In Belgio da ora in poi anche i bimbi possono chiedere di morire. Ecco come!

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Il Belgio ha approvato la legge con la quale da ora in poi potranno chiedere l’eutanasia anche i bambini di ogni età. E’ la prima volta al mondo che un paese accetta il principio che anche un bambino possa chiedere di essere ucciso per porre fine alle sue sofferenza. In Olanda è ammessa solo a partire dai 12 anni, mentre nella nuova legge belga non si pongono limiti.  In Belgio, accertato che la malattia sia alla fase terminale e con sofferenze fisiche non alleviabili, un bambino con il consenso di entrambi i genitori e con uno psicologo esterno all’equipe medica curante potrà chiedere l’eutanasia, ammesso che lo psicologo lo consideri in grado di avere «capacità di giudizio» ovvero che il bambino sappia il significato di morte.  Cosa succederà se uno dei genitori non è d’accordo?  Naturalmente oltre a limiti di ordine pratico, la legge non è stata ben accolta dai vescovi belgi che hanno espresso la loro delusione: «Un passo di troppo». «Questa legge – hanno scritto – apre le porte all’estensione agli handicappati, ai dementi, ai malati mentali e magari anche quelli che sono stanchi di vivere».

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Chi è fascista?

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Lucia Annunziata nel suo editoriale sull’Huffington Post scrive “Non infierirò sul destino di Berlusconi”. Il motivo è profondo e trova le sue radici in quell’atteggiamento che la giornalista definisce da “fascistello”. Con tale termine l’Annunziata punta il dito contro chi “ci induce a sfoggiare i muscoli, a esercitarci contro quelli più deboli di noi – i vecchi, gli stupidi, i brutti, i poveri, i neri, le donne, i gay… la lista è infinita”.

E possiamo condividere il senso profondamente civico della frase, in fondo infierire su un uomo e sul suo declino è sempre un segno di arcaico e inutile machismo. Oggi però sorge il problema, che su posizioni come quelle dell’Annunziata o a esse simili, si sta costruendo la figura del personaggio-vittima che sta sostituendo il pregiudicato Berlusconi.  Dobbiamo, dunque, bilanciare il giudizio, anche per rispetto a quanti non sono “fascistelli” ma invece sono state “vittime di una politica scellerata”: cioè le generazioni bruciate. I quarantacinquenni e i trentenni senza lavoro, l’immagine della donna mercificata fra la pubblicità e gli spettacoli di intrattenimento, la mancanza di etica civica, le lacune nelle politiche per gay e coppie di fatto, l’eutanasia, etc…

Ancora l’Annunziata scrive:

“Il fascista più fascista di tutti è a mio parere quella pulsione interiore che ci fa infierire sui nemici vinti. Credo di non avere bisogno di patenti per dimostrare da che parte sono stata in questi venti anni, ma davanti alla conclusione giudiziaria e politica di questo periodo non mi metterò fra chi affonda la lama dell’insulto, della soddisfazione, e ancor meno della volgarità,contro Silvio Berlusconi. Non trarrò piacere dalla condanna di nessuno”.

Non vogliamo infierire quindi, ma non dobbiamo permettere la strumentalizzazione che si può fare del nostro senso etico nel momento in cui non sferriamo l’ultimo colpo fatale… Non dobbiamo permettere che il Cavaliere diventi vittima, ma che sia, lui come altri, solo il soggetto di una condanna per un reato che la magistratura ha ritenuto di dover punire. Per questo, in nome di quanti invece vittime sono, la decadenza dalla carica di Senatore è un atto dovuto. E’ giusto ricordare che avendo completamente ignorato quelle che erano politiche del lavoro o diritti sociali abbiamo costretto una generazione a rimandare forse per sempre la possibilità di costruirsi un avvenire o una famiglia e abbiamo invece favorito un’emigrazione disperata portando via dall’Italia risorse e intelligenza.

Eutanasia anche per i minori

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Secondo solo all’Olanda a dotarsi di una legge che legittima l’eutanasia, il Belgio sarà il primo ad estendere la morte assistita anche ai minori di 18 anni. La legge darà ai medici la facoltà di valutare caso per caso se la malattia è abbastanza grave da ammettere il ricorso all’eutanasia. Inoltre saranno loro a stabilire se il bambino è abbastanza maturo da decidere in autonomia se morire o no. La discussione si è infatti particolarmente incentrata sulla libertà di coscienza del minore. Ora manca solo il sì del Senato per renderla operativa.

