“La musica è un sogno”: addio alla pianista Alice Herz-Sommer

alice-herz-sommer-tuttacronacaEra la più anziana tra i sopravvissuti agli orrori del lager nazista la pianista ebrea cecoslovacca Alice Herz-Sommer, che si è spenta a Londra all’età di 110 anni. Alice, che nella sua città natale, Praga, aveva avuto anche modo di frequentare lo scrittore Frank Kafka, si era salvata durante la guerra grazie al suo talento e alla passione per la musica, nonostante fosse confinata nel campo nazista a Theresienstadt. E’ stato il britannico The Guardian Online a dare la notizia della sua morte, citando fonti della sua famiglia. La pianista, dopo aver vissuto l’orrore del lager e aver fatto rientro a Praga nel 1945, quattro anni più tardi emigrò in Israele e lavorò come insegnante di musica a Gerusalemme. Nel 1986 si trasferi’ a Londra assieme al figlio nella zona di Hampstead. Ariel Sommer, il nipote, ne ha annunciato la morte: “Alice Sommer si è spenta in pace questa mattina e la famiglia era riunita al sua capezzale. Molto è stato scritto su di lei, ma per noi che l’abbiamo conosciuta meglio rimane la nostra cara ‘Gigi'”. Il nipote ha voluto ricordare alcuni episodi della vita passata con la nonna: “Ci ha amato molto e con noi ha condiviso la passione per la musica, ridendo anche insieme. Ci mancherà molto”. La vita di Alice ha ispirato un film documentario dal titolo: “The Lady In Number 6: Music Saved My Life”. Della durata di 38 minuti, la pellicola è candidata agli Oscar il prossimo 2 marzo.

L’inchiesta choc di BBC: Gheddafi stuprava le minorenni

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L’inchiesta choc di BBC arriva a poco più di due anni dalla morte del dittatore libico Gheddafi e se l’incipit è deplorevole, i dettagli sono ancora più raccapriccianti. Secondo la Bbc che manderà in onda il documentario dove saranno mostrate le stanze segrete di Gheddafi, il 3 febbraio, sarebbero centinaia, forse migliaia gli adolescenti rapiti e trasformati in schiavi sessuali per il piacere fisico del Rais. Ragazzi e ragazze sottratti alle proprie famiglie che si ritrovavano a vivere esperienze allucinanti, dalle torture allo stupro. Gheddafi non era l’unico a poter usufruire di questi “schiavi” che venivano offerti sia ai figli del Rais sia agli affiliati del regime. Non c’era nessuna prospettiva di futuro per questi ragazzi e ragazze, perché sempre secondo l’emittente inglese, anche coloro che riuscivano a sfuggire e tornare a casa, sarebbero stati disonorati. Secondo poi l’esclusiva del Daily Mail le ragazze sarebbero state anche costrette a veere film porno “per imparare” e svolgere bene il loro compito nelle vasche da bagno jacuzzi, luoghi preferiti dal Rais e dagli uomini a lui vicini. Accanto alle stanze segrete che saranno mostrate nel video della BBC ci sarebbero anche  sale ginecologiche annesse per controllare se qualcuno avesse malattie trasmissibili o per praticare aborti all’occorrenza. sempre citando il Daily Mail, Gheddafi avrebbe invitato spesso dei giovani ad alcuni eventi per “studiarli” e scegliere coloro che riteneva più idonei a diventare schiavi sessuali. La psicologa di Bengasi Seham Sergewa – che si sta occupando del caso per il tribunale penale internazionale e che ha quindi parlato con alcune delle vittime – spiega che era sempre il dittatore ad abusare prima dei ragazzi, per poi passarli ai figli o ai sottoposti una volta che si riteneva soddisfatto. Nel documentario che andrà in onda nei prossimi giorni si farà anche chiaro riferimento alla vita privata del dittatore nella quale sarebbero stati presenti anche fiumi di alcol, droghe e viagra. Ma non erano solo questi i “vizi” dell’uomo, la sua “follia” lo avrebbe spesso portato a far arrivare  chirurghi direttamente dal Brasile per fare operazioni estetiche (come una liposuzione o alcuni ritocchi al viso), ma sempre senza anestesia generale, per paura di essere avvelenato o ucciso mentre era incosciente. Altre voci raccontano della follia del Rais, che avrebbe fatto congelare i corpi degli oppositori che faceva fucilare per poterli esporre come trofei.

In attesa della messa in onda su BBC, è possibile trovare in rete il servizio di Tv9 Karnataka che mostra alcune foto delle stanze segrete  di Gheddafi:

La vita di Leo Messi… diventa un film!

messi-tuttacronaca-documentarioLa vita del campione del Barcellona, Leo Messi, diventerà presto un documentario. A realizzarlo, il regista basco Álex de la Iglesia,  Leone d’Argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia 2010 con il suo Ballata dell’odio e dell’amore. Il cineasta si trova ora in Argentina per prepararsi alle riprese e si è recato a Rosario, dove la stella del calcio è nata, dove ha visitato la sua casa, la scuola e i luoghi dove si allenava quando giocava con i Newell’s. Il regista, passeggiando per le vie della città argentina, ha indossato la maglietta del Festival Latinoamericano de Video, regalo ricevuto dal segretario della Cultura, HoracioRìos. De la Ilgesia girerà a Rosario la seconda e la terza settimana di febbraio. Al documetnario collaborerà anche Jorge Valdano, ex giocatore ed ex allenatore del Real Madrid, oltre che ex campione dalla nazionale argentina.

I nostri 7 giorni: pronti al disgelo?

7giorni-tuttacronacaCambierà qualcosa in Italia ora? C’è stato un cambio nei vertici del Pd, con l’elezione a segretario di Matteo Renzi che ha trionfato di misura su Gianni Cuperlo e Pippo Civati. E nel frattempo Angelino Alfano ha intrapreso la sua carriera da “solista”, con il Nuovo Centrodestra è libero dalla leadership di Belrusconi e questa settimana ha anche presentato il suo nuovo simbolo, che non ha mancato di suscitare l’ilarità del web. Ma per dei volti “nuovi” che giungono ai posti di comando, ci sono anche degli addii. Quello di Nelson Mandela ha commosso il mondo intero: con lui viene a mancare un simbolo e un ideale, viene a mancare il suo sogno e il suo sorriso fonte d’ispirazione. Voleva pace, per tutti e ovunque, ma se ci guardiamo attorno è sempre più difficile trovarne. La cronaca parla di lotte, contestazioni, proteste. C’è quella dei forconi che arriva ad inneggiare alla mafia e quella degli animalisti che se la prendono anche con la Chiesa per gli animali che finiranno sulla tavola del Natale. Ma critiche ci sono anche solo per le semplici luminarie se, come a Roma, si sceglie di dipingere le vacanze natalizie dei colori dell’arcobaleno. A quando, quindi, il disgelo? Si rinchiude nella promessa di Cuperlo di essere leale al partito guidato ora da Renzi? O dobbiamo pensarlo solo come fenomeno atmosferico?

7giorniIl week-end dell’Immacolata è stato all’insegna del gelo e della neve, ma ora in Italia tornerà il sole mentre in Europa si continuano a contare i danni di Xaver. Il gelo è dentro, alla fin fine, nella perdita di speranza e sogni, nella perdita di attori amati come Paul Walker, del cui incidente si è parlato tutta la settimana, dal fatto si sentirsi costretti a fuggire all’estero per realizzare il proprio progetto di vita a questa continua incertezza per quel che riguarda il tema delle pensioni. Cosa ci può ancora scaldare allora? Quei piccoli successi che ancora fanno gioire, che sia il trionfo di un film italiano come La grande bellezza all’estero o l’entusiasmo per un gol realizzato dalla squadra del cuore. Anche se per quel che riguarda il calcio, anche in questo campo le polemiche non mancano, vuoi per i cori allo stadio o per quello più caldo del sorteggio per i mondiali. Sempre aspettando arrivi gennaio, con tutte le novità dal calciomercato che già si stanno profilando all’orizzonte. A volte però è bello anche stupirsi, scoprire l’inaspettato, meravigliarsi della semplice bellezza di quello che ci circonda. Chissà che il Natale che si avvicina non riesca a farci questo piccolo, importantissimo dono…

GOOD NIGHT, AND GOOD LUCK!

