La premier dame di Francia finisce in ospedale, colpa del gossip?

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La premier dame di Francia, Valerie Trierweiler è attualmente ricoverata in un ospedale di Parigi. I medici le hanno prescritto cure e riposo per qualche giorno: è quanto si legge sul sito internet del quotidiano Le Parisien. Per il giornale, la Trierweiler è “molto abbattuta e provata per le rivelazioni in merito al presunto legame di Francois Hollande con l’attrice Julie Gayet”.

Macabro Facebook in festa per la morte del Signore di Arcore!

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Stavolta il Giornale si è davvero infuriato dopo la comparsa della pagina Facebook che inneggia alla morte di Berlusconi “avvenuta” il 25 aprile 2014. Il macabro scherzo, anche se condiviso da appena 60 utenti ha dato il via alle infuocate parole del “quotidiano di famiglia” che definisce l’iniziativa come figlia del più becero anti-berlusconismo.

Su Facebook  si legge:

ispirati dai festeggiamenti a Glasgow per la morte di Margaret Thatcher, noi saremo pronti e festeggeremo la prima sera utile dalla morte di Berlusconi. Chiamiamola festa coccodrilo (un po’ come fanno i giornalisti alla morte dei personaggi famosi con il servizio già pronto e confezionato).

Sul Giornale, si ringhia:

Sì, perché quello che colpisce in questo universo parallelo fatto di odio e insulti di ogni tipo- miscela in cui si confondono leggende metropolitane, surreali attribuzioni di colpa, conformismo, invidia sociale e molto altro – è l’evocazione della violenza, quasi fosse un gioco o un diritto morale da esercitare per eliminare l’avversario più insidioso. «Con Berlusconi ho sempre avuto un rapporto bellissimo, un odio platonico!» disse una volta Roberto Benigni. Non sempre, però, questa rabbia alimentata da unsistema mediatico che soffia sul fuoco per propria convenienza e lucro, è rimasta dentro confini ragionevoli. Oggi, alla fine di unpercorso ventennale si ritorna al punto di partenza: l’augurio di morte. Rito anche vagamente autoiettatorio. Perché scrivere «coccodrilli» non porta mai bene. Figuriamoci se si preparano per un caimano.

La morte di Nelson Mandela e l’incredibile gaffe de Il Giornale

nelson-mandela1-giornale-tuttacronacaLa notizia della morte di Nelson Mandela ha fatto il giro del mondo ed è diventata la notizia di apertura delle testate online di tutto il mondo, che non solo hanno lasciato spazio al resoconto del decesso, ma hanno dedicato approfonditi ritratti al leader dell’African National Congress. Forse la fretta di essere tra i primi o l’eccessiva commozione hanno però giocato un brutto scherzo a un redattore de Il Giornale. Come ha infatti rilevato Andrea Mollica sul sito di Gad Lerner, sul sito del quotidiano diretto da Alessandro Sallusti è comparso un titolo che ha dell’incredibile: “Nelson Mandela, il padre dell’apartheid”. Come tutti sappiamo, il Nobel per la Pace del 1993 era uno dei leader della lotta contro l’apartheid, il regime razzista che negava i diritti ai neri, la netta maggioranza della popolazione del Sudafrica. In seguito i redattori hanno corretto quello che loro stessi hanno definito, correttamente, un grave errore, in una nota che lo stesso Mollica ha in seguito riportato e che si può leggere a questo link. “Ci scusiamo con i lettori per l’errore nel titolo interno all’articolo pubblicato questa sera sulla morte di Nelson Mandela. Un errore, grave, smentito dal testo stesso dell’articolo, in cui si ricorda l’innegabile ruolo contro l’apartheid del primo presidente di colore del Sudafrica”.

750mila euro della Rai, soldi pubblici, per ottenere interviste con Formigoni e Cl

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La vicenda la racconta prima il Fatto Quotidiano e poi la riprende Il Giornale. Sarebbero stati 750mila euro, pagati con i soldi pubblici della Rai, a essere versati per ottenere l’esclusiva dei servizi giornalistici dedicati al Meeting di Rimini. La Rai avrebbe offerto un accordo per filmare dibattiti od otte­nere interviste con Roberto For­migoni, Maurizio Lupi o con chiunque tra politici, imprenditori e personaggi pas­si per la manifestazione estiva organizzata da Comunione e liberazione.

Il Giornale scrive:

In so­stanza, entrambi si chiedono che bisogno ci sia di spendere tali somme per avere l’esclusi­va di una manifestazione che sarà pure molto importante, ma che si può tranquillamente seguire con i servizi giornalisti­ci normali come è stato sempre fatto. Soprattutto perché è dif­fi­cile immaginare una valanga di spettatori che si precipitino a guardare le immagini in arrivo da Rimini: solo un ritorno alto di interesse e di ascolti potreb­be giustificare, infatti, un’ope­razione simile. Minzolini sotto­linea che «l’esclusiva si chiede per eventi giganteschi come i Mondiali o le Olimpiadi. Nel ca­so del Meeting- se l’accordo ve­nisse confermato – si trattereb­be in realtà di una sponsorizza­zione a una precisa area cultu­rale- politica, nonostante i con­tinui proclami di indipenden­za dalla politica medesima fatti dai vertici della Rai. Anzi sareb­be la tv pubblica a fare politica direttamente. E tra l’altro verso l’area di riferimento che sta so­stenendo il governo Letta».

In Rai si fa notare che l’accor­do non è ancora definitivo e si attendono le osservazioni della commissione di Vigilanza per prendere una decisione finale. Così Fico ha chiesto ai vertici Rai «quali sono le ragioni che hanno portato l’azienda a pre­sentare questo tipo di offerta agli organizzatori dell’evento che fa capo a Cl. Se il contratto già esistesse – ha aggiunto – sarebbe da stracciare. È assurdo che vengano stanziati soldi pubblici per seguire eventi di questo genere. Allora anche i partiti o le associazioni di cate­goria potrebbero richiedere di essere pagati per garantire il li­bero accesso ai giornalisti per le loro convention. È un nonsen­se , l’ennesimo».

Ha chiesto, invece, Minzolini alla commissione di Vigilanza: «Vista la tipologia di tale accor­do e anche al fine di chiarire i presupposti di tale negoziazio­ne tenuto conto del diritto/do­vere del servizio pubblico radio­televisivo in materia di pluralismo dell’informazione, riterrei utile conoscere se risponda al vero quanto riportato dalle agenzie di stampa, sia con riferi­mento alla effettiva conclusio­ne dell’accordo da parte del procuratore competente sia in relazione all’importo previ­sto». I vertici della tv pubblica hanno risposto che l’accordo (che viene gestito da Costanza Esclapon, direttore della comunicazione e delle relazione esterne) comporta la creazione di uno stand dentro il padiglio­ne fieristico di Rimini dove si svolge il Meeting (…)

La mano che lanciò il Duomo… polemiche contro la scultura a Rosarno

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Per alcune ore a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria è stata esposta una scultura – opera presentata ad un festival della rigenerazione urbana patrocinato dal Comune – che ritrae la mano di Massimo Tartaglia, l’uomo che nel dicembre del 2009 tirò la statuetta del Duomo di Milano in faccia a Silvio Berlusconi.

La denuncia arriva da Il Giornale che riporta le parole del consigliere comunale Udc Giuseppe Idà:

“Altra figuraccia dell’Amministrazione comunale di Rosarno, non c’è mai fine al peggio…. Ieri in pompa magna hanno scoperto in Piazza Valarioti questa ‘Opera d’Arte’, dopo essersi accorti che era un obbrobrio, e che di arte non c’era proprio nulla, con una scusa banalissima nell’arco di dieci minuti l’hanno immediatamente rimossa!! La Statua ritrae la mano di quello squilibrato che tirò la statuetta del Duomo di Milano in faccia di Berlusconi, rischiando di ammazzarlo!!”

Ora la statua è stata rimossa. Ma su Facebook è stata pubblicata una foto della scultura.

“Come amministrazione comunale siamo all’oscuro della vicenda”, ribatte il primo cittadino, “Sappiamo solo che, nell’ambito della kermesse che si è conclusa il 28 settembre scorso, un artista, del quale non ricordo nemmeno il nome, ha realizzato quest’opera, effimera come le altre che sono state realizzate in quella occasione. Opera che è stata rimossa dai vigili urbani. Non poteva esserci alcuna inaugurazione da parte dell’amministrazione comunale perché non avevamo commissionato alcuna opera del genere che, peraltro, non è mai stata visionata da alcuno. L’unica foto che la riguarda, essendo stata sempre coperta da un drappo, è stata scattata dallo stesso artista che se l’è fatta per ricordo. Non c’è nessun caso, dunque anche perché, per quanto ci riguarda, eravamo del tutto ignari della cosa.”

I presunti guai con la giustizia di Matteo Renzi e l’articolo de Il Giornale

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Oggi “Il Giornale” ha redatto un articolo che vorrebbe gettare ombre sul sindaco di Firenze, nel quale si parla di “conti in sospeso” che avrebbe Matteo Renzi con a giustizia. Questo è l’articolo:

Condannato per atti compiuti nell’esercizio delle funzioni di pubblico amministratore. Ebbene sì, anche Matteo Renzi ha qualche problemuccio con la giustizia. È una condanna di primo grado, non definitiva, appellabile.

È vecchia di due anni, ma la magistratura contabile non avverte particolare urgenza di procedere nell’esame del ricorso. Facile dimenticarsi di questa macchia. Eppure la condanna rimane, ovviamente affatto sbandierata dall’apparato comunicativo dell’aspirante segretario del Partito democratico.

La vicenda risale a quando il giovane Matteo era presidente della provincia di Firenze, prima di diventare sindaco del capoluogo. La carriera renziana è lunga, la sua militanza politica nelle file del Movimento giovanile della Democrazia cristiana risale addirittura agli anni del liceo, prima ancora che Silvio Berlusconi scendesse in campo nel 1994. Il secondo passo fu diventare portaborse di Lapo Pistelli, quindi promotore dei Comitati Prodi a Firenze; passò poi alla testa del coordinamento cittadino della Margherita e, infine, alla segreteria provinciale. Aveva 29 anni Renzi quando si insediò a Palazzo Medici Riccardi. Era il 2004 e il curriculum da aspirante membro della Casta lo proiettò giovane sulla sua prima poltrona di prestigio.

