliamo se al centro di Padova scrivono sui muri “luigi preiti sei uno di noi, pagherete caro” ? Ce la prendiamo con Grillo che inneggia alla rivolta? Se i giornalisti non ponessero ogni dettaglio in primo piano (anche quelli che rilevanza per la collettività non ne hanno)  probabilmente educheremmo la popolazione a un informazione meno becera e scandalistica e più partecipata e dialogata.

Le immagini religiose sul sito dell’attentatore di Roma? Un fake?

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Alcune testate riportano la notizia che andando sul Facebook di Luigi Preiti, l’uomo che questa mattina ha aperto il fuoco davanti a Palazzo Chigi, mentre il governo Letta giurava al Quirinale, si può notare come il profilo sia invaso da immagini religiose. In particolare si possono vedere immagini del carcere di Rebibbia con la frase: “Misericordia di Dio speranza unica dei disperati, Confido in te”.

E’ poco probabile che il profilo sia quello dell’attentatore anche perché risulta un diploma di ragioneria conseguito nel ’92.

Inoltre c’è chi, in queste ore, si cambia il nome per assumere quello di Luigi Preiti e scrive:

“FESTA DELLA LIBERAZIONE DI STO C***O. ONORE AL DUCE BENITO MUSSOLINI. ONORE A TUTTI I CAMERATI ASSASSINATI. W IL FASCISMO. MORTE VIOLENTA PER TUTTI I DEPUTATI E SENATORI. DUCE! DUCE! DUCE!”

Perchè non vi è controllo su Facebook? Si sospendono profili per aver inviato un messaggio di troppo, ma non si condanna l’apologia fascista che la nostra Costituzione vieta? E’ intollerabile che si permettano queste violazioni alla Carta.

Le parole di Vendola sull’attentato di Palazzo Chigi!

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“Un disperato o pazzo spara ed è tutta colpa di chi dissente, di chi non si piega all’inciucio… Non sentite puzzetta di regime?”

Così il leader del Sel commenta l’attentato di oggi avvenuto a Palazzo Chigi che ha visto il ferimento di due carabinieri e l’arresto di Luigi Preiti, un ragioniere di Rosarno ceh da 20 giorni sembra che progettasse il gesto di protesta. Un uomo in crisi personale, un pazzo o forse qualcuno che con una notevole abilità e freddezza riesce a sparare al collo di un poliziotto che indossa il giubotto antiproiettile ferendolo gravemente e con altrettanta lucidità riesce a gambizzare un altro carabiniere prima di essere fermato? Quante persone, impugnando una pistola avrebbero tale precisione?

E’ stato operato il cc Giuseppe Giangrande rimasto ferito davanti a P. Chigi.

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Si è preferito operare. Così al policlinico Umberto I di Roma il brigadiere Giuseppe Giangrande è stato sottoposto a un intervento  neurochirurgico per eliminare eventuali frammenti ossei dopo la sparatoria in cui è rimasto coinvolto questa mattina davanti a palazzo Chigi. A dichiararlo è stato il direttore della Dea dell’ospedale. Intanto la prognosi non viene sciolta.

Come si apprende dalle fonti ospedaliere del San Giovanni, l’altro carabiniere hala gamba destra fratturata.

Sconcerto e grande tristezza alla caserma Baldissera, sul Lungarno Pecori Giraldi a Firenze, sede del Sesto Battaglione Carabinieri Toscana, dove sono in servizio il brigadiere Giuseppe Giangrande e il carabiniere scelto Francesco Negri, feriti nell’attentato di stamani, davanti a Palazzo Chigi. Poca voglia di parlare fra i colleghi dei due militari – molti stanno andando a Roma per star loro vicino – che li definiscono ‘due bravissimi ragazzi, che si sacrificano. Questo – viene spiegato – e’ un lavoro che si fa solo con la passione, e’ un mestiere che chiede molto, che ti tiene lontano dalla famiglia e dagli affetti. Qua condividiamo tutto, esperienze di vita, tensioni, ansie e gioie’. Il contingente toscano era arrivato a Roma da qualche giorno ‘siamo a disposizione del Comando generale – viene aggiunto – che ci impegna non solo in Toscana, ma laddove ci sia bisogno: dalle emergenze di Lampedusa a quelle per la Tav, al servizio pubblico durante le partite’.

Giuseppe Giangrande, 40enne siciliano, è di origine siciliana, ma da anni vive a Prato.  Vedovo da due mesi, con una figlia 23enne che è corsa a Roma non appena ha appreso la notizia.

Accanto a Francesco Negri, il secondo carabiniere ferito c’è la compagna. Francesco, 30enne, originario di Torre Annunziata,  ha subito chiesto notizie del collega.

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