Dalla provincia di Treviso alla Grande Mela: il cervello in fuga che realizza il suo sogno

matteo-brunetta-tuttacronacaDalla provincia di Treviso agli Usa, per realizzare un sogno. E’ la storia di Matteo Brunetta, talento coneglianese in fuga dall’Italia che negli Stati Uniti ha trovato chi valorizza la sua creatività. Col suo primo documentario “The Highest Cost” (Il prezzo più alto) ha vinto il prestigioso premio del pubblico al Sedona Film Festival in Arizona. Con la sua prima pellicola, il 24enne ha affrontato una ferita ancora aperta per gli Usa: la tragedia dell’11 settembre 2001. Il documentario racconta le vicende di John e Jeff, due soccorritori di quel tragico giorno, che hanno lavorato, da volontari, per mesi e mesi tra le macerie di Ground Zero per ripulire l’area e a causa delle innumerevoli sostanze tossiche presenti nell’aria hanno contratto un tumore. Undici anni dopo, malati, combattono per la loro vita e allo stesso tempo per essere riconosciuti e compensati dal governo americano che ha invece voltato loro le spalle. Ora il ragazzo, lanciato nel mondo della cellulosa dalla prestigiosa New York Film Academy, ha intrapreso una carriera nella produzione tv, per lo più nei reality. Inoltre “sto lavorando su due nuovi documentari – racconta – il primo di una web-radio che denuncia apertamente l’operato della camorra (Frequency of Resistance” -Frequenze della Resistenza- ndr.). L’altro sarà invce girato a New Orleans e racconterà alcune vicende accadute nelle prime settimane dopo l’uragano Katrina”. The highest cost è stato realizzato quasi a costo zero. “Mi sono fatto aiutare da amici che hanno lavorato gratis”, racconta il giovane, “i cameraman sono ragazzi della mia età che ho conosciuto qui a New York, il compositore delle musiche l’ho conosciuto mettendo un annuncio su internet, altri mi hanno aiutato con il montaggio”.

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Di nuovo guai! Bieber e la guardia del corpo

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Bieber è stanco di essere visto come  “il ragazzino del banco accanto”, ma vuole diventare un artista maturo, con un fisico da uomo e non da adolescente e una musica, che secondo le sue intenzioni, è “dettato dalla cultura nera”. Come riuscire a cambiare immagine all’eterno enfant prodige? Con un documentario dal titolo “Believe”, omonimo al tour che ha visto il cantante protagonista in tutto il globo. Del documentario in uscita a Natale, è già uscito il trailer:

Ma ultimamente l’immagine di Bieber si è un po’ offuscata, forse a causa dei continui scandali o presunti tali che lo hanno coinvolto. Dalle liti con i vicini di casa all’uscita da un bordello, sembra che il cantante sia ancora alla ricerca di se stesso. L’ultimo piede in fallo lo ha messo proprio ieri: il cantante e il suo seguito stavano tuffandosi dagli scogli della Shipwreck’s Beach, una delle più famose spiagge delle Hawaii, nell’isola Kauai. Un turista si è messo a scattare foto, e una delle guardie del corpo, Dwayne Patterson, gli si è avvicinato e gli ha chiesto di cancellare le immagini. L’uomo, un 29enne, si è rifiutato di farlo, e Patterson gli ha strappato la macchina fotografica di mano e l’ha distrutta. E’ arrivata la polizia, Patterson è finito in guardina ed è stato poi rimesso in libertà dopo il pagamento di 3 mila dollari di cauzione.

I paragoni con altre star “bruciate” troppo presto, come Lindsay Lohan, Britney Spears o Amanda Bynes, viene spesso fatto quando la stampa parla di Justin. Ma il suo manager è categorico nel contestare questo paragone: “Che dicano quel che vogliono. Qualche mese fa dicevano che Justin stava andando fuori di testa. Da allora non ha mancato un appuntamento, ha lavoratro diligentemente. Dunque: che stiano zitti. Justin non sta impazzendo, non ha bisogno di andare a rihab e non diventerà un altro numero nella statistica dei burned out”.

Veltroni torna alla sua “primordiale” passione e accusa il Pd

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Walter Veltroni sta girando un documentario dal titolo “Quando c’era Berlinguer”. Torna così alla sua “primordiale” passione che aveva abbandonato per la politica. Ora però riesce a coniugare insieme cinema e politica e a parlare della realtà di oggi facendo un salto nel passato. D’altra parte l’oggi ha molte incognite come spiega lo stesso ex segretario del Pd:

“temo si stia dando l’impressione che abbiamo già vinto le elezioni, e l’unico problema sia ripartire i posti del governo che verrà. Sinceramente, lo eviterei», dice Veltroni che aggiunge: «Perché vedo una certa leggerezza nell’affrontare la durezza di questo momento storico in Occidente, come se fosse una fase ordinaria. La politica dovrebbe analizzare tutti gli elementi di un passaggio d’epoca sconvolgente. Invece prevale dovunque la politica dell’istante, senza passato e senza futuro, proiettata nella polemica del giorno. Tutto è gridato, tutto è personalizzato, con la violenza di polemiche che per il solo fatto di esistere finiscono sui giornali».

Alla domanda del giornalista del Corriere della Sera che gli chiede se è da tempo che vige questa triste realtà, l’ex sindaco di Roma risponde così: «Sì, ma ora rischiamo di caricarci di una responsabilità storica molto pesante: sottovalutare l’effetto del combinato disposto tra recessione e crisi istituzionale. E questo non vale solo per l’Italia. Mi piacerebbe che si guardasse la situazione come dall’alto, per cogliere tutti i cambiamenti rispetto al ‘900. La recessione, che dura da un tempo tanto lungo dall’averci fatto dimenticare quando non c’era. L’invecchiamento di tutta la popolazione europea: oggi in Italia ci sono la metà dei bambini rispetto agli anni 70. Il mutamento della composizione delle società occidentali: la politica è ferma all’idea dei blocchi sociali consolidati, statici, mentre ora durante un’esperienza di vita si cambia orizzontalmente e verticalmente, si cambiano lavori e condizioni sociali, più a precipitare che a crescere. L’assedio di una società a copertura totale e permanente della comunicazione, con l’elevatissimo grado di condizionamento che la gigantesca rete comunicativa comporta su ogni discorso pubblico».

Non vorrà dire pure lei che si stava meglio negli anni 70.
«No. La società di oggi potenzialmente ha dentro di sé tutte le risorse per essere la migliore delle società possibili: non ci sono mai stati un così lungo periodo di pace in Occidente, tanto sapere diffuso, tanta tecnologia, tanta lunghezza della vita. Ma le rivoluzioni tecnologiche postulano la capacità della politica di saper trovare i nuovi equilibri. È stato così dalla rivoluzione industriale in poi. Oggi sento la difficoltà delle democrazie a governare una società strutturata come quella moderna. E se la democrazia non decide, muore. Lo si vede nel più consolidato dei modelli, quello americano: per la prima volta, quella democrazia si dibatte con la sensazione che non esista più, per dirla con Schlesinger, la “presidenza imperiale”. In Francia, nel totale disinteresse il primo partito è il Fronte xenofobo e antieuropeo di Marine Le Pen mentre appare in crisi l’esperienza di gauche traditionelle di Hollande. L’estrema destra cresce in Grecia e in Austria. La socialdemocrazia arretra in Germania e nei Paesi scandinavi. Alle prossime elezioni europee rischiamo di avere un Parlamento antieuropeo. E in Italia la destra, con tutto quello che ha combinato, è in testa ai sondaggi».

Perché, secondo lei?
«La sinistra è sempre andata meglio nelle fasi di espansione economica. Le fasi di recessione sono sempre state un’occasione per la destra. Si reagisce alla recessione su una linea di isolazionismo sociale e di disinteresse per gli altri. Prevalgono posizioni che tendono a difendere la propria condizione individuale, spingono all’odio verso gli immigrati, animano pulsioni di egoismo sociale, di superiorità identitaria. La mia paura è che si stia facendo strada nel nuovo millennio un modello diverso dalla democrazia, una forma semplificata di decisione politica, di cui Russia e Cina sono la testimonianza più evidente».

