Miccoli e l’insulto alla memoria di Falcone: deferito il giocatore

miccoli-deferito-tuttacronacaLa commissione disciplinare della Figc ha deferito il giocatore del Lecce Fabrizio Miccoli, che insultò la memoria del giudice Falcone, vittima della mafia. La decisione arriva perchè l’ex Palermo ha violato l’art.1 del codice di giustizia sportiva, ”per avere violato i doveri di lealtà, probità e correttezza, offendendo la memoria del giudice Giovanni Falcone, pronunciando la frase, poi riportata da vari quotidiani, ‘quel fango di Falcone”’. Inoltre,  ”per responsabilità oggettiva, per le violazioni addebitate al proprio calciatore”. Con lo stesso provvedimento, la commissione ha archiviato il procedimento relativo all’uso, da parte di Miccoli, ”di schede telefoniche intestate ad altri soggetti, non essendo emerse fattispecie di rilievo disciplinare”, è stata deferita anche la società US Palermo, ex club del calciatore.

Riina shock: “Meno male che si è messo Falcone alla guida o si salvava”

Capaci-intercettazioni-riina-tuttacronacaAncora intercettazioni delle conversazioni nel carcere di Opera tra Totò Riina e il boss Alberto Lorusso. I dialoghi captati riguardano la strage di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone e gli uomini della sua scorta. “Meno male che lui si è voluto mettere là al posto dell’autista, se no si salvava, disgraziato. Una trovata migliore l’ha potuta trovare lui solo”. Quel giorno il giudice, tornato da Roma in aereo, aveva deciso di guidare l’auto blindata chiedendo al suo autista, Giuseppe Costanza di mettersi al volante. Falcone si mise così alla guida con accanto la moglie Francesca Morvillo. Prosegue Riina, parlando dei minuti successivi all’esplosione: “Mentre era al telegiornale… sono feriti lui e la moglie. Minc**a feriti! Poi nel mentre il telegiornale: è morto Falcone. Ti metti là minuto per minuto, no? Ci siamo! Ci siamo! Ci siamo!”. E prosegue: “Minc**a ho detto ma guarda che bordello.La moglie è viva, è viva. Dopo dieci minuti dice l’hanno ammazzata pure. Mia moglie dice: ma cosa è successo, ma che disgrazie, mischineddu, mischineddu… (poverino ndr) c’era una macchina, un aereo, lo hanno bombardato. Poi cercano l’aereo che non si è potuto trovare più…Poi subito allerta per la seconda”. “La seconda” per gli investigatori sarebbe la strage in cui morì Paolo Borsellino. Il boss parla anche del tritolo utilizzato: “Minc**a con quello ce ne sono voluti qualche 300 chili, con quello 500 chili. Non abbiamo risparmiato niente, devo dire la verità”. Poi raccontando di nuovo dell’attentato di Capaci. “Sembrava una zona di guerra appunto per questo loro non la possono digerire”. Ancora, durante l’ora d’aria Riina smentisce le parole del pentito Giovanni Brusca che ha raccontato agli inquirenti di avere saputo dal padrino di Corleone della consegna allo Stato del “papello”, l’elenco delle richieste della mafia per fare cessare le stragi. “Ma questo papello non si trova – dice – non c’è”. “Sono andati a fare le indagini sui miei figli, sulle mie sorelle, su mia moglie”, racconta alludendo alle indagini calligrafiche fatte dalla polizia per trovare l’autore del foglio consegnato ai pm da Massimo Ciancimino. Gli accertamenti fatti non hanno consentito agli investigatori di risalire alla paternità dello scritto. Insulti piovono anche su Massimo Ciancimino, “disonorato” e “folle di catene” (pazzo da legare ndr). Sollecitato da Lorusso dice che il figlio dell’ex sindaco mafioso collaborerebbe per riavere i soldi confiscati.