La condanna di primo grado giunge nel 2011. La emette la Corte dei conti della Toscana. L’accusa è di danno erariale per l’inquadramento contrattuale di alcuni dipendenti assunti a tempo determinato: tradotto in lingua corrente, significa assunzioni clientelari. Alcuni membri dello staff del presidente sarebbero stati inquadrati in una categoria superiore a quella dovuta, con relativi stipendi gonfiati.

La procura della Corte contabile aveva contestato alla giunta Renzi un danno erariale di 2.155.000 di euro, ridotto dai giudici di primo grado a un risarcimento di 50mila euro. Di questa somma, circa 14mila sono stati posti a carico del rottamatore e 1.000 al suo vice di allora, Andrea Barducci, oggi promosso presidente della Provincia medesima. Il resto è stato addebitato a ex assessori e funzionari dell’ente locale. Le persone condannate sono 21; nove dei 30 indagati sono stati archiviati.

Renzi contestò pesantemente il lavoro della procura contabile: «Una ricostruzione fantasiosa e originale». E adesso invece ci viene a ripetere che le sentenze vanno rispettate, non si discutono, si accettano in silenzio, si applicano punto e basta.

Fin quando una sentenza non è definitiva lo stato di diritto consente ogni tipo legale di opposizione. L’articolo poi continua:

I giornali locali sono stati ben lieti di ospitare la propaganda renziana: la Provincia ha risparmiato, i dirigenti sono stati dimezzati, il personale è sceso, la colpa è di un dirigente che ha sbagliato l’inquadramento delle segretarie. Operazione scaricabarile, secondo lo stile del rottamatore. Nessuno tuttavia gli ha sentito dire: accetto la sentenza, la giustizia faccia il suo corso, auspico tempi brevi per il processo di appello. Del quale, a due anni dal verdetto di primo grado, si è persa ogni traccia.

Ma la Corte dei conti ha dovuto occuparsi anche delle spese di rappresentanza del giovane presidente della provincia di Firenze. Le ha denunciate un dipendente di Palazzo Medici Riccardi che ha il dente avvelenato con Renzi. Il suo mandato è costato ai contribuenti fiorentini 600mila euro in cinque anni tra viaggi, ristoranti, regali, ospitalità: una visita negli Stati Uniti nei giorni in cui Obama fu eletto presidente è costata 70mila euro.

La Provincia aveva dato a Renzi una carta di credito con un plafond di 10mila euro mensili. I magistrati contabili sono andati a caccia dei giustificativi, ricevute e scontrini. Quando mancavano, il capo di gabinetto autorizzava ugualmente gli esborsi: «Spese regolarmente eseguite in base alle disposizioni contenute nel disciplinare delle attività di rappresentanza istituzionale». Renzi ha fatto felici le migliori cucine di Firenze: 1.300 euro alla pasticceria Ciapetti, 1.855 euro alla Taverna Bronzino, 1.050 euro da Lino e 1.213 al Cibreo.

Sotto inchiesta sono finiti anche i 4,5 milioni che la provincia ha elargito alla Florence Multimedia, società che svolge attività di comunicazione e informazione per la provincia. La domanda, come amava ripetere Antonio Lubrano quando si occupava dei diritti dei consumatori e degli sprechi della pubblica amministrazione, sorge spontanea: ma non bastano gli organici dell’ufficio stampa?

Premesso che, nel caso di Renzi, siamo solo in presenza di un giudizio di  primo grado e non di una sentenza definitiva, gravissime appaiono le accuse de “Il Giornale” che addebita a Renzi la compartecipazione ad “assunzioni clientelari” ancora tutte da verificare prima della sentenza definitiva. Ferme rimanendo le valutazioni che vorrà fare il giudice della Corte dei Conti si tratterebbe per Renzi di aver apposto delle firme di convalida su scelte fatte nell’ambito degli specifici uffici del Comune. Questo nulla può togliere alla responsabilità generale e propria del sindaco, ma occorre verificare, prima di esporlo, con tanta facilità, a giudizi mediatici, se ci sia stata la volontà di Renzi di  partecipare a un illecito con conseguente danno erariale.  Non si tratta del fatto che Renzi abbia – motu propriu – gonfiato gli stipendi”, ma soltanto di verificare se le nomine fossero avvenute in modo ineccepibile. Lo stipendio più elevato in questi casi è solo una conseguenza della nomina  che a giudizio concluso eventualmente con condanna del Comune, andranno risarcite allo Stato. Ma quello che è necessario distinguere è che non siamo di fronte a condanne penali per frode fiscale, ma a eventuali danni erariali che possono essere estinti rifondendo il quantum ed eventualmente con una sanzione pecuniaria accessoria.

Per quanto riguarda poi le inchieste promosse per l’attività di Renzi come presidente della provincia di Firenze è gravissimo gettare fango addosso a qualcuno che non è neppure rinviato a giudizio.

Il giudice Esposito querela Il Giornale?

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Come viene riportato da Il Giornale, il giudice Antonio Esposito, al centro della bufera dopo l’intervista rilasciata a Il Mattino avrebbe querelato il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti. In un articolo a firma di Massimo Malpica e di Patricia Tagliaferri si legge tra l’altro:

Esposito promette querela. L’annuncio non lo fa di persona, ma si nasconde dietro l’associazione Antonino Caponnetto di cui è presidente onorario (e che sulla pagina Facebook «si stringe intorno al suo presidente e ai suoi familiari vittime di una campagna vergognosa e diffamatoria dopo la sentenza di condanna emessa a carico di Berlusconi»). In pratica tira in ballo una colonna della lotta alla mafia per ribadire quello che il Giornale in realtà non ha mai nascosto, e cioè che la sezione disciplinare del Csm lo ha sempre ritenuto estraneo a tutte le accuse. O meglio, a quasi tutte, visto che il 7 aprile del ’94 il plenum del Csm approvava a maggioranza la proposta di trasferimento d’ufficio dell’allora pretore di Sala Consilina, che venne destinato alla Corte d’Appello di Napoli nonostante lui avesse fatto presente che l’adozione del provvedimento gli avrebbe causato danni incalcolabili, ledendo irreversibilmente il suo onore e il suo prestigio professionale e denunciando che la relativa procedura sarebbe stata condotta con spirito persecutorio e diffamatorio nei suoi confronti, in esecuzione di un disegno comune ai convenuti».

I suoi colleghi, insomma, conoscevano l’intreccio di interessi tra il pretore e la vita sociale ed economica di Sapri. E per questo lo hanno trasferito. Nell’ultima seduta del Csm i consiglieri ne hanno parlato a lungo, anche scontrandosi sulle diverse interpretazione di certi episodi. Ma alla fine sono stati d’accordo sul fatto che «la presenza ultraventennale di Esposito nella pretura di Sala Consilina e il suo coinvolgimento nella gestione dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) hanno determinato una situazione particolare che ha accresciuto il suo potere fino a dar luogo a qualcosa di diverso e di incompatibile con la funzione di pretore dirigente». 

Sulla scuola di formazione i consiglieri si soffermano a lungo, ipotizzando che il particolare tenore di vita del magistrato che risultava «proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo avallassero l’ipotesi che l’Ispi avesse consentito la realizzazione di guadagni nell’ordine di centinaia di milioni, come sembrerebbe potersi evincere dai costi di iscrizione e dalle rette di frequenza». Alla fine è stata proprio la gestione dell’Ispi a determinare il trasferimento. «Dovrebbe essere provato – si legge nel provvedimento – che Esposito svolga attività ulteriori rispetto a quella dell’insegnamento per il quale è stato autorizzato dal Csm». E come emerge dagli accertamenti del capitano dei carabinieri Ferdinando Fedi. «Esposito – scrivono i consiglieri – poteva essere reperito sistematicamente presso i locali della scuola e i collegamenti con l’Ispi venivano tenuti anche in pretura. Pure i carabinieri a volte dovevano attendere perché nello studio del pretore erano a colloquio delle studentesse della scuola stessa».

Il Giornale chiede quindi di far chiarezza sui nastri dell’intervista, mentre il giudice, sentendosi diffamato, querela il quotidiano. In un clima di tensione i meccanismi fra media e giustizia sembrano arrivati a un punto di rottura… al centro ancora una volta c’è Silvio Berlusconi e la politica italiana, anche se questa volta in gioco sembra esserci il futuro del nostro Paese. Se il governo Letta non riuscirà ad avere i numeri per portare avanti le riforme, l’autunno, ma soprattutto l’inverno potrebbero rappresentare un punto di non ritorno per l’economia e per la società italiana.

 

Cavani saluta il Napoli e i cittadini partenopei con una foto e un grazie

cavani-saluti-tuttacronacaCavani ha divorziato dal Napoli, dai suoi tifosi, dalla città. Dopo lunghe trattative. Dopo essere passato da “eroe” a qualcuno che doveva andare via (come lo incitavano gli ormai ex tifosi tramite cartelloni). Ma chi ha fatto palpitare i cuori di una città per tre anni, regalando 104 gol e una serie di capolavori in campo può andarsene senza salutare? Ecco allora che Edinson ha scelto il Corriere dello Sport-Stadio per un ultimo saluto, con una foto e una frase: “1000 giorni indimenticabili, 104 momenti speciali vissuti con Voi. L’azzurro per sempre nel cuore. Grazie per tanto amore. Gracias Napoli”.

La copertina del Time: Papa Francesco… con le corna!

times_papa_corna-tuttacronacaEffetto ottico che fa discutere quello della copertina del Time, dedicata al Pontefice. Che sia disattenzione o uno scherzo di stampa, la M del giornale è parzialmente coperta dal profilo di Papa Francesco e se ne intravede solo la sommità. Ecco allora che le stanghette della lettera assomigliano a due corna. Ovviamente l’immagine è rimbalzata sui social e le reazioni non hanno tardato ad arrivare: chi giudica l’errore, vero o presunto che sia, di pessimo gusto, chi lo considera un segno della “diabolicità” del Papa e chi considera semplicementi inutili le polemiche. Il Time, comunque, ha elogiato Bergoglio, definito Papa del popolo e dei poveri.

“Emanuela Orlandi è morta”, lo dice il pm!