Come le sembra la campagna di Renzi?
«Penso che Renzi abbia l’ispirazione giusta, capisca che questa non è una fase ordinaria, sappia che l’Italia non può essere governata con palliativi paternalistici, ma ha bisogno di riforme radicali che scuotano i conservatorismi di ogni specie».

Cosa gli manca, invece?
«A Renzi ho detto, pubblicamente e privatamente, che deve trasferire al Paese l’idea di coltivare quella che per me è la parola-chiave della nostra stagione storica: profondità. Tutto in Italia è molto leggero, volatile, privo di radici e nello stesso tempo di prospettiva. Non basta mettere insieme pezzetti di programma; ci vuole una visione generale, un’idea dell’Italia. Quello che Renzi deve fare è ribaltare il modello di politica che la destra ha imposto nei toni, nei linguaggi, persino nella rapsodicità di un discorso pubblico di continuo spezzettato e contraddetto».

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Le pare che questo Pd sia in grado di parlare a tutti gli italiani?
«Il Pd per me deve tornare a lavorare su quello che cercai di fare nel 2008: riscrivere il rapporto tra finalità e ideologia. La storia della sinistra italiana è stata grande perché legata a una storia di liberazione, di diritti, di riscatto. Il suo limite oggettivo è stato il legame storicamente determinato con l’ideologia. Dopo l’89 queste due cose potevano virtuosamente separarsi. L’impressione, specie negli ultimi anni, è che si siano perdute ambedue. Dobbiamo recuperare la sostanza dell’identità di una sinistra riformista: la battaglia per l’uguaglianza, nel senso che le attribuiva Bobbio; l’uguaglianza delle opportunità».

Nell’attesa, il Pd è considerato il partito delle tasse.
«Il Pd non deve essere il partito delle tasse. L’Italia non può reggere l’attuale pressione fiscale. Resto convinto che la strada sia pagare meno, pagare tutti. Il contrasto all’evasione e il calo della pressione fiscale devono andare di pari passo, insieme a una radicale riduzione della spesa pubblica. In Italia ci sono due tassazioni, una economica e una burocratica; e la seconda non è meno onerosa della prima. Tante imprese chiudono o non nascono perché sono oppresse dalle tasse e dalla burocrazia, fatta per consentire la corruzione. La lotta contro il conservatorismo passa da qui».

La battaglia tra abortisti e pro-life in Usa passa per la clinica degli orrori

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In Usa l’aborto può essere effettuato sino alla 20° settimana di gestazione. La legge è stata rivista a giugno 2013 dopo la sconvolgente vicenda del medico abortista Kermit Gosnell, condannato all’ergastolo il 14 maggio per l’omicidio di centinaia di bambini e di una donna. Gosnell, dipinto come un mostro, è diventato il simbolo alla lotta contro l’aborto per i pro-life che si sono avvalsi di lui per teorizzare su tecniche disumane e crudeli. Ciò che faceva il medico andava infatti ben oltre la legalità dell’aborto che secondo la vecchia legge americana non sarebbe dovuto avvenire oltre le 22 settimane. Nel gruppo pro life nel 2010 viene realizzato il documentario di Lila Rose, attivista dei diritti per la vita che con una serie di interviste, girate fingendosi incinta ha sponsorizzato la sua campagna contro l’aborto, dando voce a tre assistenti della Aaron Women’s Clinic di Houston diretta da Douglas Karpen.

Di seguito è stata trascritta l’intervista.

Deborah Edge: Ero un’assistente. Ho fatto di tutto nella clinica e uno dei miei compiti era di essere la sua (del medico,ndr) prima assistente. Facevo attenzione, ma non sapevo che fosse illegale. Quando praticava un aborto oltre le 22 settimane accadeva quasi sempre che il feto uscisse completamente dalla pancia della madre prima che lui gli tagliasse il midollo spinale o introducesse uno degli strumenti chirurgici per afferrare il cranio del bambino e ucciderlo. Non ero cosciente dicevo: “Bé è un aborto, questo è quello che succede”, ma non sapevo che era illegale. In molte occasioni usava questo processo: dilatava l’utero e poi lo evacuava. La maggior parte delle volte vedevamo il feto che usciva completamente dal grembo materno e che era certamente vivo perché si muoveva e dalla cassa toracica si capiva che respirava: quello era il momento in cui lui gli rompeva il midollo spinale e anche la scatola cranica, prendeva il forcipe o il dilatatore e lo conficcava nel cranio del feto…

Domanda: Lei ha visto succedere questo?

D.E: Oh sì credo tutte le mattine… se avevamo 20 aborti di questi sono sicura che da tre a quattro nascevano vivi prima di essere assassinati.

Domanda: Lei vedeva il bambino vivo ucciso fuori dal grembo.

D.E: Sì, anche che lui gli torceva la testa con le sue mani.

Domanda: Lei ha visto questo?

D.E: Sì signore. Krystal Rodriguez: Qualche volta lo introduceva anche nello stomaco.

Domanda: Cosa?

K.R: Usava il forcipe dentro lo stomaco.

Domanda: Lei ha visto questo?

K.R: Sì.

D.E: Usava qualsiasi cosa che fosse veloce.

Gigi Aguilar: Ti ricordi quella volta che il feto uscì ed era vivo e aprì i suo occhi e afferrò le sue mani?

Domanda: Cosa è successo?

D.E: Pensava che fosse morto invece il bambino ha aperto gli occhi e ha aperto le mani afferrando le sue (del medico, ndr). Poi è seguita la procedura.

G.A: Era vivo, lui pensava non lo fosse: era pronto a metterlo nella sacca ma…

Domanda: E parlò di questo.

K.R: Non parlava mai di queste cose, non faceva commenti… noi prendevamo il feto e lo mettevamo nella sacca e quando la aprivamo, mio Dio, rimanevamo incredule da quanto fosse grande ed eravamo sudate perché ci voleva quasi un’ora: praticare l’aborto di un bambino tanto grande è davvero dura. A volte non riusciva a tirarlo fuori tutto, allora lo tirava fuori pezzo per pezzo e c’era tutto il pavimento sporco di sangue. Ci sono state occasioni in cui alcune donne in travaglio arrivavano durante la notte con i crampi e venivano alla clinica e gli davano queste pillole chiamate Cytotec: dopo un’ora circa facevano effetto e l’utero cominciava a contrarsi. In molti casi le donne correvano in bagno e in alcune occasioni partorivano il figlio nel water. Una addirittura partorì prima di arrivare qui. Ne fu data anche notizia: lasciò il figlio nel McDonald’s prima di arrivare e nessuno sapeva di chi era, ma noi sapevamo che era di una nostra paziente.

G.A: Ti ricordi quella donna che ha avuto il figlio nel corridoio?

Domanda: Cosa è successo a quel bambino?

K.R: Lo ha preso con un panno e lo ha buttato nella pattumiera.

D.E: Ricordo i piedi dei bambini muoversi e mi irritava: lui gli teneva i piedi, inseriva il forcipe dentro l’utero, stringeva il cranio del bambino e vedevi che le dita dei piedini si aprivano di scatto. Pensavo: “Oh mio Dio e poi le persone dicono che loro non sentono”. Ma come non sentono? Spesso ci guardavamo tra noi assistenti, ci scendevano le lacrime e ci dicevamo: Ma perché? Lui è così avido, pensavo. Per una aborto come quello si pagano quattrocento o cinquecento dollari K.R: Se i pazienti pagavano lui faceva questi aborti. Domanda: E tu hai mai assistito?

K.R: Sì e ricordo che dicevo: «Non voglio entrare, non voglio». E lui: «Tu puoi farcela e se non riesci gira la faccia di là».

D.E: Spesso voleva fossi io a rispondere al telefono, perché sapeva che ero brava a parlare con le pazienti, così da convincerle a venire nella clinica… ma ci sono molte altre cose: spesso feriva le pazienti, lacerava gli uteri o le loro cervici senza dirglielo e quando venivano il giorno dopo le medicava, ma senza spiegare loro che aveva l’utero lacerato.

G.A: E se c’erano pazienti che facevano troppe domande preferiva che le addormentassimo.