“Tra Cosa nostra e i politici c’è sempre stata connivenza”: il pentito al processo

stato-mafia-tuttacronacaDurante la sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia, il pentito Francesco Onorato ha raccontato che “Dopo il maxi-processo una serie di politici vennero contattati da Cosa nostra: tra loro anche Salvo Lima che non si presentò all’appuntamento”. A Riina, non piacque l’atteggiamento dell’eurodeputato Dc che era nella lista dei politici da eliminare. Ha poi spiegato: “I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere. Per questo Riina ha ragione ad accusare lo Stato”. E ha aggiunto: “Riina per questo comportamento era arrabbiato e avrebbe ucciso tutti i politici”. Il pentito ha parlato di una vera e propria lista con personaggi delle istituzioni che, dopo il maxiprocesso, Riina avrebbe voluto eliminare. “C’erano Vizzini e Mannino, di cui prima in Cosa nostra si parlava bene, i cugini Salvo, Salvo Lima – ha proseguito – Per Vizzini avevamo cominciato i pedinamenti”. E ha concluso: “Riina ha ragione a dire che lo Stato manovrava Cosa nostra. Lui sta pagando il conto, lo Stato no. Tra Cosa nostra e i politici c’è stata sempre connivenza”.  Il pentito ha anche raccontato in maniera dettagliata l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, avvenuto il 12 marzo 1992, per il quale è condannato con sentenza definitiva. Ha anche spiegato che, dopo che l’attentato al giudice Falcone all’Addura era fallito, loro stessi hanno “messo in giro la voce che la bomba se l’era messa lui per indebolirlo, per farlo passare per bugiardo”. E ha quindi aggiunto: “Salvatore Biondino mi disse che si trattava di una pressione fatta dai politici per fare passare Falcone per uno di poco conto”. Il collaboratore ha anche descritto la sua militanza in Cosa nostra: “Fare parte del gruppo di fuoco della commissione di Cosa nostra era come fare parte della Nazionale di calcio. Ci entravano persone con capacità particolari. Da componente del gruppo di fuoco ho fatto tra l’altro l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, quello del collaboratore del Sisde Emanuele Piazza, ho partecipato al fallito attentato dell’Addaura”. Onorato, che all’inizio della deposizione ha detto di sentirsi “abbandonato e lasciato solo dallo Stato”, dovrà testimoniare proprio sull’omicidio Lima ritenuto dai pm l’atto iniziale della minaccia mafiosa che avrebbe indotto lo Stato a trattare.

L’alba del terremoto, scosse nel Messinese

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Una scossa di terremoto di magnitudo 3 è stata registrata alle 6:44 del mattino di lunedì 7 ottobre sulle coste settentrionali della Sicilia, in provincia di Messina.

Secondo i rilevamenti dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), il sisma ha avuto ipocentro a 4,4 km di profondità ed epicentro in prossimità dei comuni di Basicò, Falcone, Furnari, Mazzarà Sant’Andrea, Olivieri, Rodì Milici, Tripi e Terme Vigliatore.

Un’altra scossa, di magnitudo 2.5, era stata registrata nella zona alle 4:40. Non si hanno al momento segnalazioni di danni a persone o cose

Scossa di terremoto al largo delle Isole Lipari

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L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha registrato una scossa di terremto terremoto di magnitudo 2.3 con ipocentro a una profondità di 201.3 km alle ore 18:28 italiane nel distretto sismico delle Isole Lipari. Il terremoto si è verificato in mare e non ci sono stati danni a persone o a cose.

Terremoto nel golfo di Patti e Milazzo, magnitudo 2,1

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La Rete Sismica Nazionale dell’INGV ha localizzato un terremoto di magnitudo 2.1  e di profondità 111 km, avvenuto alle ore 12:03:14 italiane, he ha interessato i Golfi di Patti e di Milazzo. Il terremoto si è verificato in mare e non ci sono stati danni a persone o a cose.

Terremoto in Sicilia all’ora di cena, nel Golfo di Milazzo

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La Rete Sismica Nazionale dell’INGV ha localizzato un terremoto di magnitudo 2  e di profondità 10,4 km, avvenuto alle ore 20:23:19 italiane, he ha interessato i Golfi di Patti e di Milazzo. I comuni in provincia di Messina interessati dal sisma sono stati: Barcellona Pozzo di Gotto, Castroreale, Falcone, Furnari, Mazzarà Sant’Andrea, Merì, Rodì Milici, Terme Vigliatore.

Miccoli è del Lecce, i tifosi devono rassegnarsi!

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Si dovranno rassegnare i tifosi leccesi, Miccoli è stato acquistato dalla squadra pugliese. L’accordo siglato con Savino Tesoro durerà un anno. La conferma ufficiale è arrivata dalla squadra stessa che con un comunicato stampa  ha dichiarato:

“L’U.S. Lecce comunica, con estrema soddisfazione, di aver raggiunto l’accordo per l’acquisizione del diritto alle prestazioni sportive del calciatore Fabrizio Miccoli. L’attaccante di San Donato, dopo essersi svincolato dal Palermo, ha scelto, tra diverse opzioni, di indossare la maglia giallorossa, verso la quale ha da sempre dimostrato grande attaccamento ed amore. Il contratto verrà formalizzato nella giornata di mercoledì”.