La XII giornata mondiale del sollievo

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Oggi cade l’appuntamento con la dodicesima giornata mondiale del sollievo, un’iniziativa volta a sensibilizzare la popolazione sui diritti di coloro che si trovano costretti a combattere contro una malattia incurabile. E’ lo stesso Ministero della salute a parlare dell’evento come di un momento di consapevolezza nell’affermazione del “diritto al sollievo, del diritto a non soffrire di dolore inutile, insopportabile e insensato, ad allentare la morsa della sofferenza”. Lo scopo che ci si pone è di riuscire a creare una cultura della sofferenza capace d’includere la fase di sollievo al termine della vita. Nel 2010, un sondaggio a cura della Fondazione Ghirotti, che ha considerato 23.353 schede, provenienti da undici regioni, ha posto, come prima domanda, quali fossero i desideri della persona malata: nel 42% si vuole avere al fianco persone care mentre nel 38% si chiede di sentire meno dolore. A dimostrazione del fatto che, come ha specificato la Fondazione Ghirotti, “la sofferenza è un vissuto complesso in cui il dolore fisico è solo una delle dimensioni”. Insomma, i malati per sentirsi bene devono provare l’affetto di chi gli sta vicino, indipendentemente dalla gravità del loro male.

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Il tema è stato anche affrontato dallo stato che ne ha stilato una legge, la 38 del 15 marzo 2010, intitolata “Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore”, permettendo così al malato, ritenuto “inguaribile” o affetto da patologie cronica dolorosa, delle cure palliative e l’accesso alla terapia del dolore. Ma questi metodi sono utilizzati solo nei centri per la terapia del dolore, presenti solo in 13 regioni (Calabria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto), il che significa imporre trasferimenti ai malati. A lanciare l’allarme è stata il ministro della Salute, Beatrice Lonrenzin: “In Italia la metà delle Regioni non viene garantita l’applicazione della legge 38/2010, quella che garantisce l’accesso a cure palliative e alla terapia del dolore”. Ecco allora il suo appello: “È giunto il momento di affiancare a questo approccio anche un impegno etico, quello di essere vicino al malato e non lasciarlo solo di umanizzazione delle cure ho parlato anche con il ministro Giovannini, presenteremo delle nuove idee nelle prossime settimane. Quello di non sentirsi solo è un bisogno del malato a cui non possiamo non dare risposta”. Il ministro si ripropone inoltre di comprendere perchè alcune Regioni non siano ancora state attrezzate.

Le situazione è ancora più critica in riferimento alle cure palliative domiciliari, considerato che, stando ai dati raccolti dal ministero e relativi a dicembre 2010, solo il 22 per cento dell’assistenza domiciliare rispetta lo standard minimo previsto dal decreto ministeriale n. 43 del 22 febbraio 2007, ovvero uno standard d’assistenza maggiore o uguale al 65 per cento dei malati sul territorio mentre Il 63.8 per cento della popolazione assistita non può ancora disporre di équipe dedicate. La situazione, inoltre. è ancora più grave per oltre sei milioni di cittadini per i quali l’unico operatore che il Servizio Sanitario Nazionale prevede gratuitamente e costantemente presente a fianco dei malati morenti è solo il Medico di Medicina Generale mentre il medico di famiglia è coinvolto solo nel 2.7 per cento delle equipe.

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C’è quindi ancora molto da fare, soprattutto stando al V Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, nel quale si evidenzia come nella metà degli ospedali italiani manchino anche servizi di riabilitazione fondamentali per la qualità di vita dei pazienti colpiti da tumore mentre quelli presenti sono disponibili solo in caso di tumore al seno. Per non parlare dell’assistenza domiciliare, quanto mai carente. In compenso migliorano i servizi di terapia del dolore e sembra esserci anche maggiore attenzione per il benessere mentale dei pazienti. Sembra quindi che i risultati ci siano, qualora la legge venga applicata, ma che ci possano essere dei problemi politici alla base per poter offrire, al cittadino malato, quella dignità a cui ha diritto. Anche i costi, infatti, a livello di cura, non sono di quelli probitivi. Come spiega Giuseppe Casale, fondatore di Antea, “queste cure 24 ore su 24 hanno un costo di circa 100 euro, una degenza ospedaliera invece ha un costo di circa 600-700 euro al giorno”. Ciò che manca è invece la formazione dei volontari, fondamentali nel loro compito di seguire i pazienti. Bisogna siano poi le Asl a monitorare l’effettiva spesa, anche se, al riguardo, la senatrice Binetti, in collaborazione con il collega Gigli, hanno presentato un’interrogazione in cui chiedono se sia stato istituito “un ufficio per il monitoraggio dei dati relativi alla prescrizione e all’utilizzazione di farmaci nella terapia del dolore, dello sviluppo delle due reti e del loro stato di avanzamento, delle attività di formazione, informazione e ricerca e più in generale delle prestazioni erogate e dei loro esiti” e se