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E’ il pm Giancarlo Capaldo a non aver più dubbi “Emanuela Orlandi è morta”. Intanto Marco Fassoni Accetti, l’uomo che si è autoaccusato del sequestro di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori  ai pm Capaldo e Simona Maisto dice: “Tutto iniziò con le microspie nelle auto dei monsignori. Poi arrivammo ai sequestri”.

Questa non è una delle tante rivelazioni shock che per 30 anni hanno affollato le pagine dei giornali per poi rivelarsi infondate.  E’ lo stesso pm Capaldo ad aver dichiarato a un giornalista del Corriere della sera di essere vicino alla soluzione del caso.

Sul Corriere della Sera si ricostruisce uno “scenario” o meglio “una lotta tra fazioni all’ombra del Cupolone”:

“Di più: i nomi degli alti prelati ai quali (senza che ciò comporti un loro coinvolgimento) avrebbero fatto riferimento i gruppi di potere coperto dal cui scontro sarebbe germinato il sequestro di Emanuela e Mirella. Premessa necessaria: la Procura prende sul serio il superteste indagato. Finora non ha mostrato di curarsi del materiale artistico di Accetti – film e foto sui temi della morte, del potere, del sesso – che a taluni fanno balenare l’ipotesi pedofilia. Tanto più che lui stesso ha fornito le liberatorie per le riprese ai minori e il sito non è stato sequestrato. A Piazzale Clodio, piuttosto, intendono approfondire e riscontrare – vista la gran mole di eventi, inseriti nel loro contesto geopolitico – tutto ciò che l’uomo racconta”.

Ma da dove inizia il coinvolgimento di Accetti? Bisogna tornare ai tempi in cui il “supertestimone” era collegiale al al San Giuseppe De Merode.Qui conobbe alcuni  religiosi che gli mettono a disposizione abiti talari e locali per attività filmiche grazie all’interessamento del suo direttore spirituale Pierluigi Celata.

“«Sacerdoti un po’ peccatori mi proposero: visto che sei così bravo con la cinepresa, vuoi renderti utile?» Siamo alla fine dei ’70, tempo di guerra fredda. Di spie, cordate e camarille. Le azioni del «nucleo di controspionaggio», elenca Accetti, nascono per «tutelare il dialogo con i Paesi del Patto di Varsavia» (il che coincideva con la linea Casaroli) e contrastare la gestione di Ior e Apsa”.

E poi l’articolo continua tra microspie e possibili intrighi vaticani:

“«Volevamo condizionare in senso progressista le scelte del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa… Agivamo nell’area di monsignor Backis (cardinale lituano presente al recente conclave, ndr)». Accetti comunque un episodio lo cita: «Nella sua Fiat collocammo microspie per attenzionare persone che erano con lui». Altre figure vicine erano «monsignor Martin, della Prefettura pontificia, e Deskur, preposto alle Comunicazioni sociali», nonché «il cardinal Hume, alle prese con i debiti della sua diocesi»”.

Il bersaglio, giunti alla fine del 1978, era il “papa polacco”:

“«Ci opponevamo ai finanziamenti a Solidarnosc e in generale alla spinta anticomunista di Wojtyla». Per questo, vittime di ricatti e dossieraggi sarebbero stati il cardinal Caprio (anni prima espulso dalla Cina, spiato con cimici «sotto la moquette gialla») e monsignor Hnilica (condannato per il caso Calvi), oltre a Marcinkus, discusso capo dello Ior, all’uomo d’affari Thomas Macioce e al cardinal O’Connor”.

Poi nella storia entrano anche il destino di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori nel 1981:

“È dall’81, con l’attentato al papa in piazza San Pietro – in vista del quale il «ganglio» (come rivelato dal Corriere lo scorso 18 maggio) avrebbe svolto «azioni di supporto» a favore dei Lupi grigi – che il loro destino inizia a essere segnato. «Le prelevammo dopo la promessa dei servizi segreti ad Agca di liberarlo entro due anni: la Gregori, cittadina italiana, serviva a premere per la grazia presidenziale. Io ci misi le mie capacità di sceneggiatura…»”.

Poi l’articolo però si conclude con l’ennesimo dubbio:

“Accetti sostiene che Katy Skerl, la diciassettenne strangolata nel gennaio 1984 a Grottaferrata, fu uccisa nell’ambito dello stesso scontro di potere. È tale narrazione circostanziata e minuziosissima, seppure mai suffragata da chiamate in correità, che induce la Procura all’ottimismo?”.

La Boldrini va a “Chi l’ha visto”… polemica su Il Giornale

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Laura Boldrini è andata ospite a  ‘Chi l’ha visto’, e per circa 15 minuti ha parlato di alcuni temi sociali e poi della presentazione del suo libro. Ciò ha scatenato le ire de “Il Giornale”, ma la notizia viene ripresa anche da Dagospia:

Laura Boldrini ha varcato una frontiera della tele-politica: un parlamentare, presidente della Camera, negli studi di Chi l’ha visto? non si era ancora visto.

Più di un’intervista o della solita ospitata marchettosa, un’ode all’umanità e alla bontà dellapresidente Boldrini, protettrice dei deboli e consolatrice dei derelitti, con promozione del suo libro incorporata, come da migliore tradizione del servizio pubblico (al politico influente). Un quarto d’ora di (auto)celebrazione, o di beatificazione, per un ricongiungimento favorito dalla Boldrini, ma nel 2008, non oggi.

Quel che è di oggi, piuttosto, è il libro della Boldrini, appena pubblicato, che racconta quella vicenda, «un libro bellissimo» specifica una palpitante Sciarelli (ma non è self marketing della presidente Boldrini, perché «i proventi del libro andranno al campo rifugiati di Da Daab»).

Sconvolgenti rivelazioni sull’Orlandi: quanto è attendibile Accetti?

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Convocato ieri nuovamente a Piazzale Clodio, Marco Fassoni Accetti, il fotografo che ha raccontato di aver partecipato al sequestro Orlandi e di essere stato uno dei telefonisti  (la perizia fonica è in corso), ha raccontato i motivi che, secondo lui, avrebbero portato il gruppo che sequestrò la ragazza a non liberarla subito. Ci furono dei fatti «non preventivati» che fecero «precipitare la situazione». Doveva tornare presto a casa ma fu «trattenuta», con il risultato di trasformare un «finto sequestro» in un giallo infinito.

Interrogato per ore dal   procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo alla presenza dell’avvocatessa Maria Calisse, nel confronto di ieri il magistrato ha cercato di avere nomi “sicuri” di complici e avversari del gruppo. Un gruppo «formato da laici ed ecclesiastici, con il supporto di fiancheggiatori della Stasi» che lo stesso Accetti ha coinvolto nelle dichiarazioni di maggio scorso, quando sostenne che l’accordo firmato dallo Ior sul crack Ambrosiano nel 1984 fu dettato dal ricatto dei sequestratori.

«Io non faccio chiamate in correità – insiste il superteste – fornisco il contesto e numerosi riscontri». Un quadro dettagliato, questo è certo. Il «nucleo di controspionaggio» avrebbe rapito la Orlandi e Mirella Gregori (46 giorni prima) per compiere pressioni per conto di ecclesiastici «orientati in senso progressista». Due gli obiettivi: indurre Alì Agca a ritrattare le accuse ai bulgari di complicità nell’attentato al papa (in cambio di una sua futura liberazione) e colpire lo Ior di Marcinkus.

«Nostra controparte – specifica Accetti – erano persone legate all’avvocato Ortolani (poi condannato per il crak Ambrosiano) e altre vicine a Thomas Marcinkus». La guerra all’ombra del Vaticano, quindi, troverebbe nuovi spunti. Emanuela «doveva tornare a casa in 24 ore», ma ciò fu impedito «prima perché il 23 giugno non avevamo in mano la denuncia di scomparsa da produrre in fotocopia ad Agca». E questo trova riscontro: la famiglia fu invitata a non sporgere subito denuncia al Collegio romano, nella speranza di una «scappatella».

In un secondo momento – e siamo al 24-25 giugno – «perché ci arrivò voce che la commissione bilaterale tra Stato vaticano e italiano per esaminare la situazione dello Ior, fissata al 30 giugno, non sarebbe arrivata a un accordo». «E’ bene tenerle», sarebbe stato l’ordine impartito da non meglio precisati ambienti agli esecutori dei sequestri.

Poi avvennero due eventi deflagranti secondo Accetti: l’appello del 3 luglio di papa Wojtyla, che diede al caso rilievo planetario, e il rilancio delle accuse ai bulgari da parte di Agca, l’8 luglio, al grido di «Sono lo strumento del Kgb!».

Terrorismo,scandali finanziari e fazioni politiche in Vaticano che si sarebbero intrecciate con il destino delle due ragazza scomparse ai tempi della guerra fredda. Ora lo Ior, nelle cronache degli ultimi giorni, è ancora nella bufera, ma sulla verità dell’Orlandi e della Gregori ancora non si vede la luce a 30 anni dalla scomparsa.

