Strage di Capaci: si apre una nuova pista

strage-capaci-tuttacronaca23 maggio 1992, autostrada A29. Il giudice Giovanni Falcone, la mogli e tre agenti della scorta perdono la vita a seguito dell’esplosione di 400 chiloglrammi di tritolo. Accusata della strage di Capaci, Cosa Nostra. Ora però si aprono nuove piste e spunta anche l’estremismo nero. Come si legge in un articolo del Fatto Quotidiano:

Lui è un dirigente di polizia in pensione con il volto deturpato da un colpo d’arma da fuoco, e per questo soprannominato “il bruciato” o “faccia di mostro”. Lei è una donna addestrata, forse nei campi paramilitari sardi utilizzati da Gladio. Entrambi sarebbero vicini ad ambienti dell’eversione nera. Il primo, Giovanni Aiello, è formalmente indagato per strage; la seconda, “la segretaria Antonella”, è in corso di identificazione da parte della procura di Caltanisetta che ha riaperto il fascicolo della strage di Capaci, puntando per la prima volta verso responsabilità oltre Cosa Nostra.

E spiega:

Agli atti è finita una nuova rivelazione del pentito Gioacchino La Barbera, “il picciotto” di Altofante che partecipò alle fasi operative della strage: durante un colloquio investigativo con il sostituto della Dna Gianfranco Donadio, ha detto che nelle riunioni preparatorie c’era “un uomo sconosciuto”, che “parlava a bassa voce”. Per la prima volta, dunque, sulla scia dell’indagine “parallela” svolta nei mesi passati da Donadio, la procura di Caltanisetta alza il livello delle indagini su Capaci dalla semplice manovalanza mafiosa e ipotizza un ruolo dei servizi segreti nell’attentato contro il giudice Falcone e la sua scorta, seguendo (con le cautele del caso, ma anche con l’avvio delle deleghe di indagine) quel filo che legherebbe mafia, servizi ed eversione nera, e che Donadio nei mesi passati ha messo al centro del suo lavoro investigativo volto a confermare – come lui stesso ha riferito al capo della Dna Franco Roberti – “la presenza di elementi appartenenti ai servizi segreti, in particolare legati all’eversione di destra, in molte parti degli accertamenti” sullo stragismo.

L’ex poliziotto in pensione non è una nuova conoscenza per la procura di Caltanisetta che lo aveva iscritto nel registro degli indagati già una prima volta nel 2010 per concorso esterno in associazione mafiosa, per poi chiedere la sua archiviazione, giunta nel dicembre 2012. L’ombra di un personaggio col volto sfigurato si allunga, infatti, da molti anni sui misteri di Palermo. Di “faccia di mostro”, aveva già parlato anche il pentito Luigi Ilardo, definendolo un “killer di Stato”, poco prima di essere ucciso nel ’96. Lo stesso Ilardo che, senza essere creduto, aveva collegato le stragi siciliane del ’92 alla strategia della tensione, facendo riferimento ad ambienti para-istituzionali che avrebbero utilizzato Cosa Nostra per attuare il piano stragista. Ma nelle nuove indagini non ci sono solo le indicazioni dei pentiti: i pm attendono l’esito delle analisi sui tre reperti – guanti, mastice e torcia – trovati subito dopo l’esplosione sopra un sacchetto di carta, a 63 metri dal cratere, ma a poca distanza dal tunnel di Capaci.

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“Sono stati loro a venire da me, non io da loro”, Riina su Stato-mafia

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Per la prima volta Totò Riina avrebbe fatto chiaro riferimento alla  trattativa Stato-mafia. La rivelazione è arrivata Qualche settimana fa, mentre stava per essere trasferito dalla sua cella alla saletta delle videoconferenze. durante il trasferimento avrebbe detto agli agenti  “Sono stati loro a venire da me, non io da loro”, questa frase sarebbe un riferimento al dialogo segreto che nel giugno del 1992 venne avviato da alcuni ufficiali del Ros con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, in merito alla trattativa Stato-mafia. L’altra frase che è stata inserita  in una relazione di servizio stilata da alcuni agenti del Gom, il gruppo speciale della polizia penitenziaria che si occupa della gestione dei detenuti eccellenti sarebbe stata “Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino”, in questo modo Riina sembrerebbe confermare le parole di Massimo Ciancimino, che ha descritto gli incontri riservati del padre Vito con l’ex comandante del Ros Mario Mori. Questa mattina, la relazione è stata depositata al processo per la trattativa, che si svolge nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo. Al momento i magistrati hanno deciso di non interrogare Riina, ma hanno preferito avere la conferma ascoltando gli agenti che hanno stilato la relazione, i quali hanno confermato il contenuto.

Ingroia svela la trattativa Stato-mafia.