D.E: L’unico commento che faceva era per ricevere altri soldi, la donna sentiva male? Mi diceva: «Vai a parlarle e dille che ha bisogno di essere addormentata». Non avevano scelta e dovevano poi pagare per l’intervento.

Domanda: Quindi tutti sapevano quello che succedeva, non solo voi.

G.A: Sì, tutti sanno.

D.E: Le donne che entravano qui non sapevano a cosa andavano incontro. Molte domandavano se loro figlio avrebbe sentito male e mi arrabbiavo perché mi dicevo: «Ma perché questo dovrebbe importarti se vieni qui a uccidere tuo figlio?». Perché farsi questa domanda? Certo qualcuno avrebbe potuto rispondere: «Sì, sente!», ma non era il nostro lavoro dirlo. Il nostro lavoro era mettere quella persona nel sacchetto dei rifiuti.

Chiaramente l’intervista è stata realizzata da un membro dell’associazione Pro-life e come tale non può essere oggettiva perché mira a portare avanti la lotta contro l’aborto. E’ però senza dubbio uno spaccato interessante per capire come negli Usa, ma anche in altre parti del mondo, ci si interroghi sull’aborto e sull’illegalità che a volte ruota intorno a questa pratica. Cosa avverrebbe però se fosse vietato? I dati delle nazioni in cui l’aborto viene vietato non lasciano dubbi: in Cile, dove l’aborto è illegale, si assiste a un numero elevatissimo di interruzioni di gravidanza tra i 120.000 e i 160.000 all’anno secondo le stime più attendibili, su una popolazione di appena sei milioni di donne tra i 15 e i 64 anni.

Basta il cinema sui poveri, l’Italia è piena di ricchi! Dove vive la Aspesi?

Natalia+Aspesi+tuttacronaca

Il cinema italiano porta a casa il Leone d’Oro di Venezia con “Sacro Gra” un film vero, sincero, documentaristico, che per la prima volta, dopo tanto tempo, ha echi al suo interno di quello spaccato di finzione-realtà dei grandi capolavori del neorealismo e di quel free cinema inglese che andava a indagare sugli individui e sull significato della quotidianità. Una vittoria, una pagina nuova che ci fa cambiare aria da quei film borghesi, statici, icone di un passato che troppo a lungo ha raccontato  storie da  vecchi telefoni bianchi. Ma sembra chi oggi ci sia ancora che ha  voglia di quell’aria stantia: “Si vorrebbe sapere perché il cinema ha smesso di raccontarci belle storie di gente ricca, bella, con belle case e belle vite: e sì che solo in Italia ce ne è tantissima e nessuno ne sa niente. Suggerimento al vincitore Rosi: il prossimo documentario lo faccia sul MMM, il Misterioso Mondo Miliardario“, così oggi sulle pagine di Repubblica leggiamo la delusione di Natalia Aspesi che poi conclude il suo pensiero sul cinema italiano parlando di immagini afflitte da una “valanga di disgrazie, atrocità, miserie, assassini, alcolizzati, famiglie orribili e stupratori di cadaveri”.

Forse Marisela Federici fa proseliti! 

Il Leone d’Oro ruggisce in italiano: Sacro Gra vince a Venezia

SacroGra-Venezia-rosi-tuttacronacaPer la prima volta un film-documentario vince il Leone d’Oro: è il caso di Sacro Gra, di Gianfranco Rosi che, al momento di ritirare il premio sul palco della Sala Grande del Palazzo del cinema, ha ringraziato per l’opportunità di essere stato ammesso in concorso con un’opera di non-finzione. Con il suo lavoro ha voluto raccontare la vita ai margini del Grande Raccordo Anulare di Roma: “Non dobbiamo avere paura della paura documentario”. E sempre dal palco: “Ringrazio la mia ex moglie che mi ha costretto ad accettare questo film, quando io volevo addirittura lasciare Roma: ho iniziato ad amare questa città proprio attrraverso il raccordo anulare”. Per quanto riguarda gli altri premi, Robin Campillo ha vinto nella categoria Orizzonti con il suo Eastern Boys mentre White Shadow di Noaz Deshe ha sbaragliato tutti come Opera Prima – premio Luigi De laurentis. Il premio Speciale della Giuria se l’è aggiudicato la pellicola tedesca sulla violenza domestica Die Frau des Polizisten di Philip Groning. L’acclamata opera di Stephen Frears Philomena ha invece ricevuto il premio per la miglior sceneggiatura (Steve Coogan e Jeff Pope). Tye Sheridan, visto in Joe, è stato riconosciuto come miglior attore emergente, premiato con il premio Mastroianni e non stupisce l’assegnazione della Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: come da pronostici, se l’è aggiudicata l’anziana protagonista del film Via Castellana Bandiera di Emma Dante, Elena Cotta. Miglior interprete maschile risulta invece essere il greco Themis Panou per il film Miss Violence, pellicola che si è aggiudicata anche il Leone d’argento per la miglior regia (Alexandros Avranas). Infine  Jiaoyou (Stray Dogs) di Tsai Ming-Liang festeggia l’esperienza veneziana con il Gran Premio della Giuria.

L’omaggio di Veltroni alle sue origini “Quando c’era Berlinguer”

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“Per me è un modo di ricomporre due grandi amori della mia vita: il cinema e Berlinguer. L’idea mi è venuta vedendo un documentario su Olof Palme, bellissimo, guardando i film sulla vita dei grandi leader, da Kennedy a Mandela. Così parlando con Andrea Scrosati di Sky abbiamo pensato di raccontare la storia dell’ex segretario del Pci”.

Ora Walter Veltroni sta rovistando negli archivi, studiando documenti e scegliendo immagini da inserire nel documentario dal titolo: Quando c’era Berlinguer. Il racconto avrà sue linee guida:  il tempo storico e un senso di rimpianto.

“Sono immerso nel mondo di Enrico, un modo di coltivare la bella politica. Non mancheranno gli aspetti critici, ma per quanto mi riguarda – dice Veltroni – i suoi dieci anni alla guida del Pci hanno trasformato la vita italiana”.

Il film di Sky Cinema (realizzato con la Palomar, seguiranno ritratti di Craxi e Moro) sarà pronto a maggio, ma potrebbe uscire prima nelle sale.

“È un lavoro che mi piace e mi spaventa”, racconta l’ex segretario del Pd, ex studente del Centro sperimentale e critico. “La memoria è un’ossessione, cerco costantemente di riannodare i fili perché sono convinto che questo tempo rischia di trasformarsi in quel ‘deserto di macchine arrugginite’ di cui parlava Italo Calvino. Berlinguer era un uomo profondo, amato dai suoi e rispettato dagli avversari. Ha avuto il coraggio di fare innovazioni durissime. Avevo pubblicato un libro con i suoi testi per capire cosa restava della sua esperienza; oggi, a trent’anni dalla morte, sarà un film a ricordarlo”.

Venezia70: il mondo visto dai documentaristi

the_unknown_known_venezia-tuttacronacaLa 70° Mostra del Cinema di Venezia è anche sguardo diretto sulla realtà, come dimostrano due documentari sbarcati al Lido. Ieri è stato il turno di “The Unknown Known: La vita e i tempi di Donald Rumsfeld”, del premio Oscar Errol Morris, un vero one man show per Donald Rumsfeld che qualche critico, scherzando, l’ha candidato alla Coppa Volpi come miglior attore. Lui, architetto della guerra in Iraq, durante i suoi anni in politica ha redatto miglialia di “fiocchi di neve”, ovvero appunti scritti su foglietti bianchi, che ora sono un documento di decenni di Storia americana. Per Morris ha accettato di leggerli e commentarli e il regista spiega: “Credo che a lui piaccia molto essere intervistato, parlare, spiegarsi, giustificarsi. Abbiamo girato 33 ore di intervista in quasi un anno”.