 

Emanuela Orlandi è morta? Questa sera una fiaccolata per lei

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Presente a un incontro della terza edizione del Festival Trame a Lamezia, il procuratore aggiunto di Roma, Giancarlo Capaldo, parla della scomparsa della 16enne romana di cui si sono perse le tracce il 22 giugno 1983: “Emanuela Orlandi è morta, ma il caso della sua scomparsa potrebbe risolversi. Finora ci sono state molte false piste e molti depistaggi”. E aggiunge: “La verità sulla fine di Emanuela non si è trovata per molto tempo perché troppi temevano che dietro questa storia si nascondesse una verità scomoda… Che Emanuela Orlandi sia morta è evidente. Che altro si può pensare di una persona scomparsa che non s’è fatta mai viva con nessuno per ben 30 anni di fila?”. Intanto oggi ci sarà una fiaccolata organizzata per lei. Spiega il fratello della ragazza Pietro Orlandi: “Sarà un po’ come riportarla a casa”. La manifestazione si terrà alle 19.30, la stessa ora in cui Emanuela uscì per l’ultima volta dalla scuola di musica che si trovava vicino alla chiesa di Sant’Apollinare a Roma. E proprio da questa piazza si metterà in moto la fiaccolata che raggiungerà il Vaticano. “Abbiamo denominato l’iniziativa Ritorno a casa – dice il fratello di Emanuela – e vorremmo entrare in piazza San Pietro: la mia speranza è che possa arrivare un segnale dal Papa, che papa Francesco possa essere presente in piazza”. Pietro Orlandi e Bergoglio si sono visti, rapidamente, in un’occasione, pochi giorni dopo l’elezione del pontefice:  “Mi disse: ‘Lei sta in cielo’. Una frase che mi ha fatto gelare il sangue”, ha ammesso Pietro. “Stiamo organizzando la marcia per sabato 22 giugno e abbiamo ricevuto tantissime adesioni”, aggiunge Pietro, che continua a promuovere la sua petizione per chiedere verità e giustizia sulla vicenda di Emanuela, a cui hanno aderito in oltre 153 mila. “E sono centinaia anche le persone che in queste settimane mi hanno comunicato la loro partecipazione alla marcia del 22 – aggiunge Pietro -. Ho ricevuto adesioni da 30 città, dalla Sicilia a Lugano. Una volta a San Pietro, libereremo in aria delle lanterne cinesi e poi inizierà una veglia di preghiera e per ricordare che siamo ancora in attesa di risposte e di collaborazione anche da parte del Vaticano. La mia speranza che anche il Papa vorrà pregare con noi”.

La gaffe del Belfast Telegraph: Enrico Letta confuso con lo zio Gianni!

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Inizia il G8 e il Belfast Telegraph, giornale dell’Irlanda del Nord, dedica uno speciale all’evento. Con tanto di schede dei partecipanti. E la gaffe è servita. Al posto della foto del premier italiano Enrico Letta ecco che spunta quella dello zio Gianni. Come se non bastasse, il giornale gli aumenta anche l’età, di otto anni: nel boxino dedicato alla biografia si legge infatti che avrebbe 56 anni.

“Lei sta in cielo” così Francesco su Emanuela Orlandi

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«”Lei sta in cielo”. È questa la frase che papa Francesco ha detto prima a mia madre e poi a me quando, come tanti altri fedeli, lo abbiamo incontrato dopo la messa che celebrò nella parrocchia di S. Anna in Vaticano pochi giorni dopo la sua elezione: parole che mi hanno fatto gelare il sangue». Così il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi che poi ha aggiunto «Da quando è stato eletto il nuovo papa – spiega – ho chiesto più volte di poter avere un incontro personale con lui. Ho inviato quattro fax diretti al suo segretario personale, mi sono accertato che li avesse ricevuti, ma per ora non ho avuto risposta. A questo punto, vedo poche possibilità».

E’ stata la frase di un uomo di chiesa che cerca di consolare i genitori di una ragazza scomparsa da 30 anni o è una frase da Capo di un Stato che rivela una triste verità?

Pato ha scaricato Barbara Berlusconi?

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Così sembrerebbe! L’ex milanista Pato avrebbe lasciato Barbara Berlusconi, almeno a quanto si apprende dalle ultime indiscrezioni che sono circolate nelle ultime ore, e avrebbe già trovato una nuova ragazza. Lei dovrebbe essere la 22enne ‘ring-girl’ paulista Camila Oliveira. La notizia pubblicata sul  giornale brasiliano ‘O Dia’, è stata ripresa anche da altri siti di gossip: come la ‘Folha de Sao Paulo’. E pensare che il 19 maggio scorso Pato al termine del torneo paulista aveva sfoggiato la maglietta con la scritta “Barbara True Love”. L’ultimo ed estremo tentativo di salvare un rapporto al capolinea? Probabilmente sì, come riporta sempre il ben informato ‘Folha de Sao Paulo’, che è pronto a pubblicare anche una gallery della nuova fiamma del giocatore.

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Busta sospetta recapitata al “Giornale”

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I Vigili del fuoco sono intervenuti nella sede del “Giornale”  dopo che una busta sospetta è stata recapitata alla redazione . Nel palazzo di via Negri, a Milano, si stanno eseguendo i rilievi del caso e, nel dubbio possa trattarsi di antrace, tutta la redazione è stata bloccata in via precauzionale, vista la facilità con cui queste spore si propagano. Sei persone sarebbero in ospedale per accertamenti. Proprio oggi Alfano ha annunciato la revoca della scorta per il direttore della testata, Alessandro Sallusti.

Nulla di fatto sul flauto dell’Orlandi

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Il Messaggero pubblica i risultati sull’esame del Dna del flauto fatto ritrovare da Marco Fassoni Accetti che doveva appartenere, secondo il “testimone”, ad Emanuela Orlandi:

Non ci sono tracce di dna di Emanuela Orlandi sul flauto “Rampone e Cazzani” che l’autore- fotografo Marco Fassoni Accetti ha fatto ritrovare a Castel Romano, dove un tempo c’erano vecchi studi cinematografici. Si tratta delle prime indiscrezioni sulla perizia che è ancora in corso nei laboratori della polizia scientifica. Per avere i risultati definitivi bisognerà aspettare ancora qualche giorno, ma quello strumento così simile al flauto che aveva con sé la ragazza al momento della scomparsa sembrerebbe non aver dato riscontri positivi. Questo, naturalmente, non vuol dire che non sia lo stesso suonato da Emanuela: sono passati trent’anni da quando la ragazza è stata rapita e le tracce potrebbe essere sparite durante la strana e incredibile conservazione.

Intanto Fassoni Accetti è stato interrogato per la settima volta dai magistrati, da indagato per concorso in sequestro di persona.

Marco Fassoni Accetti vs Chi l’ha visto… non c’è tregua sul caso Orlandi!

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Marco Fassoni non ci sta alle accuse latenti e ai sospetti che hanno iniziato ad aleggiare intorno alla sua figura e scrive a Pietro Orlandi:

“Pietro, quel che ti avevo annunciato tempo fa si è verificato. La Rai significa lo Stato, e lo Stato suggerisce di non implicare responsabilità dello stesso e di altri Stati, ed indirizzare tutto ad un solo individuo, come già fatto con Enrico De Pedis.

Gli adolescenti da me fermati? Sono nelle opere cinematografiche e fotografiche pubblicate nel mio sito, con le liberatorie firmate dai genitori già presenti in studio al momento delle riprese, altrimenti non le avrei potuto pubblicare. Ma nelle opere vi sono più adulti e anziani. “Anche loro tutti fermati strada facendo. Ma trent’anni fa, per il fatto della pineta, quando i carabinieri perquisirono l’archivio del mio studio, prelevarono solo i nominativi degli adolescenti, tralasciando i nominativi degli adulti, che erano la maggior parte, e scrivendo poi nel rapporto letto nella trasmissione Rai: “Costui è uso a fermare adolescenti” .

Poi nel processo dibattimentale precisai che fermavo chiunque e mostrai le mie opere che non sono di carattere pornografico. Ed anche questo contribuì alla mia assoluzione con formula piena. La trasmissione legge verbali di adolescenti che dichiarano di essere stati da me fermati con la mia proposta di riprenderli … e poi?

Non segue più nulla. Si racconta di atti di libidine o situazioni di genere sessuale? Nulla! Ecco come suggestionano il pubblico, il quale, in modo subliminale, percepisce che sia accaduto contrariamente qualcosa di grave. Basterebbe rintracciare le ragazze dei verbali e chiedergli su quanto è successo in seguito.

Avevo dichiarato nella prima udienza con il Giudice [Giancarlo] Capaldo ed a Fiore De Rienzo che la Orlandi aveva risieduto in Neauphle-le-Chateau solo per gli anni ’84 e ’85; e in trasmissione hanno fatto credere che vi fosse stata fino a poco tempo fa, organizzando una trasferta inutile a spese del contribuente.

A tutto questo io rispondevo nella lunga intervista completamente censurata. Chiedete a Fiore de Rienzo, se mai lo desidera, di mostrarvi le interviste integrali. Chiarivo, come ho chiarito con il giudice Capaldo, mentre loro creano una cortina di confusione. Ancora una volta ho chiamato in diretta per delucidare e mi è stato negato l’intervento. E quel che è più grave è che le altre testate giornalistiche seguono pedissequamente, senza verificare, quel che dice questa trasmissione.

Un esempio: sul blog del Fatto Quotidiano della giornalista Rita Di Giovacchino si legge: “Adescava ragazzini con l’esca dei servizi fotografici”. La signora si è chiesta se esistono rapporti di polizia che confermino questa accusa? Anche lei denunciata per calunnia aggravata. Questa è la “profondità” di certa stampa che pretenderebbe di risolvere i misteri italiani.

Del fatto della pineta, sempre nella trasmissione, non hanno riportato parti di verbali che avrebbero chiarito alcuni aspetti, ed hanno falsificato molte dichiarazioni contenute negli stessi. Ho una documentazione che li smentisce e che contraddice assolutamente la manipolazione televisiva. Tutto è nelle mani del magistrato e dei miei legali. Sono io ad aver raccontato della pineta chiedendo, sin dalla prima udienza, di riaprire le indagini sul fatto.

“Comunque, Pietro, ti confermo quanto ti dissi dopo la prima puntata Rai. Io ho sospeso la mia collaborazione coi magistrati. Innanzitutto perché questi gravi fatti di depistaggio possono aver intimidito le persone a cui mi ero appellato per presentarci insieme e raccontare. Si può pensare che delle donne sui 40-45 anni con figli si prestino ad entrare in una tale tensione mediatica che racconta solo di pedofilia e omicidi? Questi testimoni sono coscienti che non vi è stata alcuna pedofilia né tanto meno omicidi. L’episodio della pineta mi ha visto assolto con formula piena dall’accusa di volontarietà.

Vogliamo delegittimare il lavoro dei giudici e la sentenza d’una Corte d’Assise? E allora per quale motivo dovrei andare a testimoniare presso una magistratura le cui future decisioni sarebbero ugualmente sbeffeggiate? Ho chiesto alla Procura d’indagare su questa più che sospetta operazione di mistificazione operata dai signori autori del programma.