“intenda intervenire, anche con opportune campagne di informazione, per prevenire la richiesta di eutanasia da parte di malati che versano in condizioni terminali, mentre le loro famiglie ritengono di non ricevere terapie sufficienti per controllare un livello di sofferenza così insopportabile da rendere loro difficile continuare a vivere. Inoltre se non ritenga opportuno verificare che, nell’applicazione della attuale legge, siano garantiti criteri di solida competenza professionale in quanti dovranno creare e coordinare le nuove reti regionali, valorizzando adeguatamente coloro che sono già da tempo impegnati in questo campo e supportando con adeguati investimenti l’effettiva realizzazione di quanto contenuto nella legge 38 del 2010”.

Un problema politico e culturale dunque, in un Paese dove non è prevista l’eutanasia e lo scontro sia spesso di tipo etico. In quanto tale, però, l’attuazione delle cure rischia di diventare più complicata proprio per una questione di applicazione e metodo. Se poi, oltre alla disomogeneità della presenza delle cure sul territorio, si somma la mancanza di professionalità, si comprende la difficoltà della strada intrapresa.

La storia di Piera, il video shock dei radicali

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“Non voglio più soffrire, questa è una sofferenza fine a se stessa: solo io ho il diritto di decidere su me stessa”. Così Piera Franchini, malata terminale, racconta di aver scelto l’eutanasia in unvideo-shock diffuso dai radicali, che nell’ottobre del 2012 avevano lanciato uno spot “A.A.A. malati terminali cercasi”. “Danno da bere una bibita, poi uno si addormenta e va”, sono le ultime parole di Piera, morta in Svizzera. La donna racconta come la “vera morte” le sia stata data dal medico: “Sono morta il 13 aprile, quando il chirurgo mi ha detto per la prima volta che non c’era nulla da fare”. La denuncia dei radicali è forte e spiega come “Piera è dovuta andare dal Veneto fino in Svizzera, a Fork, vicino a Zurigo, per poter vedere riconosciuta questa sua volontà”.

Si riapre quindi il dibattito sull’eutanasia e sulla morte assistita nei casi in cui vi è una ferma volontà del paziente di farla finita. Lo Stato può impedire la morte assistita, ma non può impedire i suicidi… quante persone forse si sarebbero salvate se si fossero rivolte ai centri per la morte assistita dove specialisti devono tentare fino alla fine di dissuadere il paziente?

Francia dà l’ok all’eutanasia in casi gravi!

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Dai medici francesi arriva la prima parziale apertura alla pratica dell’eutanasia. Il Consiglio Nazionale dell’ordine dei medici ha consentito alla “sedazione terminale” per pazienti in fine di vita che abbiano fatto “richieste persistenti, lucide e ripetute”. Invocando “un dovere di umanità”, limita però questa via a “casi eccezionali: agonie prolungate e dolori incontrollabili”.

Inoltre, tali «casi clinici eccezionali» – che sorgono solo dopo l’introduzione di cure palliative, se cioè le normali terapie non sono più efficaci – dovranno essere accertate come tali non da un solo medico ma in modo collegiale, secondo criteri da stabilire.

La legge francese in vigore dal 2005 – che parla di «dosi terapiche in grado alleviare il paziente, con il suo consenso, anche nel caso in cui tali dosi rischino di abbreviare quel che rimane di vita» – copre in realtà la maggioranza dei casi che si possono verificare nella pratica clinica, ma non determinate agonie prolungate o dolori – fisici o psicologici – che rimangono incontrollabili nonostante le cure palliative: situazioni che sebbene rare «non possono rimanere senza risposta», conclude l’Ordine.

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