E se ieri si è guardato all’estero, oggi gli occhi tornano a puntarsi sull’Italia, o meglio sul Grande raccordo anulare di Roma. E’ infatti la giornata del documentario di Gianfranco Rosi “Sacro Gra”, un road movie che in realtà non attraversa nulla ma durante il quale il regista mostra l’eterogeneità di una determinata zona. Vari persone, storie diverse, tutte che si consumano attorno a un tragitto che non porta da nessuna parte, ma collega a tutto. Come, appunto, è il Gra. Rosi ripropone quindi un documentario che parte da un paesaggio e finisce per indagare i suoi abitanti, mostrando un’umanità assurda, paradossale e imprevedibile. Anche se non è facile riconoscere la realtà documentaristica di quello che si osserva, visto che i protagonisti sembrano quasi “estratti” dal mondo cinematografico, siano commedie italiane anni ’50 piuttosto personaggi film di guerra, oppure apertamente grotteschi e caricaturali. Ma c’è anche chi non disdegna il dramma intimista della vecchiaia o il film da camera. L’effetto di far confluire diversi generi in un unico documentario va rintracciata  nella capacità di Rosi di distruggere ogni convenzione documentarista cercando invece il cinema nella realtà e raccontare così il paesaggio umano più vicino a noi.

Il caso del documentario sulla “lucciola” mai trasmesso in tv: “A.A.A. offresi”

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E’ stato un anno cupo il 1981 per la storia italiana: l’esplosione dello scandalo P2, l’attentato al Papa, il rapimento Dozier e il referendum sull’aborto. E in mezzo a questo clima fece la “apparizione” (anche se poi, nella realtà, non è mai stato trasmesso) il documentario “A.A.A. offresi”, sulla vita della 27enne Veronique, di cui si erano ripresi gli incontri con i clienti a Roma, in un appartamentino al civico 50 di via San Martino ai Monti, quartiere Esquilino. Undici uomini, tra cui un poliziotto che non pagò l’incontro dopo aver mostrato il tesserino, la raggiunsero: tutti venenro ripresi con il volto oscurato, a loro insaputa. Approccio, trattativa e saluti. Tutto in 14 ore di girato. Sei sono state le curatrici del documentario, Maria Grazia Belmonti, Anna Carini, Rony Daopulo, Paola De Martiis, Annabella Miscuglio e Loredana Rotondo. All’epoca erano già note per aver realizzato “Processo per stupro”, trasmesso Rai Due. Sulla stessa rete sarebbe dovuto andare anche il nuovo documentario ma, alle 21.30 dell’11 marzo, saltò tutto: al suo posto, gli spettatori si troano a vedere il film “Grisbì”, con Jean Gabin. L’annunciatrice, Marina Morgan, legge il telegramma inviato dal presidente della Commissione parlamentare sulla vigilanza Rai Mauro Bubbico: “Invito la concessionaria alla sospensione della messa in onda della trasmissione”. Dalla censura si passa alla cancellazione del programma e al putiferio che ne è seguito: picchettaggi davanti Montecitorio, interpellanze, stampa divisa. Le sei autrici e cinque dirigenti Rai vengono accusati di favoreggiamento della prostituzione e violazione della privacy mentre per l’agente scatta l’imputazione di violenza carnale. Di Veronique si perdono invece le tracce. Nel 1985, al processo, vengono tutti assolti in primo grado. Lo stesso accade in secondo, con una sentenza che arriva dopo 10 anni. Ma già nel dispositivo della prima decisione si stabilisce anche il destino della “pizza” del documentario: “Il collegio decise di confiscarlo e la pellicola rimase nel deposito del tribunale di Roma, in quanto corpo del reato”. E “Da allora nessuno l’ha più visto nè le autrici pensarono di richiederlo. O la Rai di sollecitare una nuova messa in onda”. A vederlo, alla fine, oltre agli inquirenti solo pochi invitati chiamati dalla Rai ad una specie di presentazione prima della messa in onda.

A ricostruire l’intera vicenda, oltre a rendere noto il destino della “pizza” finita chissà dove tra migliaia di oggetti sequestrati, è stata la giornalista Francesca Romana Massaro, esperta di cinema ma con la passione per le carte da spulciare negli archivi giudiziari, e Silvana Silvestri, critico cinematografico del Manifesto. Il libro in cui è raccontata è “L’età dell’oro, il caso Veronique”, edizioni Emmebi. Riguardo la protagonista del documentario, era apparsa su Playboy, negli scatti di Roberto Rocchi. Di lei Giulia Massari, unica giornalista che sia riuscita a intervistarla in Italia, scrisse:  “Un po’ sul tondo, ma molto ben modellata, con la faccia larga, la bocca sensuale, i capelli lisci con la frangetta, impoveriti dai vari cambiamenti di colore: Veronique deve sicuramente attrarre gli uomini, o almeno quel tipo, che ama sentirsi tranquillo”. Parigina, la mamma proveniente dell’ex Cecoslovacchia, una bambina e un innamorato rimasto in Francia: per questo motivo aveva chiesto che il documentario non venisse mandato in onda Oltralpe. Disinteressata di “femminismo e politica”, nell’intervista raccontò di “avere accettato per curiosità, per fare un’esperienza ma anche per denunciare la situazione in cui vivono le donne che fanno le métier”, il mestiere. Un lavoro svolto per soldi, da “abbandonare in fretta, prima di ritrovarsi con le stimmate”. Per il suo futuro immaginava un lavoro da ceramista, assieme alla madre. Ma forse non sapremo mai se c’è riuscita…

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Al Lido sbarcano le Femen: un documentario racconta il movimento

femen-venezia-tuttacronacaS’intitola “Ukraine is not a brothel” il documentario sul movimento delle Femen presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia. E per l’occasione sei attiviste, dopo la conferenza stampa si sono presentate davanti ai fotografi a seno nudo con scritti sul petto slogan come “Ukraine is not a brothel” (L’Ucraina non è un bordello), “Naked war” (guerra nuda), “Women are still here” e con il nome e il simbolo delle Femen. Con loro anche la regista del film, Kitty Green, rimasta vestita.

Inna Shevchenko e Sasha Shevchenko, due delle leader del movimento, hanno sottolineato nel corso della conferenza stampa: “Noi Femen siamo scappate dall’Ucraina e siamo felici di essere ora in un posto sicuro. È stato necessario perché la politica e i servizi segreti ucraini ci stavano attaccando molto duramente. Ora il nostro quartier generale è a Parigi ed abbiamo nel mondo altre 10 sedi”. Nel corso dell’incontro con i giornalista diverse sono state le domande riguardo Victor, che nel documentario sembra quasi essere il “manovratore” delle azioni del movimento. Eì stata Sasha a spiegare: “Victor non fa più parte del movimento da un anno: lui non ha fondato le Femen, era uno dei pochi componenti uomini e quando le Femen hanno cominciato ad essere più popolari ha pensato di poter prendersi più spazio, forse perché è un uomo. Avere a che fare con una persona come lui ci ha fatto capire ancora di più quanto sia necessario combattere il patriarcato. Non siamo più sotto il suo folle potere, ora lavoriamo fra donne”.

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Arriva il video shock nelle scuole americane: l’sms che uccide!

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Sicuramente era necessario un messaggio forte per levare la cattiva abitudine ai neo o futuri guidatori d’inviare sms mentre si guida, ma forse il documentario da 35 minuti di Werner Herzog dal titolo “From one second to the next” è una vera campagna shock di sensibilizzazione . Il documentario, che sarà presentato nelle scuole americane parte da una domanda facilissima: quanto ci vuole per inviare un sms quando si è al volante? Un secondo, ma può essere quello fatale. Chandler stava scrivendo “ti amo” alla sua compagna quando ha investito un carretto di amish ferendo le persone che erano sopra. Xavier è solo un bambino ed è stato investito da un’auto: chi guidava stava mandando un sms, volante in una mano, telefonino nell’altra. Xavier è piccolo, eppure passerà la vita sulla sedia a rotelle, proprio per quel secondo di distrazione dell’autista che l’ha investito. Testimonianze che mirano a puntare il dito contro la disattenzione  in auto anche quella di pochi secondi!