Vogliamo fare un gesto totalmente chiarificatore? Riuniamoci in uno spazio per un confronto con i suddetti autori, Pietro e tutte le persone della petizione che desiderino venire. Invitate i rappresentanti della stampa che desiderate. Registriamo tutto quanto potremmo dire e lo diffondendolo su Internet. “Questa è la trasparenza democratica. Chiariamo gli equivoci, reintegriamo le omissioni, eliminando ogni censura ed io tornerò a collaborare con i magistrati. Se qualcuno si dovesse sottrarre a questa opera di chiarezza se ne assumerà le responsabilità. Ma immagino che gli autori del programma rifiuteranno l’incontro perché il loro compito è, al momento, falsificare. E con la mia presenza, che si avvale dei documenti e delle testimonianze, la diffamazione non può partire. Ecco perché hanno sempre negato ogni mio intervento in diretta ed ogni confronto. Ora vi aspetto, incontriamoci, e al di là della Rai creiamola noi, insieme, la ricerca della verità con tutto quel che metto a disposizione di chiunque non sia prevenuto”.

Opere di Marco Fassoni Accetti

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Dany Astro entra nel caso Orlandi per difendere Accetti

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Nel cold case Emanuela Orlandi fa il suo ingresso anche Dany Astro, modella di Marco Fassoni Accetti che da 12 anni collabora con l’artista. Lei difende le posizioni del fotografo scrivendo una mail a Pino Nicotri dal titolo “Vogliamo la verità su Emanuela Orlandi”. Ecco il contenuto della mail:

“Ero presente all’intervista dove Marco ha spiegato, con documenti alla mano, molti dubbi posti nella trasmissione di [mercoledì] sera. Intanto Emanuela [Orlandi] era stata a Neauphle-le-Chateau soltanto nel ’84, e non come dice CLV fino a pochi mesi fa.Il fatto della pineta lo ha spiegato ampiamente e non hanno usato quasi nulla di questa testimonianza, nella quale diceva che nel primo interrogatorio con il giudice [Giancarlo] Capaldo faceva presente che si era presentato per riaprire innanzitutto il fatto della pineta, e per farlo era obbligato a raccontare della Orlandi. Inoltre, basta guardare nelle sue fotografie come nei suoi film, ci sono più gli anziani ed adulti che non adolescenti. Hanno omesso di dire che nello studio di Marco vi sono già dagli anni ’80 decine e decine di indirizzi e liberatorie degli anziani ritratti. E che tutti gli adolescenti sono venuti con le famiglie che dovevano firmare le obbligatorie liberatorie per essere pubblicate. Io sono testimone di questa procedura da 12 anni e prima di me conosco le altre ragazze che ha avuto Marco, che mi hanno testimoniato della stessa procedura anche negli anni ’80 e ’90. Le stesse adolescenti contattate non possono lamentare alcuna molestia subita, se non riferire solo dell’intenzione di Marco di fotografarle nelle opere che conoscete, e che non sono affatto di erotismo o pornografia. Inoltre CLV non ha letto un documento del processo, che Marco può anche produrre in questo sito, che riporta le dichiarazioni del personale dell’ambulanza che, non essendo attrezzati degli strumenti atti a verificare la morte, decisero comunque di portare subito il corpo all’ospedale. E non come si è raccontato perché il ragazzo doveva essere necessariamente vivo per il fatto d’essere stato trasportato in ospedale. Inoltre continuano a non leggere il titolo posto sotto la fotografia “Martire adolescente posta sotto l’altare” e la presentano invece come una semplice, macabra “ragazza in una bara”. Marco ha chiamato in diretta per la seconda volta anche in questa puntata per puntualizzare quanto ho detto, ma gli è stato negato ancora una volta d’intervenire, mentre, un’altra ragazza ha avuto la possibilità di entrare in diretta per raccontare solo il fatto che, abitando nello stesso palazzo di Marco, questi le aveva chiesto di posare per una sua opera. Tutto questo Marco lo riferirà mercoledì nell’udienza che ha con il giudice Capaldo, indicando come questa censura e mistificazione possa essere il tentativo di addossare tutto ad una sola persona isolata, e non mettendo alla luce i legami con lo Stato Vaticano e lo Stato Italiano”.

Ora che Marco Fassoni Accetti è indagato per il rapimento della ragazza emergono però altri agghiaccianti verità su quest’uomo:

“Quando aveva 17 anni ha partecipato a un assalto al liceo Tasso di Roma insieme a un estremista di destra, Sergio Mariani, poi diventato famoso perché è stato il primo compagno di Daniela Di Sotto, ex consorte di Gianfranco Fini. La sua partecipazione all’assalto era stata estemporanea. Accetti non c’entrava nulla con Mariani e non faceva parte del Fronte della Gioventù eppure era lì. Aveva poi militato nei Radicali e secondo il padre (un imprenditore che aveva fatto fortuna in Libia dove Accetti è nato) aveva anche avuto qualche contatto con Lotta Continua.”

Quindi è un uomo di sinistra che non disdegnava la destra? Un singolo episodio di violenza o il primo di una serie? Un ragazzo che cercava l’azione, il gesto già come simbolo di una follia latente o solo un episodio in cui un ragazzo 17enne si è trovato coinvolto?

Cosa accade in una mente allucinata se il rituale delle foto non si compie esattamente come nelle intenzioni dell’artista? Può esserci nel simbolo un disagio profondo e il racconto di una verità che dopo anni vuole essere svelata? Un segreto che non si riesce a contenere? Perché le foto di Marco Fassoni Accetti non sono mai state analizzate da uno psicologo?

martire adolescente posta sotto l'altare.

martire adolescente posta sotto l’altare.

Orlandi mistero di una scomparsa, di delitto, di un ricatto?

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Tra due mesi il caso Orlandi, potrebbe andare in prescrizione se non si riesce a dimostrare che la ragazza sia stata uccisa.

Partendo da questo presupposto ricostruiamo ciò che è avvenuto negli ultimi mesi. Qualcuno probabilmente ha tutto l’interesse che il caso sia prescritto… forse 30 anni sono ancora troppo pochi per far emergere verità così rilevanti in ambito internazionale e c’è ancora la santificazione di Papa Wojtyla che potrebbe sfumare se le rivelazioni fossero legate alla figura di Giovanni Paolo II.

Quanti poteri ruotano intorno al rapimento di Emanuela?

Il Vaticano, la banda della Magliana, Cosa Nostra e i Servizi Segreti.

Chi fa ritrovare il flauto, forse, ma solo forse, appartenuto a Emanuela?

Marco Fassoni Accetti.Un visionario, un fotografo che nel 1983,  con l’intento di  voler fare le foto ad alcuni ragazzini,  li contattava grazie alla posta di Topolino. In quello stesso periodo, l’uomo fece anche un servizio fotografico con il benestare del preside di una scuola presso la chiesa di Sant’Agnese frequentata dall’Orlandi.

L’uomo precedentemente ha rivelato che il tranello teso nei confronti di Emanuela Orlandi doveva essere soltanto un’azione dimostrativa, che aveva lo scopo di proteggere il dialogo fra la Curia Romana e i Paesi del Patto di Varsavia.

Ma Marco Fassoni Accetti è anche l’uomo che nel 1983 “travolse” Josè Garramon, il figlio dodicenne di un diplomatico uruguayano, uscito di casa per tagliarsi i capelli e ritrovato venti chilometri di distanza, ucciso dal furgone guidato da Accetti . In ogni “testimonianza” del regista c’è qualcosa di “mitico” e di delirante, lo stesso stile che usa anche nelle sue fotografie per ritrarre bambini rapiti o morti. Accetti adescò una ragazza sulla spiaggia di Ostia: la sera in cui fu fermato per l’incidente aveva con sé tutto l’occorente per un servizio fotografico e agli inquirenti disse che stava andando proprio da lei, anche se erano d’accordo che si sarebbero visti solo dopo le feste di Natale.Una figura emblematica, sicuramente con molti lati oscuri, che sfiorano una follia latente?

 Quello che è certo è che Tra i numeri di telefono trovati nella rubrica di Accetti c’è anche quello di un bambino di 12 anni: negli atti l’uomo racconta di averlo incontrato in Corso Vittorio Emanuele, vicino a Corso Rinascimento dove Emanuela fu vista mentre parlava con un uomo che le offrì molti soldi per un lavoretto. Che tipo di lavoretto era? Qualche scatto? 

Perché non fu mai approfondita quella testimonianza che arrivò il 23 giugno 1983, dopo alcune ore dalla scomparsa di Emanuela? Un pescatore raccontò di aver visto due giovani, nei pressi del ponte della Magliana, che si guardavano attorno in maniera circospetta, vicino ad una Fiat 127. L’auto fu fatta precipitare in acqua da una scarpata. Dal finestrino posteriore penzolava un braccio. Si cercò di ispezionare il fondale, ma la corrente ostacolò le ricerche.

Troppi dubbi emergono da queste nuove testimonianze e altri iniziano a trovare invece delle collocazioni all’interno di un puzzle sempre più complesso… ma se la verità fosse più facile di quella che si pensa? Se il puzzle fosse frutto di uno sviamento voluto per ottenere l’archiviazione del caso? Se quel puzzle fosse stato messo lì per farlo ricostruire celando sotto di esso altre verità?

Una lettera indirizzata a Berlusconi conteneva proiettili!

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E’ stata intercettata a Milano, al centro smistamento delle Poste, una lettera contenente oggetti simili a proiettili. La missiva, indirizzata a Silvio Berlusconi, è stata bloccata dagli addetti dell’ufficio dopo che, al controllo dei raggi x, la sagoma degli oggetti è apparsa distintamente.

Non è la prima volta che il Cavaliere riceve simili lettere. Già a gennaio del 2010 era stata recapitata, alla sede del quotidiano “Il Giornale”, una busta con dentro due proiettili accompagnati da una lettera di avvertimento rivolta all’editore, Paolo Berlusconi, e all’allora leader di Forza Italia. Il messaggio “Basta campagne antiislam vi spareremo e poi vi faremo saltare in aria come la Bhutto in Pakistan” reso noto dallo stesso giornale, aveva scatenato le manifestazioni di solidarietà da tutto il mondo politico, compreso Palazzo Chigi. All’epoca, le pallottole a salve erano “il preavviso per i fratelli Berlusconi: una per Silvio e una per il fratello, responsabili delle porcate che scrivono sul giornale e della loro politica antiislam. Alla prima occasione propizia, con o senza predellino, faremo come hanno fatto in Pakistan con la Bhutto: un colpo con pallottole vere in testa e poi un kamikaze, all’italiana, per essere certi della loro scomparsa da questo mondo. Le guardie del corpo e i servizi di sicurezza non potranno fermarci perché non siamo prevedibili. Allah è grande”. Ma non solo Berlusconi era finito nel mirino: il dicembre precedente era stata recapitata una busta gialla alla redazione de Il Giornale, dentro cui c’erano tre buste più piccole e bianche contenenti ogive di proiettili destinati agli allora ministri dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, e dello sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, e al viceministro dell’Economia Vincenzo Visco. Mentre la settimana precedente un analogo episodio di intimidazione era avvenuto ai danni del quotidiano Libero.

