E’ morta la mamma del Telefono Rosa, Giuliana Dal Pozzo

giuliana-dal-pozzo-tuttacronacaEra il 1988, il termine femminicidio non era di moda e non si parlava della violenza sulle donne, specie di quella domestica. Eppure Giuliana Massari Dal Pozzo era lungimirante e decise ugualmente di fondare, a Roma e come sportello temporaneo del Comune, il Telefono Rosa: lo scopo era raccogliere le richieste di aiuto. Ora il Telefono Rosa è una realtà autorevole, con sedi in tutta Italia e un’attività che da accoglienza telefonica (oltre al proprio numero gestisce anche l’istituzionale 1522) è diventata più in generale di formazione alla cultura anti-violenza di genere. Ma oggi è un giorno triste: la giornalista dalla parte delle donne, nominata Grande Ufficiale della Repubblica da Napolitano nel 2007, è morta all’età di 91 anni. Nata a Siena, dopo qualche tempo nelle redazioni dell’Unità e di Paese Sera, tra la fine degli anni ’60 e i ’70 aveva affiancato e poi preso il posto di Miriam Mafai nella direzione del settimanale Noi Donne. L’organo ufficiale dell’Unione Donne Italiane, fondato nel ’44, viveva a partire da quegli anni il picco di diffusione, autorevolezza, punto di riferimento per le donne militanti. Lei riuscì a renderla una rivista in grado di anticipare i temi del femminismo ancora sotterraneo. Per più di vent’anni, nella sua rubrica di posta delle lettrici, affrontò le questioni del divorzio, dell’aborto e degli anticoncezionali in un’epoca in cui era addirittura reato parlare di quella che veniva definita ‘interruzione della maternita«.  Nel 1969 un’inchiesta sul maschio di sinistra rompeva un altro tabù, mettendo in luce le ipocrisie della parte progressista. Quindi il Telefono Rosa, per aiutare le donne vittime di violenza e un libro sull’argomento, Così fragile, così violento. Parlava di una violenza che era ancora più sommersa di quanto lo è oggi, di cui nessuno parlava. Ma lei e le sue volontarie, grazie a quel telefono, offriva una nuova forma di servizio sociale. Premio Saint-Vincent per il giornalismo, è stata anche autrice dell’enciclopedia La donna nella storia d’Italia, di vari saggi, di un romanzo, Ilia di notte, scritto con Elisabetta Pandimiglio (Editrice Datanews), e del diario La Maestra. Una lezione lunga un secolo (Memori).

Le aspiranti miss e la contestazione alla Boldrini: libertà di apparire zitte e svestite!

miss-italia-mute-nude-tuttacronacaLa polemica sul ruolo delle miss in tv non si placa e oggi le 186 aspiranti miss hanno posato per contestare la presidente della Camera Laura Boldrini che, dopo la scelta della Rai di non mandare in onda il concorso di bellezza, aveva commentato: ”Una scelta moderna e civile. Solo il 2% delle donne in tv parla, il resto è muto e svestito”. Il messaggio delle ragazze, arrivate ieri a Jesolo e che hanno indossato delle t-shirt con la scritta “Nè nude nè mute”, è semplice: “Fra i diritti delle donne ci deve essere anche la libertà di apparire in televisione poco vestite e partecipare ad una gara il cui metro di giudizio principale è il proprio aspetto fisico”. Il sindaco della località veneta Valerio Zoggia, che  ospiterà il concorso anche per i prossimi tre anni, ha sottolineato che l’obiettivo è di garantire un giusto rapporto tra costi e benefici. La patron Patrizia Mirigliani ha osservato: “Il sindaco ha fatto un grande atto, un atto d’amore: ha voluto Miss Italia quando ancora non avevamo chiuso accordi con nessuna ‘casa televisiva’. Siamo ad Ottobre, abbiamo avuto numerose difficoltà ma ci tengo a dire che questa edizione entrerà nella storia del Concorso perché ci permette di metterci in gioco e di fare nuove scommesse. Jesolo è nel cuore della famiglia Mirigliani” ha aggiunto ricordando che Jesolo ha, nel passato, Miss Italia nel Mondo. “E ora, finalmente, abbiamo portato qui anche Miss Italia. Sarà un’edizione che rispecchia come non mai la crisi attraversata dal Paese, per i disagi incontrati dagli imprenditori che vogliono investire in questo momento. Noi siamo qui grazie alle aziende sponsor del Concorso, che sono la benzina senza la quale non potremmo sostenere il nostro progetto. Il loro ruolo è fondamentale”.

