Dalla riforma delle pensioni d’oro ora si passa a quella delle pensioni di latta!

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La lunga intervista del ministro Enrico Giovannini interessa gran parte degli italiani perché sono stati toccati i temi bollenti che rischiano di far esplodere un autunno caldo: le pensioni d’oro, la legge Fornero, il lavoro, la disoccupazione, la giustizia sociale.

Il primo tema, quello a lungo dibattuto, che in questi giorni sembra essere diventato uan pallina da ping pong che rimbalza sui tavoli della politica, è quello delle pensioni d’oro. Enrico Giovannini oggi, a sorpresa, fa traghettare il discorso dalle pensioni d’oro a quelle di latta. Quindi non più detrarre una parte del diritto acquisito a chi ha una pensione di un certo rilievo economico, ma piuttosto andare a innalzare chi ha una pensione troppo bassa.

“È vero, ma il grande tema non sono le pensioni d’oro, ma le tante persone che hanno pensioni di latta. Il problema delle pensioni d’oro riguarda relativamente poche persone, ed è un problema di giustizia sociale. Ma pensare che intervenire semplicemente sulle pensioni altissime riesca a finanziare un’azione fortemente perequativa per le pensioni più basse, semplicemente non è nei numeri. La quantità di denaro che si risparmierebbe è insufficiente a compensare i milioni di pensionati che percepiscono importi molto bassi”. Così Giovanni si è espresso sul tema delle pensioni d’oro.

Ma allora occorre ripensare al sistema pensionistico nel suo insieme?

“Questo governo non ha intenzione di intervenire sulla riforma già fatta. Bisogna affrontare il tema delle pensioni d’oro per poi decidere cosa fare del frutto di questo intervento. Dopodiché dobbiamo anche capire cosa sia una pensione d’oro”.

Avete fatto una stima di quante siano complessivamente?

“I dati di Istat e Inps sono facilmente consultabili. Ha destato molta impressione la lista dei primi dieci, che arrivano a percepire 91mila euro al mese. Parliamo di decine, o di centinaia di persone, a seconda di dove si fissa l’asticella. Si capisce bene che un intervento su centinaia di persone non è sufficiente per cambiare la situazione, sono due problemi diversi”.

Quindi cosa serve?

“La vera questione è che se un sistema economico non cresce, se i giovani di oggi hanno carriere lavorative molto discontinue – e quindi avranno pochi contributi – tutto ciò genererà pensione ancora più basse nel futuro. Questo è il problema che ci dobbiamo porre: da un lato per accelerare la crescita, dall’altro per aumentare il lavoro a tempo indeterminato o continuativo, per assicurare nel futuro pensioni adeguate. In tanti tra quelli che oggi hanno pensioni molto esigue sono già oggi a rischio povertà”.

Quando inizierete a mettere mano al problema?

“Ci stiamo lavorando. Nel corso del mese di settembre concluderemo il lavoro e valuteremo se inserire qualche elemento nella legge di stabilità o fare un provvedimento diverso. Ma questo è solo un pezzo del puzzle, legato poi al tema degli esodati e ad una serie di manutenzioni sul sistema pensionistico che vanno fatte, senza per questo stravolgerlo”.

Con quale tempistica si risolverà il problema degli esodati?

“Speriamo entro settembre”.

Avete intenzione di intervenire anche sul cuneo fiscale per ridurlo?

“È un impegno del presidente del Consiglio. Nella legge di stabilità vedremo quel che sarà possibile fare in termini di compatibilità finanziaria. Probabilmente non si risolverà tutto in un anno, ma ci stiamo lavorando”.

Qualcuno parla dell’intenzione del governo di fare un tagliando alla legge Fornero.

“Stiamo incontrando avvocati che gestiscono i contenziosi sul mercato del lavoro, perché ci sono delle critiche rispetto ad alcuni aspetti operativi delle cause lavoristiche che determinano incertezza dei tempi della giustizia, mettendo in difficoltà le imprese. Non siamo intervenuti su questo aspetto con il decreto lavoro, ma è uno dei problemi che ci stiamo ponendo. Ci saranno alcuni interventi in futuro, su questo e su qualche altro tema, dalla prossima settimana inizieremo a rifletterci”.