Ultime novità sul caso Orlandi… l’omicidio di Caterina-Katy Skerl.

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Manuela Orlandi e le troppe morti che emergono intorno a una vicenda che da anni si ripropone alla ribalta e poi viene sedata. Ora sembra che sia arrivato il momento, forse il clima giusto in cui è possibile parlare. Forse ha contribuito anche l’elezione di un Papa non europeo, un Papa che viene quasi dalla fine del mondo. Ma bisogna anche fare attenzione ai mitomani, a chi dice di sapere e forse non sa poi così tanto perchè ne è venuto a conoscenza in modo frammentario. Ancora più attenzione bisogna invece farla a non considerare attendibili fonti che potrebbero rivelare indizi fondamentali e finalmente scoprire una verità che da troppi anni è sotterrata da omertà e da intrighi interni alle mura del Vaticano.

Marco Fassoni Accetti qualche giorno fa si è “costituito” e ha confessato di essere stato uno dei telefonisti del caso Orlandi e immediatamente sono scattati i dubbi e le contraddizioni, ma anche una nuova pista che forse fino a oggi non era mai stata presa in considerazione: collegare la scomparsa di Manuela con altre morti.

30 anni fa la famiglia Orlandi, dopo il rapimento della figlia fu contattata telefonicamente. Marco Fassoni Accetti ha confessato che alcune volte sarebbe stato lui a chiamare la famiglia, ma che non era lui l’Amerikano, quel tale che secondo le analisi svolte dalle forze dell’ordine, sarebbe (o sarebbe stato) un tale di elevata cultura, familiarità con la lingua latina e una certa permanenza in Italia visto il modo di parlare, che alcuni al tempo accostarono – senza alcuna prova – alla figura dell’arcivescovo Paul Marcinkus, allora onnipotente signore dello IOR (la banca vaticana) dimissionato nel 1990 ed esiliato (senza promozione cardinalizia) a Sun City, USA, dove è morto nel 2006. Esistono ancora i nastri di quelle telefonate? E’ possibile, attraverso le nuove tecnologie, svolgere accertamenti più mirati? Perchè non sono mai stati ripresi quei nastri? Ora dove si trovano?

Altro punto che mostra diversi dubbi e su cui si stanno facendo diverse ipotesi è il flauto che grazie a Marco Fassoni Accetti  è stato ritrovato e sembra possa essere quello usato da Emanuela alla scuola di musica che frequentava.

Se però si guarda tra le foto del sito di Marco Fassoni Accetti ce n’è una con sullo sfondo una figura umana che impugna un flauto, ben visibile, che si direbbe simile o eguale a quello fatto ritrovare.

Foto che artisticamente ha un forte significato simbolico come tutta l’opera di Marco Fassoni Accetti: in primo piano un uomo a torso nudo, in parte coperto con un lenzuolo che ne lascia scoperte le spalle e sul fondo, che potrebbe essere costituito da un dipinto originale o da un fotomontaggio, c’è il dipinto policromo di una figura femminile, una Madonna quasi, che tiene tra le mani proprio un flauto. Era quello che poi è stato fatto ritrovare? E’ uno simile?

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La foto si trova in una sezione chiamata Collegio in cui i personaggio vengono genericamente chiamati  “Frère” (fratello). Il freré è tutto vestito di nero, i Fratelli cristiani di San Giovanni Battista de la Salle o i Maristi.

Sul flauto c’è stata molta polemica anche nei corridoi del palazzo di giustizia. Fonti ben informate hanno rivelato che la polizia scientifica avrebbe mostrato il suo dissenso per come Chi l’ha visto avesse abusato di quel ritrovamento per fare il proprio scoop non facendo attenzione a preservare le tracce che potevano trovarsi sullo strumento rinvenuto il 3 aprile e rimasto per 24h nelle mani della troupe della trasmissione e mostrato anche a Pietro Orlandi fratello della vittima e quindi con un dna simile a quello di manuela che sicuramente ha manomesso le tracce organiche. Si teme anche che l’emozione abbia spinto qualcuno degli Orlandi a provare il flauto, per sentire più vicina Emanuela. Questa ultima ipotesi sembra meno probabile, ma aver lasciato per 24 h un oggetto così importante nelle mani di Chi l’ha visto è sicuramente stato un errore gravissimo.

Altro dubbio degli inquirenti è la sicurezza mostrata da Pietro Orlandi nell’affermare che si trattasse proprio del flauto di sua sorella. Come fa a dire a distanza di anni che sia veramente quel flauto? Comprensibile la voglia di arrivare alla soluzione dopo 30 anni di smentite e conferme che hanno portato a un nulla di fatto, ma prima di poter affermare la proprietà dello strumento bisogna veramente analizzarlo a fondo.  Ci sono poi le tesi “complottistiche” che circolano su internet e che vorrebbero ricollegare la data del ritrovamento con il giorno dedicato alla Madonna di Fatima (che per altro richiama la figura ammantata sullo sfondo della foto di Marco Fassoni Accetti), quando in Italia è stato pubblicato il libro con l’autobiografia di Alì Agca, il terrorista turco che nell’81 sparò a Papa Wojtyla. Proprio Alì Agca, che come ricordiamo più di una volta aveva dato versioni diverse sul rapimento dell’Orlandi.

Il superteste afferma di aver fatto parte di un gruppo di intelligence per esercitare pressioni sulla Santa Sede. A quale scopo? Nel 1983 il Papa è Giovanni Paolo II, che sta conducendo una battaglia nemmeno tanto sotterranea per la libertà della Polonia. Perché rapire una ragazzina figlia di un commesso della Prefettura della Casa pontificia? La Prefettura si occupa di gestire gli accessi al Santo Padre, organizza incontri e viaggi. Certamente è un buon punto di pressione per la sua vicinanza al Pontefice. Ma la domanda resta: a quale scopo?

L’uomo dice di essere stato chiamato a far parte di un gruppo di controspionaggio nato per combattere le fazioni in Vaticano e intimidendo ecclesiastici e vari personaggi con foto e ricatti. Al tempo stesso però lui era in Corso Rinascimento a Roma, il 22 giugno di 30 anni fa, a scattare le foto alla BMW su cui Renatino De Pedis stava portandosi via Emanuela.

Marco Fassoni Accetti è stato mostrato da “Chi l’ha visto?” intento in una performance televisiva di una ventina d’anni fa con Giancarlo Magalli. Che lo presenta in quell’occasione come sosia di Roberto Benigni. Come è possibile che un imitatore di Benigni possa essere appartenente a un gruppo d’intelligence e vada in Tv a fare l’imitazione di un comico molto famoso?

Altro tema caldo che avvalorerebbe l’ipotesi che negli anni del rapimento di Emanuela Orlandi ci fosse stato un gruppo di pressione c’è anche l’adozione del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983. Che però era già pronto in bozza verso il 1980.  A differenza di quello precedente del 1917, il Pio-benedettino come viene chiamato, traduce in canoni tutto il corpus di norme accumulatosi nel corso dei secoli. Codice che alla data del rapimento di Emanuela Orlandi era già stato promulgato (il 25 gennaio) e sarebbe poi entrato in vigore il 27 novembre dello stesso anno.

È il 21 dicembre scorso quando un turista segnala una busta sospetta lasciata dietro a un colonnato di San Pietro. C’è scritto in inglese «non toccare». Sul posto arrivano gli investigatori e scoprono che contiene un teschio. Il medico legale al quale viene consegnato, fa una prima indagine e conclude che si tratta di ossa abbastanza vecchie. I risultati finali delle analisi, però, non sono ancora completi. Quello che salta all’occhio è la scritta, eseguita con una calligrafia particolare.

Circa quattro mesi dopo, a casa di Antonietta Gregori, sorella di Mirella, l’altra ragazza scomparsa misteriosamente, e di Raffaella Monzi, amica di Emanuela, vengono recapitate due lettere. Contengono ritagli di giornali scritti in tedesco che parlano del corpo delle guardie svizzere, una ciocca di capelli, e la foto di un altro teschio con uno strano marchio inciso. Una breve indagine permetterà di accertare che si tratta di un teschio conservato in una chiesa di via Giulia, e che risale ad epoca medioevale.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto noteranno, però, una certa somiglianza tra la calligrafia del biglietto che accompagna il pacco recuperato sotto al colonnato e quella del messaggio contenuto nelle lettere. Già dodici anni fa un teschio lasciato nella chiesa di San Gregorio VII aveva fatto riaprire le indagini. I periti, all’epoca, non si trovarono d’accordo: per qualcuno poteva essere di una donna giovane, per altri di un uomo. E non se ne fece nulla.

E’ il 21 dicembre 2012 quando scatta l’allarme a San Pietro. Un turista segnala una busta sospetta lasciata dietro a un colonnato di San Pietro. C’è scritto in inglese «non toccare». Sul posto arrivano gli investigatori e scoprono che contiene un teschio. Il medico legale al quale viene consegnato, fa una prima indagine e conclude che si tratta di ossa abbastanza vecchie. I risultati finali delle analisi, però, non sono ancora completi. Quello che salta all’occhio è la scritta, eseguita con una calligrafia particolare.

Circa quattro mesi dopo, a casa di Antonietta Gregori, sorella di Mirella, l’altra ragazza scomparsa misteriosamente, e di Raffaella Monzi, amica di Emanuela, vengono recapitate due lettere. Contengono ritagli di giornali scritti in tedesco che parlano del corpo delle guardie svizzere, una ciocca di capelli, e la foto di un altro teschio con uno strano marchio inciso. Una breve indagine permetterà di accertare che si tratta di un teschio conservato in una chiesa di via Giulia, e che risale ad epoca medioevale.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto noteranno, però, una certa somiglianza tra la calligrafia del biglietto che accompagna il pacco recuperato sotto al colonnato e quella del messaggio contenuto nelle lettere. Già dodici anni fa un teschio lasciato nella chiesa di San Gregorio VII aveva fatto riaprire le indagini. I periti, all’epoca, non si trovarono d’accordo: per qualcuno poteva essere di una donna giovane, per altri di un uomo. E non se ne fece nulla.