Il dramma degli albini d’Africa, facili prede degli sciamani

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Cosa significa nascere albini in Africa? Spesso la parola ALBINO si associa in Tanzania alla parola MORTE. I dati a nostra disposizione ci raccontano che dal 2006, 71 persone albine, cioè prive di pigmentazione della pelle, nei capelli e negli occhi, sono state uccise, mentre 29 sono state aggredite. Ma sicuramente questi dati sono parziali, spesso i reati, perpetrati anche in famiglia, vengono nascosti e non arrivano alle fonti ufficiali per essere conteggiati. Il numero potrebbe quindi essere molto più elevato se si pensa che questa anomalia genetica ha avuto origine proprio in Tanzania. Qui, in questo Paese nell’Africa orientale, ne è portatore 1 su 1.400 tanzaniani, a fronte di una percentuale globale di 1 su 20.000.

Come mai gli albini vengono aggrediti o uccisi? Per ignoranza, superstizione e soldi. Alcuni ritengono e gli albini siano fantasmi che non muoiono. Per altri, sono nati in famiglie maledette. Ma quel che è più sconvolgente, alcuni guaritori realizzano con parti del loro corpo pozioni magiche con cui ottenere salute e prosperità. Un “set” completo di parti di albino – orecchie, lingua, naso, genitali e arti – può valere 75.000 dollari.

Per questa ragione, molti del 17.000 albini che vivono in Tanzania vengono nascosti dal governo. Alcuni ambulanti che vendono “medicine” fatte con le pozioni degli sciamani dediti a uccidere gli albini, si sono lamentati che il prezzo dei loro prodotti sarebbe stato troppo elevato a causa della protezione che il governo ha iniziato a operare sottraendo gli albini alle violenze. Storie di povertà, di sopravvivenza e di sopruso che degenerano in affermazioni e atti agghiaccianti.  Ad esempio lo stupro è un altro orrore che spesso devono affrontare le ragazze affette da albinismo, le quali spesso, soprattutto nel nordovest del paese, vengono aggredite da uomini che pensano che avere rapporti con loro guarisca dall’AIDS.

Dormitorio al Kabanga Protectorate Center

Dormitorio al Kabanga Protectorate Center

Uno dei luoghi più conosciuti in Tanzania che accoglie albini è il Kabanga Protectorate Center. Qui i bambini albini riposano sotto le zanzariere e sono fisicamente al sicuro, ma non vi sono molte prospettive per il loro futuro. Questo rifugio funziona come una sorta di collegio protetto da spesse mura per difenderli dalle mire di cacciatori e guaritori, ma non c’è nessun tipo di investimento sul futuro di questi ragazzi a cui viene solo garantito di rimanere in vita.

Cosa faranno da grandi questi bambini?

Zawia Kassim

Zawia Kassim

Zawia Kassim, una studentessa dodicenne della Kabanga Primary School, sogna di diventare maestra. Gli albini in genere non vanno oltre la scuola elementare, e in alcune comunità dove sono considerati mentalmente ritardati non vanno a scuola affatto. Ma coloro che intendono studiare spesso non ci riescono perché la loro condizione comporta l’abbassamento della vista e quindi la difficoltà di leggere. Molti di loro crescono analfabeti e svolgono solo lavori manuali.

Bestida Salvatory, con il figlioletto Ezekiel di un anno e mezzo, riabbraccia la figlia diciassettenne Angel

Bestida Salvatory, con il figlioletto Ezekiel di un anno e mezzo, riabbraccia la figlia diciassettenne Angel

Nell’immagine Bestida Salvatory, con il figlioletto Ezekiel di un anno e mezzo, riabbraccia la figlia diciassettenne Angel al Kabanga Protectorate Center. Angel, che soffre di cancro alla pelle, è stata costretta a lasciare la sua casa quattro anni fa, dopo essere stata aggredita da un gruppo di uomini guidati dal suo stesso padre.

Maajabu Boaz

Maajabu Boaz

Ma c’è anche chi non vuole essere rinchiuso e lotta quotidianamente per rimanere in vita nel suo villaggio d’origine. E’ il caso di Maajabu Boaz, 20 anni, davanti alla sua casa a Nengo, armato di coltelli. Maajabu— che in swahili significa “meraviglia” o “miracolo”, che si è rifiutato di lasciare il suo villaggio per essere ospitato in un rifugio. Altri bambini del villaggio sono stati aggrediti, ma finora la feroce reputazione di  Maajabu lo ha protetto, anche se il ragazzo è diventato un violento, suo malgrado.

Ora a raccontarci di queste atrocità arriva anche un documentario ‘White Shadow’, prodotto da Ryan Gosling e firmato Noaz Deshe, regista apolide che vive tra Germania e Stati Uniti. ‘White Shadow’, che sarà presentato alla   28. Settimana Internazionale della Critica, racconta proprio la persecuzione a cui gli albini sono sottoposti. Se essere neri può essere ancora, a determinate latitudini, una discriminanza, essere albini in Tanzania può rappresentare davvero un rischio altissimo. Le storie raccontate nel documentario sono violente, forti e di una spietatezza senza limiti… eppure raccontano di un problema che molti europei, occidentali e asiatici non conoscono. Secondo questo filmato tra il 2008 e il 2010 sarebbero stati consumati circa 200 omicidi legati alla stregoneria che si lega in alcuni casi indissolubilmente con le pozioni magiche derivate dai corpi dilaniati degli albini.

“I termini d’uso” uccidono la nostra privacy, ma noi siamo impotenti

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E’ umanamente impossibile leggere tutte le clausole racchiuse nei termini d’uso dei servizi web (si è stimato che ci si impiegherebbe un mese lavorativo all’anno e non è detto che si avrebbe la certezza di capire fino all’ultima virgola) eppure i consumatori ogni hanno perdono 250 miliardi di dollari per quello che celano quelle clausole che sono sempre più criptiche e che mirano solo a distruggere la nostra privacy e acquisire dati da rivendere alle grandi industrie a caro, carissimo prezzo.

Ora arriva un documentario ‘Terms and Conditions May Apply’ diretto da Cullen Hoback. Per realizzarlo sono occorsi due anni e oltre tremila ore di lavoro per lo più impiegate a raccogliere testimonianze di quelle righe che nessuno legge, «nemmeno gli avvocati che li scrivono», come dice il comico Eddie Izzard nelle battute iniziali del documentario, ma che possono poi avere conseguenze veramente spiacevoli.

Una delle tante raccontate attraverso il documentario è quella di un ragazzo irlandese, Leigh Brian, che 20 giorni prima di un viaggio da turista negli States chiede a una ragazza in un tweet di vedersi, prima che vada a «distruggere l’America». Intendeva fare festa, ubriacarsi. Ma quando fa per tornare, all’aeroporto viene interrogato per cinque ore per quel ‘cinguettio’, tanto pericoloso da finire con «x», un bacio. Viene ammanettato, messo in cella. Gli agenti non trovano nessuna reale minaccia in lui, ma ora il ragazzo è in lista nera e rischia di finire interrogato a ogni aeroporto.

Il documentario, spiega Hoback, nasce da un’esigenza ben precisa: «C’è una generale mancanza di consapevolezza», dice, «su come i Google e i Facebook del mondo abbiano tratto beneficio dai nostri dati, e su come quei benefici abbiano condotto al più grande incubo per le libertà civili del nostro tempo: la totale distruzione della privacy».

Ed è questo legame a costituire il cuore del filmato. Da un lato, una accurata ricostruzione storica di come sia nato l’apparato di sorveglianza digitale dell’intelligence Usa svelato in questi mesi da Edward Snowden, la fonte del Datagate. Dal programma ‘Total Information Awareness’ del 2002, l’antenato di Prism capace di «sorvegliare ogni informazione digitale esistente», alle rivelazioni quattro anni più tardi dell’ex tecnico AT&T Mark Klein, che svelano che il gigante delle telecomunicazioni era coinvolto in un programma di sorveglianza dell’Nsa per il traffico Internet, si comprende come secondo Hoback il Datagate «abbia detto poco che già non sapessimo». Al punto che se potesse rigirare il documentario oggi, vi aggiungerebbe poco o nulla.

Dall’altro il modo in cui l’ingigantirsi della macchina dello spionaggio, con scarso o nullo scrutinio pubblico, si sia legato agli interessi dei colossi web che hanno fatto dei nostri dati personali l’inesauribile miniera d’oro su cui basare le proprie fortune. «E se la raccolta di dati richiesta dal Patriot Act», si chiede la voce narrante, «fosse diventata il fondamento di un modello di business completamente nuovo? E il fondamento della rete moderna, come la conosciamo?».