Miccoli al Lecce? I tifosi non lo vogliono

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Hanno lasciato il segno le parole di Fabrizio Miccoli, ex capitano del Palermo,  che aveva fatto pesanti dichiarazioni su Giovanni Falcone durante l’intercettazione al telefono con il figlio di un boss. Mal digerita dagli italiani anche le foto accanto ai boss di Cosa Nostra che sicuramente hanno pesato sull’immagine pubblica del giocatore. Così i tifoni del lecce non ci hanno pensano un attimo e sui social network è esplosa la polemica. “Non ci sentiamo rappresentati da Miccoli”, scrivono alcuni tifosi.

Ma le probabilità di vedere Miccoli indossare la maglia del Lecce sono pochi. Il giocatore avrebbe chiesto un compenso ben più alto di quello che avrebbe offerto il presidente Savino Tesoro.

 Poi ci sono state anche le parole dell’ex sottosegretario dell’Interno Alfredo Mantovano che avrebbero pesato come un macigno sul futuro calcistico di Miccoli in Italia: “Per quanto mi riguarda non dovrebbe più mettere piede su nessun campo di calcio. E’ indagato per riciclaggio ed estorsione in concorso con un’associazione di stampo mafioso. E questo è un dato di fatto. La sua frequentazione con ambienti mafiosi è stata costante e consapevole. Vederlo in campo avrebbe un grave effetto diseducativo”.

“Sono stati loro a venire da me, non io da loro”, Riina su Stato-mafia

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Per la prima volta Totò Riina avrebbe fatto chiaro riferimento alla  trattativa Stato-mafia. La rivelazione è arrivata Qualche settimana fa, mentre stava per essere trasferito dalla sua cella alla saletta delle videoconferenze. durante il trasferimento avrebbe detto agli agenti  “Sono stati loro a venire da me, non io da loro”, questa frase sarebbe un riferimento al dialogo segreto che nel giugno del 1992 venne avviato da alcuni ufficiali del Ros con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, in merito alla trattativa Stato-mafia. L’altra frase che è stata inserita  in una relazione di servizio stilata da alcuni agenti del Gom, il gruppo speciale della polizia penitenziaria che si occupa della gestione dei detenuti eccellenti sarebbe stata “Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino”, in questo modo Riina sembrerebbe confermare le parole di Massimo Ciancimino, che ha descritto gli incontri riservati del padre Vito con l’ex comandante del Ros Mario Mori. Questa mattina, la relazione è stata depositata al processo per la trattativa, che si svolge nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo. Al momento i magistrati hanno deciso di non interrogare Riina, ma hanno preferito avere la conferma ascoltando gli agenti che hanno stilato la relazione, i quali hanno confermato il contenuto.

Ingroia svela la trattativa Stato-mafia.

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Una lunga confessione quella dell’ex pubblico ministero Antonio Ingroia a Der Spiegel sulla trattativa Stato-mafia. Secondo Ingroia gli accordi, intercorsi negli anni ’90, hanno cambiato il volto delle organizzazioni criminali che da organismi violenti sono poi stati trasformati in vere e proprie lobby affaristiche. E’ dispiaciuto Ingroia di non poter più essere il pm nel procedimento che vedrà sfilare sul banco degli imputati personaggi del calibro di Riina, Provenzano e Bagarella, ma anche politici come l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino?

”Quando indagavano ho capito che la procura non potrà mai arrivare alla completa verità sui colloqui tra governo e mafia. Ci sono forze politiche che lo vogliono impedire. Anche per questo ho scelto di candidarmi per il Parlamento”, così afferma l’ex magistrato senza troppi giri di parole.

Poi continua accettuando l’attenzione sull’importanza storica di questo processo:

“Questo non si è mai verificato prima d’ora nella storia del nostro paese. Inoltre viene dibattuto in un’aula di un tribunale ciò che è sempre stato smentito o taciuto, la trattativa tra criminalità organizzata e stato”.

Ma si riuscirà a far emergere qualche nuova verità?

“Ovviamente ho grande fiducia nella pubblica accusa, un team di colleghi molto competenti. Ma senza l’appoggio dell’intero paese, senza un’opinione pubblica che desidera conoscere la verità, appoggiandoli, loro potranno fare poco”.

