Sul blog di Grillo… la pubblicità è obbligatoria, o niente video!

beppe-grillo--tuttacronacaSi chiama Adblock ed è il nuovo, grande nemico del blog di Beppe Grillo, gestito dalla Casaleggio & Associati. Si tratta di  un’estensione utilizzata per bloccare pubblicità e per filtrare i contenuti per i browser Opera, Google Chrome e Safari, come spiega Wikipedia. Non solo, fa “scomparire” gli annunci pubblicitari dal sito che l’utente sta visitando facendo così perdere click per la trasmissione dello spot dai video, e con questo una perdita economica che, moltiplicata per tanti utenti, non può essere definita piccola. Proprio per far fronte a questo problema alla Casaleggio non hanno perso tempo per correre ai ripari e cos’, ad esempio, se si visita il video“Sorial denuncia i lobbisti in aula e fa i nomi”, che si riferisce all’intervento del deputato e a Luigi Tivelli con Adblock inserito, il messaggio che compare è un palese aut-aut:

beppe-grillo-pubblicità-adblockLa scelta può anche essere ritenuta comprensibile, anche se è innegabile che molti utenti non amano le pubblicità “imposte”. Tom’s Hardware qualche giorno fa ha raccontato che Adblock non bloccherà più le pubblicità “non invasive” con le impostazioni predefinite:

 

“Sfortunatamente è l’unico modo per raggiungere gli obiettivi. Se chiedessimo agli utenti di abilitarlo manualmente la maggior parte non lo farebbe – semplicemente perché non cambiano mai nessuna impostazione a meno che non sia strettamente necessario. […] gli inserzionisti saranno stimolati a scegliere modelli d’inserzione migliori”, spiega lo sviluppatore Wladimir Palant.

 

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“Pro-ana”, “pro-mia” e “thinspo”… quando la rete diventa pericolosa.

ANOREXIA-food-youtube-twitter-tumblr-instagram-tuttacronaca

Si chiama “thinspiration” ed è una pratica, abominevole, di incoraggiarsi vicendevolmente a sostenere l’anorressia o la bulimia. Si tratta in pratica di trasformare  una malattia uno stile di vita. Così i social network sono invasi di messaggi di incoraggiamento, di non mollare la lotta al cibo, di sentirsi un gruppo e non isolate dal mondo. Devianze pericolose!

Per contrastare il fenomeno i principali social network hanno adottato delle policy restrittive che prevedono limitazioni, controlli e filtri in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti, ma che alla prova dei fatti  si sono dimostrati insufficienti. E se Tumblr ha delle regole precise che boicottano tali comportamenti, il “buon” Twitter, che mette al bando la pornografia, la violenza, la minaccia, la violazione della privacy o di copyright, non ha nessuna norma contro immagini e conversazioni che istigano ai disturbi alimentari.

Instagram prevede che «tutti gli account che verranno scoperti a incoraggiare o a spronare gli utenti ad adottare comportamenti quali anoressia, bulimia o altri disordini alimentari, oppure pratiche di autolesionismo o suicidio, verranno disattivati senza alcun preavviso». Ma di fatto i filtri preposti raramente funzionano. Ma il vero diffusore, suo malgrado, del pensiero “thinspiration” è Youtube dove i video etichettati “anorexia” non spiegano il fenomeno o lo combattono, bensì incitano a diventare parte del “macabro gruppo di anoressiche e bulimiche”.

QUANDO SI METTERA’ SERIAMENTE AL BANDO QUESTA ABOMINEVOLE PRATICA?

Google non censura: metterebbe a rischio la libertà di pensiero

no-censura

Tre manager di Google erano stati condannati perchè sul web era apparso il video di un giovane disabile vessato dai compagni, secondo il giudice la rete non può essere “una sconfinata pirateria” dove “tutto è permesso e niente può essere vietato”. Oggi a Milano i tre sono stati assolti in appello: secondo la Corte non si può infatti chiedere ad un gestore di servizi Internet di effettuare una “verifica preventiva di tutto il materiale immesso dagli utenti” in quanto si rischierebbe di comprimere la “libera manifestazione del pensiero”. I tre manager erano finiti alla sbarra per il video, girato in un istituto tecnico di Torino, caricato in una nota sezione di ricerca nel 2006. Nel 2010 la notizia della condanna a 6 mesi, poi sospesa, ha fatto il giro del mondo, in quanto si trattava del primo processo che portava in aula dei dirigenti di un provider Internet per la pubblicazione di contenuti sul web. Nel dicembre 2012 la prima sezione della corte d’appello di Milano ha però ribaltato il giudizio assolvendo i tre manager in quanto “il fatto non sussiste”. In quell’occasione è stato anche confermato il proscioglimento di un quarto che doveva rispondere unicamente di diffamazione, accusa caduta in primo grado.

I giudici Malacarne, Arienti e Milanesi hanno ora depositato le motivazioni di una sentenza che ha accolto la linea della difesa, secondo la quale Google non aveva alcun obbligo nè di controllo preventivo sui contenuti caricati né l’informativo in relazione al trattamento dei dati personali. Era piuttosto dovere della ragazza che aveva pubblicato il video “l’obbligo di acquisire il consenso al trattamento dei dati personali”, sulla base anche di una sentenza della Corte di giustizia europea. Il collegio ha inoltre segnalato un vuoto legislativo: non ci sono norme che impongono all’Internet provider “di rendere edotto l’utente circa l’esistenza e i contenuti della legge della privacy”. I giudici hanno inoltre fatto notare che “non può essere ravvisata la possibilità effettiva e concreta di esercitare un pieno ed efficace controllo sulla massa dei video caricati da terzi, visto l’enorme afflusso di dati”. Da queste premesse ne deriva che Google non poteva mettere alcun “filtro preventivo”, sia a causa della “complessità tecnica di un controllo automatico”, sia perché si tratterebbe di una “scelta da valutare con particolare attenzione in quanto non scevra di rischi” per i suoi riflessi sulla “libera manifestazione del pensiero”. Inoltre, essendo Google Video un “servizio gratuito” e non essendo associati al filmato “link pubblicitari”, non è possibile parlare di un possibile profitto dato dalle visualizzazioni. Per concludere, niente filtri per Google ma un faro acceso sulla complessità della “questione” del “governo di Internet”.

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