Quando scriviamo commenti, twittiamo  o scriviamo un post su Facebook siamo davvero certi che non stiamo contribuendo ad annientare il concetto di privacy nel mondo? Anni per ottenere il diritto, per poi farlo dissolvere in un click? Quali sono i limiti etici che dovrebbero essere imposti a livello globale?

Edoardo Agnelli… L’ultimo volo

I “non ricordo” di Ayala! C’erano i servizi in via d’Amelio?

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Chi ha preso la borsa di Paolo Borsellino? Ayala non ricorda. E non ricorda neanche a chi poi lui l’ha passata. E come lo giustifica il magistrato che è stato uno dei primi ad arrivare sul luogo della strage? “Io in via D’Amelio c’ero solo fisicamente. Ma quello che rimane nella mia memoria è che la borsa è transitata solo per pochissimo tempo nelle mie mani, perché non avevo titolo per tenerla, l’ho consegnata a un ufficiale dei carabinieri. Se materialmente l’ho presa io o me l’hanno consegnata non me lo ricordo. La cosa importante è che l’ho avuta in mano e l’ho consegnata a un ufficiale”.

Ma chi è questo ufficiale e, passando da quali mani, poi la borsa, piena di vari oggetti ma non dell’agenda rossa, è arrivata poi nelle mani della polizia che conduceva le indagini e che l’ha repertata? Ayala non fa nomi, non ricorda. Eppure, stando a diverse testimonianze, sarebbe stato proprio lui a passare quella borsa ad un uomo in abiti civili e non in divisa.

Era qualcuno dei servizi?

“Devo dire, per un problema di coscienza, a distanza di 21 anni, che quando sono arrivato sul posto della strage, c’erano almeno quattro, cinque uomini dei servizi. Avevano la spilletta del Ministero dell’Interno. Era gente di Roma e non capivo che cosa facevano. Ma sono certo, perchè li conoscevo”. Lo ha detto deponendo al processo quater sulla strage di via D’Amelio, il sovrintendente di polizia Francesco Maggi, che intervenne sul luogo dell’agguato. “Sono arrivato – ha aggiunto – quasi subito, ma le fasi erano molto concitate. Vidi i corpi dilaniati, una cosa che mi ha segnato. Non c’era più niente da fare, ma ho notato che c’erano gli uomini dei servizi segreti. E ancora oggi non mi spiego come fossero sul posto e chi li avesse avvisati in così poco tempo”. Alla domanda del Pm se conoscesse i loro nomi il teste ha risposto: “quella è gente che non dà confidenza e poi non potevo chiedergli cosa facessero lì”.

Chi conferma, invece, che fu proprio il magistrato a fare in modo che la borsa arrivasse nelle mani di un “uomo in abiti civili”, è l’ex capo scorta di Ayala, Roberto Farinella, che nei giorni scorsi in udienza ha dichiarato: “Presi la borsa del magistrato, volevo consegnarla al giudice Ayala ma lui chiamò un uomo in abiti civili che mi indicò come ufficiale. Questi prese la borsa e si allontanò senza aprirla”. Chi era quell’uomo? La deposizione di Ayala non scioglie i dubbi.

Aspettando Milano… gli One Direction hanno fatto sognare le fan a Verona!

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Twitter ribolle dei ricordi delle directioners presenti ieri sera all’Arena di Verona per la prima delle due tappe italiane del Take Me Home Tour. E’ bastato che Harry dicesse “Questa è la città di romeo e giulietta. io sono Romeo, e voi siete tutte le mie Giuliette” per infiammare i cuori delle ragazzine presenti, che a loro volta hanno riversato “imperituro amore” sui cinque della bando anglo-irlandese. Posti in piedi in Paradiso? Ieri è stato così, un concerto che in migliaia ricorderanno come la notte più bella della loro vita, in cui hanno vissuto una passione travolgente ed inarrestabile che è volata in alto, sorretta dalle note e dalle voci di cinque ragazzi che sanno quello che fanno. X Factor è stata la loro palestra e la lezione è stata appresa: riempiono il palco e comunicano, giocano a far innamorare chi li ascolta e riescono a divertire. Niente effetti speciali, niente cori di meraviglia, nessun balletto predefinito: puntano sulla spontaneità e come effetti speciali spruzzano ogni tanto un po’ di fumo. E in tutto questo, l’attenzione è tutta per loro, il pubblico è incantato e canta con loro, tanto che durante Moments le uniche voci che si sono udite, ad un certo punto, sono state solo quelle delle directioners. Giocano facile gli One Direction: parlano d’amore e amicizia e riescono a far ballare ed urlare a squarciagola i presenti, senza interruzione. Questi 5 che potrebbero benissimo essere i ragazzi della porta accanto o i compagni di classe, che appaiono semplici e spontanei, sono riusciti anche a cacciare la pioggia e a Verona la nota stonata è stata solo una: in molte non sono riuscite a varcare i cancelli dell’Arena: proteste per per voucher non validi o problemi con i biglietti regolarmente acquistati. Pop, rock, dance, il tutto condito da amicizia e tanto amore: questa è stata l’Arena e, c’è da scometterci, a Milano, questa sera, si replicherà. Il gruppo sa di non essere solo:  “Voi avete reso possibile questo”, dicono di continuo, ringraziando, leggendo i tweet dal pubblico e rilanciandoli sugli schermi, scherzando in una “chicken dance” dal sapore improvvisato, seguita da una That’s amore abborracciata, dovuto omaggio all’Italia. E quando la festa finisce, gli occhi sono pieni di tutti quei momenti, i cuori saturi di gioia, la vita reale lontan anni luce. Perchè non saranno i Beatles, ma con le adolescenti di oggi ci sanno comunicare, eccome!

Gli One Direction sono arrivati: doppia data a Verona e Milano

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Sono arrivati gli One Direction in Italia e le directioners non stanno più nella pelle: due tappe tutte per loro, oggi a all’Arena di Verona e domani al Forum di Assago di Milano. Biglietti sold out in dodici minuti dall’apertura delle vendite per il concerto della boy band che raggruppa Louis Tomlinson, Harry Styles, Liam Payne, Zayn Malik e Niall Horan. Il Take Me Home Tour, che in Europa è partito il 23 febbraio a Londra e terminerà il 29 maggio a Istanbul, emigrerà poi in Nord America, Oceania e Asia e sarà seguito, l’anno prossimo, da Where We Are Tour, che porterà il giovane gruppo anglo-irlandese, che ha iniziato la sua avventura nell’X-Fractor inglese, nei più grandi stadi di tutto il mondo. Ma le directioners made in Italy, dopo queste date, non rimarranno orfane a lungo: entro la fine dell’anno arriverà infatti anche il terzo album, caratterizzato da “un sound più rock ed estremo” nochè “il più maturo e personale” della carriera degli One Direction. Ma non è tutto: i cinque approderanno anche nei cinema il 5 settembre con This Is Us, film in 3D diretto da Morgan Spurlock: per scoprire chi sono davvero questi ragazzi da 12 milioni di copie.

E aspettando stasera? Le adolescenti italiane si accalcano ed i loro idoli twittano:

Liam: Verona are you ready for tonight though 🙂 exciteddd 🙂

Harry: Can’t wait to play Verona tonight. It could rain. Which would make things interesting.

Niall posta anche una foto sul suo profilo: The best scenes I’ve seen! Oh my god! Best fans on the planet is an understatement

Le directioners li amano? Questa è la prova!