E poi continua:

“Ci sono movimenti, per insabbiare le cose. Io spero che il processo vengano condotto in modo ragionevole e con la necessaria attenzione. L’atmosfera è molto tesa, ma ciò non deve impedire che il procedimento si svolga in modo prudente”.

E sulle intercettazioni tra il Capo dello Stato Napolitano e Mancino, Ingroia rimarca di non esser stato contento della loro distruzione, ma di rispettare la decisione:

“Quei colloqui non avevano una rilevanza penale. Politicamente forse sì, ma come pubblico ministero questo non mi interessava”.

Ma cosa contenevano quelle intercettazioni? L’ex Pm di Palermo risponde con una risata e afferma di aver mentalmente cancellato il loro contenuto.

La rivelazione di Ingroia invece avviene sul suo mentore e maestro Paolo Borsellino:  

”Dai testimoni oculari si è scoperto che Borsellino ne fosse a conoscenza (della trattativa Stato-mafia, ndr). Il magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 aveva saputo di contatti tra i carabinieri e il sindaco di Palermo Ciancimino, uomo di collegamento dei corleonesi. Questa circostanza è stata sempre negata, ma alcuni pentiti hanno affermato che la mafia ha deciso di uccidere Paolo Borsellino proprio perché rappresentava un ostacolo a questo accordo. Spero che questo diventi chiaro ad alcuni”.

Ma chi ebbe l’idea della trattativa? Secondo l’ex magistrato non ci sono dubbi: Bernardo Provenzano.

“L’ho interrogato alcuni mesi fa. Non sta bene, ma ha sempre capito ciò che gli veniva comunicato, ascoltando in modo attento e concentrato”.

Secondo Ingroia però ormai è troppo tardi perché si possa davvero svelare la verità sulla trattativa tra mafia e stato:

“Temo che ormai quel treno sia definitivamente partito”.

Miccoli, “pentito” per le parole su Falcone.

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“Chiedo scusa a Palermo, alla mia famiglia, per tutto quello che ho fatto. Da tre notti non dormo”.

Il calciatore rosanero si pente e chiede scusa dopo le accuse a Giovanni Falcone nelle telefonate intercettate  con Mauro Lauricella, figlio di un boss latitante, nelle quali Miccoli definiva “fango” il giudice antimafia.

“Sono uscite cose che non penso – ha detto in conferenza stampa -. Ho sempre partecipato alle partite del cuore per onorare la memoria dei magistrati uccisi”.

Quelle parole sono state uno shock per tutti gli italiani e una delusione per tutti i tifosi della squadra siciliana che sicuramente non meritavano che il loro “uomo di punta” potesse esprimersi con un tale linguaggio nei confronti di quel giudice che ha dato la vita nella lotta alla mafia.

Anche dopo il pentimento di Miccoli resta l’amarezza.

La lunga giornata di Miccoli: oltre 4 ore e mezzo d’interrogatorio

miccoli-procura-tuttacronacaBisognerà attendere domani mattina per la conferenza stampa di Fabrizio Miccoli, che oggi è stato sottoposto a un interrogatorio durato oltre 4 ore e mezzo dai magistrati di Palermo perchè indagato per estorsione e accesso abusivo a sistema informatico. Il bomber rosanero avrebbe infatti commissionato al suo amico Mauro Lauricella, figlio del boss Antonio, di riscuotere una somma di denaro dai gestori di una discoteca di Isola delle Femmine, nel Palermitano. Ma avrebbe anche convinto in titolare di un centro di telefonia a intestare alcune sim a clienti inconsapevoli per poi darle in uso a Lauricella proprio nel periodo in cui il padre di quest’ultimo era ricercato. Ma il numero 10, al quale Zamparini non rinnoverà il contratto in scadenza il 30 giugno, si è inoltre macchiato di affermazioni infamanti definendo il giudice Giovanni Falcone “un fango”: parole che hanno fatto indignare tutti, compresi i tifosi che pure gli avevano perdonato la retrocessione del Palermo in Serie B. Erano dieci i carabinieri che hanno presidiato i due ingressi del corridoio che porta alla stanza dei pm, impedendo l’accesso ai giornalisti, mentre Miccoli veniva torchiato davanti al procuratore aggiunto Leonardo Agueci e ai sostituti Francesca Mazzocco e Maurizio Bonaccorso. Al fianco del giocatore il suo procuratore e avvocato Francesco Caliandro con il quale aveva programmato già da due giorni una conferenza stampa all’hotel Excelsior saltata a causa della durata dell’interrogatorio e posticipata a domani.

