Per Letta è SI’… ma il rating non cambia!

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Dopo il discorso di oggi, senza nessuna sorpresa, Enrico Letta si è aggiudicato la fiducia a Montecitorio con 453 sì, 153 no e 17 astenuti. Via libera quindi al programma del neopremier. E se Piazza Affari approva, e lo dimostra chiudendo positivamente  con l”indice Ftse Mib che guadagna il 2,20% a 16.929 punti e riporta così il listino milanese sui livelli di oltre due mesi fa, Standar & Poor’s, l’agenzia di rating, non cambia la sua opinione: nonostante la nuova coalizione, si resta a BBB+ visto che permane il significativo rischio che l’economia possa non riprendersi nella seconda metà dell’anno: “Le parole iniziali di Letta suggeriscono un’intenzione a rallentare, ma non invertire, la velocità del risanamento fiscale”. L’agenzia dichiara anche che non è chiaro se un simile governo sarà effettivamente in grado di attuare delle riforme che incentivino la crescita, inoltre “la legge elettorale potrebbe essere riformata e questo, a nostro avviso, rafforzerebbe la capacità di azione dei futuri governi”.

Pippo Civati non partecipa alla fiducia… dissenso nel Pd!

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“Non parteciperò al voto di fiducia del governo Letta. Ho deciso così, dopo giorni difficili, dopo avere atteso risposte che non sono arrivate, dopo avere valutato tutte le alternative e le possibilita’ che avevamo di fronte”. Così Pippo Civati, deputato del Pd.

Pippo Civati e il suo “mi dispiace ma non sono d’accordo”

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Pippo Civati non ci sta e lo dice a chiare note in un post sul suo sito:

“Soprattutto perché il governo, di ora in ora, si irrobustisce, e il governo di scopo sta diventando un governo di scopone (scientifico). Un governo politicissimo, basato sulla collaborazione Pd-Pdl, senza scadenza, non a caso presieduto dall’ultimo dirigente del Pd che non si è dimesso (perché eletto dall’assemblea, ma non solo). Le cose, dal mio punto di vista, stanno peggiorando, come cerco di spiegare oggi in un’intervista al Piccolo (evidentemente, non l’hanno letta)”.

Civati coglie il punto essenziale del pericolo incombente che dovrà essere gestito da Enrico Letta: la strategia che ogni forza politica in campo tenta di adottare per avere un tornaconto personale. Non importa quindi quanto saranno valide le riforme o quanto si farà per rimettere in moto l’economia, ma sembra avviarsi un processo di tattica e gioco-forza sulla quale prevarrà l’interesse dei partiti piuttosto che il bene dell’Italia. Un governo talmente politico che ancora una volta sarà autoreferenziale e senza scadenza.

Ma che fine hanno fatto i famosi 8 punti del progetto Bersani? Ce lo spiega lo stesso Civati in un altro post:

“Tra le altre cose che sono cambiate nello spazio di una notte (o che forse non sono cambiate, nei sessanta lunghi giorni che sono seguiti alle elezioni), c’è il programma di governo che il Pd ha presentato al Paese.

Gli otto punti sono un lontanissimo ricordo. E del cambiamento, dopo le durissime parole di Napolitano in aula, non parla più nessuno. O quasi.

In particolare, degli otto punti sono volate via alcune cose che è un po’ complicato fare con Berlusconi: la prima, riguarda la nuova legge sulla corruzione, che avrebbe dovuto (condizionale passato, modo e tempo del verbo che saranno molto frequentati da oggi in poi) superare di slancio la legge Severino che il Pdl aveva molto ridimensionato (già); la seconda, riguarda il conflitto d’interessi, che scivolerà nelle priorità fino all’ultimo posto, insieme alle questioni riguardanti incandidabilità e ineleggibilità; la terza, riguarda la riforma fiscale, perché si sa che il Pdl detesta la patrimonializzazione del fisco; la quarta, e andiamo nel ‘sociale’, riguarda la riforma degli ammortizzatori e il dibattito che si sarebbe potuto aprire sul reddito minimo; la quinta, e veniamo al capitolo sviluppo, è quell’idea di mobilità, di infrastrutture e di politiche ambientali che rimarranno ancora sullo sfondo (come accade da un secolo).

Quello che si potrà fare, anche velocemente, è l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, proprio il tema sul quale Bersani era stato molto cauto. Poi, certo, si potrà aprire una riflessione sulla legge elettorale, che qualcuno già inserisce in una riforma costituzionale più ambiziosa, che guardi al semipresidenzialismo (riforma per la quale ci vuole un bel po’ più di tempo). E sicuramente si potrà portare in Europa qualcosa di nuovo, anche se – vale la pena di ricordarlo – il centro dell’alleanza delle larghe intese sarà proprio quel Mario Monti che non ha certo brillato negli ultimi tempi.

Insomma, è cambiato anche il cambiamento. Ma che cosa volete che sia?”

Quello che si prospetta agli italiani è quindi un cambiare ancora una volta senza una progettualità a lungo termine, ma solo cambiare in virtù di poter poi “ricattare il voto” degli italiani con i cambiamenti imposti? Il conflitto d’interessi scomparirà? Il problema lavoro come sarà gestito? La ripresa economica sarà ancora una volta a carico del ceto medio italiano?

 

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