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Una lunga confessione quella dell’ex pubblico ministero Antonio Ingroia a Der Spiegel sulla trattativa Stato-mafia. Secondo Ingroia gli accordi, intercorsi negli anni ’90, hanno cambiato il volto delle organizzazioni criminali che da organismi violenti sono poi stati trasformati in vere e proprie lobby affaristiche. E’ dispiaciuto Ingroia di non poter più essere il pm nel procedimento che vedrà sfilare sul banco degli imputati personaggi del calibro di Riina, Provenzano e Bagarella, ma anche politici come l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino?

”Quando indagavano ho capito che la procura non potrà mai arrivare alla completa verità sui colloqui tra governo e mafia. Ci sono forze politiche che lo vogliono impedire. Anche per questo ho scelto di candidarmi per il Parlamento”, così afferma l’ex magistrato senza troppi giri di parole.

Poi continua accettuando l’attenzione sull’importanza storica di questo processo:

“Questo non si è mai verificato prima d’ora nella storia del nostro paese. Inoltre viene dibattuto in un’aula di un tribunale ciò che è sempre stato smentito o taciuto, la trattativa tra criminalità organizzata e stato”.

Ma si riuscirà a far emergere qualche nuova verità?

“Ovviamente ho grande fiducia nella pubblica accusa, un team di colleghi molto competenti. Ma senza l’appoggio dell’intero paese, senza un’opinione pubblica che desidera conoscere la verità, appoggiandoli, loro potranno fare poco”.

E poi continua:

“Ci sono movimenti, per insabbiare le cose. Io spero che il processo vengano condotto in modo ragionevole e con la necessaria attenzione. L’atmosfera è molto tesa, ma ciò non deve impedire che il procedimento si svolga in modo prudente”.

E sulle intercettazioni tra il Capo dello Stato Napolitano e Mancino, Ingroia rimarca di non esser stato contento della loro distruzione, ma di rispettare la decisione:

“Quei colloqui non avevano una rilevanza penale. Politicamente forse sì, ma come pubblico ministero questo non mi interessava”.

Ma cosa contenevano quelle intercettazioni? L’ex Pm di Palermo risponde con una risata e afferma di aver mentalmente cancellato il loro contenuto.

La rivelazione di Ingroia invece avviene sul suo mentore e maestro Paolo Borsellino:  

”Dai testimoni oculari si è scoperto che Borsellino ne fosse a conoscenza (della trattativa Stato-mafia, ndr). Il magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 aveva saputo di contatti tra i carabinieri e il sindaco di Palermo Ciancimino, uomo di collegamento dei corleonesi. Questa circostanza è stata sempre negata, ma alcuni pentiti hanno affermato che la mafia ha deciso di uccidere Paolo Borsellino proprio perché rappresentava un ostacolo a questo accordo. Spero che questo diventi chiaro ad alcuni”.

Ma chi ebbe l’idea della trattativa? Secondo l’ex magistrato non ci sono dubbi: Bernardo Provenzano.

“L’ho interrogato alcuni mesi fa. Non sta bene, ma ha sempre capito ciò che gli veniva comunicato, ascoltando in modo attento e concentrato”.

Secondo Ingroia però ormai è troppo tardi perché si possa davvero svelare la verità sulla trattativa tra mafia e stato:

“Temo che ormai quel treno sia definitivamente partito”.

23 maggio 1992. Il velo resta anche se strappato?

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Sono passati 21 anni e le indagini su quella strage sono ancora in corso. Ogni anno tra i discorsi istituzionali e le “nuove piste” si cerca di dare una spiegazione a quella mattanza che pur essendo stata ideata in Italia e connessa al territorio siciliano, forse trae ispirazione in quei Paesi in cui il terrore  diventa un arma di difesa della criminalità per sconfiggere la legalità. La strage di Capaci, ricordata oggi con due navi della legalità che sono approdate a palermo con 2600 studenti provenienti da 800 scuole di 13 Paesi europei, forse trova la sua origine a Medellin, Colombia.  In fondo anche i boss di Cosa Nostra hanno i loro “eroi”, quei genii del male come Pablo Escobar. E’ possibile quindi che Riina si sia ispirato a quel clima che vigeva a Medellìn negli anni in cui il controllo della città era nelle mani del più grande trafficante di droga della storia? Questo elemento non è solo un  dettaglio trascurabile, ma può essere una chiave d’accesso a un approccio diverso.

Può far emergere quindi il clima in cui quella strage è stata progettata collegandolo con tutte le stragi che avvennero in Italia tra il ’69 e il ’74 e con quelle dell’80 (Bologna) e dell’84 (rapido 904).  Un clima di terrore che culmina quindi nel cuore dell’attacco allo Stato con la morte dell’eroe buono e nel trionfo dell’eroe cattivo?  Può essere quindi un segnale chiaro per mettere un punto e a capo? E dove si è andati dopo quel punto e a capo di Capaci? A 21 anni forse qualcuno dovrebbe iniziare a raccontarci un’ “altra storia”, quella che è stata seppellita con Falcone, quella contenuta nelle pagine di un’agenda rossa mai ritrovata, quella che parla di intimidazioni allo Stato per costringerlo a una trattativa, quella i cui sprazzi ogni tanto emergono e, poi, vengono brutalmente zittiti!