Frase shock di Miccoli: “quel fango di Falcone”

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Si aggrava la situazione dell’ex capitano del Palermo, Fabrizio Miccoli. Stando a quanto riporta Repubblica, da un’indagine della Procura di Palermo sarebbero emersi delle conversazioni shock che il calciatore avrebbe avuto con Mauro Lauricella, figlio di un boss latitante, il cui cellulare era sotto controllo da tempo. Durante i dialoghi impressi in alcune intercettazioni, Miccoli disse “feccia” riferendosi al magistrato Giovanni Falcone. Lui e il figlio del boss avrebbero infatti dato appuntamento a un amico “davanti all’albero di quel fango di Falcone”. Ma ad aggravare la situazione del calciatore anche un’accusa di estorsione e la Procura di Palermo è intenzionata a interrogarlo sui suoi rapporti con Mauro Lauricella per il recupero di alcune somme che spesso avveniva in modi non proprio gentili. E se il calciatore sembra mantenersi calmo davanti alle accuse non vale lo stesso per Maurizio Zamparini, presidente del Palermo che ha annunciato che non rinnoverà il contratto.

Il caso Don Panino non si ferma più!

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Ormai il caso di Don Panino è diventato internazionale. Anche se il locale di Vienna, ora è chiuso, il sito è stato messo offline dopo le polemiche, il tam tam invece continua e  grazie all’intervento di Sonia Alfano, ora è  sotto la lente del Parlamento europeo. ” Nessuno può fare affari offendendo le vittime della mafia. Ho ricevuto tantissime comunicazione di indignazione contro il locale di Vienna. E’ un’iniziativa scandalosa, che io ripugno” così ha argomentato l’Alfano, figlia di una vittima di mafia. Anche il sindaco di Palermo Leoluca Orlando si è mobilitato, così come la sorella di Giovanni Falcone e il fratello di Peppino Impastato, che ha minacciato una querela da 1 milione di euro.

 L’esperto di marketing, di origini italiane ma olandese di nazionalità, ora vivrebbe in Puglia, e ha preferito non rivelare il suo vero nome. “Non volevo offendere nessuno. Un cliente mi ha chiesto di lanciare un prodotto attrattivo, ed ho ideato la campagna di Don Panino seguendo questa indicazione. Non è colpa mia se all’estero si associa all’Italia solo la mafia, la pasta, la pizza e Berlusconi. A Vienna c’è una catena di parrucchieri che si chiama capelli mafia”. L’uomo ha poi contattato i proprietari del negozio di Don Panino, chiedendogli di rimuovere i nomi degli eroi dell’antimafia, Giovanni Falcone e Peppino Impastato, dalla lista del menu. “Non volevamo offendere nessuna di queste personalità, in alcun modo”.

Bisogna ricominciare forse a insegnare il senso civico sin dalle scuole elementari se non si trova offensivo usare il nome di Giovanni Falcone per un panino che sarà: “grigliato come un wurst” o Impastato definito “Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue”.

I media pugliesi indicano infatti come probabili proprietari di Don Panino Julia e Marco Marchetta, due fratelli  tornati a vivere in Italia dopo essere nati in Austria,  che ora hanno deciso di vivere nella cittadina di San Donaci. I due smentiscono di essere i proprietari, ma la società è registrata proprio nel piccolo comune salentino. Il negozio Don Panino è stato chiuso, e mentre fino alla fine di settimana scorsa era possibile ordinare i panini dello scandalo via internet, ora invece anche il sito è finito offline. Resta aperta solo una pagina Facebook, più che altro per l’indignazione di chi vuole commentare una tale vicenda.

Alcuni italiani si devono sempre far riconoscere per la mancanza di stile in giro per il mondo? Così permetteremo sempre di farci irridere all’estero come popolo, perché siamo noi i primi a “mancare di rispetto” verso gli eroi del nostro paese e a rinnegare le nostre origini irridendole. Che vergogna!

Un altro locale nel mondo che celebra la malavita: Arte de Mafia

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Non bastavano le polemiche sul locale viennese “Don Panino”, dove il menu prevede piatti come Don Falcone e Don Peppino, oltre a una varietà di ricette ispirate ai boss mafiosi, in Argentina, a Palermo, c’è un locale dov’è possibile assaggiare “gli squisiti sapori della mafia”. Il posto è “Arte de Mafia”, ristorante italiano a Buenos Aires.