 

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L’arte della prostituzione

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Si tratta di numeri record quelli delle gemelle Fokkens Louise e Martine! Le due sorelle, 70enni, prostitute da quando avevano 20 anni, con oltre 355mila uomini in una carriera durata 50 anni, sono diventate delle stars! Prima la loro storia è stata raccontata in un documentario, del 2011, dal titolo si raccontano in un documentario«Meet the Fokkens», di Gabriëlle Provaas e Rob Schröder, in cui viene narrata la prostituzione ad Amsterdam, nel vecchio stile, quello più “ingenuo” e “genuino”, tra libertà e allegria. Quello in cui ancora non era entrata la mafia che spaventa e terrorizza le ragazze, quella criminalità organizzata che le rende schiave. Ora le due ex “ragazze”, si definiscono “troppo anziane per far sesso” e hanno deciso di godersi la pensione. Solo Martine, una volta alla settimana, continuava ancora a vedere uno dei suoi vecchi clienti. Un habitué. Ma, ormai, è «come andare a messa la domenica». La loro storia diventerà un libro dal titolo “Due vite in vetrina”.   
Sempre vestite di rosso o di rosa, le gemelle Fokkens iniziarono a prostituirsi quando avevano appena 20 anni. Una carriera cominciata sul marciapiede e finita in vetrina. Allora «la prostituzione non era ancora legale e il mercato del sesso non era ancora in mano alla mafia dell’Est Europa. Se all’inizio ci sedevamo in vetrina vestite, oggi sono tutte nude, le olandesi sono poche e c’è poco senso della comunità. Legalizzare le case chiuse non ha migliorato la vita delle prostitute, non ha senso vivere solo per pagare le tasse. Per questo molte ragazze oggi scelgono di lavorare da casa propria o su internet».

Nel 2011, il documentario «Meet the Fokkens», di Gabriëlle Provaas e Rob Schröder, le ha rese celebri. «La storia che volevamo raccontare», spiegano i due registi. «Louise e Martine sono due vere squillo vecchio stile di Amsterdam: libere, allegre e senza timore».

Il Chavez di Stone!

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In occasione della scomparsa del presidente venezualano Hugo Chavez, Flavia Parnasi e Andrea De Liberato con la Movimento Film distribuiranno in sala il 27 marzo in 150 copie il film-documentario di Oliver Stone ‘Chavez – L’ultimo comandante’ (South of the Border). Il film era stato presentato Fuori Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2009 e documenta il viaggio del regista in Venezuela per intervistare Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione statunitensi.

C’è Comico e… Comico!

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Carlo Verdone racconta Albertone. Lo fa partendo dalla casa, da quello che è lo specchio di ogni persona, che ci conosce intimamente, che contiene la “nostra vita” prima che le nostre cose. Alberto e la sua casa museo con tanto di teatro costruito negli anni Sessanta, il ricordo delle sue ‘discrete’ storie d’amore da parte di Goffredo Fofi e, soprattutto, Carlo che “indaga”  e fa emergere una figura, quella più privata, che non è nota al grande pubblico. Sulle tracce di un grande attore comico scomparso dieci anni fa, i fratelli Verdone cercano di ricostruire la storia di quegli anni, il cinema, la commedia dell’arte, i personaggi nati dalla capacità di osservazione e di riproduzione caricaturale che solo i grandi geni sanno compiere attraverso un percorso di rielaborazione.

Vanno in scena anche le testimonianze di Gigi Proietti, Emi De Sica, Gian Luigi Rondi, Christian De Sica, la sorella dell’attore Aurelia, Franca Valeri, Carlo Vanzina, Pippo Baudo, Dino De Laurentiis, Ettore Scola, Claudia Cardinale e Fulvio Lucisano. Tutti raccontano il “rivoluzionario” Sordi, “l’inquisitore dei difetti italiani”!

“Questo nostro documentario – dicono i due autori – vuole essere un omaggio a un grande attore che rappresenta la tradizione dello spettacolo romano ai più alti livelli e che negli anni si è rivelato anche di fondamentale importanza per la nascita e lo sviluppo della migliore commedia all’italiana.

Un attore assolutamente rivoluzionario, all’inizio della sua carriera, tanto da scardinare le impostazioni da Accademia Teatrale canonica creando stupore e sbalordimento sia nel pubblico che nella critica. Sordi è stato una maschera ineguagliabile che conteneva tutte le fragilità, le miserie, i tic e i difetti dell’italiano meglio. Non quindi una maschera regionale ma una maschera universale”. Alberto Sordi, spiega Verdone nell’incontro con la stampa, é stato un attore “troppo imitato”, un uomo “abitudinario e anarchico allo stesso tempo, lo scopo di questa operazione é quella di far capire ai giovani, a chi non conosce Alberto Sordi, che c’é stato prima di loro. Non è possibile che si conoscano solo Tarantino e Lynch. Bisogna invece omaggiare il passato e far conoscere non solo Sordi, ma personaggi come Pietro Germi e Blasetti. Bisogna rituffarsi nel passato per poter creare il cinema del futuro”.

In un’Italia allo sbando, dilaniata da politiche sbagliate, da poteri occulti, da una finanza oppressiva, forse ripartire dai nostri “difetti” con uno sguardo al futuro, ricordarci da dove veniamo e avere davanti agli occhi chi è in grado di farci sorride… è un ottimo turbo per ripartire e invertire la rotta. In fondo la corruzione c’era, era insita nel nostro animo, ma c’era anche la generosità e un po’ di sana ingenuità… ora c’è solo rabbia, odio e invidia… abbiamo lasciato il marcio dei personaggi di Sordi e non abbiamo conservato il lato ludico… gli italiani ormai sono tetri e sorridono solo quando possono volgere lo sguardo altrove… a un Tarantino, a un Linch… a quell’estero che tanto ci piace, perchè ci accoglie, perchè non ci fa sentire al posto sbagliato nel momento sbagliato… ma veramente non possiamo più avere un occhio “italiano”?

 

Arriva “Alberto il grande” firmato Carlo Verdone!

IL racconto di un’amicizia, una storia lunga e bellissima, gli aspetti privati di un personaggio fra i più amati che la storia dello spettacolo ricordi. Alberto il Grande: così si intitola il documentario realizzato da Carlo Verdone e dal fratello Luca (con l’assessorato alla Cultura della Regione Lazio) per celebrare i dieci anni dalla morte di Alberto Sordi, scomparso il 24 febbraio del 2003. Un viaggio appassionante nei luoghi-simbolo della vita dell’attore, dal rione Trastevere, dove nacque, a via delle Zoccolette, dove visse a lungo, “dirimpettaio” di casa Verdone, a via Druso, vicino alle Terme di Caracalla, dove sorge la magnifica villa in cui abitò dal 1958 fino alla sua morte.

“Questo documentario è una carezza che abbiamo voluto dare ad Alberto – dicono Carlo e Luca Verdone – e vorremmo che tutti coloro che come noi lo hanno amato, tutte quelle migliaia di persone che hanno fatto la fila per ore alla camera ardente per dargli l’ultimo saluto dieci anni fa, avessero la possibilità di ricordarlo ancora una volta insieme a noi”. Il debutto di Alberto il Grande sarà quindi un evento popolare: il documentario sarà presentato con una serie di anteprime aperte a tutti, martedì 19 febbraio al cinema Adriano: tre sale dedicate, con due spettacoli gratuiti, alle 19.30 e alle 21.30. Per entrare in sala bisogna prenotare sulla pagina dedicata del sito dell’assessorato alla Cultura.

 

 

Tutti in fila sotto la tempesta di neve… C’è Justin Bieber!

Neppure Monster Blizzard può fermare le fans di Bieber. Il cantante di origine canadese, infatti, partecipera’ questa sera al ‘Saturday Night Live’ della Nbc e i fan sono rimasti in fila ore per riuscire ad accaparrarsi un biglietto per assistere alla sua partecipazione. Chissà se parlerà del suo nuovo progetto? Il giovane idolo delle adolescenti pare aver messo in cantiere un nuovo film documentario!

justin bieber Monster Blizzard

Chiusa in faccia la porta del Maxxi, aperto il sipario all’Eliseo!

Avrà la sua prima “A Girlfriends in a Coma” all’Eliseo. Nonostante la Melandri abbia chiuso la porta del Maxxi, c’è chi, come il teatro Eliseo, ha aperto il sipario e si è dichiarato disponibile alla proiezione. Da Londra, dove vivono  Annalisa Piras Bill Emmott, lanciano la loro “primavera italiana”.

Prima vittoria per un film che con lo slogan Act now and #wakeupitaly vuole essere uno stimolo a tutti noi italiani a fare aggregazione, in patria come dall’estero, nei cinema e online, per discutere di come far uscire l’Italia dallo stato comatoso in cui si trova da vent’anni.

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Ciak si gira! Bill Clinton protagonista dell’ultimo documentario di Scorsese

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