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La femen che ispira i nuovi francobolli francesi

francobollo-femen-tuttacronacaE’ stato il presidente francese Hollande a presentare, in occasione della festa nazionale del 14 luglio, il nuovo volto di Marianne, il personaggio simbolo della rivoluzione francese, stampato sui francobolli. La ragazza ha ora i tratti di Inna Shevchenko, la leader delle Femen in Francia. Il ritratto è opera di David Kawena e Olivier Ciappa che hanno rivelato di aver tratto ispirazione da diverse donne ma soprattutto dalla 23enne ucraina a cui è stato riconosciuto l’asilo politico in Francia. I francobolli, che saranno in circolazione entro due giorni, saranno 630 milioni. Gli autori hanno spiegato: “La nostra Marianne è un messaggio simbolico di ugualianza, di parità e di mescolanza che per noi sono valori essenziali della Francia oggi e della politica”. Ciappa, che è anche l’ideatore di una recente mostra fotografica che è un omaggio alle nozze gay, ha inoltre dichiarato diaver apprezzato in particolare la lotta delle Femen a favore della legge sui matrimoni omosex. Ovviamente ci sono state anche voci contrarie, con i conservatori e gli ultracattolici che hanno già lanciato l’appello a boicottare i franocobolli ispirati a Inna. Il movimento “La primavera francese” definisce la nuova Marianne “cristianofoba, astiosa e ideologa come il governo”. A simile attacco è stato ancora una volta Ciappa a rispondere: “La Marianne di Delacroix non è forse una giovane donna che si batte a seno nudo e che porta in testa il rosso berretto frigio? Per me Marianne, nel 1789, sarebbe stata una Femen”. Da parte sua, Inna ha reagito con orgoglio, non se l’aspettava ma ne è fiera. “La Francia ha sempre riconosciuto il ruolo delle donne che lottano, è un simbolo per tutto il mondo”.

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Le Femen sbarcano oltreoceano: protesta a Times Square

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Attraversano l’oceano e sbarcano negli Stati Uniti le Femen, raggiungendo New York. Un’attivista del gruppo, Sarah Constantin, si è infatti presentata in topless a Times Square per manifestare a sostegno delle tre tunisine condannate a quattro mesi di carcere per aver protestato a seno nudo.

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Le Femen e la protesta alla Merkel

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Angela Merkel stava attendendo l’arrivo del primo ministro tunisino Ali Larayedh mentre tre attiviste Femen hanno inscenato una protesta a seno nudo davanti al suo ufficio al grido di “Merkel libera la Femen” . Le giovani avevano impresso sul busto il nome di Amina e quelli di Josephine, Marguerite e Pauline, le due francesi e la tedesca in carcere dopo una protesta in topless il 29 maggio in favore dell’attivista tunisina. Due di esse indossavano un cappuccio nero, mentre una terza, con i capelli ricci, si è dipinta la bandiera tunisina sui seni e la scritta “Free Femen”.

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Le Femen attaccano Heidi Klum!

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Il nuovo attacco a suon di topless, organizzato dalle Femen, ha preso di mira il palco del Germany’s Next Top Model, il popolare show condotto da Heidi Klum. La protesta è stata organizzata nella maniera standard: seno nudo e scritte sulla pelle. In particolare la scritta riportava la dicitura: “Heidi Horror Picture Show”. La protesta, organizata sul palco della trasmissione, una delle più seguite in Germania, era per contestare l’uso delle donne in televisione. Le due manifestanti sono state allontanate dai bodyguard mentre l’ex modella e presentatrice, fasciata in un lungo abito rosa di Versace, manteneva una calma imperturbabile. E considerato che The show must go on… la finale del reality è poi proseguita come se nulla fosse accaduto.

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Topless jihad… l’ultima provocazione delle Femen!

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Le Femen lanciano una mobilitazione internazionale per la liberazione di Amina Tyler, la giovane attivista tunisina che osò postare su Facebook una sua foto a seno nudo sfidando apertamente il costume del suo Paese, di certo non abituato a vedere donne che si denudano in pubblico. Le attiviste ucraine hanno deciso di chiamare la protesta con un nome che non mancherà di suscitare reazioni di rabbia nel mondo musulmano – “Topless jihad”, ovvero guerra santa in topless – e invitano a manifestare in tutto il mondo davanti alle ambasciate della Tunisia.

Femminismo 2.0!

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La storia del femminismo è lunga e complessa. Eccessive, trasgressive, provocatorie, ribelli, disubbidienti… in poche parole oniche e utopistiche, queste sono le donne che da sempre si impegnano per una parità di diritti.  La  prima donna che alzò la testa fu  Olympe de Gouges che nel 1971 scrisse  Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina per  rivendicare il ruolo pubblico delle donne. Appena un anno più tardi ci fu l’inglese  Mary Wollstonecraft che nella sua  A Vindication of the Rights of Woman (Rivendicazione dei diritti della donna) scrisse “è ora di effettuare una rivoluzione nei modi di vivere delle donne – è ora di restituirle la dignità perduta – e di far sì che esse, in quanto parte della specie umana, operino riformando se stesse per riformare il mondo”. Stava sorgendo la rivoluzione industriale e con essa molte donne trovarono impiego nelle fabbriche. Molte erano discriminate, sfruttate e sottopagate. Spesso maltrattate e violentate, alcune volte irrise, altre volte isolate. 