Il brand mafioso serve quindi per attirare clienti, celebrando i peggiori boss della storia, con piatti dedicati ai capi di Cosa Nostra (Provenzano, tra gli altri), ‘Ndrangheta e Camorra. Diversamente da “Don Panino”, qui i simboli dell’antimafia non vengono accomunati, nel menu, ai boss della malvita, ma è identica la spettacolarizzazione del fascino criminale. Un lettore de LiveSicilia pone al riguardo un interessante interrogativo: “Siamo certi che l’Argentina non protesterebbe con l’Italia se da noi un locale celebrasse, per dire, il dittatore Videla?”.

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Quello schifo di panino viennese fatto sulle vittime della mafia

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Si chiama “Don Panino” ed è un pub di Vienna che utilizza i nomi dei boss di Cosa Nostra, ma soprattutto delle vittime della lotta alla mafia per dare il nome ai suoi panini. Alcuni parlano di “cattivo gusto”, ma il fenomeno è molto più grave. Accanto al Don Corleone troviamo anche Don Falcone e Don Peppino (Impastato). Naturalmente il piatto che spopola poi è “pasta mafia”, ancora una volta per denigrare una delle grandi eccellenze alimentari italiane in ambito internazionale? Avvicinando la parola mafia alla pasta, gli austriaci hanno calpestato i grandi imprenditori italiani, coloro che grazie alla qualità dei nostri grani e all’esperienza di una tradizione alle spalle portano questo prodotto in tutto il mondo.

Ma il razzismo e l’offesa dei viennesi contro chi ha dato la vita per la lotta alla mafia non si ferma al nome, ma continua nella descrizione di ogni Panino. Così Don Peppino pesto, olive e pollo da 4 euro e 50 è descritto come  “Siciliano dalla bocca larga fu cotto in una bomba come un pollo nel barbecue”. La descrizione più agghiacciante è quella che descrive Don Falcone “Si è guadagnato il titolo di più grande rivale della mafia di Palermo, ma purtroppo sarà grigliato come un wurst”.

Molti cittadini italiani a Vienna hanno chiesto all’ambasciata di intervenire e stanno raccogliendo firme sulla piattaforma Causes per boicottare il pub, ma per il momento il “menù dell’orrore” è ancora disponibile presso il locale.

Qualcosa di agghiacciante su cui l’Europa dovrebbe intervenire immediatamente. E’ inconcepibile che si possa tollerare un affronto del genere agli uomini che hanno dato la vita per lottare contro la mafia e ora si ritrovano in un menù tra boss mafiosi e descrizioni oscene. E in attesa dell’Europa che cosa fa il nostro ministro degli esteri di fronte a un fatto di tale gravità e di così tanta volgarità? E il nostro presidente del Consiglio? Si dovrà muovere il Presidente Napolitano, presidente del Consiglio Superiore della Magistratura per togliere questo affronto a Falcone e Impastato? Come si permette l’ignoranza dei trogloditi a infangare gli italiani senza che alcuna voce si sia ancora mossa?

Lo chiede anche Michele Anzaldi del Pd “Chiedo al ministro degli Esteri Emma Bonino, di convocare al più presto l’ambasciatore austriaco affinché dia chiarimenti sulla vicenda del pub di Vienna pubblicata oggi su alcuni organi di stampa, che dileggia e offende oltre ogni limite la memoria delle vittime della mafia.  Nella lista figurano addirittura personalità della statura di Giovanni Falcone e storie di gioventù spezzata come quella di Peppino Impastato, commemorato proprio pochi giorni fa nell’aula di Montecitorio, in occasione dell’anniversario della sua barbara uccisione. Scherzare e offendere per fini commerciali la memoria di pagine drammatiche del nostro Paese, tuttora purtroppo ancora vive, non è cosa che ci si sarebbe aspettati da un paese civile come l’Austria. Si tratta di un grave incidente e  l’Italia deve pretendere scuse ufficiali e il ritiro immediato di qualunque scritta che possa offendere L’Italia e i familiari delle vittime”.

Nel menù compaiono anche:

Don Costello: il possente Calabrese amava ai suoi tempi gustose specialità come la porchetta

Don Greco: nato a Roma dopo la sua aderenza al Cosa nostra, sviluppò una predilezione per le melanzane grigliate (in realtà Michele Greco nacque  Croceverde-Giardina una frazione di Palermo, morì poi a Roma. Non sanno neppure mettere il luogo di data esatto?)

Don Buscetta: l’uomo che diede una gloria ambigua a Palermo, aveva una predilezione per le verdure grigliate vegetariane, ma fatte ad arte secondo lo stile siciliano.