Per esempio?

“Altre questioni rispetto alle quali abbiamo già avviato il lavoro, a partire dalla riforma del sistema dell’impiego. Una riforma strutturale indispensabile in questo paese – sulla quale siamo già al lavoro – la cui mancanza ha fatto sì che pochissime persone arrivano nel mondo del lavoro attraverso il sistema dell’intermediazione pubblica, mentre in altri paesi è avviato e mette perfettamente in collegamento domanda e offerta”.

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In attesa del 23 agosto: ci saranno risposte per Quote 96 e prepensionamenti statali?

pension-reform-tuttacronacaA che punto siamo? Si continua a parlare di riforma delle pensioni, in attesa del Consiglio dei Ministri previsto per il 23 agosto e con la speranza che arrivino risposte. A tener banco, in particolar modo, Quota 96 e prepensionamenti statali. Per quel che riguarda la prima questione, il ministro del Lavoro Giovannini, nelle sue ultime dichiarazioni, non aveva parlato di un possibile rinvio dei pensionamenti per i Quota 96 nel comparto scuola ed ora manca poco al 31 agosto, data per la quale era previsto che tale categoria di lavoratori potesse andare in pensione. Ma non c’è alcuna certezza. Bisognerà quindi attendere i prossimi giorni per scoprire se dal Consiglio dei Ministri arriveranno le attese novità, cioè un inserimento delle norme per il pensionamento dei Quota 96 nella riforma pensioni, oppure se dovranno tornare in cattedra. Per quel che riguarda i prepensionamenti dei dipendenti pubblici, invece, Giovannini ha già spiegato che verranno rinviati, sia per cercare i fondi per la copertura che per non cadere nelle solite polemiche e diatribe su settore pubblico e settore privato. Comunque sia, anche questi lavoratori dovranno attendere il Decreto D’Alia e il Consiglio dei Ministri, in attesa che le attività politiche riaprano definitivamente.

Incostituzionale colpire solo una fascia di cittadini.

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La tassa sui ricchi non si può applicale lo ha stabilito la Consulta avendo riscontrato un’incostituzionalità in un comma  del decreto legge 98 del 2011. La norma censurata disponeva infatti un contributo perequativo per le pensioni oltre i 90 mila euro lordi. Contributo che la Corte Costituzionale considera di natura tributaria e in cui ravvisa “un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”.  Questa  decisione sicuramente provocherà problemi al ministro del Lavoro, Giovannini, che aveva già annunciato che i futuri provvedimenti sull’occupazione sarebbero stati finanziati anche tassando le pensioni d’oro.

Si afferma il principio dell’uguaglianza dei cittadini come previsto dalla Costituzione, quindi anche per quei cittadini che percepiscono redditi più elevati non è possibile applicare un criterio discriminatorio che va a colpire un’unica categoria.

A sollevare la questione di legittimità costituzionale di fronte alla Consulta è stata la Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per la Regione Campania, a seguito del ricorso di un magistrato presidente della Corte dei conti in quiescenza dal 21 dicembre 2007 e titolare di pensione superiore a 90mila euro: nel mirino, il comma 22.bis dell’art.18 del decreto-legge 98 emanato il 6 luglio 2011, contenente disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria.

D’altra parte chi percepisce un reddito elevato è già sottoposto, in base al criterio di progressività della tassazione italiana, a dover versare all’erario un contributo più elevato di chi invece ha un reddito più basso. La tassa applicata quindi sui pensionati che hanno più di 90mila euro annui è una incostituzionalità che va a gravare solo e unicamente su una certa fascia di cittadini, oltre tutto pensionati. Una vera e propria “disparità di trattamento”.

“L’intervento – si legge in sentenza – riguarda, infatti, i soli pensionati, senza garantire il rispetto dei principi fondamentali di uguaglianza a parità di reddito, attraverso una irragionevole limitazione della platea dei soggetti passivi”.