Era il  1848, quando a Seneca Falls, presso New York, si tenne un’assemblea di circa trecento donne, nella quale Elizabeth Cady Stanton (1815-1902) formulò una dichiarazione dei diritti delle donne all’eguaglianza. Vi si affermava che uomini e donne sono eguali e «dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili; che tra questi vi sono la vita, la libertà, il perseguimento della felicità».

Fu una tematica ripresa e sviluppata nel femminismo sociale che sorse in Francia e si pose come movimento autonomo all’interno del grande movimento socialista che portò alla seconda Rivoluzione.

Dopo passaggi più o meno bui, rischiarati ogni tanto da qualche ondata di luce le donne ripresero a gridare a metà degli anni ’60. Era l’America che andava incontro alla sua stagione migliore. L’entusiasmo di un rinnovamento, la voglia di libertà, di fraternità, di levare le “regole” per vivere in una comunità capace da sola di autolimitarsi per non ledere i diritti di nessuno. Senza imposizioni dall’alto, senza giudizi, senza ruoli… solo tendendosi la mano e credendo in un futuro in cui l’eguaglianza fosse il primo scalino su cui fondare una nuova società.

Qui si inseriva anche la “mistica della femminilità” di Betty Friedan, pubblicato nel 1963, che denunciava la situazione di discriminazione nei confronti delle donne sia nel mondo del lavoro sia dal punto di vista giuridico, la mancanza di tutele e di servizi sociali, chiedendo invece una nuova legislazione per garantire una equa retribuzione, il congedo per maternità, la costruzione di asili-nido.

Poi ancora la svolta con il movimento del ’68 italiano, che era un’indiretta emanazione di quello scoppiato in America, sulla costa pacifica, a Berkeley già nel 1964. Qui c’erano diverse correnti di femminismo da quello più “soft” a quello più estremista, da quello politicizzato a quello anarchico. Femminismi spesso in lotta fra loro, movimenti in guerra con altri movimenti.

Il primo movimento femminile organizzato nel nostro paese è il Movimento di liberazione della donna, nato nel 1969. I suoi obiettivi primari sono la legalizzazione dell’aborto e la creazione di asili-nido. È aperto sia alle donne sia agli uomini.
Nel 1970 è la volta di Rivolta femminile (primo gruppo separatista) che esordisce con il manifesto intitolato “Sputiamo su Hegel”. Viene rifiutato l’uomo come portatore di un ruolo predominante. «Della grande umiliazione che il mondo patriarcale ci ha imposto noi consideriamo responsabili i sistematici del pensiero: essi hanno mantenuto il principio della donna come essere aggiuntivo per la riproduzione dell’umanità. Hanno giustificato nella metafisica ciò che era ingiusto e atroce nella vita della donna».

Quello che predominava in quegli anni era il dibattito, il parlare di uguaglianza, di essere un’orchestra a più voci, in cui emergeva la volontà di affermare il ruolo della donna.

Poi venne il nulla. Venne l’idea che tutto si era già ottenuto, che tutto era palese. E l’uomo riprese il sopravvento.

E’ il 2008 quando a Kiev nasce un movimento femminista di protesta. Si chiamano FEMEN! Ben presto diventano famose a livello internazionale, anche grazie ai metodi trasgressivi che usano per affermare i loro diritti. Utilizzano il topless come protesta contro la prostituzione, il turismo sessuale e rivendicano i diritti civili.

Anna Hutsol è la leader di questo movimento in ucraina. Ora protesta a Roma, in Italia contro il “berlusconismo”, contro il merchandising della donna ridotta a femmina… lo fa con toni violenti, crudi e impietosi. Lo fa chiedendo alle donne di andare in piazza e usare il loro corpo per richiamare l’attenzione, per fare baccano, per dire no a chi vuole relegare il genere femminile a oggetto sessuale.

“Se gli italiani sono ancora pronti a sopportare questo fango allora se lo meritano. Un Paese che sceglie come primo ministro un uomo accusato di aver pagato una prostituta minorenne è un Paese molto strano, o molto malato”.

E oggi c’è chi ha detto no, ed è scesa in piazza a seno nudo a protestare contro Berlusconi.

Benvenuto Femminismo 2.0! 

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