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Trattativa Stato-Mafia: processo al via… e già rinviato

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Ha preso il via oggi il processo sulla trattativa Stato-Mafia e già arrivano le prime contestazioni. Prima dell’inizio dell’udienza a Palermo, infatti, l’ex politico Mancino, imputato per falsa testimonianza, ha affermato: “Non posso stare nello stesso processo in cui c’è la mafia”, aggiungendo: “Ho fiducia e speranza che venga fatta giustizia e che io possa uscire al più presto dal processo”. Oltre all’ex ministro, gli imputati presenti sono l’ex comandante del Ros Antonio Subranni e Massimo Ciancimino. Con loro, il gup Piergiorgio Morosini lo scorso 7 marzo ha rinviato a giudizio per “attentato mediante violenza o minaccia a un corpo politico, giudiziario o amministrativo dello Stato, aggravato dall’agevolazione di Cosa nostra”,  boss Totò Riina, Leoluca Bagarella e Nino Cinà, l’ex pentito Giovanni Brusca, l’ex generale del Ros Mario Mori, l’ex colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Riina e gli altri tre mafiosi sono collegati in videoconferenza con l’aula bunker.

Se Mancino ha intenzione, tramite il suo legale, di chiedere lo stralcio della sua posizione, la Procura ha preannunciato che gli contesterà una nuova aggravante, ancora non resa nota. Diversa la posizione per Massimo Ciancimino, accusasto anche di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia mentre è stata stralciata la posizione di Provenzano per la sua incapacità di partecipare al processo: le sue condizioni psichiche sono infatti compromesse in parte da una forma di Alzheimer e in parte dall’intervento per la rimozione di un ematoma cerebrale che il boss si era procurato cadendo in cella.

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La “storia” della trattativa, come il gup Morosini spiegò il 7 marzo, quando dispose il rinvio a giudizio, parte dalle aspettative deluse sul maxiprocesso, con la conferma degli ergastoli ai vertici dei clan. Da qui il tentativo di Cosa nostra di chiudere i conti con chi riteneva responsabile di quella debacle giudiziaria e la ricerca di nuovi referenti politici. La mafia avrebbe cercato di condizionare le istituzioni con le stragi e stringere alleanze con massoneria deviata, frange della destra eversiva, gruppi indipendentisti, per dare vita a un piano eversivo condotto a colpi di attentati rivendicati dalla Falange Armata. Il primo passo sarebbe stato l’imicidio dell’eurodeputato Dc Salvo Lima, seguito dall’allarme attentati a una serie serie di ministri. A questo punto s’innesca la figura di Mannino, che ha chiesto il rito abbreviato, che per aver salva la vita stimolò l’inizio di una trattativa servendosi del capo del Ros Antonio Subranni. Ci sarebbero quindi stati contatti tra gli ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino, il papello con le richieste del boss Totò Riina per fare cessare le stragi, l’ingresso nella trattativa del capomafia Bernardo Provenzano. Il rapposto si sarebbe potuto interrompere nel 1993, con la decisione dello Stato di revocare la 334 41-bis. Non essendo sufficente, per i boss, l’ammorbidimento della linea carceraria, un nuovo filone di trattativa si sarebbe innescato portando alla ribalta altri protagonisti, come Dell’Utri “portatore” della minaccia mafiosa a Silvio Berlusconi, futuro premier. Nella storia entra anche l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino: avrebbe detto il falso negando di avere saputo dall’allora Guardasigilli Claudio Martelli dei contatti tra il Ros e Ciancimino.

Il processo per la trattativa Stato-Mafia è uno dei temi che tocca da vicino gli italiani, ancora scossi dalla strage di Capaci e dall’attento al giudice Paolo Borsellino, tra gli altri. A testimonianza di ciò uno striscione a sostegno di Agnese Borsellino è stato affisso questa mattina sulle grate dell’aula bunker. La vedova del magistrato, morta tre settimane fa, chiedeva “verità e giustizia” per l’assassinio del marito Paolo, ucciso nella strage di via D’Amelio. Secondo i magistrati Borsellino sarebbe stato ucciso proprio perché seppe della trattativa. Un “successo” anche per il figlio, che ha affermato: “Per la prima volta la Stato processa altri pezzi dello Stato. Sembrava una cosa impossibile, invece sta avvenendo. Ho fiducia nei magistrati e nel processo e il dato di partenza è che la trattativa non è più ritenuta fumosa o fantomatica. C’è stata”.