Ci sono poi le ultime notizie in cui Marco Fassoni Accetti ha associato il giallo dell’Orlandi non solo con la scomparsa di Mirella Gregori, altra ragazza rapina pochi giorni prima di Emanuela, ma anche con l’omicidio di Caterina-Katy Skerl. 

Chi era? Una studentessa 17enne di liceo artistico, figlia di un regista americano, che abitava a Montesacro (Roma) e che venne trovata uccisa (per strangolamento) il 22 gennaio 1984 a Grottaferrata, in una vigna.La ragazza era scomparsa da casa nel primo pomeriggio del 21 gennaio, il giorno prima del ritrovamento del suo cadavere, dopo essersi recata sulla Tuscolana per incontrare un’amica. Dopo, il buio, e un mostro che l’attendeva con un fil di ferro. Cosa può collegare questo terribile omicidio di un’adolescente, ai rapimenti di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori che il superteste aveva definito “sequestri bluff“, organizzati con la complicità di amiche compiacenti per ricattare e destabilizzare ambienti vicini alla Santa Sede?

Una cosa è certa le tre ragazzine  frequentavano ambienti vicini all’organizzazione in cui Marco Fassoni Accetti – di professione regista cinematografico indipendente – recitava il ruolo di “telefonista“.  Che ruolo ha veramente avuto Marco Fassoni nell’intera vicenda? Era veramente solo uno dei telefonisti?

E perché, se Emanuela e Mirella vennero rapite solo a scopo dimostrativo, e oggi sarebbero entrambe vive a Parigi, la povera Caty venne invece “fatta fuori”?

Restano tanti, troppi dubbi e domande senza risposta, intrecci non svelati e punti interrogativi che riguardano la stessa persona di Fassoni Accetti, reo di aver ucciso, mettendolo sotto con il suo furgone, un 12enne figlio di un funzionario uruguayano dell’ONU, Josè Garramon, nel 1983. Un incidente, dovuto all’oscurità, così si era giustificato il superteste (assolto in fase processuale), dichiarando, però, che il ragazzino era stato spinto sotto l’auto, di proposito. Da chi? Ragazzini e ragazzine coinvolte in gioco di spionaggio più grande di loro?

Fassoni  è stato anche intercettato al telefono con la sua fidanzata. Lei  molto arrabbiata,  gli dice: «Ora basta, ne hai fatte di tutti i colori, persino in quella storia di Emanuela Orlandi». Si tratta solo di un mitomane? Di qualcuno che è stato ossessionato dalla scomparsa di Mirella e Emanuela… Ma perchè è stato poi coinvolto nell’uccisione di José Garramon? Solo un tragico incidente?

 

Emanuela Orlandi è viva ed è nei sobborghi di Parigi?

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M.F.A. è un superteste che nell’ultimo mese è stato interrogato cinque volte e ha rivelato particolari che secondo gli inquirenti potrebbero essere attendibili e che sarebbero una svolta all’interno delle indagini sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la figlia di un messo pontificio sparita il 22 giugno 1983. L’uomo si autodenuncia e racconta di essere stato uno dei principali telefonisti del sequestro Orlandi che sarebbe stato organizzato  «dal nucleo di intelligence di cui facevo parte per esercitare pressioni sulla Santa Sede». La ragazza sarebbe stata vittima di una lotta tra fazioni diverse della Curia Romana. Il giorno del rapimento, il testimone racconta di essere stato «appostato per scattare fotografie alla Bmw su cui c’era De Pedis», ed avrebbe poi incontrato molte volte Emanuela «che restò a Roma fino al dicembre del 1983».

Perché parlare solo dopo 30 anni? Perchè ora, secondo il supertestimone, ci sarebbe un clima diverso in Vaticano, lo stesso Papa Francesco vorrebbe che si facesse chiarezza e c’è la speranza che la verità possa veramente venire alla luce.   Il testimone rivela particolari fondamentali anche sulla sparizione di Mirella Gregori, scomparsa un mese e mezzo prima della Orlandi. Entrambe sarebbero state rapite dal gruppo che agiva come «lobby di controspionaggio» nell’ambito di scontri tra opposte fazioni vaticane per condizionare la Curia. L’uomo parla per entrambe di «allontanamento volontario», poiché Mirella si innamorò di un operatore dei servizi e lo segui in Francia, mentre Emanuela sarebbe stata convinta a salire sull’auto di fronte al Senato da un’amica. Emanuela Orlandi «non subì violenze, visse in due appartamenti e in due camper, le procurammo un pianoforte e la rassicuravamo dicendole che la famiglia era al corrente», ma dal dicembre 1983 il presunto telefonista non fornisce altri dettagli e ipotizza che Emanuela, trasferita all’estero nei sobborghi di Parigi, potrebbe essere ancora viva.

Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono davvero casi separati?

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Si torna su un antico dilemma a “Chi l’ha visto?” se la scomparsa di Mirella Gregori avvenuta il  7 maggio 1983 e quella di Emanuela Orlandi avvenuta invece  22 giugno 1983 possano essere collegati. Solo 46 giorni di differenza da una scomparsa all’altra e poi le lettere recapitate ai parenti che sono simili. Quella recapitata a Antonietta, sorella di Mirella fa riferimento a “due belle more” poi c’è anche un monito per Mercurio, l’allora fidanzato della sorella, oggi diventato suo marito, “Mercurio vola in sella dal suo ciclomotore”. Proprio lui ricevette la telefonata dell’Amerikano. Si torna a mostrare la vecchia lettera con la scritta V. Fiume e gli esercizi per flauto fatti ritrovare nei mesi successivi al rapimento.

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Dopo la visione del teschio riprodotto nel secondo negativo, Chi l’ha visto “ritrova” il teschio originale nell’Ipogeo. Il terzo negativo si scopre essere la foto del papa ferito da Agça e Alois Estermann, comandante delle Guardie Svizzere morto per mano di Cedric Tornay secondo la giustizia vaticana. La lettera porta scritto: “Non cantino le belle more”, e il riferimento alle due ragazze pare palese.

“Con biondi capelli nella vigna del signore”, altra frase della lettera anonima, è considerato un riferimento a un altro caso di cronaca: una ragazza trovata uccisa sempre nel 1983. Insomma il caso Orlandi si complica sempre di più e dopo anni in cui era calato un silenzio quasi tombale torna invece in primo piano… speriamo che si possa fare chiarezza una volta per tutte!

Denise Morello… non doveva andare così!

denise morello

E’ finita con un colpo di pistola la vita della 22enne Denise Morello… e non doveva finire così. A sparare è stato il suo ex, Matteo Rossi, l’uomo che per lei aveva comprato un’intera pagina di giornale per cercare una riappacificazione dopo che lei lo aveva lasciato. Aveva inserito un cuore e aveva scritto  «Questa follia per farti capire quanto sono pazzo di te, Denise». Follia… Pazzo. lo aveva dichiarato pubblicamente. Quello che sembrava un gesto d’amore era invece un messaggio, forse inconscio, che suonava come una richiesta d’aiuto. Da alcune dichiarazioni che aveva rilasciato proprio in occasione della pubblicazione del suo messaggio emerge una figura con tratti infantili, anche se spiegava che il rapporto con la ragazza era finito a causa di «una leggerezza che non ha nessunissimo valore. Non pensate però che l’abbia tradita o fatto qualcosa di simile: non ci penserei mai. È la donna della mia vita. Se anche mi sfugge un complimento ad un’altra, è solo perché sono un agente di commercio».

Poi però la rassegnazione non era mai arrivata. La ragazza era diventata un’ossessione e aveva iniziato a perseguitarla. Denise si era rivolta ai carabinieri di Montebelluna. Il 37enne era stata chiamato in caserma; un “rimprovero” e  il consiglio di cambiare registro, di lasciar in pace l’ex fidanzata.

Passa poco tempo e l’uomo chiede il porto d’armi per uso sportivo. La polizia naturalmente lo concede, dimenticando la storia pregressa. Forte del suo porto d’armi, tre settimane fa acquista una Beretta e ieri sera dopo aver pianificato tutto passa all’azione. Attende la ragazza nel parcheggio del supermercato, dove la ragazza era solita parcheggiare l’auto per andare a lavorare nello studio del commercialista che si trova nel complesso e appena la ragazza sale in auto fa fuoco. Un colpo alla nuca che stronca la vita di Denise… poi rivolge la pistola verso di lui e spara un secondo colpo, uccidendosi a sua volta. Due cadaveri vicini, come forse nella sua testa ormai malata era giusto che fosse. Matteo andava aiutato, ma le forze dell’ordine hanno solo lanciato un avviso senza prendere provvedimenti, concedendogli un porto d’armi, mettendolo in condizione di compiere quella follia. Ieri sera Matteo ha sparato e sicuramente ci sono tante responsabilità che pesano su quel proiettile che ha ucciso Denise perchè non si può proprio morire a 22 anni in questo modo, dopo essersi più volte rivolta alla polizia denunciando lo stalker di Matteo… non doveva andare così!  Ora che Matteo Rossi è morto chi pagherà per l’omicidio di Denise?

Emanuela Orlandi: prima il flauto, ora una busta…

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Cristina Orlandi, sorella di Emanuela, ha confermato che il flauto ritrovato nella chiesa di Sant’Apollinare dietro una formella della Via Crucis potrebbe essere quello appartenuto alla ragazza, questo perchè la custodia dello strumento della giovane presentava gli stessi angoli consumati. La redazione di Chi l’ha visto si è quindi recata nel negozio dove la famiglia l’aveva acquistato, usato, cercando la conferma e nella speranza di risalire all’insegnante di musica che l’aveva venduto. Il titolare del negozio, confrontando lo strumento con quello di una foto in cui Emanuela suona il suo, ha confermato si tratta dello stesso modello. Al momento il flauto è in mano alla polizia, che spera di estrarne il dna dal beccuccio. Nel frattempo, una busta anonima è stata recapitata ad una ex compagna della scuola di musica dell’Orlandi. All’interno, delle foto di guardie svizzere nell’atto del giuramento, con alcune scritte e date che ricordano un codice e dei negativi di foto non decifrabili, eccetto per una che raffigura un teschio con una scritta sulla fronte. All’interno del plico c’erano anche una bustina che contiene un ciuffo di capelli, un fiore di tulle, un pezzo di stoffa e del materiale non identificato, simile a terriccio. Il tutto è ora in mano agli inquirenti.