 

Il velo squarciato… perquisizioni e arresti per la strage di Capaci

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Si squarcia il velo dell’omertà e l’ultimo pentito di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza, parla e fa i nomi di coloro che procurarono l’esplosivo o e lo prepararono per strage di Capaci dove perse la vita Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. Dopo 20 anni di omertà finalmente si rompe il silenzio e si squarcia il velo che aveva sempre lasciato molti interrogativi insoluti.

La ricostruzione del pentito Spatuzza è dettagliata: “Ricordo che un mese e mezzo prima della strage di Capaci, Fifetto Cannella mi chiese di procurargli una macchina voluminosa, per recuperare delle cose. Ci recammo pertanto con l’autovettura di mio fratello nella piazza Sant’Erasmo di Palermo, dove incontrammo Peppe Barranca e Cosimo Lo Nigro, e dove avremmo dovuto incontrare Renzino Tinnirello, il quale però tardò ad arrivare. Ci recammo quindi a Porticello, ove trovammo un certo Cosimo, ed assieme a lui ci recammo su un peschereccio attraccato al molo, da dove recuperammo dei cilindri delle dimensioni di 50 centimetri per un metro legati con delle funi sulle paratie della barca. Al loro interno vi erano delle bombe”. Lungo la strada, i mafiosi trovarono anche un posto di blocco ma non furono fermati. Poi Spatuzza continua il racconto: “Una volta arrivati a casa di mia madre, in cortile Castellaccio, scaricammo i bidoni all’interno di una casa diroccata di mia zia, che si trova a fianco”. Il giorno dopo, i “cilindri” furono spostati in un magazzino di Brancaccio: “Lì cominciammo la procedura tagliando la lamiera dei cilindri con scalpello e martello ed estraendo il contenuto”. Ma quell’operazione era troppo rumorosa: “Mi resi conto che eravamo all’interno di un condominio, quel posto non era adatto al lavoro”, ricorda Spatuzza davanti ai magistrati di Caltanissetta. Così, l’esplosivo fu trasferito ancora: in un magazzino della zona industriale di Brancaccio dove aveva sede la ditta di trasporti “Val. Trans.”, lì Spatuzza lavorava come autista.

“L’esplosivo che macinavamo era solido, di colore tra giallo chiaro e panna. Lo macinavamo schiacciandolo con un mazzuolo, lo setacciavamo con lo scolapasta sino a portarlo allo stato di sabbia”. Quell’esplosivo prelevato a Porticello non bastò: “Ci recammo a prelevare altri due bidoni alla Cala, sempre legati a un peschereccio”, prosegue Spatuzza. Una parte di quella micidiale carica fu consegnata poi a Giuseppe Graviano per la strage di Capaci, una parte servì per la strage Borsellino.

Nella ricostruzione di Spatuzza vengono chiamati in causa alcuni fedelissimi di Giuseppe Graviano, il capomafia del quartiere palermitano di Brancaccio che sta dietro tutte le stragi del ’92 e del ’93. Si tratta di Giuseppe Barranca, Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Giorgio Pizzo, Vittorio Tutino e Lorenzo Tinnirello. Sono tutti in carcere già da tempo, con condanne pesanti per reati di mafia ed omicidio. Nei loro confronti è scattata una nuova ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip di Caltanissetta Francesco Lauricella, su richiesta del procuratore aggiunto Domenico Gozzo e dei sostituti Onelio Dodero e Stefano Luciani. Il provvedimento riguarda anche Cosimo D’Amato, il pescatore che consegnò al gruppo di sicari l’esplosivo prelevato da alcuni vecchi ordigni trovati in mare, e Salvo Madonia, uno dei reggenti della potente famiglia palermitana di Resuttana, ritenuto uno dei mandanti della strage Falcone, assieme a tutta la Cupola mafiosa. Anche D’Amato e Madonia sono già in carcere.

Sono informazioni nuove che fanno chiarezza sulla parte che non era ancora emersa nella strage di Capaci. Di quel commando nessuno aveva mai parlato perché Giuseppe Graviano, aveva ordinato la massima riservatezza soprattutto nelle operazioni di confezionamento dell’esplosivo. Furono 200 i chili di tritolo, prelevato dal mare, che furono consegnati a Giovanni Brusca che ne aveva già procurati altri 200 chili nelle cave. Per la sistemazione delle cariche Brusca si rivolse al cugino e a Pietro Rampulla. Entrambi avevano molta dimestichezza con l’esplosivo.

Ancora polemiche sulla trattativa Stato Mafia

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