 

La riforma del lavoro: tra Youth Guarantee e staffetta generazionale

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Si punta a restituire flessibilità ai contratti a termine…  il primo dato è che per mettere mano alla legge Fornero occorre mettere mano alla revisione dei costi, quasi nulla si può fare a costo zero e tutto diventa subordinato alle decisioni europee in materia di ripresa economica. Ma su cosa punta Giovannini nel suo dossier per combattere la disoccupazione?

La staffetta generazionale è uno degli strumenti su cui si punta… agevolare l’uscita dal lavoro degli anziani in cambio dell’ingresso dei giovani, anche per quel che riguarda i dipendenti pubblici.  Come si può fare? Con due modelli. Il primo è quello di utilizzare un part-time per il lavoratore anziano che accetta di lavorare meno ore con uno stipendio più basso, fino alla fine della carriera (ma nelle condizioni in cui si trova oggi l’Italia è pensabile che un lavoratore con una famiglia da mantenere, con i figli all’università o disoccupati scelga, senza certezze, di ridurre il proprio stipendio per consentire a un giovane di entrare nel mondo del lavoro?) Un intervento del genere costa a spanne un miliardo di euro per 100 mila assunzioni. E’ sostenibile e dove si trova la copertura?

L’altro prevede invece che il lavoratore anziano vada in pensione prima della scadenza naturale, ma allora c’è da rivedere la legge Fornero che ha invece innalzato l’età pensionabile. In questo caso come si pensa di favorire l’uscita dal mondo del lavoro senza pensare a un congruo compenso economico?

Contratti a termine… si torna a essere precari! La legge Fornero aveva limitato l’uso dei contratti a termine, ora invece si vuole di nuovo puntare su questi contratti per trovare posti di lavoro… a scadenza. Saranno ridotti gli intervalli obbligatori tra un contratto a termine e l’altro che la Fornero aveva portato a 60 giorni per quelli fino a sei mesi, e 90 giorni per quelli più lunghi. Difficile che si torni pari pari alla situazione di prima: rispettivamente 10 e 20 giorni. Il punto di caduta finale potrebbe essere leggermente più alto (20 e 30) ma molto dipenderà proprio dal confronto con le parti sociali. Potrebbe essere allungata la durata del contratto a termine per il quale l’azienda non è tenuta a indicare una causale e che oggi non può superare l’anno. Mentre si studia la sospensione, forse per un anno, del contributo aggiuntivo che l’azienda deve pagare su tutti i contratti flessibili, lasciando però intatti gli sgravi previsti in caso di assunzione a tempo indeterminato. Dovrebbe essere poi semplificato l’apprendistato professionalizzante, ancora poco utilizzato per i tanti vincoli fissati dalla legge. Quindi diventerebbe una giungla per l’apprendistato che invece doveva sottostare a compiti precisi e svolgere una funzione professionale e fare da ponte tra scuola e lavoro.

La staffetta pubblica. Come per i privati anche per il pubblico impiego ci dovrebbe essere un avvicendamento generazionale. Questa riforma potrebbe essere a costo zero. Se si ritira un dipendente pubblico lo Stato risparmia perché deve pagare una pensione che è più bassa, in media di 8 mila euro l’anno, rispetto allo stipendio. Quindi con tre dipendenti che vanno in penisone si può assumere un giovane. 1:3 ? Quindi andare lentamente a svuotare gli uffici pubblici che se localmente sono sicuramente sopraorganico, centralmente sono invece deficitari proprio di personale. Inoltre tale meccanismo non è certo che possa immettere i giovani nel pubblico impiego perché alcuni posti lasciati dagli “anziani” non hanno più ragione di esistere. Quindi non c’è certezza che su 3 lavoratori che vanno in pensione si possa assumere un giovane. Inoltre sui posti eventualmente liberati dai pensionati ci sono gli occhi dei 110 mila precari della pubblica amministrazione, che il governo ha appena prorogato fino a dicembre, e anche di quelle 70 mila persone che hanno vinto un concorso pubblico, ma non sono state ancora assunte tra blocco del turnover e spending review. Quindi l’impiego pubblico per un giovane è un sogno quasi irrealizzabile?