Quel flauto maledetto… sarà dell’Orlandi?

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La magistratura sta facendo tutte le rilevazioni per appurare se quel flauto sia veramente appartenuto a Emanuela Orlandi o invece sia un depistaggio come ce ne sono stati tanti in questi anni. Quel che di sicuro non è difficile è entrare in possesso, oggi, di un flauto della ditta Rampone e Cazzani dei primi anni ’80. Basta andare su Google e digitare “Flauto traverso Ramponi e Cazzani”. Oltre che tramite eBay e Kijiji, se ne possono trovano in vendita a Milano, a Udine, a Palermo, etc…

Si scopre così che ne sono stati venduti alcuni esemplari in diverse località italiane.

Più complesso sarebbe avere a disposizione il Dna dell’Orlandi, bisognerebbe fare un vero e proprio appostamento e far toccare loro casualmente l’oggetto (cosa veramente irrealistica) o raccogliere un fazzoletto di carta che è stato usato da uno della famiglia (il che è quasi impossibile).

EVACUATA LA STAMPA… Pacco bomba in grado di esplodere!

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Torino, sede della testata giornalistica La Stampa, viene recapito un pacco bomba. E’ panico!

Un dipendente apre una busta di carta che all’interno contiene la custodia di un cd da cui si nota un meccanismo che contiene esplosivo. L’edificio è stato evacuato e sono accorsi per accertamenti gli artificieri dei carabinieri e la Digos. Stando poi a quanto riferito dagli stessi giornalisti, il contenitore era una custodia di cd con all’interno un meccanismo che avrebbe dovuto far detonare l’esplosivo. Ma qualcosa, fortunatamente, si è inceppato.

L’ordigno è molto simile a quelli inviati nelle scorse settimane alle sedi di Equitalia e ai carabinieri. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è anche la pista che porta agli anarchici della Fai-informale, ultimamente molto attivi con questo tipo di intimidazioni.

Secondo gli investigatori il pacco bomba era tecnicamente in grado di esplodere. Sulla busta non c’erano mittente né rivendicazioni. Inoltre, il pacco è risultato negativo al controllo del metal-detector in quanto la custodia del cd era ricoperta di tessuto.

Indagini sul flauto ritrovato… si cercano tracce!

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La Procura di Roma ha disposto indagini tecniche sul flauto, recuperato grazie a una segnalazione alla trasmissione “Chi l’ha visto”. Gli inquirenti vogliono ora verificare la presenza di tracce organiche per confrontarle eventualmente con quelle della giovane scomparsa. Sicuramente il ritrovamento del flauto ha aperto un nuovo filone per le indagini investigative, anche se resta da appurare se quel flauto sia proprio di Emanuela.

Balò influisce eccome… parola del Times

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Mario Balotelli continua ad essere uomo copertina. E’ ancora il Time a dedicare spazio al Super Mario nazionale. Il quotidiano britannico, famoso in tutto il mondo, ha inserito Balotelli nella lista delle 100 persone più influenti del 2012. Influente sui ragazzi che sognano di fare il calciatore da grandi, influenti sugli immigrati che vedono in Balò un riscatto sociale, influente per quel suo modo ribelle e autoritario che lo caratterizza fuori e dentro il triangolo di gioco!

Pare che Mario abbia accolto con grande gioia la notizia giunta dall’Inghilterra, ed è pronto a volare a New York il 23 aprile per ricevere il prestigioso premio.

Il flauto di Manuela Orlandi!

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“Io so dov’è il flauto di Emanuela Orlandi”. Il messaggio è arrivato alla redazione di Chi l’ha visto da qualcuno che ha voluto rimanere anonimo. Lo strumento si trovava dietro una formella della via Crucis della basilica di Sant’Apollinare, dove la ragazza si era recata per la sua consueta lezione di musica, prima di sparire nel nulla.
La sorella Natalina Orlandi ha esaminato il flauto che era chiuso nella sua custodia e avvolto in un giornale del 1985, in cui c’è stampata anche un’intervista ai genitori della ragazza scomparsa, e ha detto di ricordare solo la custodia, che tuttavia non presentava nessuna segno particolare da poterla distinguerlo da tutte le altre.
La redazione ha verificato con i fabbricanti che il modello è stato prodotto prima della sparizione di Emanuela, ricevendo risposta positiva, e Federica Sciarelli ha quindi lanciato un appello per chiedere agli altri ex allievi della scuola frequentata al tempo da Emanuela, chiedendo se qualcuno di loro è ancora in grado di ricordare il modello usato dalla ragazza.

Intervista a Pannella!

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Il modo di agire di Napolitano in questa crisi “e’ un attentato alla Costituzione”. La dichiarazione è di Marco Pannella che rilascia un’interista, al ‘Giornale’. ”Ma non e’ colpa sua. Giorgio lo conosco da una vita, lui ha sempre risposto al partito. E’ un comunista. E ora che non c’e’ più il partito mica pensa di dialogare con il Parlamento. No, lui inventa”, spiega  il leader Radicale.

“Bisogna tornare al lavoro puro e normale delle istituzioni”, “non servono saggi a indicare le priorita’ e a riaprire la discussione tra i partiti”, racconta Pannella. Il governo? “Lascia stare. Intanto si dia il via alla legislatura, se stai li’ prima o poi un accordo se lo trovano”. Pannella poi strizza l’occhio alla candidatura di Emma Bonino come prossimo presidente della Repubblica: “E’ sempre stato un elemento di mediazione, non di rottura” e “sarebbe la cosa più naturale. Emma da 15 anni è plebiscitata dal popolo. I numeri del suo consenso sono impressionanti”, la sua “e’ una candidatura popolare e insieme antipopulista”. Ma, dice Pannella, “il guaio e’ che la sua candidatura e’ forte e fa paura a tutti. Fa paura il diritto”.

La lettera di Celentano!

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«Se il Papa dovesse scrivere una lettera a Grillo e a Bersani, immagino che le parole sarebbero più o meno queste: Cari fratelli, amate i vostri nemici, almeno in quei tre punti di governo che piacciono a Grillo e sui quali entrambi siete d’accordo per la fiducia. Tralasciate, per ora, i punti che vi separano a causa dei quali il governo potrebbe cadere ancora prima di nascere. Non c’è ‘Amore’ più grande di due nemici che, per il bene del popolo italiano, decidessero di incontrarsi sulla via di Damasco. Abbandonate quindi i rancori, anche se motivati, verso quei politici che secondo voi hanno sbagliato, affinchè il vostro comportamento sia di sprone per la loro purificazione». Lo scrive Adriano Celentano in una lettera a Repubblica in cui spiega che «si è perduta l’eleganza, infuriano soltanto scontri e polemiche L’obiettivo è distruggere ogni avversario».
Celentano poi prosegue: «I capigruppo del MS5 Crimi-Lombardo mi hanno sorpreso per il garbo che hanno avuto nel colloquio con Bersani. Eravamo abituati a ben altri termini, “i giornalisti mi stanno sul cazzo”, oppure “sono degli spalamerda” o battute fuori luogo sul Presidente Napolitano. “Se le fa Grillo”, avranno pensato, “le possiamo fare anche noi”, solo che loro non sono Grillo. E dopo la trionfale scalata elettorale lui può anche permettersi di scrivere sul suo blog, “schizzi di merda digitale”. Però attento amico parlante! Lo sai che io ti voglio bene e sono orgoglioso per quello che sei riuscito a fare. Ma mi preoccupa il fatto che se non cambi marcia e aspetti ancora ad innescare quella del vero statista anche se comico (una virtù che manca ai politici) ho paura che il motore si imballi e questo sarebbe un vero peccato. Praticamente tu spingi Bersani ad allearsi con Berlusconi. Hai mai pensato ai vari risvolti di una così curiosa alleanza? Tutti e due, per come li hai ridotti, sarebbero costretti a venirsi incontro, anche se nell’animo di entrambi auspica l’idea di tornare il più presto possibile felici e separati più di prima. Ma nel frattempo ci sarà una gara a chi dei due lavorerà meglio per il bene degli italiani. Se ciò avvenisse è chiaro che il merito sarà ancora tuo».

Sanità e tangenti… matrimonio perfetto!

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Ancora arresti per tangenti sulla sanità in Lombardia. Sono una ventina gli indagati nell’operazione della Dia di Milano che ha portato anche all’arresto di tre imprenditori che appartengono alla famiglia Lo Presti, titolare della Hermex Italia, di Cinisello Balsamo, specializzata in fornitura di macchinari ospedalieri. Gli arresti sono stati eseguiti su richiesta del pm della Dda di Milano Claudio Gittardi. L’indagine della Direzione Investigativa Antimafia di Milano – spiegano gli investigatori – ha fatto luce su gravi e diffusi episodi di corruzione nel mondo della sanità lombarda e vede coinvolte una ventina di persone tra imprenditori e pubblici funzionari. Sono più di 50 le perquisizioni in corso dirette ad acquisire riscontri documentali ai fatti accertati.
Tra i sette arrestati dalla Dia di Milano per presunte tangenti nella sanità c’è Leonardo Boriani, giornalista, ex direttore della Padania. In carcere tre imprenditori e l’ex consigliere regionale lombardo Massimo Guarischi. Tra le aziende ospedaliere coinvolte il San Paolo di Milano, l’Istituto nazionale tumori e l’Asl di Cremona.

Tra i sette arrestati dalla Dia di Milano per presunte tangenti nella sanità c’è anche l’ex consigliere regionale lombardo Massimo Guarischi che ha organizzato fra le altre cose un safari in Sudafrica e una vacanza in Croazia all’ex governatore della regione Lombardia, Roberto Formigoni.

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