“Qualora si dovessero accertare elementi di colpevolezza dello Stato, lo Stato non potrebbe nascondere eventuali responsabilità sotto al tappeto”, ha dichiarato il pm Antonio Di Matteo, e in molti ci auguriamo che sia così.

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Oggi, dopo le richieste di pm e difesa, la Corte d’Assise ha deciso di rinviare il processo che si tiene nell’aula bunker del carcere “Galiarelli” di Palermo. La nuova data è quella del 31 maggio, decisa per andare incontro alla domanda, sia dei magistrati che dei difensori degli imputati, di avere un termine per interloquire sulle nuove richieste di costituzione di parte civile.

Oggi come ieri: a Servizio Pubblico si parla della strage di Capaci

Strage-di-Capaci

Inizia con la canzone Io non ho paura Servizio Pubblico, ed un ricordo a Don Andrea Gallo, che probabilmente è in Paradiso perchè “io sto con gli ultimi”. Ma sicuramente tutti lo staranno osservando con curiosità, perchè “di preti in Paradiso se ne vedono pochi”.  Subito dopo, si entra nel vivo con Walter Veltroni parla del suo libro “E se domani” e viene facile il collegamento con gli anni delle stragi: il ’92 ed il ’93. Anche allora il sistema democratico era in crisi e se qualcuno provava a “spostare” il potere verso sinistra qualcuno interveniva per “destabilizzare” in modo da mantenere l’assetto che c’era. Ma si può tornare anche gli anni ’64 e ’69, pensare a Moro e poi fare un salto al recente attentato a Palazzo Chigi il giorno dell’insediamento. 500 kg di tritolo sullla strada di Capaci: Riina fa dietro front prima di far uccidere Falcone a Roma. Perchè un simile scelta? Veltroni spiega che la mafia ha sempre avuto un rapporto con la politica, in particolar modo con la Democrazia Cristiana legata ad Andreotti che fino a quel momento l’aveva tutelata ma, con l’avanzata del giudice sempre più potente, questo “patto” veniva interrotto: serviva messaggio forte quindi, un attentato come non se n’erano mai visti.

In tutto questo, la mente corre rapida anche a Paolo Borsellino: che fine ha fatto l’agenda rossa del giudice? Non solo, la moglie Agnese avrebbe anche confidato che il giorno dopo, quando l’ufficio della vittima era già stato sigillato, alla riapertura i cassetti erano vuoti. Quanto resta ancora immerso nel silenzio? Perchè i pentiti della mafia hanno parlato ma, nonostante l’indagine sulla trattativa Stato-Mafia, i politici non l’hanno fatto. Ma se questa è la posizione di Travaglio, Vespa è dell’idea che lo Stato non tratta con la mafia come non ha fatto con il terrorismo. Anche Veltroni però è dell’idea che una trattativa ci sia stata, prova ne sarebbe la sparizione dei documenti. Serve capire allora chi sia stato a dirigere: chi è stato il regista? “Che qualcuno in questo Paese abbia costantemente depistato o costruito”, quindi, sembra chiaro.

Alessandro D’Avenia si fa in tre!

alessandro d'avenia-tuttacronaca

E’ nei cinema in questi giorni il film “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, storia tratta dall’omonimo libro del 36enne Alessandro D’avenia, che narra una storia di formazione che affronta la crescita attraverso la morte. E’ stato lo stesso autore ad adattare la sua opera per il grande schermo, dopo che il formato cartaceo è diventato un bestseller da un milione di copie ed è stato venduto in 20 Paesi stranieri. D’Avenia, classe 77, ha frequentato il liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo prima di trasferirsi a Roma per studiare Lettere Classiche all’Università La Sapienza. Mentre era impegnato in un dottorato di ricerca in letteratura greca, Alessandro ha insegnato per tre anni nelle scuole medie, scoprendo così la sua passione per il lavoro di docente. Bianca Come il latte, rossa come il sangue, pubblicato nel 2010, è il suo primo libro a cui segue, l’anno successivo, Cose che nessuno sa. D’Avenia, oltre a seguire il passaggio della sua creatura dalla carta allo schermo, al momento è impegnato con il suo terzo romanzo, ambientato nella Sicilia del 1992, quella di Falcone, Borsellino e padre Puglisi. Non solo, si sta anche dedicando ad un saggio per il quale ha tratto ispirazione dalle lettere ricevute dai ragazzi e che trattano i più importanti temi della vita vista dai grandi del passato, da Dante a Baudelaire.

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