Sgravi Fiscali… sì, ma limitati. Impossibile accogliere per i costi che comporta la proposta del Pdl: zero tasse e contributi sui giovani nuovi assunti. Si pensa perciò a un credito d’imposta per chi ha un reddito inferiore ai 17 mila euro… costo dell’operazione sarebbe di un miliardo e sicuramente i posti che si verrebbero a creare sarebbero molto inferiori a quelli preventivati con la riforma che voleva sostenere il centro-destra ma che non è sostenibile dal punto di vista economico.

La rivoluzione dei centri d’impiego. Un progetto europeo – lo Youth Guarantee – che mette 6 miliardi per 27 Paesi per garantire i giovani al di sotto dei 25 anni. La Youth Guarantee dovrebbe consentire che entro 4 mesi dal termine degli studi ci sia per il giovane un lavoro o almeno un programma di formazione. Ma il lavoro sarà a tempo determinato? E se il progetto di formazione una volta concluso non porti a un’assunzione? E che tipo di assunzione è prevista dopo il programma di formazione? Il modello viene dal Nord Europa, soprattutto dalla Svezia, dove ha dato buoni risultati, ma anche perché la struttura sociale svedese è ben diversa da quella italiana con un Pil in crescita e un’economia che non ha risentito pesantemente della crisi come in Italia.

Ma su tutti questi provvedimenti il primo a essere scettico è proprio Giovannini che si auspica che ricominci (magicamente a questo punto) a girare l’economia e si ripara dietro lo scudo che «È irrealistico pensare che interventi di natura normativa, fiscale e contributiva possano da soli riassorbire la disoccupazione».

Intanto viene alzata l’Iva che sicuramente frenerà le assunzioni e farà chiudere le aziende. Ci sarà anche la Tares che graverà sul reddito non solo delle famiglie ma anche delle imprese e il clima economico europeo non è certo dei migliori. La Germania è già in piena campagna elettorale e rimanderà ogni decisione sul cambiamento economico-politico e sociale fino a quando la Merkel non avrà la certezza di essere stata rieletta. Verranno quindi fatte promesse e siglati accordi futuri, ma nell’immediato sembra irreale che si riesca a sconfiggere in tempi brevi la disoccupazione giovanile e non.

L’ITALIA ALLA DERIVA… dati ISTAT-CNEL, non c’è più futuro?!

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In Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ sale dal 6,9% all’11,1%, cio’ significa che 6,7 milioni di persone sono in difficolta’ economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno. Si tratta di individui in famiglie con 4 o piu’ sintomi di disagio in un set di 9.

Il primo senza dubbio è il potere d’acquisto che in Italia durante la crisi è crollato, scendendo del 5% tra il 2007 e il 2011.  Il rapporto fa notare come la contrazione del potere d’acquisto si sia riflessa solo in parte sulla spesa per consumi finali delle famiglie, calata in termini reali dell’1,1%. Ecco che i cittadini hanno cercato di mantenere il proprio standard di vita attingendo ai risparmi accumulati o risparmiando meno. Infatti la propensione a mettere da parte le risorse è scesa dal 15,5% del 2007  all’11,5% del secondo trimestre 2012, accelerando il calo iniziato nel 2006. Inoltre in Italia la crisi ha aggravato le disuguaglianze: nel 2011 il 20% più ricco della popolazione ha ricevuto un reddito di 5,6 volte superiore a quello del quinto più povero. Si tratta di un valore superiore alla media europea. Infatti, spiega il rapporto, dal 2004 la concentrazione della ricchezza è tornata a salire, pur restando inferiore a quella degli anni ’90, e la quota di ricchezza totale posseduta dal 10% più benestante è aumentata nel 2010 al 45,9% (era al 44,3% nel 2008).

In Italia, tra il 2010 e il 2011, l’indicatore della ‘grave deprivazione’ sale dal 6,9% all’11,1%, ciò significa che 6,7 milioni di persone sono in difficoltà economiche, con un rialzo di 2,5 milioni in un anno. Si tratta di individui in famiglie con 4 o più sintomi di disagio in un set di 9. Lo rileva il rapporto Bes Istat-Cnel.  Il rapporto spiega come la grave deprivazione materiale sia una misura associata agli indicatori di povertà monetaria, ma non a essi totalmente sovrapponibile. Secondo la metodologia Eurostat si presenta, appunto, quando si manifestano quattro o più sintomi di disagio economico su un elenco di nove. Nel 2011, dopo la sostanziale stabilità che aveva caratterizzato gli anni precedenti, l’indicatore è aumentato in modo «sensibile» (+4,2 punti percentuali). In particolare è cresciuta la quota di individui in famiglie che dichiarano di non poter sostenere spese impreviste (dal 33,3% al 38,5%), di non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%), un pasto adeguato ogni due giorni se lo volessero (dal 6,7% al 12,3%) e che riferiscono di non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione (dall’11,2% al 17,9%). Il rapporto Bes indica anche come il rischio di povertà, stimato a partire dal reddito netto disponibile, risulti più elevato della media dell’Ue e abbia raggiunto nel 2010 il 19,6%.

Nei primi 9 mesi del 2012 la quota delle famiglie indebitate, sostanzialmente stabile tra il 2008 e il 2011, ha segnato un balzo, passando dal 2,3% al 6,5%. Lo rileva il rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) di Istat e Cnel, spiegando che il più frequente ricorso al debito, generato in molti casi da mere esigenze di spesa, riguarda importi mediamente più bassi.

Dodici campi, dalla salute al lavoro, dall’ambiente alle relazioni sociali e 134 ‘termometrì per misurare il benessere equo e sostenibile (Bes), con l’obiettivo di monitorare lo stato di salute del Paese con indicatori che vadano «al di là del Pil». Un tema che negli ultimi anni ha registrato un vivace dibattito a livello internazionale e che ora vede l’Italia schierata in prima linea. È questo il lavoro portato avanti dal Cnel e dall’Istat sin dal dicembre del 2010 e oggi arriva a compimento con la presentazione del primo rapporto Bes davanti al capo dello Stato Giorgio Napolitano, al presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini; con la partecipazione del Presidente del Cnel Antonio Marzano e del Presidente dell’Istat Enrico Giovannini. Il Cnel, organo a cui partecipano rappresentanti di associazioni di categoria, organizzazioni sindacali e del terzo settore, e l’Istat, dove operano esperti della misurazione dei fenomeni economici e sociali, hanno unito le proprie forze per giungere ad un insieme condiviso di indicatori utili a definire lo stato e il progresso del Paese. È stato così costituito un comitato insieme all’associazionismo femminile, ecologista, dei consumatori, a cui si è affiancata una commissione scientifica. A riguardo Istat e Cnel fanno anche notare come la consultazione con i cittadini sia stata ampia. L’impegno è quello di arrivare a una sorta di ‘costituzione statisticà, cioè un riferimento costante e condiviso dalla società italiana in grado di segnare la direzione del progresso. Uno strumento quindi utile anche per la messa a punto delle politiche necessarie al Paese. In particolare, si punta a sintetizzare gli indicatori in modo da elaborarne uno per ciascun dominio, quindi in tutto circa 12, anche per meglio capire miglioramenti e peggioramenti. Infatti, il Bes sarà aggiornato annualmente.

Ma la colpa di tutto questo di chi è? Gli italiani lo sanno e pure troppo bene come evidenziano i dati dell’Istat-Cnel. Cala la fiducia dei cittadini nei confronti della politica e soprattutto quella riposta nei partiti che è stata rilevata ai minimi storici. La media, in un’ipotetica pagella su una scala da 0 a 10, si ferma al 2,3. Voti bassi anche per la fiducia verso il Parlamento (3,6), le amministrazioni locali (4) e la giustizia (4,4).

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